lunedì 19 agosto 2019

Gesù!




Gesù! Mio amato Gesù! Buon Gesù, sì Gesù per me! Gesù, mi dò totalmente a te! Buon Gesù mi consegno totalmente a te! Buon Gesù ti dò tutto il mio cuore, colmalo del tuo santo amore. Gesù sei totalmente mio! Quando sarò io totalmente tuo? Mio tutto, sì per me la totalità, perché tutto il resto non significa niente per me! 

(S. Giovanni Eudes)

martedì 6 agosto 2019

"Madonna dei lavoratori", prega per noi!

 
 
La Madonna della Valle

"Madonna della Valle" è il nome scelto per affidare a Maria la zona industriale, per invocarla come "Madonna dei lavoratori". Un nome per indicare che alla dimensione cristologica e giuseppina del lavoro, fatta di sacrificio e nobilitazione della persona, deve accompagnarsi quella mariana, fatta di ascolto, di socializzazione e disponibilità. Un nome per chiedere a Maria di guidare chi lavora verso Gesù Cristo, per imparare da lui il senso del vivere e del lavorare.
La statua lignea che la rappresenta è stata scolpita in legno a Ortisei, in Val Gardena, a somiglianza delle antiche statue abruzzesi, benedetta da papa Benedetto XVI il 22 aprile 2009.

La Vergine, attraverso le mani giunte e l'espressione seria e dolce del viso, invita ad ascoltare l'insegnamento di suo Figlio, "Divino Lavoratore", assiso sulle sue ginocchia, che regge con una mano il libro del Vangelo con su scritto "Io sono la via, la verità e la vita", con l'altra tre attrezzi da falegname, lavoro che la tradizione gli attribuisce agli anni vissuti a Nazaret, per indicare tre rispettivi significati del lavoro cristiano: il martello: forza fisica e intellettuale, fatica, passione, sacrificio, quantità di prodotto; la squadra: intelligenza, competenza, professionalità, perfezione della persona, qualità del prodotto; il pennello: dignità della persona, arte e bellezza del mondo, collaborazione, solidarietà, rispetto dell'ambiente. Il bambino mostrando sullo stesso piano libro e attrezzi insegna a tenere in giusto equilibrio preghiera e lavoro, dimensione spirituale e materiale, questione economica e culturale, aspetto produttivo e sociale.
E' il messaggio di S. Benedetto "Ora et Labora", "Prega e Lavora", diffuso in Europa dai suoi discepoli, a cui si deve l'evangelizzazione della Val di Sangro, come testimoniano le varie memorie benedettine esistenti.

La posizione seduta della Madonna, segno della sua dignità di madre, discepola, sede della Sapienza di Cristo e Regina dell'universo, richiama il senso del riposo cristiano e della domenica, i cui punti cardinali sono stati così tracciati dall'arcivescovo Bruno Forte: Umanizzazione: il riposo domenicale afferma la signoria dell'uomo sul lavoro, perchè lavoro e riposo sono necessari allo stesso modo per la dignità della persona. Riposarsi è prendersi cura di se stessi, rimettere al centro i motivi per i quali lavorare un'intera settimana. Socializzazione: il lavoro porta ad avere a che fare sempre con le stesse persone e con i loro ruoli professionali. Il riposo domenicale permette di allargare la cerchia degli incontri, stare con la famiglia, sentirsi parte della propria città, curare le amicizie, aderire ad iniziative di incontro. Ecclesialità: l'Eucaristia domenicale è necessaria per rafforzare i legami con Cristo e la sua Chiesa, per sentirsi e vedersi pietre viventi della propria parrocchia. Santità: con la sua cadenza settimanale, la domenica ricorda che vivere è andare oltre, diventare santi, giungere alla vita eterna. Riposarsi è avere la possibilità di partecipare ad un incontro di formazione spirituale, un ritiro, un pellegrinaggio, una visita di solidarietà.

La statua della Madonna della Valle o dei lavoratori è conservata nella chiesa parrocchiale di Montemarcone di Atessa, dedicata a S. Vincenzo Ferrer, la più antica della zona industriale Val di Sangro. La festa si celebra il primo maggio. Il 12 settembre, giorno del Santo Nome di Maria, si svolge la festa al monumento nella rotatoria di accesso sud alla zona industriale, inaugurato lo stesso giorno del 2010.

La nascita della zona industriale ha dato nuova identità alla Val di Sangro, configurandola come principale centro economico e produttivo dell'Abruzzo, affidando alla città di Atessa l'impegnativo ruolo di capofila del "popolo sangrino", formato dai lavoratori provenienti da paesi vicini e lontani, che nel suo territorio, insieme al lavoro, hanno trovato anche occasione di socializzazione e crescita.
 
FONTE: Parrocchia S. Vincenzo - Loc. Montemarcone, Atessa (Chieti)

lunedì 5 agosto 2019

San Leucio, tra agiografia e culto

 Un testo molto bello, che propone un quadro molto completo su S. Leucio.


San Leucio d'Alessandria d'Egitto
evangelizzatore e vescovo di Brindisi
patrono di San Salvatore Telesino

I dati in nostro possesso non ci permettono di fissare coordinate storiche ben precise sulla figura di San Leucio.

Le note biografiche tramandate dalle varie Vite, scritte tra IX e XII secolo e tutte in latino, di produzione longobarda e prenormanna, non concordano , infatti, neppure nel definire l’arco cronologico della sua vicenda terrena , che va collocata tra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo, sulla base di tutta una serie di considerazioni ed analisi documentate negli Atti del convegno sul Santo, svoltosi a Brindisi nel 1984 e coordinato da Rosario Jurlaro, uno dei massimi esperti di problemi leuciani.

Il destino di San Leucio, nato ad Alessandria d’Egitto, è segnato fin dalla nascita. Suo padre Eudecio e sua madre Eufrodisia lo chiamano Euprescio, nomi che richiamano insistentemente la vocazione al bene espresso nel prefisso “eu”, Euprescio, alla morte della madre, entra con il padre nel monastero di Sant’Ermete, fiero oppositore degli Ariani e, per ordine divino, muta il suo nome in Leucio, ovvero portatore di luce spirituale, ma è costretto alla prova dell’ordalia dal mago Zerea che rivendica la priorità della chiamata divina. Leucio, per la vittoria sul mago e per la sua condotta di vita, esemplata sullo stile ascetico della tradizione monastica del deserto che ha il suo modello originario in Sant’Antonio abate, riceve prima la nomina di abate e poi quella di vescovo di Alessandria. Opera miracoli, guarisce i malati e scaccia il demonio dal corpo di un Etiope, ma, divenuta gravissima la repressione dei Cristiani ad opera del prefetto Saturnino, Leucio, predestinato alla missione apostolica e seguendo l’ispirazione divina, lascia l’Egitto e si reca a Brindisi. Nella nuova città svolge la sua luminosa opera di evangelizzazione e riesce a convertire anche il prefetto Antioco, capo dell’opposizione pagana contro i cristiani, con il miracolo della pioggia, ottenuta per intercessione divina, dopo due anni di siccità. Dopo aver battezzato tutti i pagani, convertiti dall’evento prodigioso, ed edificata una basilica dedicata alla Vergine ed a Giovanni Battista, Leucio, nominato primo vescovo di Brindisi, continua la sua missione evangelica fino alla morte, avvenuta in un anno imprecisato, l’11 gennaio, giorno della sua festa liturgica.

