martedì 19 giugno 2018

SANTI GERVASIO E PROTASIO, PREGATE PER NOI!

 
 
SANTI GERVASIO E PROTASIO
(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).
 
I Santi Gervasio e Protasio, fratelli gemelli milanesi, sono venerati come santi dalla Chiesa cattolica perché considerati martiri della cristianità.
Le notizie sulla loro vita si perdono nel tempo e sono giunti a noi solo pochissimi documenti [citazione mancante]. Non si conoscono le loro date di nascita nemmeno con precisione il momento storico in cui vissero. Alcune fonti come la «Datiana historia ecclesiae Mediolanensis» raccontano che professarono la loro fede durante la dittatura di Nerone e che furono convertiti al cristianesimo, assieme ai loro genitori, dal vescovo di Milano San Caio. Siamo in un momento storico caratterizzato da una feroce persecuzione nei confronti dei cristiani.
Piu’ probabile invece posizionare temporalmente le loro vite nella metà del III secolo, durante le persecuzioni nei confronti dei cristiani di Decio o Valeriano oppure qualche anno dopo, durante la persecuzione di Diocleziano. Durante il V secolo un autore anonimo ne ha descritto la passione, dalla quale è possibile ricavare alcune notizie sulla loro esistenza, rimanendo però sempre al limite tra leggenda e realtà. La passione racconta che anche i loro genitori furono martiri della cristianità. Il padre Vitale venne ucciso mentre si trovava a Ravenna e la madre Valeria fu assassinata sulla via di ritorno per Milano. Appena venuti a conoscenza della morte dei genitori, Gervasio e Protasio non premeditarono nessuna vendetta, anzi decisero di vendere tutti i beni di famiglia per distribuire il ricavato ai poveri di Milano. Passarono poi dieci anni della loro vita a pregare, meditare e professare tutti i dettami della cristianità.
Quando il generale Anastaso passo’ con le sue truppe nella città li denunciò come cristiani e li additò come persone da punire e da redimere. I due fratelli furono arrestati, torturati ed umiliati. A Protasio fu tagliata la testa con un colpo di spada, mentre Gervasio morì a seguito dei numerosi colpi di flagello ricevuti.
I loro corpi furono ritrovati il 7 giugno 386 nell’antica zona cimiteriale, che oggi è compresa tra la caserma Garibaldi della Polizia di Stato e l’Università Cattolica, grazie ad uno scavo commissionato dal vescovo Ambrogio di Milano. Nessuno conosceva l’identità delle due spoglie, il loro ricordo era andato quasi completamente perduto. Il segretario e biografo di Ambrogio narra che i due corpi furono riconosciuti grazie a una rivelazione che lo stesso Ambrogio ebbe; in realtà Ambrogio, nelle lettere alla sorella Marcellina, affermò di avere avuto un presentimento e non una vera e propria rivelazione.
Nel 386 la costruzione della basilica di Milano, attribuita attualmente a Sant’Ambrogio, era stata appena terminata. Il 19 giugno Ambrogio la consacrò ufficialmente con l’elezione a santi di Gervasio e Protasio e con la deposizione delle loro reliquie in un grande loculo sotto l’altare della Basilica stessa. Ambrogio racconta nei suoi scritti che alla traslazione delle reliquie partecipò una grande folla. Secondo altre fonti[citazione necessaria] la deposizione delle reliquie di Gervasio e Protasio fu un espediente che Ambrogio utilizzo per attirarsi il favore delle folle e per allontanare le pretese degli ariani che richiedevano l’assegnazione di una basilica milanese al loro culto.
Presto la notizia si diffuse assieme al loro culto, inizialmente nelle città del nord: Brescia e Ravenna per poi giungere fino a Roma. Durante il pontificato di Innocenzo I venne eretta una chiesa in loro nome, attualmente la chiesa di san Vitale.
La loro popolarità si diffuse nel mediterraneo, il 19 giugno è la data della loro commemorazione liturgica.
Attorno al VI secolo molto probabilmente venne effettuata una ricognizione dei loro corpi.
Nell’835 in occasione del rifacimento della Basilica di Sant’Ambrogio ad opera di Angelberto II le spoglie dei due fratelli e quelle di Ambrogio furono rimosse dai loculi e poste in un’unica urna di porfido.
Il 13 gennaio 1864 la Chiesa operò una attenta ricognizione delle zone sottostanti l’altare della Basilica di Sant’Ambrogio. Trovarono i due loculi vuoti, uno grande, dedicato ai due santi e uno più piccolo dedicato alle spoglie di sant’Ambrogio.
L’ 8 agosto 1871 l’urna di porfilo venne aperta, risultava quasi completamente piena d’acqua stranamente limpidissima, sul fondo stavano adagiati 3 scheletri che furono attribuiti ad Ambrogio, Gervasio e Protasio.
Il 14 maggio 1874 le reliquie dei santi furono deposte in una nuova urna più preziosa, in argento e cristallo.

