sabato 22 settembre 2012

SAN FORTUNATO MARTIRE ROMANO, E NON TEBEO (2)



San Fortuanto martire romano
venerato a Lonate Pozzolo

Vita di S. Fortunato
----------- INVENZIONE -----------------------------------------------
Egli visse alla fine del terzo secolo ed all'inizio del quarto dopo Cristo. Era soldato della Legione Tebea, cosi chiamata perché risiedente nella Tebaide o alto Egitto, ed era composta di oltre diecimila uomini. Era pure detta Legione Fulminante, per i grandi prodigi di valore compiuti in Oriente. Il principale comandante era S. Maurizio il quale non vi accettava che dei cristiani, ragion per cui era composta, nella quasi totalità, di seguaci di Gesù Cristo.
Verso l'anno 303, l'imperatore Diocleziano richiamò in Roma la legione perchè si erano sollevati i Bagaudi della Gallia ed egli la mandò in aiuto di Massimiano, suo socio nell'impero, affinché debellasse tali nemici. Avendo Massimiano valicato le Alpi, accordò qualche giorno di riposo alla sua armata onde potesse ristorarsi dalle fatiche di un cammino così penoso e si accampò ad Ottoduro (oggi Martinac), nel Vallese.
Per ottenere poi buon successo alle armi dell'impero, ordinò che tutta l'armata facesse sacrificio agli dei.
La Legione cercò allora di allontanarsi e si portò ad Agaune, alle falde del Gran San Bernardo, dove arrivò il comando di Massimiano di fermarsi in attesa di ordini. E gli ordini furono che dovessero andare agli accampamenti per offrire il sacrificio.
Tutti rifiutarono e dissero: « Siamo cristiani e sacrifichiamo a Dio solo. »
Massimiano rinnovò l'intimazione di sacrificare, minacciandoli in caso contrario delta decimazione.
La risposta di Maurizio, Esuperio, Fortunato, Candido, Vittore e compagni fu questa: « Siamo tuoi soldati, o Cesare, ma servi di Dio. Da te riceviamo lo stipendio, da Dio avemmo la vita. A te dobbiamo il valore delle armi, a Dio la nostra fede. Ti sia dunque noto che non ti è lecito imporci un sacrilegio e l'apostasia ».
Non rispose il tiranno, ma nel cieco suo furore comandò che la Legione fosse decimata sperando che, alla vista del sangue, gli altri soldati si sarebbero sottomessi. E compiuta la decimazione rinnovò la minaccia, ma i Tebani risposero che la fede loro vietava di obbedire. Sdegnato Massimiano del rifiuto, comandò una seconda e forse una terza decimazione. Invano!... Disperando allora di poter vincere la costanza di quegli eroi, li fece circondare dalle truppe pagane con l'ordine di trucidarli tutti.
Fortunato ed i suoi compagni gettarono immediatamente le armi, si inginocchiarono, levarono le mani al cielo e cosi pregarono: « A Te, o Dio grande, offriamo la nostra vita e la nostra fede. A Te, o Gesù, che ci hai redenti col Tuo sangue offriamo tutto il nostro ».
E caddero quei prodi trafitti e sgozzati senza che un lamento uscisse dalle loro labbra o che una lagrima velasse i loro occhi. Il suolo fu coperto di cadaveri, il sangue scorse a ruscelli ed una ecatombe di circa settemila soldati venne ammonticchiata nella vallata del Rodano.
Tra questi trovò la gloria del martirio San Fortunato, il cui venerato Corpo fu, più tardi, portato a Roma
Un falso storico! Ciò non avveniva nell’antichità ed è la solita pia bugia per dire che quel corpo che viene da Roma è un tebeo.
unitamente a quelli di moltissimi altri compagni di lotta e di gloria.
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Peregrinazioni del corpo attraverso i secoli
Come sopra abbiamo detto, subito dopo il martirio, tutti i soldati uccisi trovarono sepoltura nella valle del Rodano.
Come prescrivevano però gli ordini dei Pontefici, vennero esumati non appena la Chiesa godette un poco di libertà e trasportati a Roma.
Cosi anche il Corpo di S. Fortunato venne sepolto a Roma nel Cimitero di S. Priscilla fuori di Porta Salaria.