Il vescovo Leucio viene sepolto in un oratorio fuori città, ma le sue spoglie mortali, martoriate, divise e trafugate, subiscono una diaspora terribile.

Già il papa Gregorio Magno, in una lettera del 601, facilita lo smembramento della salma, chiedendo a Pietro, vescovo di Otranto e Brindisi, di procurargli reliquie di San Leucio da destinare ad un monastero presso Roma, derubato di reliquie proprie. Durante le operazioni di guerra e di conquista di Brindisi, di Taranto e di tutta la penisola salentina, da parte dei Longobardi, avvenute nel VII secolo e narrate da Paolo Diacono, le spoglie di San Leucio vengono trafugate dagli abitanti di Trani e sepolte nell’ipogeo della cattedrale, intitolato al Santo e tuttora visitabile. Una reliquia del corpo viene prelevata dal vescovo di Canosa e portata nella basilica intitolata ai Santi Cosma e Damiano, ridedicata, nell’occasione, a San Leucio. Dopo la conversione dei Longobardi di Benevento, ad opera di San Barbato (morto nel 682), la duchessa Teodorata (morta nel 706), moglie di Romualdo, promuove un vastissimo programma di restauro e costruzione di edifici religiosi ed il recupero dei culti di santi locali, San Michele, San Sabino, San Leucio, San Pelino, San Giorgio, San Teodoro ecc.. Nel IX secolo le reliquie di San Leucio vengono traslate da Trani a Benevento, dove tuttora si conservano, tranne un braccio riportato a Brindisi e venerato nella basilica cattedrale costruita per volere del vescovo Teodosio, a cui si deve la spinta per il ripopolamento della città. Una reliquia, secondo la tradizione che trova conferma nella biografia leuciana stilata da P. D’Onofrj (1891), sarebbe giunta anche ad Atessa, portata da un soldato viandante che aveva trafugato a Benevento un dito del Santo. Nella seconda metà del XVIII secolo, la venerazione della reliquia viene vietata dal prevosto Maccafani che la fa murare in una cassetta di pietra, posta poi sulla sommità della facciata della chiesa.

Il culto di San Leucio, già radicato in area pugliese, viene diffuso intorno al IX secolo dai Longobardi di Benevento, insieme al culto di altri Santi.

Leucio, discepolo di Sant’Ermete, difensore dell’ortodossia, partito da un Egitto in preda al caos ed all’eresia, potrebbe essere giunto a Brindisi come profugo o visitatore di confratelli all’inizio del V sec., per liberare anche questa città dagli eretici e riscattarla a pieno dal paganesimo, in un territorio disegnato dalla presenza di diverse comunità di monaci, ai quali, con buona probabilità, è diretta la Vita Antonii scritta da Sant’Atanasio di Alessandria.

Diversi toponimi e numerosi monasteri, chiese, cappelle, basiliche e sacelli in onore del Santo, sono presenti nei documenti antichi ed attestano il suo culto, oltre che a Brindisi, Canosa e Trani, anche a Molfetta, Bari, Massafra, Conversano ed Oria, sede episcopale dopo la distruzione di Brindisi. A Nardò il monastero di San Leucio, fiorente intorno al mille, presenta il rito italo-greco; a Lecce il culto di San Leucio assume connotazioni locali, quasi una sorta di duplicazione della sua opera di vescovo e di evangelizzatore in ambiti leccesi.

In Campania il culto è vivo nelle aree di penetrazione longobarda: Benevento, Capua, Montevergine, San Leucio del Sannio, Suessola presso Nola, San Salvatore Telesino, nel medioevo zona paludosa e malarica, fino a Veroli, in provincia di Frosinone. A Caserta, per volere di Ferdinando IV, nel 1789, alle pendici del monte che ospita una chiesetta di San Leucio, viene fondato l’omonimo villaggio, dichiarato Real Colonia, comprendente una manifattura di seta ed una filanda, contornate da case a schiera per gli operai, organizzati con regole di “socialismo” di avanguardia.

In Abruzzo-Molise il culto di San Leucio si afferma dapprima fra IX e X secolo, ad opera dei Longobardi, ma acquista nuovo slancio e vigore fra XIII e XV secolo, veicolato lungo le piste armentizie, con la ripresa della grande transumanza orizzontale con la Puglia, organizzata razionalmente e disciplinata giuridicamente sotto Alfonso d’Aragona. Spostato l’asse devozionale a favore di altri Santi nei secoli successivi, nel XVIII secolo torna di nuovo in auge il culto leuciano. La venerazione del Santo si polarizza lungo i percorsi, gli snodi ed i terminali nevralgici dei tratturi, a Roccadimezzo, Villavalleloga e Pietracamela, ma soprattutto ad Atessa, crocevia di bracci e tratturelli che si diramano verso l’interno. Inoltre, nel Chronicon Farfense, troviamo menzione di chiese dedicate al Santo nella Marsica, a Campuli (Campli), nella diocesi di Penne e vicino Pizzoferrato, mentre per il Molise ci sono attestazioni di chiese leuciane nelle diocesi di Larino e Termoli.

Infine bisogna ricordare che San Leucio viene festeggiato ad Atessa l’11 gennaio ed il 17 agosto, ma la tradizione della doppia festività ricorre anche a Brindisi (11 gennaio e 1 maggio) ed in altre località, probabilmente legata al ciclo stagionale ed alla devozione locale.
 

Adele Cicchitti
(Sintesi dall'articolo “La città nata dal miracolo di San Leucio” in Terra e Gente, a. XXIV, 2, 2004)
in Parrocchia di San Leucio in Atessa (Chieti)

 

mercoledì 17 luglio 2019

Dopo 200 anni...



Quest’anno ricorre il secondo centenario del riconoscimento ab immemorabili del culto e del titolo di beato con decreto ad opera di papa Pio VII (5 maggio 1819).

Beato Antonio è nato a San Germano Vercellese, sul finire del Trecento. La famiglia alla quale apparteneva, quella dei Della Chiesa, avrebbe dato nei secoli più tardi un Papa alla cristianità, con il nome di Benedetto XV. Proprio perché era una famiglia nobile e ambiziosa, non fu facile, per il giovane Antonio, entrare, a 22 anni, tra i domenicani di Vercelli.

Sereno e amabile, anche quando si era trovato in contrasto col padre, Antonio seguì facilmente gli studi e docilmente accettò i voti religiosi. Fu un domenicano tutto simpatia, che con grazia seppe insinuarsi nelle anime, conquistandole a Dio.

Fu superiore del convento di Como, e nella città Lariana venne salutato come un secondo San Felice, apostolo dei comaschi. Passò poi nel convento di Savona, in quello di Bologna, in quello di Firenze. Dovunque lasciò il ricordo di uno zelo premuroso e affettuoso, e di un modo di guidare, con ferma dolcezza e con paziente persuasione.