Altre fonti di informazione:
GERVASIO e PROTASIO, santi, martiri a MILANO
Le notizie piú antiche sui santi Gervasio e Protasio risalgono al 386, anno della invenzione dei loro corpi a Milano ad opera di s. Ambrogio.
Il 7 giugno 386, nella zona cimiteriale di Porta Vercellina (nell’area compresa tra la basilica di S. Ambrogio, l’Università Cattolica e la caserma Garibaldi), nel sottosuolo antistante la basilica cimiteriale dei SS. Nabore e Felice, s. Ambrogio fece operare uno scavo: vi si trovarono i corpi dei due martiri il cui ricordo era andato praticamente perduto nella Chiesa di Milano: tuttavia i vecchi, ad invenzione avvenuta, affermarono di averne sentito, un tempo, i nomi e di averne letta l’iscrizione sepolcrale. S. Agostino, presente a Milano in quegli anni e Paolino di Milano, segretario e biografo di s. Ambrogio dicono che il santo ebbe una rivelazione (i due scritti sono rispettivamente del 397-401 e del 422); s. Ambrogio, invece, scrivendo alla sorella Marcellina la cronaca di quegli avvenimenti, parla solo di un presentimento.
La sera del 18 giugno le sacre spoglie furono trasportate nella vicina basilica Fausta per una veglia notturna di preghiere: il giorno seguente, venerdí 19 giugno, esse furono solennemente traslate, con un grandissimo, entusiastico concorso di popolo, nella basilica detta attualmente di S. Ambrogio, che si era appena finito di costruire, per consacrarla con questa deposizione di reliquie. S. Ambrogio dice d’aver predisposto il luogo sotto l’altare della nuova basilica come sua tomba: scoperti i corpi dei due martiri, cedette loro dexteram portionem.
Da quanto consta dalle fonti sopraindicate, sembra da escludersi in modo assoluto che l’invenzione dei corpi dei martiri Gervasio e Protasio sia stata un espediente di Ambrogio per meglio resistere, attraverso l’entusiasmo delle folle, alla corte in generale ed a Giustina in particolare, che pretendevano la consegna agli ariani di una basilica milanese; parimenti affatto gratuita è l’opinione che i due martiri siano una trasposizione cristiana dei Dioscuri.
La traslazione delle reliquie dei martiri Gervasio e Protasio fatta da Ambrogio a scopo liturgico, sull’esempio delle traslazioni liturgiche orientali, ebbe un influsso notevole in tutto l’Occidente, segnando una svolta decisiva nella storia del culto dei santi e delle loro reliquie.
I due santi godettero subito di una notevole popolarità, soprattutto in Occidente: furono particolarmente venerati in Italia, a Ravenna, a Brescia ed a Roma, dove, sotto il pontificato di Innocenzo I (402-417), la matrona Vestina eresse una chiesa dedicata in loro onore, l’attuale S. Vitale in via Nazionale; in Gallia, a Vienne ed a Rouen; in Spagna, a Carmona; in Africa, a Cartagine. L’anniversario della invenzione dei loro corpi ben presto entrò nei piú importanti Calendari e Sacramentari, come il Calendario Cartaginese, il Sacramentario Gregoriano ed il Martirologio Geronimiano che li ricordano tutti, concordemente, il 19 giugno Il Geronimiano, poi, li ricorda anche altre volte: il 20 maggio (sembra per un errore di lettura e di trascrizione); il 28 luglio, giorno dei ss. Nazario e Celso, nei cui Atti si parla anche dei ss. Gervasio e Protasio ed il 30 ottobre (per cause ignote).
