mercoledì 15 gennaio 2020

Santità istriana!




Beato Ottone di Pola dell’ordine de’ minori conventuali di S. Francesco fiorì all’incirca verso il 1300, fu sepolto in Pola ed in quella cattedrale si conservano le di lui reliquie. Il Waddingo lo chiama illirico e dice che al di lui sepolcro Iddio fece molti e grandi miracoli Il martirologio francescano ha di esso: Die 14 decembris Polae in Istria B Othonis confessoris gloria miraculorum celeberrimi.

da Biografia Degli Uomini Distinti Dell'Istria (con ritratti) di Pietro Stankovic

venerdì 10 gennaio 2020

Santa Liberata, prega per me!





SANTA LIBERATA era figlia di Lucio Catelio Severo già console di Roma e governatore del nord-est della penisola Iberica nell'anno 122. La madre Calsia partorì nove gemelle. Piena di pudore nel vedere un parto così numeroso, decise di annegarle nel mare, dando incarico di ciò alla levatrice che, in quanto cristiana non obbedì. Le battezzò con i nomi di Ginevra, Vittoria, Eufemia, Germana, Marina, Marciana, Basilisa, Quiteria e Liberata. Più tardi, dopo numerose peripezie, morirono tutte martiri sotto la persecuzione dell'imperatore Adriano. Fu don Giovanni Sanmillàn, vescovo di Tuy che diffuse il culto delle nove sante a partire dell'anno 1564. Il vescovo don Ildefonso Galaz Torrero, nel 1688 emanò un editto col quale ordinava la celebrazione della festa delle nove sorelle. Il corpo di santa Liberata si conserva nella cattedrale di Siguenza (Spagna). Santa Liberata è venerata come colei che ha il potere di togliere i tristi pensieri; da ciò si deve dedurre che la sua protezione si estende a tutti i mali che si desiderano evitare, soprattutto infermità e afflizioni. Contemporaneamente è colei che ci procura il bene della pace e della serenità. Patrona delle partorienti e dei bambini. È venerata l’11 gennaio, insieme all’omonima vergine di Pavia, che non è la sorella di Faustina di Como o Piacenza, venerate il 19 gennaio.

lunedì 6 gennaio 2020

I Magi sono prefigurazione delle genti ...


… penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato … che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Ritorno al tema del mandato, il tema missionario di domenica, ieri.
Dopo il Battista, c’è Paolo di Tarso.
I Magi sono prefigurazione delle genti, che scorgono nelle tenebre la grande luce: Cammineranno le genti alla tua luce.

Paolo di Tarso è consapevole di questo essere mandato da Dio, in Cristo Gesù, ad essere voce per chiamare le genti, che significa, tutti gli altri che non sono ebrei, a condividere la stessa eredità (la promessa di Dio fatta ad Abramo!), ad essere un unico corpo-popolo e vivere la promessa del Vangelo: in virtù dell’amore di Dio, in Gesù, la vita eterna.
Paolo ha speso tutta la sua vita a “chiamare” le genti!

La vocazione di Paolo fu primariamente questa!
A me, a te, a ciascuno di noi, che ruolo è affidato in quest’opera, di fare di Gesù il cuore del mondo?
Noi, ciascuno a suo modo, secondo le sue capacità e le sue qualità, quanto ci spendiamo e come ci spendiamo perché questo accada?

Voglio scendere nel concreto.
Quanto tempo perdo a creare unità, fraternità, comunione, ponti e quanto tempo investo per fomentare divisioni, chiusure, frammentazione, muri?
Questo è un esempio.
Ma poi altri potrebbero esserlo, sminuzzando, il progetto affidato a Paolo, ma nello stesso tempo a ciascuno di noi, dentro una quotidianità fatta di relazioni e di prossimità.

Penso ai lontani o agli allontanati! Per chi prego, perché il suo cuore si riapra al Signore?
Ma anche, chi per colpa mia, ha perso la sua amicizia con Gesù? Come rimediare a questo?
Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima.