Avvenuta verso la fine del 1600 la ricostruzione della Chiesa di Turbigo, ad opera e ad interessamento degli Agostiniani Scalzi, essendo nel 1605 divenuto papa Paolo V della famiglia Borghese, dietro richiesta di donna Ortensia di Santacroce, moglie di Francesco Borghese fratello del Papa, Paolo V con regolare Bolla in data 9 Gennaio 1614 concedeva alla Chiesa Parrocchiale di S. Maria Assunta di Turbigo i Corpi di S. Fortunato Martire, di S. Felicita Martire ed altri tre Corpi pure di Martiri che vennero cosi trasferiti a Turbigo dove, due anni dopo, e precisamente il 29 Ottobre 1616, il Vicario Generale della Diocesi di Milano Mons. Mario Antonino, ne faceva solenne ricognizione e conferma.
Quando nel 1943 il nostro Parroco Sac. Antonio Tagliabue poté vedere tali Corpi di Martiri, provando vivissimo desiderio di poterne avere qualcuno, cominciò a supplicare il Parroco di Turbigo stesso, Rev. Don Edoardo Riboni, perché gliene cedesse uno e finalmente, nel 1950, poté dal medesimo ottenere quello di S. Fortunato. Bisognò portare però tutte le ossa del Martire a Milano da Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo che ne volle fare la ricognizione e che, nella fatidica serata del 27 Settembre 1951, consegnava il Corpo di S. Fortunato al Parroco nostro nel Palazzo Arcivescovile, alla presenza di Mons. Alfonso Beretta, delle Autorità Religiose e Civili e dei rappresentanti della popolazione Lonatese, portatisi a Milano per farne la prelevazione.
Prelevamento in Arcivescovado del Martire
Tutto ormai era stato diligentemente preparato. L'urna meravigliosa di bronzo massiccio argentato (opera dei Sigg. Frat. Bertarelli di Milano) contenente il Martire nel corpo di cera riccamente abbigliato, i cancelli artistici di bronzo sotto l'Altare maggiore della Chiesa parrocchiale pronti per racchiudervi l'urna ed il paese che si era completamente trasformato in un giardino di addobbi, di verde e di luce che, grazie alla sfarzosa illuminazione, irradiava in ogni contrada, da ogni arcata, dal campanile e nell'esterno ed interno della Chiesa.
La giornata del 27 Settembre 1951 rimarrà, nella storia della nostra Parrocchia, come una delle date più memorande della vita religiosa di un paese. Da 15 giorni le campane a festa, scuotendo i cuori, preparavano l'evento.
Alle cinque del pomeriggio una colonna motorizzata (composta di 33 moto e di 10 automobili), sotto la direzione del Moto Club locale, tra il festoso suono delle campane e la gioiosa festività del popolo che già aveva abbandonato il lavoro, prende il via portando a Milano le Autorità Religiose e Civili.
Alle ore 19 tutto l'Arcivescovado e in movimento e gli incaricati della Questura e della Polizia compiono a perfezione il loro lavoro di ricevimento e di direzione della colonna motorizzata.
Nel cortile dell'Episcopio il furgoncino addobbato del Sig. De Tomasi Alfredo già racchiude il Corpo di S. Fortunato.
Nelle sale arcivescovili, in attesa del Cardinale, si danno convegno tutti i partecipanti alla consegna.
Notiamo, tra le Autorità Religiose, Sua Ecc. Mons. Alfonso Beretta vescovo di Hyderabad in India, il parroco nostro Rev. Sac. Don Antonio Tagliabue, il Rev. P. Enrico Bottini nostro concittadino, i RR. Padri del Pontificio Istituto Missioni Estere P. Carlo Galbiati, P. Pietro Costa, P. Nazzareno Ciattaglia, P. Rinaldo Bossi, P. Cristiano Penner, il Rev. Don Giuseppe Camagni parroco di Brugherio, il Rev. Don Franco Brambilla pure di Brugherio ed il Rev. Don Carlo Colombo assistente all' Ospedale Maggiore di Milano.
Tra le Autorità Civili vediamo il Sig. Angelo Rag. Turri sindaco di Lonate Pozzolo, il Sig. Antonio Sacconaghi vice sindaco, il Sig. Alberto Santangelo segretario comunale, gli assessori Sig. Zocchi Umberto, Sig. Pietro Gelosa e Sig. Giacomo Negri, i consiglieri Sig. Pier Giulio Ing. Dott. Bosisio, Sig. Francesco Simontacchi e Sig. Franco Rag. Grassini.
Notiamo ancora tra i presenti : il Sig. Antonio Spezzibottiani presidente degli Uomini Cattolici, il pittore Sig. Angelo Galloni autore del quadro ad olio e nostro concittadino, il Sig. Rossetti in rappresentanza dei Sigg. Fratelli Bertarelli di Milano, etc.