Data la fama dei due santi e la scarsità delle notizie che li concernevano, tra la fine del sec, V e l’inizio del VI, un autore rimasto anonimo, ne compose la passio, inserendola in una lettera falsamente attribuita a s. Ambrogio, nella quale, autore della passio stessa, figura nientemeno che Filippo, il primo grande benefattore della Chiesa di Milano al tempo del vescovo s. Caio (v.), il quale avrebbe sepolto i due santi nella sua casa.
La passio presenta Gervasio e Protasio come figli gemelli dei ss. Vitale e Valeria. Morti i genitori, i due fratelli vendettero i beni di famiglia, ne distribui rono il ricavato ai poveri e si ritirarono in una casetta ove passarono dieci anni in preghiera e me ditazione. Denunziati come cristiani ad Astasio, di passaggio per Milano diretto alla guerra contro i Marcomanni, non vollero assolutamente sacrificare e perciò furono condannati a morte. Gervasio morí sotto i colpi dei flagelli, Protasio venne invece decapitato.
La leggenda intorno ai nostri martiri si arricchì di ulteriori precisazioni: la Datiana historia eccle siae Mediolanensis afferma che i due santi furono convertiti al Cristianesimo, assieme ai loro genitori, nobilissimi cittadini di Milano, dal ve scovo s. Caio che avrebbe retto la Chiesa della città dal 63 all’85 e il loro martirio sarebbe avvenuto ai tempi di Nerone (54-68).
In realtà sembra che il martirio di Gervasio e Protasio si debba attribuire o alla persecuzione di Diocleziano (e perciò all’inizio del sec. IV) o molto piú probabilmente a qualcuna delle persecuzioni della metà del sec. III (di Decio o Valeriano).
Importante è la ricognizione delle reliquie dei ss. Ambrogio, Gervasio e Protasio avvenuta poco dopo la metà del sec. scorso, e precisamente negli anni 1864 e 1871. Il 13 gennaio 1864, sotto 1’altare maggiore della basilica di S. Ambrogio, furono trovati due loculi: verso nord (e cioè a destra di chi celebra con la faccia rivolta verso il popolo) il loculo piú grande dei due martiri, a sinistra, quello piú stretto di s. Ambrogio. I corpi erano rimasti in quei due loculi fino all’anno 835, circa, allorché 1’arcivescovo Angelberto II, in occasione del rifacimento totale della cadente basilica del sec. IV e della costruzione dell’altare d’oro del maestro Wolvinio, li riuní in una sola urna di porfido (anch’essa scoperta, ma non aperta nel 1864) che venne disposta in senso trasversale sopra i ,due loculi che furono lasciati vuoti in situ. L’8 agosto 1871, per ordine dell’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana, I’urna di porfido fu scoperchiata. Era per due terzi piena di acqua limpida; sul fondo stavano i tre scheletri che, esaminati diligentemente, risultarono appartenenti ad uomini che misuravano rispettivamente cm. 163 (s. Ambrogio), 180 e 181 (Gervasio e Protasio). Risulterebbe da indagini fatte allora ed in seguito, che una ricognizione dei loro corpi doveva essere avvenuta tra la fine del sec. V e l’inizio del VI.
Quando nel 1871 si annunciò la scoperta milanese dei corpi dei ss. Gervasio e Protasio, cinque città asseritono di possederli anch’esse e proteste vivacissime presso la cur1a di Milano furono fatte soprattutto dalla città di Alt Breisach sul Reno.
La festa dei due martiri viene celebrata il 19 giugno anniversario della loro solenne traslazione del 386 nella basilica di S. Ambrogio; il 14 maggio la liturgia ambrosiana ricorda la reposizione dei corpi dei ss. Ambrogio, Gervasio e Protasio nella nuova, attuale urna preziosa, eseguita nell’anno 1874, dopo la ricognizione del 1871.