Come ai Magi, Signore, donaci la gioia di essere salvati, perché la nostra vita sia contagiosa, susciti l’irresistibile desiderio di vivere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. Amen.

domenica 5 gennaio 2020

CONDIVIDO CIÒ CHE VIVO!




Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.

Se i primi versetti del prologo di Giovanni afferma l’eternità del Verbo di Dio, Gesù, definendolo luce e vita; questi secondi raccontano in poche righe il ruolo di Giovanni, che è uomo, non eterno, non Dio, non luce, ma strumento per l’incontro tra il Verbo di Dio e l’umanità. In primis con la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto, in un secondo momento con tutti: A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio … da Dio sono stati generati.

Cosa vuol dire: sentirsi mandato da Dio?
È la consapevolezza che tutto parte da Dio. C’è un inizio che è di Dio, l’uomo è reso partecipe di questa iniziativa, partecipa a suo modo: secondo le sue capacità e le sue qualità.
Riprendo un frammento del messaggio del papa per il mese missionario straordinario 2019: Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo. … (riscoprire) il senso missionario della nostra adesione di fede a Gesù Cristo, fede gratuitamente ricevuta come dono nel Battesimo. La nostra appartenenza filiale a Dio non è mai un atto individuale ma sempre ecclesiale: dalla comunione con Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, nasce una vita nuova insieme a tanti altri fratelli e sorelle. E questa vita divina non è un prodotto da vendere – noi non facciamo proselitismo – ma una ricchezza da donare, da comunicare, da annunciare: ecco il senso della missione. Gratuitamente abbiamo ricevuto questo dono e gratuitamente lo condividiamo (cfr Mt 10,8), senza escludere nessuno. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi arrivando alla conoscenza della verità e all’esperienza della sua misericordia grazie alla Chiesa, sacramento universale della salvezza (cfr 1 Tm 2,4; 3,15; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48).

Ciascuno di noi, in forza del battesimo ricevuto, è inviato a far conoscere il vero volto di Dio, perché ogni uomo sia salvato. La via è quella della condivisione: condivido ciò che vivo. Lo Spirito ci aiuti a raccontare, al di là della nostra debolezza e fragilità, la necessità di essere di Cristo. Non solo però a parole ma con la vita.
San Giovanni Battista, lui che non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce, preghi per noi!

mercoledì 1 gennaio 2020

Buon anno!




Buon anno! si dice in questi giorni, e questo saluto-augurio sarà usato per tutto il mese di gennaio quando si incontra una persona, per la prima volta, nel nuovo anno.
Buon anno. Buono.
Chi è buono o cosa è buono secondo la Bibbia?
Il frutto del giardino è buono.
Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi (Gen 3,6)
L’angelo che accompagna nel suo viaggio Tobia è buono.
Un angelo buono infatti lo accompagnerà, il suo viaggio andrà bene e tornerà sano e salvo (Tb 5,22)
Ma poi ricorre qua e là l’immagine l’uomo buono, che porta notizie buone; altrove l’immagine dell’albero buono che produce frutti buoni.
Poi c’è il terreno buono che è colui che ascolta la Parola e la comprende; dà frutto … e produce il cento, il sessanta, il trenta (Mt 13,23); il seme buono che sono i figli del Regno (Mt 13,38).
C’è poi la domanda di un tale: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». (Mt 19,16), è l’idea che la bontà è il mio sforzo per ereditare la vita eterna, tanto che noi diciamo: sii buono, che vai in Paradiso! Frase contraddetta, in parte, da Gesù: quando al ladrone gli dona il paradiso.
Quindi la bontà, essere buoni non è sufficiente o non solo la strada per ereditare il Paradiso.