Per un periodo di tempo fu compagno di San Bernardino da Siena, grande predicatore francescano, nelle sue missioni al popolo attraverso le città d'Italia. Fu Antonio da S. Germano predicatore di successo, ammirato e anche temuto, per le sue inflessibili invettive, come quelle contro gli usurai, o come quando si trovò a polemizzare contro un antipapa scismatico, Felice V, al secolo Amedeo di Savoia. Quando morì, nel 1459, aveva sessantacinque anni, e la sua sepoltura, a Como, in S. Giovanni Pedemonte. La cronache parlano di molti miracoli presso la sua tomba. Più tardi, scomparso il convento comasco, le sue reliquie furono traslate a San Germano Vercellese, dove la memoria di Antonio Della Chiesa è custodita con devoto affetto.

Il Martirologio Romano, così lo ricorda il 22 gennaio: A Como, beato Antonio della Chiesa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che in alcuni conventi dell’Ordine riformò l’osservazione della regola, ponendosi con clemenza dinanzi all’umana fragilità e correggendola con fermezza.

È anche commemorato il 28 luglio, data della traslazione del suo sacro corpo da Como a S. Germano.

lunedì 15 luglio 2019

Santità milanese dimenticata ...



Milano 1669 – Troia (Foggia) 1709
 
Nel 2019 si celebrano i 350 anni dalla nascita, a Milano, 25 dicembre da Sigismondo e Francesca Custodi.
Ebbe la chiamata del Signore a 10 anni, circa, tanto che fuggi di casa per il convento di Modena, ma poi rimandato a casa entro nel 1684 a Milano.
Ordinato sacerdote nel 1693 in S. Sabina a Roma. Dopo un periodo di insegnamento ad Alessandria, Ferrara e Cesena, si adoperò per l’evangelizzazione delle classi povere e alla riforma del clero, richiamandolo alla vita comune, e dei conventi femminili a Cesena.
Voleva partire per la missione ad gentes, ma... il Signore aveva altri progetti.
A Troia (FG), con il sostegno del vescovo, progetto il suo sogno di dare la vita comune al clero secolare. Morì il 20 agosto 1709.
Sepolto nella Chiesa di San Gerolamo. La Causa fu promossa dall'Ordine nel 1756.
Nel 1917 è stata introdotta la sua causa di beatificazione, ora pare arenata. Non c'è traccia nell'archivio delle cause in atto.
Quest'anno si celebrano i 310 anni dalla sua nascita al Cielo.

venerdì 28 giugno 2019

Venerdì … solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù





Venerdì … solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Invito tutti a guardare a quel Cuore e ad imitarne i sentimenti più veri. Pregate per tutti i Sacerdoti e per il mio Ministero petrino, affinché ogni azione pastorale sia improntata sull’amore che Cristo ha per ogni uomo.

(papa Francesco)

giovedì 27 giugno 2019

S. Arialdo, prega per noi!

 
 
 
Nella primavera del 1066 Erlembaldo rientrò in Milano recando due bolle pontificie: la prima di scomunica contro l’arcivescovo Guido; la seconda in cui il Papa esortava il clero milanese a seguire le indicazioni di Roma. Guido da Velate indisse una grande assemblea alla quale accorsero migliaia di persone delle opposte fazioni, tra cui Arialdo ed Erlembaldo.
 
Quando l’arcivescovo inveì contro le pretese del Papa di dettare legge a Milano, una parte della folla si scagliò contro Arialdo e Erlembaldo. Erlembaldo si difese facendo roteare il vessillo della Santa Chiesa dal quale non si separava mai. Arialdo fu costretto a fuggire, ma nelle vicinanze di Piacenza fu arrestato e condotto nel castello di donna Oliva, nipote di Guido da Velate, che il 28 giugno 1066 lo fece trucidare in un isolotto del lago Maggiore. Prima di ucciderlo, gli assassini gli afferrarono le orecchie, intimandogli obbedienza all’arcivescovo di Milano.
 
Al suo rifiuto gli tagliarono le orecchie, mentre Arialdo, elevando gli occhi al Cielo, diceva: «Ti ringrazio o Cristo, che oggi ti sei degnato di annoverarmi tra i suoi martiri». Gli aguzzini gli chiesero ancora se riconosceva l’autorità di Guido, ma egli, mantenendo la consueta fermezza d’animo, rispose di no. Subito, racconta il suo biografo, gli tagliarono via il naso, con il labbro superiore. Gli cavarono allora entrambi gli occhi e gli troncarono la mano destra dicendo: «Questa è la mano che vergava lettere dirette a Roma».
 
Poi gli amputarono il membro virile, dicendo: «Fino ad oggi sei stato predicatore della castità; d’ora in avanti sarai anche casto». Infine gli strapparono la lingua, dicendo: «Finalmente taccia questa lingua che mise scompiglio nelle famiglie dei chierici e le disperse». E così, conclude Andrea da Strumi, «quella santa anima fu liberata dalla carne; il corpo poi fu seppellito in quel luogo. Dopo questi fatti sul posto cominciarono ad apparire durante la notte ai pescatori splendide luci» (p. 145).
Gli assassini allora lo legarono con pesanti pietre e lo affondarono nel punto più profondo del Lago Maggiore. Dopo dieci mesi però, il 3 maggio 1067, il corpo di Arialdo tornò miracolosamente alla superficie. Dopo molte resistenze, donna Oliva consegnò il cadavere ad Erlembaldo, che lo riportò a Milano, dove fu deposto trionfalmente nella chiesa di S. Ambrogio, prima di essere tumulato in S. Celso e, alla fine del XVIII secolo, in Duomo.
 
Alessandro II nel 1068 beatificò Arialdo.
 

domenica 16 giugno 2019

La nostra appartenenza filiale a Dio non è mai un atto individuale...




simbolismo trinitario di Gioacchino da Fiore

Volevo partire dalla prima orazione che in questo solennità racchiude in sintesi le letture appena proclamate:

Ti glorifichi, o Dio, la tua Chiesa,
contemplando il mistero della tua sapienza
con la quale hai creato e ordinato il mondo;
tu che nel Figlio ci hai riconciliati
e nello Spirito ci hai santificati,
fa' che, nella pazienza e nella speranza,
possiamo giungere alla piena conoscenza di te
che sei amore, verità e vita.

La Chiesa, noi, glorifica Dio uno e trino, che rivela la gloria della sua sapienza nella creazione e nell’ordine delle cose create.

La Chiesa contempla la sapienza, cioè l’armonia, la bellezza, l’ordine della creazione, del creato e delle creature.

Siamo richiamati a contemplare, ha riempire i nostri occhi di tutto ciò.

Se penso ai giorni trascorsi in pellegrinaggio in Sardegna, ma anche in questi giorni, trascorsi, all’Oratorio estivo appare un ordine della sapienza che l’uomo è capace di compiere e vivere, perché noi siamo fatti ad immagine e somiglianza del divino che oggi celebriamo nel suo mistero trinitario.