Autore: Antonio Rimoldi

venerdì 15 giugno 2018

Errori iconografici!





Alcune osservazioni:

L’ovato di questo altare offre S. Vito Martire, accanto a cui, un cane di manto tappezzato, ritto sulle zambe sta in atto di leccargli le piaghe. [ma potrebbe essere, e più probabilmente, San Rocco, invocato in occasione della peste, per i relativi miracoli da lui operati]"

Non lecca nessuna piaga, in quanto San Rocco ha la piaga sulla coscia.


"Nel terzo altare [del 1888] la Madonna degli Angioli, cui soggiacciono S. Biagio, S. Antonio Abate e S. Bonaventura; la di cui berretta di porpora gli viene presentata da due Serafini. Nell’ovato S. Bernardino da Siena in abito claustrale, con lunga stola."


Direi che il terzo santo è San Carlo Borromeo, si riconosce dal naso!
L’ovale mi pare sia San Giuseppe da Copertino.

"Venerasi nel sotto altare [ultimo presso l'ingresso realizzato «XX saeculo ineunte»] S. Giuseppe da Copertino, che sorvola in faccia la Croce. Ai suoi piedi due monaci compresi, da alto stupore, che ben lo appalesano ne le mosse del volto, e delle mani. Di questo santo si venera la statua lavorata da’ nostri artisti Brudaglio. Lo stesso sta genuflesso a pié del legno della croce che sostengono due serafini, e sulla base sono rilevati due faccette di Angioli alati. L’ovato contiene l’Arcangelo Raffaele [Michele, e non Raffaele]."

L’ovale è San Michele arcangelo, la scritta sullo scudo dice il significato del suo nome: Quis ut Deus, Chi è come Dio.

buona correzione!

venerdì 8 giugno 2018

SANTA SICILIA, prega per noi!


Può sembrare una assurdità, ma tra i Santi Martiri di Cagliari esiste anche una martire che si chiama "Sicilia".
 
Santuario dei Santi Martiri, si trova presso la cattedrale di Santa Maria di Cagliari, punto d’incontro fra diverse correnti stilistiche di più epoche. Sottostante il presbiterio della cattedrale, di grande portata spirituale e votiva vi è il santuario dei martiri. Un santuario, voluto da monsignor de Esquivel nel XVII secolo, in onore a numerosi martiri di Cagliari ritrovati durante alcuni scavi effettuati non lontano dal duomo e in altri luoghi sacri della città. Esso comprende tre cappelle: decorate da bassorilievi riportanti i nomi dei diversi martiri e la simbologia del loro martirio, ospitanti in toto 179 martiri, scoperte nel corso degli scavi effettuati sotto il presbiterio per volontà dell'arcivescovo de Esquivel, all'inizio del XVII secolo. Il Santuario, scavato interamente sulla viva roccia, fu inaugurato il 27 novembre 1618, dopo una solenne processione con le reliquie dei Martiri, alla presenza delle autorità religiose e civili e con la partecipazione di tutto il popolo cristiano.

giovedì 7 giugno 2018

APPUNTI PER IL VIAGGIO ... LA SARDEGNA CRISTIANA.