SAN FORTUNATO MARTIRE ROMANO, E NON TEBEO (1)



San Fortunato martire romano
venerato a Casei Gerola (PV)


San Fortunato di Casei Martire

16 ottobre e III domenica di ottobre


Patronato: Pantelleria
qui il patrono è un san Fortunato vescovo e martire

San Fortunato vescovo e martire
patrono di Pantelleria

San Fortunato è un legionario romano, africano, originario dell’Alto Egitto al confine con la Nubia, che poco più che ventenne, nel 286, coronò la sua fede col martirio in quello che oggi è il Vallese svizzero.
(FANTASIA!) dal 1765 il suo corpo fu traslato a Casei Gerola, in provincia di Pavia, importante borgo della diocesi di Tortona.
---------------- QUESTA PARTE e’ FASULLA -----------------
Nelle valli alpine settembre regala ancora giornate luminose, che profumano d’estate l’azzurro intenso del cielo terso, e insieme annunciano gli imminenti rigori dell’inverno, che incombe nell’aria via via più frizzante. Così doveva essere anche nella tarda estate dell’anno 286 nella valle di Agaunum, dove aveva posto il campo la legione Tebea, nelle aspre gole di monti selvaggi, confine della civiltà romana e via che univa la pianura padana alla valle del Reno: in quella che per noi oggi è la Svizzera meridionale, più precisamente il Vallese e la conca di Saint Moritz. Avvolti nella rossa clamide per difendersi dai venti autunnali e appoggiate al pilum, le sentinelle scrutavano le creste dei monti da cui avrebbero potuto scendere improvvisi e feroci i Bagaudi. Dalla primavera dell’anno precedente infatti i Bagaudi, agricoltori e pastori immiseriti dalla voracità dei governatori, riuniti in grosse bande percorrevano le campagne incendiando, saccheggiando, distruggendo; erano guidati da Amando ed Eliano, che sognavano di costituire sotto di sé un impero celtico, avevano sconvolto le Gallie ed ora minacciavano l’Italia. L’imperatore Diocleziano per combatterli aveva scelto fra i suoi generali uno dei più valorosi, Marco Aurelio Massimiano, illirico come lui, e lo aveva nominato “Cesare”, associandolo a sé nel governo dell’impero. Dall’Egitto era stata trasferita in fretta anche la legione Tebea, costituita da uomini valorosi, abituati a combattere per la gloria di Roma; erano i fedeli custodi dei confini meridionali dell’impero ed ora si trovavano nelle fredde terre del nord a fronteggiare barbari sanguinari. Venivano dalla valle del Nilo, erano stati arruolati nei villaggi attorno a Tebe d’Egitto, nei deserti della Nubia e giù fino alle cateratte del grande fiume e agli altipiani d’Etiopia. Erano figli dell’Africa e ne portavano i segni caratteristici nel colore della pelle e nei tratti del volto, erano figli della grande civiltà egizia che si esprimeva in loro in nobiltà e fierezza, erano soprattutto figli della Chiesa, Cristiani di una delle terre di più antica evangelizzazione, dove il Vangelo già era risuonato in età apostolica. Maurizio era il comandante in capo, Candido, Vittore ed Essuperio erano gli alti ufficiali, Alessandro custodiva, come signifero, le insegne da battaglia della legione; tra i militi vi era anche Fortunato. Il vento soffiava dalle cime delle Alpi, gelido e sinistro quasi fosse un presagio di morte, mentre i legionari ripensavano alle assolate distese del deserto nubiano, alle acque solenni del Nilo che scendevano a fecondare il loro paese, ai tanti volti cari lasciati al di là del mare. L’araldo giunse al campo con l’ordine di marcia, si dovevano levare le tende e partire, perché Massimiano aveva deciso di sferrare l’ultimo definitivo attacco volto a spezzare la resistenza dei ribelli, prima che le nevi dell’inverno coprissero i valichi e rendessero impraticabili i passi. Per propiziarsi l’esito della battaglia il comandante supremo ordinava a tutte le sue legioni di offrire sacrifici agli dei di Roma, ciascuna nel proprio campo, quella sera stessa prima della partenza. Un silenzio gravido di attesa scese su quei soldati, si guardarono uno ad uno, compagni di cento battaglie, qualcuno toccò sotto il giustacuore le cicatrici delle ferite ricevute nella difesa dell’impero; alla fine il silenzio fu rotto dalla voce del comandante: “Nessuno può dubitare in terra della nostra fedeltà a Roma e al suo imperatore: le zagaglie etiopiche e le lance numide, le spade nabatee e le asce barbariche non ci hanno mai fermato. Nessuno deve però dubitare in Cielo della nostra fedeltà a Cristo Signore: siamo Cristiani e non sacrificheremo mai agli idoli, agli dei falsi e bugiardi, che altro non sono che demoni oscuri!”. A quelle parole seguì un frastuono di spade che battevano sugli scudi; col consueto grido di guerra i legionari Tebei si preparavano all’ultima battaglia, quella del martirio; poi deposero le armi e attesero il carnefice. Caddero per primi gli ufficiali, poi venne l’ordine della prima decimazione, a cui seguì una seconda ed infine lo sterminio a colpi di clava dell’intera legione. Fortunato pregava con gli occhi levati in alto, guardava l’azzurro luminoso che in quel giorno era così simile al suo cielo africano: fra poco sarebbe entrato al cospetto del suo Signore; lui, giovane legionario egiziano, avrebbe ricevuto la corona dei martiri, avrebbe stretto in pugno la palma della vittoria.
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Non sappiamo come il corpo di San Fortunato venne trasferito dal luogo del martirio ad Agaunum nelle Alpi svizzere fino a Roma.
Un falso storico! Ciò non avveniva nell’antichità ed è la solita pia bugia per dire che quel corpo che viene da Roma è un tebeo.
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Forse lo raccolse e lo custodì un commilitone. Di certo sappiamo che fu venerato (sepolto!) nelle catacombe romane di San Callisto fino al 1746, quando il cardinale Guadagni, vicario di Papa Benedetto XIV per la città di Roma, ne ordinò la riesumazione e l’esposizione nella Collegiata romana di Santa Maria in Via Lata. Da Santa Maria in Via Lata le reliquie di San Fortunato giunsero a Casei nel 1765, come dono della Santa Sede al Prevosto dell’Insigne Collegiata, ai canonici e alla comunità casellese, tramite il vescovo di Tortona mons. Giuseppe Ludovico de Anduxar. Non deve meravigliare questo gesto, se si considera che la Parrocchia di Casei, fino al Prevosto don Bianchi agli inizi del 1900, fu di “collazione papale”, cioè il suo parroco era nominato direttamente da Roma con bolla papale e per potervi essere designato un sacerdote doveva esibire un titolo accademico in teologia conseguito presso una facoltà romana, come attesta un documento dell’archivio parrocchiale, datato 1806. All’epoca della traslazione a Casei di San Fortunato risale la preziosa urna che custodisce le reliquie e in quell’occasione le ossa del capo frantumate (indizio del martirio avvenuto a colpi di clava, come si usava fare presso l’esercito romano in occasione delle decimazioni) vennero inserite nella sagoma in gesso del teschio, poi rivestito con l’elmo.