Noi siamo chiamati a contemplare, ma anche a custodire e realizzare l’ordine sapiente di Dio.

In tutto questo ci vuole la pazienza e la speranza: è lo sguardo di Dio su di noi, frutto di quell’essere riconciliati nel Figlio e santificati nello Spirito.

Quindi un cammino fatto da due passi: pazienza e speranza.

Pazienza per le fatiche e i fallimenti, ma speranza perché raggiungeremo la pienezza nella conoscenza di Dio che è amore, verità e vita.

La festa della Santissima Trinità ci richiama alla relazione, ad una fede fatta da relazioni, quelle intra divine, tra Padre, Figlio, Spirito, e quelle con noi e ciascuno di noi: ecclesiali e personali.

Quali relazione ho con sentire della Chiesa? Quali conoscenza ho della Chiesa e della mia fede? Quali relazioni costruisco nella fede, con pazienza e speranza?

Il nostro Dio si è rivelato a noi nel suo Figlio, mostrandoci il Padre e invocando per noi il dono della promessa del Padre, lo Spirito.

Come oggi mostrare Dio?

Scrive il Santo Padre Francesco:

La nostra appartenenza filiale a Dio non è mai un atto individuale ma sempre ecclesiale: dalla comunione con Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, nasce una vita nuova insieme a tanti altri fratelli e sorelle. E questa vita divina non è un prodotto da vendere – noi non facciamo proselitismo – ma una ricchezza da donare, da comunicare, da annunciare: ecco il senso della missione.

Donare, comunicare e annunciare tre parole che possono oggi rivelare Dio attraverso ciascuno di noi. Amen.

domenica 9 giugno 2019

Pentecoste … festa della Chiesa nascente, Chiesa dalle genti




La solennità di Pentecoste come la Pasqua prevede una liturgia di vigilia pari ad una veglia.

Ecco uno stralcio dalla Parola di Dio:

… Egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.

… Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre… il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Avevamo già incontrato lo Spirito, il Paràclito, in questo tempo di Pasqua, come colui che combatte al nostro fianco, Colui che rende presente a noi il Cristo, tanto che anche noi come Paolo possiamo dire:

Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Il Santo Padre Francesco ha ricordato lo scorso mercoledì a pellegrini di lingua italiana:

Domenica prossima celebreremo la solennità della Pentecoste. Il Signore vi trovi tutti pronti ad accogliere l’abbondante effusione dello Spirito Santo. La grazia dei suoi doni infondi in voi nuova vitalità alla fede, rinvigorisca la speranza e dia forza operativa alla carità.

Quali doni del Paràclito ho più bisogno per dare vitalità alla fede, vigore alla speranza e operatività alla carità?

Forse ad uno serve di più invocare il dono della Fortezza; ad un altro il dono dell’Intelletto; ad un altro il Timore di Dio…

Vi suggerisco di ascoltare la catechesi dell’amato Cardinale Carlo Maria Martini sui sette doni dello Spirito Santo (ascoltabile in fondo al link), oppure la meditazione di Benedetto XVI ai cresimandi o un altro testo a vostro piacimento.
Ma anche un articolo dal Corriere della Sera dopo la Via Crucis del Venerdì Santo 2019. Due testi che richiamano la Pentecoste: i doni dello Spirito e la festa della Chiesa nascente, Chiesa dalle genti.

Buona lettura e buona meditazione in questo nuovo periodo che con lunedì inizia, il tempo ordinario, il tempo abitato e guidato dallo Spirito, così come lo fu per gli Apostoli sarà per noi.

Vieni, Santo Spirito, vieni per Maria, e consolaci. Amen

sabato 8 giugno 2019

San Calocero, prega per noi!



 
Caio era nativo di Brescia, convertito al Cristianesimo dalla predicazione e dalla costanza dei santi Faustino e Giovita, prese il nome di Calocero. Secondo gli Atti dei Santi Faustino e Giovita fu martirizzato ad Albenga sotto Adriano (117-138). Il culto di questo martire fu limitato ad alcune diocesi del nord Italia: Brescia, Milano, Asti, Ivrea e Tortona. Probabilmente le sue reliquie sarebbero state trasferite verso la metà del IX secolo nel monastero di S. Pietro al Monte, a Civate (Como).
L'immagine è della chiesa di S. Calocero in Milano, che venne demolita nel 1951, dove sarà l'immagine venerata?
 
San Calocero, prega per noi!

venerdì 7 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia






La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

giovedì 6 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

mercoledì 5 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

martedì 4 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.
 
 
 
 
 
 
San Giuliano Martire
Calatafimi Segesta
Trapani

lunedì 3 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia


 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

domenica 2 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

sabato 1 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

venerdì 31 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (5)


Santuario Madonna dei Martiri a Fonni (NU)

Con i suoi mille metri di altitudine è il comune più alto della Sardegna, nel cuore del Gennargentu. I francescani vi arrivarono nel 1610 e vi fondarono una chiesa dedicata alla Santissima Trinità e un convento. Il secolo successivo, sullo stesso sito, fecero costruire il capolavoro barocco del santuario della Vergine dei Martiri.

Il 14 aprile 1610 il padre francescano Giorgio d'Acillara prese possesso del luogo dove sarebbero dovuti sorgere la chiesa e il convento. Il sito, donato dal fonnese don Stefano Melis, era ubicato nel rione Logotza della "villa" di Fonni appartenente al feudo di Mandas. Sulla facciata della chiesa ancora oggi è ben visibile, sopra il portale principale, lo stemma gentilizio della famiglia: un melo carico di frutti.

Convento e chiesa, dedicata alla Santissima Trinità, vennero ultimati dopo molteplici interruzioni intorno al 1632-33. La pianta della chiesa era molto semplice: un'aula mononavata, voltata a botte, con tre cappelle per parte e il presbiterio sopraelevato dove si trova il quadro di Antonio Todde raffigurante la Trinità. Annesso vi era il convento dal classico impianto francescano: un quadrilatero di celle affacciate sul chiostro, dove si trova il pozzo centrale.

Nel 1702, dopo la demolizione della cappella del Rosario, per iniziativa di padre Pacifico Guiso Pirella di Nuoro (1675-1735), s'iniziò la costruzione del nuovo organismo dedicato alla Vergine dei Martiri, che s'innestava su quello dedicato alla Trinità. Il progetto di padre Guiso, comprendente la chiesa superiore e un santuario sotterraneo (la cripta), venne realizzato dall'architetto-capomastro milanese Giuseppe Quallio e da alcuni suoi conterranei: Giovanni Battista Corbellini, Ambrogio Mutoni e Giovan Battista Reti. I lavori terminarono nell'ottobre del 1706.

La cappella-basilica è costituita da una navata centrale coperta con volta a botte sulla quale si affacciano due cappelle semicircolari. Conclude la struttura il presbiterio rialzato che ospita l'altare della Madonna dei Martiri.

La venerata immagine della Vergine dei Martiri, che la tradizione racconta sia stata fabbricata con le ossa provenienti dalle catacombe romane di Lucina.