PELLEGRINAGGIO IN SARDEGNA

Alla scoperta della Fede
e della storia
 

 
La Sardegna è un’isola che fu abitata dall’uomo fin dall’inizio dei tempi. Segno solo i siti nuragici (“Su Nuraxi” di Barumini), poi successivamente dai Fenici (antica città di Nora), dei Greci (Tharros) e dei Romani (Cagliari). Qual è la religiosità degli inizi? Quando l’annuncio del Vangelo giunse in Sardegna? Varie erano le religione presenti: le divinità romane, quelle fenice-cartaginesi, le divinità autoctone (specialmente nelle zone centrali). Tra le religioni un posto a sé aveva il giudaismo, portato dagli ebrei giunti nell’isola con la diaspora, o mandati in esilio. La comunità ebraica più numerosa si trovava a Cagliari (Kalaris). Il Vangelo giunse in Sardegna per mezzo di ebrei convertiti, commercianti, militari marinai, schiavi, esiliati. La fede cristiana si diffuse dapprima nelle città costiere (Cagliari, Nora, Sant’Antioco, Tharros, Olbia, Porto Torres), poi nell’entroterra. Prima si ebbero comunità giudeo-cristiane, poi solo cristiani convertiti dalle religioni pagane. Ai primi cristiani indigeni si aggiunsero quelli mandati in esilio. Numerosi furono inviati nel 174 dall’imperatore Marco Aurelio. Fra questi Callisto papa, Ponziano papa, il sacerdote Ippolito, e Antioco del Sulcis condannati “ad metalla” ai lavori forzati nelle miniere. I cristiani furono perseguitati in Sardegna come in tutto il resto dell'impero romano, e anche i sardi ebbero i loro martiri: Simplicio, Gavino, Lussorio e Saturno, condannati a morte tra il III e IV secolo d.C., sotto
Diocleziano. Luoghi della fede degli inizi si trovano a Cagliari e a Sant’Antioco (con la stupenda catacomba, già necropoli cartaginese). Il Santuario dei Ss. Martiri in Cagliari è un luogo singolare che vuole raccogliere la memoria dei primi cristiani dell’antica Kalaris e dell’intera isola. Nel 455 i Vandali dopo aver saccheggiato Roma, occuparono la Sardegna, rimanendoci sino al 534. I re vandalici, stabilitisi in Africa settentrionale, professavano l'Arianesimo, combattuto dalla chiesa di Roma, e utilizzarono la Sardegna come terra di esilio per quei cristiani cattolici. Così nell'Isola arrivarono numerosi vescovi e monaci che svolsero un'intensa opera di evangelizzazione nei confronti delle popolazioni sarde ancora legate a forme antiche di religiosità e a riti pagani. Durante il dominio dei vandali due sardi divennero papi: Ilario (461-468) e Simmaco (498-514).

Nel VI secolo i Bizantini, cacciati i Vandali, annettono all’ impero la Sardegna. Il monachesimo orientale influì in Sardegna sul culto e sulla liturgia, specialmente per la devozione a santi. Un segno di questi culti particolari è la diffusione del culto per l’imperatore Costantino e per sua madre Elena. Eredità di questo periodo è il santuario di Santu Antinu a Sedilo, rimaneggiato nel XVI secolo. Tra il 590 e il 604 grande incremento alla diffusione della fede cristiana, specialmente nel centro-Sardegna, fu dato dall’invio di missionari da parte di papa san Gregorio Magno. Nel corso dell'VIII e IX secolo la vita dei paesi del Mediterraneo fu sconvolta dall'espansione degli Arabi. La Sardegna, perso ogni contatto con Bisanzio, restò isolata di fronte agli attacchi dei saraceni: i centri costieri venivano continuamente saccheggiati, gli abitanti catturati e venduti come schiavi.