Possiamo citare altri passi biblici. Ma la bontà, essere buono, è una caratteristica di Dio. Sia l’A.T. che il N.T. afferma tutto questo. Solo due citazioni:
…tu, nostro Dio, sei buono e veritiero, sei paziente e tutto governi secondo misericordia. (Sap 15,1)
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. (Mc 10,18)

Quindi essere buono significa assomigliare a Dio, liberare la scintilla divina che è già in noi come dono del Creatore, che rischia di essere soffocata dell’istinto al male, dono dei progenitori.
Augurare buon anno allora può significare augurare un anno che sia nella bontà di Dio, che corrisponda a questa bontà gratuita.
San Giovanni XXIII ci ha lasciato un “decalogo della bontà”. Scrive:
1. Essere buono è dimenticare sé stessi per pensare agli altri.
2. Essere buono è perdonare pensando che la miseria umana è più grande della cattiveria.
3. Essere buono è avere pietà della debolezza altrui pensando che noi non siamo diversi dagli altri e, nelle loro condizioni, forse saremmo stati peggiori.
4. Essere buono è chiudere gli occhi davanti all’ingratitudine.
5. Essere buono è dare anche quando non si riceve, sorridendo a chi non comprende o non apprezza la nostra generosità.
6. Essere buono è sacrificarsi, aggiungendo al peso delle nostre pene di ogni giorno quello delle pene altrui.
7. Essere buono è tener ben stretto il proprio cuore per riuscire a soffocare le sofferenze e sorridere costantemente.
8. Essere buono è accettare il fatto poco simpatico che più doneremo più ci sarà domandato.
9. Essere buono è acconsentire a non avere più nulla riservato a sé stessi, tranne la gioia della coscienza pura.
10. Essere buono è riconoscere con semplicità che davvero buono è solo Dio.

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
A Maria, Madre di Dio e nostra, Madre del Buon Cuore, come viene venerata in alcune località del maceratese e dell’anconetano, affidiamo questo anno che ci è donato.
Buon 2020!

Un anno buono perché abitato dal Signore. Auguri!


Circoncisione di Gesù, Beato Angelico, affresco di San Marco a Firenze


«Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per 
la circoncisione,
gli fu messo nome Gesù». 
(Lc 2,21)


O Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il primo Sangue che hai versato per la nostra salvezza ci riveli il valore della vita e il dovere di affrontarla con fede e coraggio, nella luce del Tuo nome e nella gioia della grazia.






La solennità della S. Madre di Dio, festa sorta a ricordo del concilio di Efeso del 431 d.C., ci propone il Vangelo dei pastori, nel suo finale.
Quell'andare senza indugio dei pastori, ci richiama!
Seguire senza indugio il Signore, che i pastori avevano udito e visto.
È gioia dell’incontro provato dai pastori che ci viene proposto all'inizio dell’anno. I pastori non hanno visto una allucinazione di massa, angeli in Cielo che cantavano e proclamavano la nascita di un dio, ma trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia, come la visione gli aveva annunciato.
Dopo la gioia, c’è lo stupore di Maria, che non comprende tutto, ma custodisce nel cuore, per comprendere nei tempi di Dio.
Ma la gioia e lo stupore, che è anche dei pastori, diventa racconto. La fede non è e non può diventare individualismo, ma relazione! Appunto… racconto.
Infine. Compiuti gli otto giorni, Gesù è sottoposto ai gesti della legge mosaica: circoncisione e imposizione del nome.
La circoncisione del bambino Gesù è un gesto che all'inizio dell’anno prefigura la salvezza, dopo il primo sangue di Gesù versato nella circoncisione, ci sarà quello copiosamente versato nella Passione e Morte.
Il nuovo anno così inizia già salvato. Viverlo da salvati è quello che conta. Corrispondere alla salvezza sarà la nostra fatica, il nostro seguire il Salvatore senza indugio.
Senza indugio, con gioia, pieni di stupore, serbando ogni cosa nel cuore, per comprenderla a tempo debito, corrispondendo alla salvezza, è il desiderio che segna l’inizio del nuovo anno.
Sia questa la nostra pace, sia questo quello che chiediamo alla Madre di Dio per questo 2020. Un anno buono perché abitato dal Signore. Auguri!

giovedì 26 dicembre 2019

Santo Stefano, preghi per la nostra perseveranza!