All'incrocio con le cappelle, su un alto tamburo finestrato insiste la cupola ottagonale. La fastosa decorazione scultorea della basilica è arricchita dalle pitture di Pietro Antonio e Gregorio Are (padre e figlio).

Il santuario sotterraneo dedicato a Sant'Efisio e a San Gregorio Magno, considerati i Padri della fede dei Barbaricini, è strutturato in due ambienti che originariamente erano separati da un'inferriata: il vestibolo e il santuario. Nel primo, a pianta rettangolare con copertura a botte, cinque nicchie per lato ospitano busti di Santi legati alla tradizione francescana. Nel secondo ambiente, sempre a pianta rettangolare e voltato a botte, si trovano numerosi altari e simulacri in stucco policromo realizzati dal Mutoni e dal Corbellino. Le tempere nella volta sono state eseguite dagli Are.

L'oratorio di San Michele Arcangelo venne eretto tra il 1758-1759 su modelli lombardi importati dal Quallio e dai suoi collaboratori. La cupola dell'edificio è decorata con le tempere di Gregorio Are. All'interno del Convento è conservata una preziosa collezione di dipinti del Seicento e del Settecento, eseguiti da artisti che hanno lavorato nel cantiere francescano: Antonio Todde, Giuseppe Lopez e Pietro Antonio Are.
 

Chiesa di San Lussorio in Fordongianus (OR)

Santuario di San Lussorio appena fuori dal nucleo abitato di Fordongianus (OR) su un rilievo che domina sulla vallata. Il complesso è in dedicazione al santo martirizzato nel 304 sotto l’imperatore Diocleziano.

Il complesso è composto dalla chiesa romanica e il santuario di età tardoantica e bizantina che si trova sotto il livello del terreno, costruito quindi al di sotto del successivo edificio medievale.

All’interno la chiesa si presenta a singola navata, con abside orientata a est, realizzato interamente in pietra vulcanica dai toni rossi e copertura in legno. Resti di antichi affreschi si trovano nell’ipogeo assieme a un’iscrizione latina di epoca medievale.

Nel santuario bizantino si trova al tomba dove si presume un tempo sia stato conservato il corpo di San Lussorio. La tomba è in sostanza una fossa di rettangolare rivestita di lastrine marmoree. Molto probabilmente il reliquiario venne svuotato nel 1600, quando venne sistemato il pavimento.

Il testo più attendibile della Passio sancti Luxorii martyris (Codex Sancrucensis 13 cc. 238-239), conservato nell'abbazia cistercense di Heiligenkreuz, in Austria, e risalente agli anni immediatamente successivi al 1181, racconta che al tempo degli imperatori romani Diocleziano e Massimiano il paganissimus Luxorius, apparitor del praeses della Sardegna Delphius entrò in possesso delle Sacre Scritture mentre svolgeva la sua attività. Spinto dal desiderio di conoscere i salmi iniziò a sfogliarli e nel leggerli restò talmente colpito nella sua sensibilità da convertirsi al cristianesimo. Cominciò così a pregare, a rinnegare gli idoli e ad applicarsi allo studio del Testo Sacro. Arrestato in seguito a una denuncia e portato in catene davanti al praeses, Lussorio affrontò la disapprovazione del magistrato romano che lo accusava di essere venuto meno alla sua fiducia, di disprezzare gli ordini degli imperatori e di ritenere blasfemi i sacrifici fatti agli dei. Ne scaturì un acceso e polemico confronto anti idolatria, in cui Lussorio replicò con fermezza ad ogni domanda del magistrato, il quale gli prospettò la scelta irrevocabile tra il sacrificio agli dei e la morte. Al suo rifiuto di sacrificare, Delphius ordinò che Lussorio fosse incatenato con pesantissimi ferri e trasferito in carcere.

Alcuni giorni dopo Delphius dispose che Lussorio fosse ricondotto davanti al suo tribunale. Ne sorse una nuova disputa al termine della quale il magistrato, piegato nella dialettica e convinto che neppure i peggiori tormenti fossero in grado di sconfiggerne la resistenza, ordinò la condanna a morte di Lussorio. Le guardie del corpo di Delphius trasferirono Lussorio in territorium fani traianensis, nel territorio di un tempio pagano situato in prossimità della città di Forum Traiani, dove affrontò la morte, mediante decapitazione, dodici giorni prima delle calende di settembre (21 agosto) e dove fu sepolto all'interno di una cripta.

Nel racconto della Passio l'azione giudiziaria è proposta sotto forma di una controversia religiosa, caratteristica del genere letterario agiografico, in cui si assiste al coraggioso tentativo dell'accusato di persuadere il giudice a non perseverare nel suo essere idolatra. Da parte sua il magistrato romano mette in atto tutti i possibili tentativi per non essere costretto ad applicare il decreto imperiale nelle sue estreme conseguenze. Atteggiamento comprensibile, se si tiene conto che fino al momento dell'arresto Lussorio era un suo stretto collaboratore. Subito dopo l'arresto, infatti, Delphius gli si rivolge in tono amichevole: «Ego te summa dilectione habui et cogitavi veram inter primates officii mei tibi honorem dare» cioè gli dice di averlo tenuto in grande predilezione e che pensava veramente di affidare a lui, fra gli eminenti, l'onore della sua carica. Il testo della Passio risponde, almeno in parte, ai canoni dei racconti martiriali tardo antichi piuttosto che alle passio epiche del periodo basso-medioevale. La narrazione è in ogni modo priva di quegli elementi fantastici che distinguono altri racconti agiografici. La lettura che se ne può trarre è che l'autore, pur ricorrendo al repertorio di brani disponibile a favore di quanti volevano esaltare il martirio, ha fatto certamente ricorso a fatti storicamente accertati.

La chiesa di San Lussorio spicca sulla collina, poco fuori Fordongianus, lungo la strada che conduce al paese di Allai. La struttura, posta su una modesta altura, fu edificata nel XII secolo, ma la prima costruzione risalirebbe già al periodo paleocristiano, IV secolo d.C. I resti di questo primo impianto li potremo ammirare insieme, visitando la cripta della chiesa.

San Lussorio: da ufficiale romano a martire cristiano


Lussorio, come testimoniano diverse fonti scritte, era un ufficiale dell’esercito romano di stanza a Forum Traiani (Fordongianus). Nel 304 d.C., sotto l’imperatore Diocleziano, si converte al Cristianesimo e per questo fu arrestato e condannato a morte. Secondo l’iscrizione in marmo inserita nella parete meridionale della chiesa, Lussorio sarebbe stato ucciso il 21 agosto, giorno in cui ancora oggi si celebra il santo.

Pochi anni dopo, nel 313 d.C., con l’editto di Costantino furono liberalizzati i diversi culti in tutto l’impero ed è probabile che il corpo di Lussorio fu recuperato e deposto in una struttura degna di ospitare le spoglie del martire.

La presenza di questo santo, che divenne ben presto molto influente, permise alla città di ricevere il titolo di Sede Vescovile che mantenne per circa 400 anni (dal 484 all’VIII secolo d.C.).