Fu questo evento che portò poi alla nascita di Ordini come i Trinitari e Mercedari, quest’ultimo ancora presente nel santuario di Bonaria dal 1335. Fu questa situazione che molto probabilmente sta all'origine dei Giudicati: entità statuali autonome che ebbero potere in Sardegna fra il IX ed il XV secolo. Dall'XI secolo arrivarono in Sardegna per richiesta d ella chiesa di Roma, i primi monaci. Per primi arrivarono i Benedettini di Montecassino (1064), poi i Vittorini provenienti da Marsiglia (1089), i Camaldolesi (1105), i Vallombrosani (1128), i Cistercensi. I monasteri, oltre ad essere centri di cultura, promossero la costruzione di chiese e basiliche che abbellirono ed arricchirono le campagne sarde. Nel 1015 gli Arabi tentarono nuovamente di occupare l’isola, in soccorso dei Giudici vennero le Repubbliche marinare di Pisa e Genova e un secolo dopo la Sardegna passò sotto il loro dominio. Fu in questo periodo che nel 1220 giunsero i Francescani a Sassari, Oristano e Cagliari. E nel 1294 i Domenicani aprirono un convento a Cagliari nel rione di Villanova, divenendo molto popolari per la predicazione e la diffusione del Rosario.
Queste presenze segnarono tutta una fioritura – anche nei secoli successivi - di una santità ancora oggi custodita a Cagliari: Ignazio da Laconi e Salvatore da Horta. Dal 1300 al 1700 la Sardegna passò sotto il dominio aragonese, e in questo periodo vide la presenza di molti ordini religiosi: Agostiniani, Carmelitani, Minimi, Servi di Maria, Gesuiti e Fatebenefratelli. È in questo periodo che l'arcivescovo Francisco de Esquivel di Cagliari creò il Santuario dei Martiri. In conseguenza dei trattati di Londra (1718) e dell’Aia (1720) la Sardegna passò ai Savoia, e iniziò così la dominazione sabauda che portò l’isola a unirsi al continente e a confluire infine nello stato italiano.
 
L’Ottocento in Sardegna fu un periodo molto difficile per la fede e per la Chiesa a causa del nuove correnti di pensiero e per le questioni civili che scuotevano l ’Italia e l’Europa. Molte diocesi rimasero senza vescovo: Bosa e Ozieri per 25 anni; Cagliari per 17; Nuoro per 15; Tempio 16; Oristano 11; Alghero 8; Sassari 7.
 
Nel 1868 poterono partecipare al Concilio Vaticano I, solo tre vescovi. Niente visite pastorali e cresime durante gli anni di sede vacante. Questo portò a molte conseguenze pastorali.

Con l’avvento dell’unita d’Italia la Chiesa sarda visse in piena sintonia con le vicende nazionali civili e religiose. Un frutto della fede in Sardegna e della ripresa del Novecento fu la giovane martire dell’A.C. Antonia Mesina di Orgosolo. L’ultimo testimone della fede riconosciuto dalla Chiesa in Sardegna è Elisabetta Sanna, beatificata nel 2016.

domenica 20 maggio 2018

Un marchigiano patrono di Comiziano (NA)






San Severino nacque a Septempeda, l’odierna San Severino Marche (MC), da nobile famiglia cristiana alla fine del V secolo. Le poche notizie che si hanno di lui sono tratte dalla Sanctorum Severini et Victorini Vita, ripresa in un rifacimento tardivo che amplia ed arricchisce di episodi l’antico testo, già leggendario, a scapito della verità storica.
Composta nel VII-VIII secolo, la vita del Santo Vescovo manca di ogni riferimento cronologico. La tradizione pone il santo tra il 540 e il 545, indica nell’area attigua alla Pieve, al margine della zona archeologica, la sede dell’antica cattedrale,fa coincidere le date delle feste del Santo con l’8 gennaio, l’8 giugno, e il 30 novembre.
Il Lanzoni avanza l’ipotesi che il santo potesse essere identificato con il vescovo Severus, ricordato al Concilio di Sardica intorno al 342 ( IV sec.). Trattasi di ipotesi verosimile non solo perché il posto occupato da quel Severus potrebbe essere quello del vescovo di Septempeda, ma anche perché tra il IV e il V secolo nella Regio V esistevano almeno 15 diocesi.
Dalla Vita apprendiamo che Severino, insieme al fratello Vittorino, alla morte dei genitori, rinunciò ad un’esistenza facile ed agiata e si spogliò di tutti i suoi beni per darsi ad una vita di solitudine, di preghiera e di penitenza sul Monte Nero. Per la sua fama di santità, il clero e il popolo, morto il vescovo di Septempeda, lo elessero suo successore, e tale fu ordinato a Roma da Papa Vigilio. Morì un 8 gennaio mentre i Goti muovevano alla conquista del Piceno.
Sempre secondo la tradizione, con le prime invasioni barbariche, gli abitanti di Septempeda incominciarono ad abbandonare la città ed a rifugiarsi sulle alture vicine, stabilendosi definitivamente sulla vetta del Monte Nero. Le spoglie del Vescovo, eletto Santo, furono nascoste sotto un altare nella chiesa di Santa Maria della Pieve. Solo nel 590 furono portate al Monte Nero che era un luogo sacro (in cui il santo aveva vissuto vita eremitica), più sicuro e centro più abitato.
Qui fu costruita una chiesa in suo onore, l’attuale Duomo del Castello, e gli abitanti decisero di dedicare al Santo Vescovo il nome della città. La chiesa, costruita per concessione del vescovo Eudo nel 944, sarà poi ingrandita ed abbellita e solennemente consacrata l’8 giugno 1198. Le spoglie del santo, nuovamente, occultate nel 1197 per il timore di profanazioni, furono ancora una volta ritrovate il 15 maggio 1576 durante i lavori di ampliamento del presbiterio.