venerdì 21 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (5)




21 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(dal Messale Mozarabico)

O Dio, nostro guaritore e medico eterno, che facesti Cosma e Damiano incrollabili nella fede, invincibili per il coraggio, affinché con le loro ferite portassero rimedio alle ferite umane, essi, che prima del loro martirio, con una terapeutica terrena, operarono la salute dei popoli, costituiscili, te ne preghiamo, nostri custodi e medici delle nostre infermità. Per essi sia guarito quanto in noi vi è d'infermo, per essi sia la guarigione senza ricadute, per essi trovino rimedio i corpi e le anime. Mettano essi termine alle segrete malattie dell'anima, ai visibili languori concedano pronta salute. Con la loro intercessione spremano il pus delle ferite, con le dita della loro preghiera le detergano fino in fondo, vadano essi incontro alle miserie umane per portare ad esse rimedio. Sorreggano il peso che schiaccia gli uomini e possano quaggiù custodirci immuni dalla malattia del peccato per condurci ad essere coronati nella celeste patria. Amen


IMMAGINE FONTE

Un pensiero ...





«Tra tutte le preghiere il Padre Nostro occupa certamente il primo posto, perché possiede i cinque più importanti requisiti che ogni preghiera deve possedere. Innanzitutto infonde molta fiducia perché ci è stata consegnata da Gesù Cristo, che è intercessore sapientissimo nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3) e che è nostro avvocato presso il Padre (1 Gv 2,1). È una preghiera retta perché in essa chiediamo a Dio le cose che lui stesso ci ha insegnato a chiedere. È umile perché chi prega non presume assolutamente nulla, ma aspetta di ottenere tutto dall’onnipotenza divina».