La chiesa è frutto della sovrapposizione di diverse architetture religiose, sorgendo su una collina usata almeno fin dall’età romana come zona cimiteriale. Il primo impianto si data tra il 1110 e il 1120, ed è opera probabilmente dei monaci di San Vittore di Marsiglia. Dopo il parziale crollo di questa costruzione, in stile romanico-provenzale, la chiesa venne ristrutturata nel XV secolo.

La parte frontale, in stile gotico-aragonese e ancora ben conservata, si riferisce proprio a questa seconda fase.

La cripta di San Lussorio


Fino a pochi anni fa vi si accedeva da una botola posta all’interno della chiesa e chiusa da un portellone metallico. Una scalinata di 9 gradini conduceva alla sepoltura di San Lussorio, sovrastata da un arco e protetta da delle grate. Oggi invece, l’ingresso è accessibile da un’apertura ricavata sul lato meridionale della chiesa.

Nella cripta si conservano parte dei pavimenti originali di IV e VI secolo, in mosaico policromo e una serie di sepolture “ad sanctos. Queste dovevano appartenere a persone agiate che sceglievano di essere sepolte vicino al santo per garantirsi la salvezza dell’anima.

Le spoglie di Sant’Archelao


In questa cripta sono stati trovati nel 1615 anche i resti del patrono di Oristano, Sant’Archelao, attualmente collocati nella Cattedrale di Santa Maria Assunta. La festa si celebra a Oristano il 13 di febbraio.


Terme romane in Fordongianus (OR)

Il complesso termale, tra i più importanti della Sardegna, gravita sul sito urbano di "Forum Traiani" (da cui il nome Fordongianus).
L'abitato, di fondazione tardorepubblicana, fu costituito da Traiano come centro di mercato tra le comunità dell'interno e le popolazioni romanizzate dell'entroterra del golfo di Oristano. Entro l'inizio del IV sec. d.C. fu probabilmente elevato al rango di "municipium". Le terme, le antiche "Aquae Ypsitanae", si dispongono su vari livelli e sono composte da due stabilimenti: il primo, a N, del I sec. d.C.; il secondo, a S, del III sec. d.C.Il primo stabilimento sfruttava le acque che ancora oggi sgorgano alla temperatura di 54 °C dallo strato alluvionale soprastante il banco vulcanico. Le acque vennero imbrigliate mediante un muro in opera cementizia con duplice paramento in blocchi squadrati di vulcanite, spesso 3,5, che fungeva anche da argine alle piene del Tirso. La struttura originaria dello stabilimento doveva essere in "opus quadratum", ossia in grossi blocchi di pietra squadrati; in seguito subì vari rimaneggiamenti. Al centro dello stabilimento si trova la "natatio", un'ampia piscina rettangolare (13 x 6,5; profondità 1,5) per balneazioni tiepide (l'acqua calda termale veniva stemperata adducendo acqua fredda da serbatoi situati a monte). La piscina era coperta con volta a botte. I lati S e N erano originariamente porticati; residua il portico S con pilastri a sezione quadrata in blocchi di vulcanite e volta a botte in opera cementizia rinforzata da anelli di blocchi vulcanici cuneati. Lucernai quadrati ne assicuravano l'illuminazione. Sul lato N della "natatio" furono realizzate tre vasche quadrangolari, mentre sul lato E è presente un edificio rettangolare con nicchie sui lati lunghi; una di queste ha restituito un altare consacrato alle ninfe da Servato, liberto dell'imperatore e procuratore delle miniere e dei latifondi imperiali, per la guarigione di Quinto Bebio Modesto, governatore della Sardegna vicino agli imperatori Caracalla e Geta (211-212 d.C.). Il secondo stabilimento, a S, occupa un'area rettangolare (30 x 12) le cui strutture in "opus quadratum" sono probabilmente una parte incorporata del primo stabilimento. Realizzato in "opus vittatum mixtum", aveva verosimilmente l'ingresso originario prospettante sulla piazza lastricata a S. Dall'ingresso si accedeva allo spogliatoio ("apodyterium"), al "frigidarium" (ambiente rettangolare con due vasche), al "tepidarium" (ambiente rettangolare), e al "calidarium" (ambiente con vascone rettangolare). Al contrario del primo, il riscaldamento delle acque del secondo stabilimento era artificiale L'approvvigionamento dell'acqua veniva assicurato, per mezzo di una efficiente rete di canalizzazione, da un sistema di pozzi e cisterne in parte alimentate dall'acquedotto romano. Il raccordo tra i due stabilimenti veniva assicurato da una scalinata che si affacciava sul portico della "natatio". Il piazzale retrostante, lastricato in vulcanite, ha forma trapezoidale (25 x 30 x 25). Sul lato orientale prospetta un edificio a "L", in "opus vittatum mixtum", con cinque vani e due ambienti rettangolari; uno di questi è affrescato con motivi a candelabri e grifoni, databili al 200 d.C. L'edificio potrebbe essere un "hospitium" legato agli ambienti termali.

giovedì 30 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (4)



Santuario Nostra Signora di Bonacatu Bonarcardo (OR)

Troviamo il Santuario Nostra Signora di Bonacatu a Bonarcardo (OR) sul pendio del Montiferru nelle vicinanze del complesso di cui fa anche parte la chiesa romanica di Santa Maria. È il più antico santuario della Sardegna.

Il Santuario di Nostra Signora di Bonacatu, in Bonarcado, è opera tardo romana o primo bizantina e risale al secolo VI o agli inizi del VII. Forse è il Santuario Mariano più antico della Sardegna e la chiesa alto-medioevale più insigne dell’oristanese.

La struttura muraria ed architettonica induce a credere che sia stato costruito dal principe della zona. Alla fine dell’anno 1000, a pochi passi dal Santuario, sorge un nuovo edificio sacro di bella linea romanica. Lo costruisce il giudice Costantino d’Arborea che edifica anche un monastero e chiama a reggerlo i monaci Camaldolesi dell’Abbazia di San Zenone di Pisa. L’abbazia bonarcadese, regalata da ricchi e poveri e valorizzata dai principi, acquista, presto, rinomanza in tutta l’isola. Nel 1146 i giudici sardi, divisi da diverse controversie, sono a Bonarcado assistiti dal Legato Pontificio Villano de Gaetani, che funge da arbitro, per trovare un’intesa di pace alla luce di Maria di Bonacatu.

Un giovane studioso di cose sarde, in una recente pubblicazione, afferma che la sede mariana di Bonarcado era la preferita dai principi quando dovevano essere discussi i problemi della pace, per cui si può dire che la Madonna di Bonacatu è sinonimo di Madonna della Pace, della Concordia.

Il 3 aprile 1237 Pietro II, giudice d’Arborea, “in atrio beatae Mariae de Bonarcado“, alla presenza di quasi tutti i vescovi della Sardegna e di notabili dignitari, civili e militari, riconosce solennemente il supremo dominio della Chiesa Romana sul suo Giudicato e presta giuramento di fedeltà e di vassallaggio al Papa nelle mani del Legato Pontificio in Sardegna.