San Severino, vescovo di Septempeda, è il santo patrono di Comiziano. Si tramanda che il culto del Santo sia stato portato da alcuni marchigiani esuli a Comiziano in seguito alla conquista del Regno di Napoli da parte di Carlo VIII. Non manca chi fa risalire l’origine del culto alla presenza  di un monastero di benedettini a Casamarciano. Tuttavia, se così fosse, il Santo venerato a Comiziano dovrebbe essere San Severino del Norico, un abate benedettino le cui spoglie riposano nel cenobio benedettino di Napoli.
 
Questa seconda ipotesi è più probabile, in quando il santo del Norico è molto venerato nel napoletano, ma...

Nel 1947 un pullman partì da Comiziano alla volta delle Marche per prendere la reliquie del santo. Nel 1980, per la prima volta, il corpo di San Severino fu portato a Comiziano, esposto in chiesa e portato in processione per tutto il paese. Solenni festeggiamenti, in onore del santo patrono, si tengono l'8 gennaio ed agli inizi del mese di settembre, mentre la comunità comizianese, ogni anno, si reca in pellegrinaggio a San Severino Marche.
 
Quindi dal 1947 il culto si è definito nella persona di San Severino di Septempeda.

mercoledì 2 maggio 2018

Un creatura a servizio del Creatore


Don Luigi Ghinelli


«Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo». La fecondità del suolo deriva dal dono gratuito di Dio (la pioggia) e dal lavoro dell’uomo.

Ecco il racconto di collaborazione tra Dio e un uomo.

 

Don Luigi Ghinelli, fondatore dell'omonimo istituto ancora oggi in attività, nasce a Gatteo il 4 maggio 1848 e viene ordinato sacerdote il 23 dicembre 1876. Viene inviato come cappellano a Sant'Angelo nell’anno 1883, dove prende in affitto una casa di quattro stanzette dove accoglie una decina di bambini… “per toglierli dalla strada, procurare loro un pane onorato e avviarli alla vita religiosa e cristiana”.

Alcuni anni più tardi trasporta l’opera a Gatteo, prima provvisoriamente in casa sua, poi in un modesto fabbricato a un solo piano su terreno donatogli dalla nobildonna Maria Ghiselli di Gatteo. A questo aggiunge un fabbricato con piano superiore; in seguito innalza un corpo di fabbricato più vasto.

L'approvazione dell'Istituto Fanciulli Poveri da parte dell'autorità diocesana avviene in data 7 maggio 1888.

Don Luigi Ghinelli fondò dapprima una fabbrica di fiammiferi, poi una per la lavorazione di cappelli di paglia e una calzoleria (1888), un’ebanisteria (1890), ma tutte queste opere dovettero soccombere. Restò solo la tipografia acquistata con don Benedetto Bassi a Monza e aperta nel 1891 per stampare, fra le altre cose, anche il giornale cattolico “La sveglia della Romagna”.

Nel 1902 s’incontra con Luigi Guanella, cui cede il proprio istituto già ben avviato. Avvia la costruzione dell’ospedale e del ricovero per gli anziani e invalidi: ospedale e ricovero maschile facevano parte di un unico fabbricato di fronte all’istituto, dal quale si trovavano separati dalla strada comunale che conduce a Gambettola. L’inaugurazione dei locali venne fatta da monsignor Giovanni Cazzani, vescovo di Cesena, nel 1908.