S. Tommaso d'Aquino



da:
Tommaso d’Aquino
La preghiera cristiana
Il Padre Nostro, l’Ave Maria e altre preghiere
Collana «Le frecce», Vol. 29, ESD
pp. 128 - formato mm 115 x 190 brossura -  € 10,00
ISBN 9788870948042

giovedì 20 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (4)




20 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(Inno di Scilla, RC)

O Gloriosi Martiri che entrambi in Ciel splendete\ il devoto accogliete inno del vostro amor.
Per voi, gloriosi atleti, s'accresca in noi la Fede \ e s'avviva in due credi: Speranza e Carità!
Voi medici pietosi sanaste i corpi infermi \ e a noi, languenti, germi spargeste di virtù.
A voi, germani invitti, niun ricorse invano!
Per voi la vera Pace ci addita in quest'esilio \ e sia d'ogni periglio salva la nostra Età!
Oh! Cosma e Damiano, Martiri di Gesù! Amen

“Dunque, sia io che loro, ...

così predichiamo e così avete creduto”. (1 Cor 15)



San Andrea Kim Tai-gon sacerdote
martire in Corea



Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Memoria dei Santi Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e compagni


Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”.

La prima lettura, nel racconto di San Paolo, narra come si è diffusa la buona notizia che Gesù “morì per i nostri peccati secondo le Scritture” e che sempre “secondo le Scritture” è risorto da morte e poi apparve a Cefa (Simon Pietro), a Giacomo, a tutti i Dodici e poi “a più di cinquecento fratelli in una sola volta”; infine l’Apostolo afferma: “Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”.

Il dire “secondo le Scritture” è perché vuole farci notare che Gesù è l’atteso, annunciato da secoli, il promesso ad Abramo.

San Paolo racconta la fatica di custodire la grazia di quell’incontro, ma “la sua grazia in me non è stata vana”.

Quando il Signore mi ha incontrato? La sua grazia opera in me, ed io se pur lottando devo farla operare in me…

La lettura si conclude: “Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto”.

Questa racconto non è finito con loro, ma prosegue con noi.
Oggi celebriamo l’azione dello Spirito, che soffia dove vuole, con l’apostolato di un generoso manipolo di laici che è alla radice della santa Chiesa di Dio in terra coreana. Il primo germe della fede cattolica, portato da un laico coreano nel 1784 al suo ritorno in Patria da Pechino, fu fecondato sulla metà del secolo XIX dal martirio che vide associati 103 membri della giovane comunità:

Agata Chon Kyong-Hyob, laica
Agata Kim A-gi, laica sposata
Agata Kwon Chin-i, giovane laica sposata
Agata Yi Kan-nan, vedova laica
Agata Yi Kyong-i, laica
Agata Yi So-sa, laica sposata
Agata Yi, giovane laica
Agnese Kim Hyo-Ch’u, giovane laica
Agostino Pak Chong-won, laico sposato e catechista
Agostino Yi Kwang-hon, laico sposato e catechista
Agostino Yu Chin-Kil, laico sposato
Alessio U Se-Yong, giovane laico
Andrea Chong Hwa-Gyong, laico e catechista
Andrea Kim Tae-gon, sacerdote
Anna Kim Chang-gum, laica sposata
Anna Pak A-gi, laica sposata
Antonio Daveluy, sacerdote
Antonio Kim Song-u, laico sposato e catechista
Barbara Ch’oe Yong-i, giovane laica sposata
Barbara Cho Chung-i, laica sposata
Barbara Han A-gi, laica sposata
Barbara Kim, laica sposata
Barbara Ko Sun-i, laica sposata
Barbara Kwon Hui, laica sposata
Barbara Yi Chong-Hui, laica sposata
Barbara Yi, adolescente
Bartolomeo Chong Mun-ho, laico
Benedetta Hyong Kyong-nyon, laica sposata e catechista
Bernardo Luigi Beaulieu, sacerdote
Carlo Cho Shin Ch’ol, laico
Carlo Hyon Song-mun, laico e catechista
Caterina Chong Ch’or-yom, laica sposata
Caterina Yi, vedova
Cecilia Yu So-sa, laica sposata
Colomba Kim Hyo-im, laica
Damiano Nam Myong-hyok, laico sposato e catechista
Elisabetta Chong Chong-hye, laica
Francesco Ch’Oe Kyong-hwan, laico e catechista
Giacomo Onorato Chastan, sacerdote
Giovanni Battista Chon Chang-Un, laico
Giovanni Battista Nam Chong-Sam, laico
Giovanni Battista Yi Kwang-hon, laico e catechista
Giovanni Pak Hu-Jae, laico sposato
Giovanni Yi Mun-u, laico sposato
Giovanni Yi Yun-Il, laico sposato
Giulitta Kim, laica
Giuseppe Chang Chu-Gi, laico e catechista
Giuseppe Chang Song-jib, laico sposato
Giuseppe Cho Yun-ho, giovane laico e catechista
Giuseppe Han Won-so, laico e catechista
Giuseppe Im Ch’i-p’ek, laico sposato
Ignazio Kim Che-Jun, laico sposato
Lorenzo Han I-hyong, laico sposato e catechista
Lorenzo Maria Giuseppe Imbert, sacerdote
Luca Hwang Sok-Tu, laico sposato e catechista
Lucia Kim Nu-sia, giovane laica
Lucia Kim, laica sposata
Lucia Pak Hui-sun, laica
Maddalena Cho, laica, figlia di Caterina Yi
Maddalena Han Yong-i, laica sposata
Maddalena Ho Kye-Im, laica sposata
Maddalena Kim Ob-i, laica sposata
Maddalena Pak Pong-Son, laica sposata
Maddalena Son So-byok, laica sposata
Maddalena Yi Yong-dok, laica
Maddalena Yi Yong-hui, laica
Marco Chong Ui-Bae, laico, vedovo e catechista
Maria Pak K’un-agi, laica
Maria Won Kwi-im, giovane laica
Maria Yi In-dok, giovane laica
Maria Yi Yon-Hui, laica sposata
Marta Kim Song-im, laica sposata
Martino Luca Huin, sacerdote
Paolo Chong Ha-Sang, laico e catechista
Paolo Ho Hyob, laico
Paolo Hong Yong-ju, laico e catechista
Perpetua Hong Kum-Ju, laica sposata
Pietro Aumaître, sacerdote
Pietro Ch’oe Ch’ang-hub, laico sposato e catechista
Pietro Ch’oe Hyong, laico e catechista
Pietro Cho Hwa-so, laico sposato
Pietro Chong Won-ji, giovane laico sposato
Pietro Enrico Dorie, sacerdote
Pietro Filiberto Maubant, sacerdote
Pietro Hong Pyong-ju, laico e catechista
Pietro Kwon Tug-in, laico sposato
Pietro Nam Kyong-mun, laico sposato e catechista
Pietro Son Son-j, laico sposato e catechista
Pietro Yi Ho-yong, laico
Pietro Yi Myong-so, laico sposato
Pietro Yu Chong-Nyul, laico sposato