Nello stesso giorno Pietro II “in ecclesia B.M. de Bonarcado”, riceve dall’arcivescovo Alessandro, legato pontificio, mediante la consegna di un vessillo con l’emblema delle “Somme Chiavi”, la investitura del Giudicato di Arborea.

Nel 1253, sotto lo sguardo di Maria di Bonacatu, si celebra, in Bonarcado, un Concilio Nazionale, presieduto dal Legato Pontificio Prospero, Arcivescovo Turritano.

Questi brevi accenni danno la misura dell’importanza data, nell’antichità, al Santuario di Bonacatu ed al suo monastero del quale non resta traccia alcuna, ma che doveva essere vasto e fastoso se poteva ospitare principi e principesse con i loro cortei di dame, dignitari e uomini d’arme.

I monaci camaldolesi fecero il più bel regalo a Bonarcado quando portarono da Pisa, ed intronizzarono nel santuario una dolcissima ceramica raffigurante la Madonna col Bambino, della scuola di Donatello.

La Madonna, da questa umile sede, ha beneficato la Sardegna con grazie così straordinarie che il paese di Bonarcado, presso molti centri dell’isola, è conosciuto col nome di “Su Meraculu”, cioè “il miracolo”.

Il titolo di “Bonacatu” è tipicamente sardo, anche se di radice latina, per cui si interpreta “Madonna della Buona Accoglienza” o della “Buona Ospitalità”, tant’è vero che anche oggi a chi è stato ospite presso qualcuno si usa chiedere: “Accatu onu, t’ana fattu?”, cioè “ti hanno accolto bene?”. Tale interpretazione non nega, non è in contrasto e nulla toglie alla leggenda del ritrovamento del santuario (dopo un lungo abbandono) da parte di un fortunato cacciatore di Cuglieri o di Abbasanta, o di un altro paese vicino, anzi conferma il suo antico titolo di Bonacatu, cioè di Colei che si fa trovare e mostra il suo viso, offre ospitalità a chi è stanco.

La Santa Sede, non solo in tempi andati, ma anche recentemente, ha guardato con interesse al Santuario di Nostra Signora di Bonacatu e concesse nel 1821 con Pio VII, l’altare privilegiato in perpetuo e l’indulgenza plenaria ai pellegrini.

Con rescritto in data 11 ottobre 1970 il Rev.mo Capitolo dell’Arcibasilica di San Pietro in Vaticano decretava l’incoronazione solenne del venerato simulacro ed il 26 maggio 1971 il Beato Paolo VI nell’udienza del mercoledì, faceva menzione in San Pietro di Nostra Signora di Bonacatu e ne benediceva il diadema per l’incoronazione, avvenuta con solenne celebrazione il 22 maggio 1977.

Per l’Anno Santo 2000 l’Arcivescovo Metropolita di Oristano, Mons. Pier Giuliano Tiddia, ha inserito il Santuario di N.S. di Bonacatu tra le chiese giubilari.

In data 19 giugno 2011, commemorazione di San Romualdo Abate, Patrono della Parrocchia, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti della Santa Sede, a firma del prefetto Card. Antonio Canizares Llovera, ha riconosciuto alla Chiesa di Santa Maria in Bonarcado il titolo e la dignità di Basilica Minore.

 

Centro storico di Oristano

Oristano città nasce dalla lunga storia e dalla fusione di tre città: Tharros, la città fenicia sul mare, Neapolis ed Othoca. Intorno all'anno 1000 le ultime istituzioni di Tharros, minacciate dagli attacchi dei pirati, si spostarono definitivamente ad Oristano e la città iniziò ufficialmente la sua storia.

Il centro storico iniziò ad abbellirsi di palazzi, fortificazioni, torri ed edifici religiosi. Visitate la torre di san Cristoforo, conosciuta anche come torre di Mariano, e il monumento della Giudicessa Eleonora, reggente del 300 che promosse la Carta de Logu, uno de primi codici di leggi scritte in Europa.

Visitate anche: le chiese di San Francesco, in stile neoclassico, di santa Chiara, raro esempio di stile gotico in Sardegna, e la cattedrale di santa Maria Assunta, la chiesa più antica di Oristano.

mercoledì 29 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (3)


Chiesa di San Pietro extra muros in Bosa

Appena fuori dal centro abitato di uno dei borghi più caratteristici della Sardegna, sorge il più antico edificio di culto romanico dell’Isola, un tempo cattedrale, oggi splendido monumento dal caratteristico colore rossastro

San Pietro è detta extra muros perché si trova fuori dalle mura del castello, di cui è più vecchia di mezzo secolo. Attorno sorgeva il nucleo originario della città, abitato sino a tutto il Cinquecento. Quando poi, sulle pendici del colle, fu completato il rione sa Costa, la popolazione si trasferì. Una migrazione di due secoli: Bosa vetus scomparve.

Il santuario è frutto di un lungo processo. La parte più antica è di metà XI secolo, attestato dall’epigrafe di consacrazione che riporta l’anno MLXIII, mentre al secolo successivo risalgono tribuna con nuova abside, torre campanaria (alta 24 metri e incompiuta) e muri perimetrali. Le esondazioni del Temo compromisero alcune parti, ricostruite a metà XX secolo: il complesso riprese l’aspetto medievale. Oggi ammirerai una chiesa che, perso il titolo di cattedrale, ha mantenuto intatto il fascino. La facciata (del XIII secolo) è decorata da ampie arcate e archetti intrecciati. In cima noterai un’edicola sorretta da colonnine, avvolte da un serpente intrecciato. Un’arcata incornicia il portale, sopra il quale ti colpirà un architrave scolpito con finte logge e sei archetti che ospitano bassorilievi raffiguranti, in composizione gerarchica, la Madonna col Bambino nell’edicola centrale maggiore, a fianco Albero della Vita e santo vescovo (forse Costantino de Castra che consacrò l’edificio), sul lato destro san Pietro e a sinistra san Paolo, con vesti dagli elaborati drappeggi. Il vescovo è nell’edicola minore ma gli si fa occupare un posto accanto alla Vergine. L’abside è divisa in cinque sezioni da lesene che sostengono mensole che a loro volta sorreggono archetti. In tre di esse osserverai monofore che contribuiscono a illuminare l’interno, composto da tre navate: la mediana coperta da capriate lignee, quelle laterali voltate a crociera. Ad esse accederai da nove archi a tutto sesto per lato, sorretti da pilastri quadrangolari. Nel primo a destra troverai un fonte battesimale in calcare bianco.