I lavori proseguono poi con la costruzione del fabbricato ad uso Colonia agricola, che verrà infine utilizzato come ricovero femminile e abitazione delle Suore addette all’assistenza dei ricoverati.

Muore il 19 marzo 1909.
 
 

Altre date significative dell’opera di don Ghinelli:

3 agosto 1909

Nomina di don Martino Cugnasca, guanelliano, a direttore dell'Istituto.

6 agosto 1915

Don Martino Cugnasca acquista per l'Opera don Guanella l'Istituto Fanciulli Poveri.

24 marzo 1924

Posa della Prima Pietra della nuova chiesa dell'Istituto. Direttore don Samuele Curti.

30 maggio 1926

Consacrazione della nuova chiesa fatta da Mons. Fabio Berdini.

29 maggio 1927

Traslazione della salma di don Ghinelli dal cimitero di Gatteo alla chiesa

dell'Istituto.

23 ottobre 1933

Cinquantenario dell'Istituto Fanciulli Poveri e inaugurazione dei nuovi edifici.

Direttore don Francesco Frigo.

Dicembre 1941

Don Abramo Rivellini riprende i lavori per la realizzazione del progetto edilizio

che sarà completato dal suo successore don Pietro Calvi.

6 giugno 1944

Benedizione dei nuovi edifici fatta da Mons. Beniamino Socche e Mostra

Laudativa del Nome di Gesù.

Ottobre 1944 - Giugno 1945

Nel passaggio del fronte di guerra l'Istituto rimane semidistrutto. Nel Giugno 1945 inizia la seconda ricostruzione, direttore don Pietro Calvi.
 


8 dicembre 1947

Il Vescovo Mons. Vincenzo Gili eleva a Santuario la chiesa dell'Istituto.

Giugno 1948

Celebrazione del 1° Centenario della nascita di Don Luigi Ghinelli e inaugurazione degli edifici ricostruiti.

18 luglio 1948

Inaugurazione della Colonia don Guanella a Gatteo Mare.

1952 - 53

Inizia la scuola dell'avviamento professionale di tipo industriale.

1959 - 60

La scuola viene riconosciuta sezione staccata della Statale di Cesena.

1963

Costruzione campo da tennis, pallavolo e pallacanestro nel cortile interno.

1980 - 81

L'Istituto ospita: 300 alunni, 100 semiconvittori e 30 interni.

1983

1° Centenario dell'Istituto don Ghinelli.

1991

Chiusura del convitto.

1996 - 2000

Terza ristrutturazione per un "Servizio Educativo - Riabilitativo e Assistenziale

a favore di disabili fisici e psichici.

19 Marzo 2009

Centenario della nascita al cielo don Luigi Ghinelli.

3 Agosto 2009

Centenario della presenza a Gatteo dell'Opera don Guanella.

2018

La causa di don Ghinelli è al momento ferma e non iscritta all’Index status causarum.

«A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra» (FRANCESCO, Laudato sì, 160).

 

 

Il Santuario Nostra Signora del Sacro Cuore ubicato alla periferia di Gatteo, venne costruito nel 1926.

Oggetto del culto e della devozione popolare è l’immagine a stampa della Madonna con Bambino che tiene sulle ginocchia e che gli tocca il cuore con la mano destra.

Presente anche la statua della Vergine con il Bambino in braccio e con Sant’Antonio da Padova, inginocchiato ai suoi piedi.

Il culto nasce a seguito della fondazione dell’Istituto Poveri Fanciulli da parte di don Luigi Ghinelli sotto la protezione di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù.

venerdì 27 aprile 2018

O bene avventurata!






S. Maria Maddalena
patrona di Campo Ligure


O bene avventurata
Maddalena pentita,
Bella Cerva del Ciel d'amor ferita,
Che guaristi il tuo male,
Ungendo i piedi al medico immortale.
 
(San Giuseppe da Copertino)