Santi Pietro Yu Tae-chol e Agostino Yu Chin-gil,
martiri in Corea

Pietro Yu Tae-Ch’ol, adolescente
Protasio Chong Kuk-bo, laico sposato
Rosa Kim No-sa, laica sposata
Sebastiano Nam I-Gwan, laico e catechista
Simeone Francesco Berneux, sacerdote
Simone Maria Giusto Ranfer de Bretenières, sacerdote
Stefano Min Kuk-Ka, vedovo laico e catechista
Susanna U Sur-im, vedova laica
Teresa Kim Im-i, laica
Teresa Kim, vedova
Teresa Yi Mae-im, laica
Tommaso Son Cha-Son, laico

Fra essi si segnalano Andrea Kim Taegŏn, il primo presbitero coreano e l’apostolo laico Paolo Chŏng Hasang. Le persecuzioni che infuriarono in ondate successive dal 1839 al 1867, anziché soffocare la fede dei neofini, suscitarono una primavera dello Spirito a immagine della Chiesa nascente.

L’impronta apostolica di questa comunità dell’Estremo Oriente fu resa, con linguaggio semplice ed efficace, ispirato alla parabola del buon seminatore, dal presbitero Andrea alla vigilia del martirio che esortava dicendo:

“Guardate l'agricoltore che semina nel campo: a tempo opportuno ara la terra, poi la concima e stimando un niente la fatica portata sotto il sole, coltiva il seme prezioso. Quando le spighe sono mature e giunge il tempo della mietitura, il suo cuore, dimenticando fatica e sudore, si rallegra ed esulta per la felicità. Se invece le spighe sono vuote e non gli resta altro che paglia e pula, il contadino, ricordando il duro lavoro e il sudore, quanto più aveva coltivato quel campo, tanto più lo lascerà in abbandono.
Similmente ha fatto il Signore con noi: la terra è il suo campo, noi uomini i germogli, la grazia il concime. Mediante la sua incarnazione e redenzione egli ci ha irrigato con il suo sangue, perché potessimo crescere e giungere a maturazione.
Quando nel giorno del giudizio verrà il tempo di raccogliere, colui che sarà trovato maturo nella grazia, godrà nel regno dei cieli come figlio adottivo di Dio…”

Nel suo viaggio pastorale in quella terra lontana il beato Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1984, iscrisse i martiri coreani nel calendario dei santi. La loro memoria si celebra nella data odierna in tutta la Chiesa, segno di come il racconto di San Paolo è continuato e continuerà nei secoli.

mercoledì 19 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (3)






19 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(dal prefazio dei Santi)

Noi ti lodiamo, Signore, per la testimonianza dei tuoi San­ti Martiri Cosma e Damiano. Nella loro vita ci offri un esempio, nell'intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un vincolo d'amore fraterno. Attraverso la loro te­stimonianza tu manifesti l'azione meravigliosa e feconda del tuo Spirito nella nostra storia; insieme, doni a noi tuoi figli un segno sicuro del tuo amore. Confortati e spinti dal loro esempio e dalla loro intercessione, riprendiamo con fiducia il cammino della vita perché anche in noi si compia il tuo mistero di salvezza e, liberati da ogni male, possiamo godere per sempre la tua gloria. Amen.

martedì 18 settembre 2012

Unione di fatto...