La testimonianza di Stefano avviene liturgicamente dopo il Natale, nella realtà molti decenni dopo.
Cosa ci racconta la Parola di Dio su Stefano e per noi oggi?

1. non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava …  gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio
Quando non riesce a vivere un vero confronto si arriva sempre alle mani, anzi si arriva ad annientare l’interlocutore, a farlo fuori, perché la Verità, se è tale, non può tacere.
Nel nostro oggi questo metodo è molto in uso, basta vedere i comportamenti in Tv o sui social, o tra le persone, tanto che spesso per non entrare in questo vortice si tace.
Come essere per la Verità ed evitare tutto questo?
2. non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
C’è una parte che tocca a ciascuno, e una parte che tocca al Signore. Confidiamo in questo! È vero che nel confronto si esce con amarezza, se non si è concluso per la verità, ma la Verità si fa strada oltre noi… basta vedere la vicenda di Stefano.
3. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava….
La vicenda di Stefano è strettamente legata a quella di Paolo\Saulo. Sono legati da una preghiera: Stefano conformato in tutto a Gesù, prega per i suoi carnefici. È lo stesso che accade per Alessandro Serenelli e Maria Goretti. La preghiera del giusto è sorgente di salvezza.
Si muore sempre, per come si ha vissuto. Il resto è Grazia!
4. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Non confondiamo l’odio che nasce per la non sintonia, o per l’appartenenza politica, o per questioni umane con l’odio perché si è di Cristo.
Metti in conto che se sei di Cristo, se sei per la Verità, sei odiato.
La perseveranza è la strada per accogliere la salvezza, per non perdere la bussola del cammino.
Afferma il Santo Padre:
La vita cristiana non è un carnevale, non è festa e gioia continua; la vita cristiana ha dei momenti bellissimi e dei momenti brutti, dei momenti di tepore, di distacco, come ho detto, dove tutto non ha senso … il momento della desolazione. E in questo momento, sia per le persecuzioni interne sia per lo stato interiore dell’anima, l’autore della Lettera agli Ebrei dice: “Avete solo bisogno di perseveranza”. Sì. Ma perseveranza, perché? “Perché fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso”. Perseveranza per arrivare alla promessa.
Anche oggi, tanti, tanti uomini e donne che stanno soffrendo per la fede ma ricordano il primo incontro con Gesù, hanno speranza e vanno avanti. Questo è un consiglio che dà l’autore della Lettera agli Ebrei per i momenti anche di persecuzione, quando i cristiani sono perseguitati, attaccati: “Abbiate perseveranza”.
E anche “quando il diavolo ci attacca con le tentazioni”, conclude, “con le nostre miserie”, bisogna “sempre guardare il Signore”, avere “la perseveranza della Croce ricordando i primi momenti belli dell’amore, dell’incontro con il Signore e la speranza che ci spetta”.
Santo Stefano, preghi per la nostra perseveranza! Amen.

mercoledì 25 dicembre 2019

A Natale puoi!





A Natale puoi!
Recita una famosa pubblicità, mentre un ragazzo in tutti modi cerca di conquistare l’attenzione di un uomo che vorrebbe fare incontrare con la sua mamma.
È il desiderio di amare e farsi amare. Che non è solo una esigenza natalizia!
Il Natale è la festa cristiana dove questo desiderio si fa carne. In Gesù, l’eterno Dio, creatore e liberatore, si rende figlio, bambino, per renderci nuovamente figli, per liberarci da quella malata libertà che ci ha resi schiavi. Solo amando siamo liberi, liberati e liberatori.
Gesù è venuto a ridarci tutto questo!
La Parola di Dio questa festività ci racconta molte cose, uno stile.

- Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Siamo tutti della stessa stirpe, siamo tutti dello stesso popolo: quello umano, e nutrendoci del sangue di Cristo, in noi scorre stesso sangue.
Se a Natale puoi, vorrei una Chiesa che da questo Natale, bandisca dal suo linguaggio ogni parola che separa, che divide, che sottomette, che discrimina l’uomo per qualunque motivo. Per come è la sua accento, per come mangia, per come vive la sua affettività, per come è il colore della sua pelle, come Giuseppe, che era uomo giusto, lasciamo a Dio di giudicare il cuore di ogni persona, a noi invece spetta portare nel modo la giustizia di Dio e compiere " il disegno del Padre, fare di Cristo il cuore del mondo" (Ant. Liturgia delle Ore).

- A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio.
Accogliere il Natale, con il mistero di vita, significa diventare figli di Dio, cioè pian piano assumere quei lineamenti di umanità che Gesù, il figlio di Dio, ci ha insegnato. Avere i suoi sentimenti, la sua umanità.
Se a Natale puoi, vorrei una Chiesa che da questo Natale, bandisca dal suo linguaggio e dal suo stile ogni disumanità. Cari cristiani, noi siamo la Chiesa dell’ormai vicino 2020, che non è la chiesa marziana, come certi film del passato, sognavano, ma una chiesa umana e umanizzante. Mettiamo al bando ogni atteggiamento e linguaggio che ci rende cattivi testimoni sia dentro la comunità credente e sia con la comunità umana, di cui facciamo parte.
Ricordiamoci cosa dice la liturgia offertoriale: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”.

- I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto.
In ogni Natale incontriamo i pastori, che all'inizio vegliano con il gregge, poi li vediamo andare senza indugio a vedere il Bambino adagiato nella mangiatoria, ed infine li scopriamo annunciatori di un annunzio ricevuto.
Cari cristiani, anche noi in avvento proviamo a vegliare nell'attesa, poi veniamo alla Messa del Natale del Signore, e poi?
Se a Natale puoi, vorrei una Chiesa che da questo Natale, viva dello stupore dell’incontro con il Signore, quello dei pastori; che spenga la Tv quando questa approfondisce le miserie umane o le banalità dell’odierno vivere. Una Chiesa, noi, cari cristiani, che stupita dall'incontro non ricordi il freddo della veglia con il gregge, ma che ricordi la semplicità e la gloria che ha visto e ha ascoltato nella Notte Santa, come i pastori che glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto. Uno stupore che sia contagioso: Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.

- In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.
Mi piace questa annotazione storica. La nascita di Gesù è un fatto storico, ed accade dentro un preciso tempo.
Se a Natale puoi, vorrei una Chiesa che da questo Natale, sappia accogliere i tempi di Dio, sappia accogliere la fantasia dello Spirito che la rende viva, sappia dare ragione ai semplici e ai dotti, perché come ci ricorda l’Apostolo Pietro: adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto.
Ecco il nostro augurio vicendevole:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Amen.




martedì 24 dicembre 2019

È Natale, ma è già Pasqua!