Cattedrale di Bosa e Santi Emilio e Priamo Martiri

L’edificio, ora intitolato alla B.V. Maria Immacolata, fu costruito lungo la sponda destra del fiume Temo forse già nel XII secolo, ma non ebbe da subito il titolo di cattedrale. Solo col tempo la chiesa divenne sempre più un punto di riferimento importante per la comunità, tanto da essere scelta come sede della nuova cattedrale della città di Bosa. Il primitivo edificio fu così demolito e ne fu costruito un altro più degno di cui resta traccia in un tratto di muro risalente al XIV-XV secolo, visibile dietro la sacrestia. Agli inizi del XIX secolo, per le precarie condizioni delle strutture, si resero necessari urgenti lavori di manutenzione e in parte di totale ricostruzione, che furono affidati all’architetto Salvatore Are, bosano, e che diedero all’edificio l’aspetto attuale: un’unica grande e spaziosa navata nella quale si aprono otto piccole cappelle di cui la prima a destra si sviluppa in un profondo vano, denominato “cappellone”, e la prima a sinistra ospita il magnifico fonte battesimale (XVI-XVIII sec.). L’aula termina con un vasto presbiterio sopraelevato. L’area presbiteriale, molto profonda, coperta da cupola ottagonale (progettata ai primi dell’Ottocento dall’architetto Domenico Franco) e conclusa da un’abside semicircolare, è rialzata e separata dalla navata da una balaustra marmorea. Si accede al presbiterio tramite una gradinata centrale con alla base due leoni marmorei e due laterali. In marmo è anche l’altare maggiore seicentesco, coronato dalle statue dell’Immacolata e dei santi Emilio e Priamo, martiri. Dietro l’altare sono disposti gli stalli intagliati del pregevole coro ligneo. Sull’ingresso principale di contro al presbiterio, domina l’alta tribuna, che occupa tutta la larghezza della grande navata circa 11.50 metri, dove troneggia l’organo contenuto in una grandiosa cassa. Le pitture che decorano le pareti della cattedrale furono realizzate dall’artista parmense Emilio Scherer tra il 1877 e il 1878.

L’interno mostra dipinti del pittore E. Scherer, che operò a Bosa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, insieme con altre opere marmoree e lignee inquadrabili in un arco cronologico tra il XVI e il XIX secolo. La facciata ricostruita agli inizi del XIX secolo è divisa in due ordini da una robusta trabeazione, a somiglianza di quella del Carmine, ed è impreziosita da eleganti decorazioni.

Le cappelle del transetto sono dedicate a San Giuseppe, alla Madonna di Bonaria, alle anime del Purgatorio.

Santi Emilio e Priamo, martiri sardi. Il 28 maggio nel Martirologio Romano leggiamo: “In Sardegna i santi Martiri Emilio, Felice, Priamo e Luciano, i quali, combattendo per Cristo, furono da lui gloriosamente coronati”. Secondo la tradizione furono martirizzati durante la persecuzione neroniana e di loro, i santi Emilio, che si dice fosse prete, e Priamo soldato, sono i Patroni principali della Diocesi di Bosa.

Cappella palatina: Nostra Signora de Sos Regnos Altos in Bosa

All’interno della cinta del Castello di Serravalle, fu costruita nel XIV secolo nella piazza d’armi; negli anni Settanta del secolo scorso un restauro ha portato alla luce uno splendido ciclo affrescato, riferito ad ambiente italo-provenzale - presumibilmente da un pittore di origine toscana - e databile agli anni tra il 1350 e il 1370. Gli affreschi si trovano sulle tre pareti originali della chiesetta, che venne ampliata successivamente con l'aggiunta del presbiterio e dell'abside. Opera di un autore ignoto proveniente dalla scuola spagnola, la serie di affreschi potrebbe essere datata nel periodo precedente al 1370.

Lungo la parete sinistra, procedendo dall'abside verso la porta d'ingresso, si possono osservare, nella parte superiore, le rappresentazioni dell'Adorazione dei magi e dell'Ultima Cena, nella quale sono sequenzialmente rappresentati Gesù, Giovanni, Giuda, Pietro, Andrea, Filippo, Giacomo maggiore, Taddeo, Tommaso, Bartolomeo, Matteo, Simone e Giacomo minore. Seguono le rappresentazioni di dottori della Chiesa e degli evangelisti.

Nella parte inferiore sono rappresentate santa Lucia e Maria Maddalena, alle quali si aggiungono una serie di santi: santa Marta, san Giacomo maggiore, sant'Eulalia, sant'Agata, sant'Agnese, santa Barbara, santa Vittoria, santa Reparata, santa Margherita, santa Cecilia, santa Savina e sant'Orsula.

Nella parte alta della controfacciata sono rappresentati san Martino ed il povero e san Giorgio che uccide il drago. Nella parte bassa sono visibili santa Scolastica, san Costantino imperatore, sant'Elena, l'arcangelo Gabriele e la Vergine annunziata. Accanto alla porta d'ingresso è rappresentato san Cristoforo.

Nella parte alta della parete destra sono raffigurati una serie di santi ignoti mentre nella parte bassa è rappresentato l'Incontro dei tre morti e dei tre vivi ed il martirio di san Lorenzo.

Nei registri catastali la prima intitolazione della chiesa era a Sant'Andrea apostolo e solo intorno alla fine del XIX secolo ha assunto il nome odierno. Non si hanno menzioni della struttura originaria dell'edificio, che nei secoli ha subito interventi pesanti. Oggi si presenta come una chiesa ad aula unica, dove la zona presbiteriale è stata interamente rifatta. Gli studi più recenti hanno comunque proposto una datazione dell'edificio al XII secolo e una serie di interventi successivi nel corso del XIV. Fra questi interventi vi è anche la realizzazione del ciclo di affreschi che si può ammirare in tre delle quattro pareti della chiesa. Questi si collocano in controfacciata e nei due lati lunghi e sono stati pesantemente mutilati dalla ricostruzione dell'abside, in periodo non documentato.

Il culto mariano. Da più di 150 anni a Bosa, città regia nel nord ovest della Sardegna, il secondo fine settimana di settembre è dedicato ai festeggiamenti in onore di Nostra Signora de sos Regnos Altos, tradotto letteralmente la festa del Regno dei Cieli.

La festa ha origine nel 1847, quando una piccola statua di legno raffigurante la Madonna fu ritrovata da un bambino tra le rovine del suggestivo castello dei Malaspina, che domina la cittadina. La statuetta fu denominata di Regnos Altos e custodita all’interno delle mura del castello, nella chiesa inizialmente dedicata a S. Andrea che conserva splendidi affreschi a sfondo religioso risalenti al 1300 circa.

Alla Madonna viene dedicata una festa e una processione, che si snoda per le strade del paese addobbate con fiori, frasche e bandierine colorate.  La processione è guidata dalla confraternita e da numerosi gruppi folcloristici, che accompagnano la statua della Madonna nell santuario all’interno delle mura del castello. Lungo le viuzze che si arrampicano dal fiume Temo, tra il castello e la Cattedrale dell’Immacolata, gli spazi a corte e le vie vengono trasformati in passaggi verdi, ottenuti piegando ad arco lo stuolo di migliaia di canne. I fedeli del quartiere medioevale di Sa Costa allestiscono “sos altarittos”, piccoli altari ornati di filigrana d’oro, coralli, fiori e pizzi preziosi in filet (il ricamo al telaio per cui le donne bosane sono famose) davanti ai quali la Madonna si ferma per una preghiera.