OGGI è partito il registro delle unioni di fatto presso il comune di Milano!

PURA PUTTANATA senza valore, soprattutto x soddisfare il purito di qualcuno... le cose si fanno serie o non si fanno!

In Tv aveva detto una consigliera che se poi si lasciano, vanno all'ufficio e si cancellano.. ma usano  la gomma perchè è pure scritto in matita?

Vuoi fare le unioni gay falle!! ma seriemente, ma null'altro, il matrimonio civile è per le coppie etero, in caso contrario diamo spazio all'anarchia legalizzata!

Il Cantico del Bene





Chi fa ben sol per paura
non fa niente e poco dura.
Chi fa ben sol per usanza
se non perde, poco avanza.
Chi fa ben come per forza
lascia il frutto e tien la scorza.
Chi fa ben qual sciocco a caso
va per l'acqua senza vaso.
Chi fa ben per parer buono
non acquista altro che suono.
Chi fa ben per vanagloria
non avrà già mai vittoria.
Chi fa ben per avarizia
cresce sempre più in malizia.
Chi fa ben con negligenza
perde il frutto e la semenza.
Chi fa bene all'indiscreta
senza frutto mai s'acquieta.
Chi fa ben per solo gusto
mai sarà santo né giusto.
Chi fa ben sol per salvarsi
troppo s'ama e non sa amarsi.
Chi fa ben per puro amore
dona a Dio l'anima e il cuore e qual figlio servitore
sarà unito al suo Signore.
Gesù dolce Salvatore
sia lodato a tutte l'ore il supremo e
gran Motore d'ogni grazia donatore.
Amen.

S. Giuseppe da Copertino

Un "fratel Asino" dalla profonda sapienza teologica

di Pietro Barbini
FONTE 18 settembre 2012 (ZENIT.org)





Nel 2003 cadeva il IV centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino, del quale oggi si festeggia la memoria liturgica.
In questo santo “risplende la sapienza dei piccoli e lo spirito delle Beatitudini evangeliche”, colui che ci “indica la strada che conduce all’autentica gioia, pur in mezzo a fatiche e tribolazioni”, “una gioia che viene dall’alto e nasce dall’amore per Dio e per i fratelli”: queste furono le parole che in quell’occasione pronunciò il beato Giovanni Paolo II. Mai parole furono più adatte per descrivere la vita del Santo pugliese che ancor oggi contagia del suo amore chi ne viene a contatto.
Nato da una famiglia dalle umili origini, il 17 giugno 1603, Giuseppe Desa – questo il suo nome anagrafico - a 25 anni fu ordinato sacerdote e accolto nell’ordine dei Frati Minori Conventuali di Puglia. Amore, semplicità, umiltà e sacrificio contraddistinsero la vita di questo frate che trascorreva le sue giornate tra incessanti preghiere e lunghe meditazioni. Qualsiasi compito svolgesse il suo sguardo era sempre rivolto al cielo ed ogni sua azione mirava al conseguimento delle virtù celesti.


San Giuseppe da Copertino è noto ai più per le frequenti estasi che lo portavano a lievitare da terra, rimanendo sollevato anche per lungo tempo; per questo fu accusato di messianismo e sottoposto al tribunale dell’inquisizione che lo ritenne poi innocente, ma, per una sorta di prudenza da parte dei suoi superiori, fu allontanato dal suo ordine per circa vent’anni e trasferito prima ad Assisi, poi nel Convento dei Capuccini di Pietrarubbia ed infine Fossombrone.
Solamente nel 1657 poté tornare all’interno del suo ordine, vivendo serenamente gli ultimi anni della sua vita nel convento di Osimo, dove morì e dove tuttora viene conservato il suo corpo all’interno di una teca. San Giuseppe da Copertino ebbe una vita semplice, ma non facile, ed anche il saio, come si suol dire, dovette conquistarselo con molta fatica.