S. Natale 2019


È un’opera di Georges de La Tour, pittore del Seicento, che richiama il Caravaggio, per i suoi chiaro e scuri, luce e tenebre. Molte opere del pittore francese hanno tra i simboli un lume o una candela o una lanterna.
Nei nostri presepi spesso c’è il pastore con la lanterna o anche S. Giuseppe.
L’opera in questione, Adorazione dei pastori, è del 1644, ed è conservata al Museo del Louvre.
La scena si apre a semicerchio intorno alla culla del Bambino Gesù. Immaginatela. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Due donne e tre uomini. Alternati: 1 donna, due uomini, 1 donna, 1 uomo.
Sono illuminati dalla luce che sii irradia dal quel centro: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
Il Divino Infante è adagiato sulla paglia: avvolto in strette fasce, una candida cuffia sul capo, dorme placido e serio, come solo i neonati sanno fare.
A tratti, quasi sembra giacere nel dolce sonno della morte, quasi a prefigurare quei tre giorni nel sepolcro. È poi è fasciato, non con le braccia fuori, come ma era usanza e costume in occidente, fino alla metà del ‘900, di rivestire gli infanti, ma è fasciato come un defunto secondo l’usanza e il costume orientale, e ricorda molto le immagini di Lazzaro che esce dal sepolcro, solo manca un dettaglio: il sudario, perché qui è nella mangiatoia e non nel sepolcro.
A sostegno di questa scena, è Natale o è già Pasqua, un piccolo agnello: ed è lui che si avvicina più di tutti al volto del Bambinello. Immagine di infinita tenerezza, ma allo stesso tempo segno che prefigura il sacrificio pasquale, a cui del resto anche le bende, e il sonno stesso di Gesù, direttamente alludono.
Ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.
Una gioia che traspare in alcuni dei cinque personaggi raccolti a semicerchio attorno a Divin Salvatore.
Eretta come una scultura, la prima donna, difronte all’uomo solo che chiude il semicerchio, eppure morbida e tenera proprio come una madre, Maria è raffigurata sulla sinistra, le mani giunte in adorazione di quel suo Figlio divino, lo sguardo grave e pensoso di chi medita nella quiete del proprio cuore il compiersi del prodigio annunciato.
Maria che diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia.
È adorante. Quel Bimbo pare un’Ostia bianca e luminosa, come quelle che si vedono nelle nostre chiese esposte nei luminosissimi ostensori a raggera. Ma è Natale o è già Pasqua?
Accanto a lei vi è un giovane pastore, umile eppure dallo sguardo fiero, con quei baffetti alla moschettiera e il colletto della camicia vezzosamente ricamato, la mano chiusa sul bastone.
Ecco, vi annuncio una grande gioia!
Sorride invece il personaggio alla sua destra, ed una è delle poche figure in tutta la pittura di La Tour, in verità, a regalarci un simile sorriso. L’uomo stringe lieto fra le dita un flauto, quasi fosse pronto anch’egli ad unirsi, con semplicità, agli angelici cori e alla musica celestiale di questa notte santa.
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
Ma il pastore gioioso, coll’altra mano, invece, sale alla tesa del cappello, come per un saluto, e ci ricorda quei personaggi dei nostri presepi di casa, che hanno il pastorello genuflesso e che come il pastorello gioioso di La Tour, compie un saluto gioviale e riverente insieme, a questo Re dei Re che ha scelto una stalla per venire al mondo: ma anche soltanto come un benvenuto a una nuova vita.
Vicino a lui una seconda donna, con in testa una specie di turbante. Un’annotazione di vita contadina, ma che ai nostri occhi diventa quasi un elemento esotico. La scodella scotta, e lo capisce da quelli mani che sorreggono, rimanendo sollevate, e non afferrano la stessa. E poi la delicatezza con cui le sue mani recano l’offerta di una pentola di coccio coperta da un piatto, a contenere forse un po’ di latte per l’infante o un po’ di cibo caldo per confortare i suoi genitori in quella notte, diventa già come il gesto stesso dei Magi che presto giungeranno da Oriente con i loro doni, così simbolici e preziosi: oro, incenso e mirra.
Infine, a chiudere il semicerchio, un uomo di spalle, la barba candida e soffice: il buon Giuseppe. Lo sguardo fisso su quel neonato di cui è padre putativo, stupito per ciò che sta accadendo, ma sinceramente lieto, intimamente felice, come rivela quella scintilla nei suoi occhi che non è solo il riverbero della candela della quale con la mano copre in parte la fiamma, quasi con una sorta di premuroso pudore.
Come se dicesse, Giuseppe: non guardate voi spettatori questo piccolo lume, non confondete lucciole per lanterne, il lume per il Sole, ma volgete piuttosto il vostro sguardo a quella grande luce che è sorta a rischiarare il mondo.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Si tratta di cinque figure dai volti così vivi, così realistici, da sembrare dei veri e propri ritratti, probabilmente di compaesani, e forse di amici, del pittore. Ognuno di essi è come rapito da quello spettacolo che gli si svela dinnanzi, che è al tempo stesso ordinario e straordinario, di questa creatura nata da qualche ora, che giace sotto i loro occhi senza nessuna enfasi, e che rinnova lo stupore per il miracolo della vita.
Sì, tutto in questo dipinto è essenziale. Non ci sono angeli, non ci sono stelle e neppure il bue e l’asino della tradizione.
Sono in semicerchio, ai lati Maria e Giuseppe, uno spettacolo per il mondo, non solo per loro, non solo per pochi.
Fermati, e contempla questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere.
In un semicerchio, perché spalancato, senza barriere. Diceva don Primo Mazzolari nell’omelia di Natale del 1931: «Non ascoltate chi vuole dimostrarvi che le barriere sono necessarie e che senza una guerra non si rimette a posto nulla. Guardate il Presepio o il Calvario e troverete la risposta all’incosciente menzogna. E con la risposta, una grande speranza, perché è dal Presepio e dal Calvario che incomincia la Redenzione».
In semicerchio, come un orecchio in ascolto, attendendo all’annuncio degli angeli. Ecco cosa scrive papa Benedetto XVI nella sua omelia nella Notte Santa del 2005: Il Vangelo [dell’annuncio ai pastori di Betlemme.], mette in luce una caratteristica che poi, nelle parole di Gesù, avrà un ruolo importante: erano persone vigilanti. Questo vale dapprima nel senso esteriore: di notte vegliavano vicino alle loro pecore. Ma vale anche in un senso più profondo: erano disponibili per la parola di Dio, per l’Annuncio dell’angelo. La loro vita non era chiusa in sé stessa; il loro cuore era aperto. In qualche modo, nel più profondo, erano in attesa di qualcosa, in attesa finalmente di Dio. La loro vigilanza era disponibilità, disponibilità ad ascoltare, disponibilità ad incamminarsi; era attesa della luce che indicasse loro la via. È questo che a Dio interessa. Egli ama tutti perché tutti sono creature sue. … Chiediamogli di far sì che non trovi chiuso il nostro cuore. Facciamo in modo di essere in grado di diventare portatori attivi della sua pace, proprio nel nostro tempo».
È Natale, ma è già Pasqua!