Diventare sacerdote, allora come oggi, richiedeva il possesso di un’adeguata istruzione che il futuro santo assolutamente non aveva (gli agiografi raccontano che non era proprio portato per lo studio), anche a causa di una malattia che lo costrinse ad abbandonare gli studi, appena cominciati, a soli sette anni (la sua guarigione, all’età di 15 anni, fu attribuita alla Madonna delle Grazie di Galatone, alla quale rimarrà devoto per tutta la vita); fu proprio in questo periodo che nel cuore di Giuseppe si instaurò il desiderio di consacrare la sua vita a Cristo, servendolo come sacerdote francescano.
La mancanza d’istruzione, comunque, non intimidì il giovane Giuseppe nel rispondere alla “chiamata” di Dio e con molta umiltà, impegno ed estenuanti ore di studio, coadiuvato dallo zio, anch’egli frate francescano e noto teologo dell’epoca, riuscì a superare con successo tutti gli esami, grazie anche alle prodigiose intercessioni della Madonna, che Giuseppe pregava assiduamente. Si racconta, infatti, che, prima di sostenere l’esame per diventare diacono, la Madonna gli apparve in sogno consegnandogli il brano delle Sacre Scritture sul quale venne poi interrogato.
L’aneddoto più noto, invece, riferisce di come Giuseppe riuscì a passare l’ultimo difficile esame, prima di essere ordinato sacerdote, senza nemmeno essere interrogato, in quanto il Vescovo decise di promuovere tutti in massa dopo aver constatato la buona preparazione dei primi allievi; la cosa fu provvidenziale, visto che tutti conoscevano il programma alla perfezione, tranne Giuseppe. Per questi e molti altri fatti nel 1753, anno della sua beatificazione, gli studenti cattolici lo scelsero come loro Patrono.
È interessante notare che nonostante San Giuseppe da Copertino non fu mai un uomo di cultura, lui stesso usava definirsi “fratel Asino”, nel corso della sua vita si confrontò frequentemente con brillanti teologi, professori ed intellettuali, i quali rimanevano puntualmente colpiti dalle risposte di questo frate che, per quanto semplici, possedevano in sé una profonda sapienza teologica di un’efficacia senza pari. Non a caso moltissimi lo scelsero come maestro spirituale: principi, nobili, regnanti, sacerdoti, religiosi, cardinali, vescovi e addirittura papi, come Urbano VIII e Innocenzo X.
“San Giuseppe da Copertino incoraggia il mondo della cultura, in particolare della scuola, a fondare il sapere umano sulla sapienza di Dio”, disse Giovanni Paolo II, ricordando, con queste parole, che proprio questo amore per Dio e questa sua continua tensione verso il divino, portarono l’umile frate “illetterato” a comporre poesie, “parabole” e cantici, il più noto dei quali fu Il Cantico del bene, che nemmeno lui avrebbe mai sognato di scrivere.
San Giuseppe da Copertino, in sostanza, è la dimostrazione che a Dio nulla è impossibile. Un esempio di come il Signore possa realizzare cose considerate irrealizzabili e umanamente impensabili. La prova che se uno fa la volontà di Dio e si affida pienamente a Lui, non avrà nulla di che temere e che il Signore donerà la forza per affrontare qualsiasi tipo di “impresa”.


SAN EUSTORGIO I, vescovo di Milano





18 settembre
SAN EUSTORGIO I, vescovo
MEMORIA

Eustorgio fu il nono vescovo di Milano. La tradizione lo ricorda di origine greca, mandato a Milano dall’imperatore come governatore. Alla morte di Protasio fu eletto vescovo. Recatosi a Costantinopoli, al ritorno avrebbe eretto la chiesa che porta il suo nome, presso il luogo della primitiva comunità cristiana in zona porta Ticinese. In essa collocò l’arca con le reliquie dei Magi, poi trafugate dal Barbarossa e portate a Colonia. Eustorgio morì un 18 settembre poco prima dell'anno 355 e fu sepolto nella basilica “dei Re”, poi a lui dedicata.





Martirologio Romano, 18 settembre: A Milano, sant’Eustorgio, vescovo, di cui sant’Atanasio loda la professione della vera fede contro l’eresia ariana.

NOVENA AI SANTI MEDICI (2)





18 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
PER CHIEDERE FEDE e LIBERTà

Noi ti lodiamo e ti adoriamo, Signore, re del martiri, che per noi offristi la tua vita nella cena pasquale e nella oblazione cruenta sulla croce. Per i santi martiri Cosma e Da­miano, uccisi a causa del vange­lo e per testimoniare la loro fe­de in te, ti preghiamo, donaci la vera libertà di spirito, da' a noi pure una fede pura e coerente, fa che sosteniamo con fortezza le prove della vita e do­naci di vincere le seduzioni del mondo, perché possiamo piacerti e meritare come loro di essere un giorno par­tecipi della tua gloria. Amen.


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