domenica 22 dicembre 2019

Giuseppe suo sposo...






L’ultima domenica di avvento ci propone nell'attesa e nel preparare il Natale, Giuseppe di Nazareth.
Poche cose definiscono questo personaggio del Vangelo.
Il luogo di abitazione, Nazareth; il luogo d’origine, Betlemme; il nome di suo padre, Giacobbe generò Giuseppe; la sua parentela, della casa di Davide; la sua paternità adottiva, Gesù era figlio, come si riteneva, di Giuseppe o in altro passo viene detto: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth; il lavoro praticato, falegname o carpentiere; la situazione affettiva, sposo di Maria.
Il Vangelo odierno però lo definisce anche era uomo giusto.
Altri personaggi spiccano per essere giusti nella Bibbia, sempre di nome Giuseppe, l’egiziano e di Arimatea.
Cosa vuole dire essere giusto secondo la Bibbia.
Gesù è il giusto.
Possiamo dire che lo sposo di Maria, lascia a Dio di giudicare il cuore della sua promessa sposa, egli vuole così bene a Maria che scoprendo che è gravida, prima che andassero a vivere insieme, non si appella alla giustizia degli uomini, alla legge mosaica, ma lascia che Maria viva il suo destino, la sua libertà (così Giuseppe pensa!), e compie qualcosa di sconvolgente, di sorprendente, per proteggerla (è questa la forza del vero amore che non possiede, ma libera!), pensò di ripudiarla in segreto.
Quale festa nel cuore avrà avuto Giuseppe nel compiere questo gesto. Avere la festa nel cuore significa dare giusto valore ad ogni cosa, ad ogni fatto, ad ogni persona.
Signore aiutaci ad essere giusti, a rimandare a te i conti, le conclusioni, così che la domenica sia veramente la festa che misura i nostri giorni. Amen.