mercoledì 19 febbraio 2020

SANTITÀ TRA LE SACRAMENTINE




GIOVANNI ANTONIO BALDESCHI nacque a Ischia di Castro (Viterbo) intorno al 1780. Ordinato presbitero nel 1797, fu incaricato, appena l’anno dopo, di seguire spiritualmente madre MARIA MADDALENA DELL’INCARNAZIONE, monaca professa al monastero del Terz’Ordine Francescano dei Santi Filippo e Giacomo a Ischia di Castro, ispiratrice del nuovo Ordine delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento (“sacramentine”). BALDESCHI sostenne l’autenticità del carisma presso il vescovo del luogo, e l’ordine nacque il 31 maggio 1807, con l’ospitalità in un monastero agostiniano nel centro di Roma. Fu il cardinale DELLA SOMAGLIA, vicario di Roma, a concedere il permesso di esporre il Santissimo Sacramento tutte le domeniche e feste di precetto. Ma il nuovo impegno apostolico fu subito segnato dalla sofferenza, a causa dell’occupazione napoleonica di Roma. Senza nessuna colpa, BALDESCHI fu portato in carcere, sia pure per soli tre giorni, mentre a madre MADDALENA fu ordinato di trasferirsi presso la famiglia a Porto Santo Stefano, e stessa sorte toccò alle postulanti. Terminata la persecuzione napoleonica, il piccolo gruppo poté rientrare a Roma e il 22 luglio 1814 ricevette l’approvazione definitiva da parte di PIO VII.
Nel 1824, poi, morì la beata MARIA MADDALENA; le successe madre GIUSEPPA DEI SACRI CUORI, che riuscì con padre BALDESCHI a completare la stesura delle Costituzioni. Intanto, su desiderio di alcuni nobili napoletani, nel 1828 nacque un monastero nella città partenopea; alla fondazione fu inviato anche il servo di Dio, in quanto membro del clero romano. Quando poi la madre GIUSEPPA fu mandata a Squillace per fondare un altro monastero, il sacerdote rimase a Napoli per assestare la comunità, ormai accresciuta di oltre 120 religiose, e poter seguire la nuova fondazione calabrese. Costante rimase il suo impegno per consolidare il culto eucaristico e propagandarne l’efficacia.
All’inizio del 1840 padre BALDESCHI si ammalò di malattia polmonare e, dopo le prime cure presso il vicino Ospedale degli Incurabili, fu trasferito a Torre del Greco, dove morì il 10 agosto dello stesso anno. Fu sepolto nel monastero di Santa Maria delle Grazie; nel 2008 la salma fu tumulata nella chiesa del monastero di San Giuseppe.
Venerdì 21 febbraio alle ore 12 nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Apostolico Lateranense si concluderà la sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni del servo di Dio GIOVANNI ANTONIO BALDESCHI, sacerdote della diocesi di Roma e cofondatore delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento.

La Sacramentine annoverano già altri membri in fama di santità o già riconosciuta della Chiesa, come la fondatrice Caterina Soderini. Ecco l’elenco per data di morte:
†1824: Beata MARIA MADDALENA DELL’INCARNAZIONE (Caterina Sordini), fondatrice
†1840: servo di Dio Giovanni Antonio Baldeschi, sacerdote diocesano, confondatore
†1844: serva di Dio MARIA GIUSEPPA DEL SACRI CUORI (Marianna Fortunata Cherubini), fondatrice a Napoli
†1876: serva di Dio MARIA SERAFINA DELLA CROCE (Ancilla Ghezzi), fondatrice a Monza

CATERINA SORDINI
Caterina Sordini nacque a Porto Santo Stefano (Grosseto) il 17 aprile 1770; a 16 anni sembra che fosse stata promessa in sposa ad un marittimo di Sorrento, Alfonso Capece, ma lei declinò la scelta e dando seguito al suo desiderio, entrò fra le Terziarie Francescane di Ischia di Castro (Viterbo), ricevendo l’abito religioso il 26 ottobre 1799.
Ebbe come guida e padre spirituale don Giovanni Baldeschi e come spesso accade, da questo profondo legame spirituale, Caterina ricavò l’ideale di fondare un nuovo Istituto religioso dedito all’adorazione perpetua dell’Eucaristia, centro e culmine di ogni vita cristiana.
Nel frattempo nel Capitolo del 20 aprile 1802 delle Terziarie Francescane, fu eletta badessa a soli 32 anni; aveva cambiato il nome in Maria Maddalena dell’Incarnazione, si dedicò ad un deciso riordinamento economico della casa e ad una restaurazione della vita regolare delle Terziarie.
Il periodo del suo governo fu accompagnato da una serie di fenomeni straordinari e da un crescente fervore di vita spirituale, per cui in tutta la zona si diffuse la fama della giovane badessa, la quale comunque non aveva mai abbandonato l’ideale delle suore adoratici.
Con l’accordo del padre Baldeschi e del vescovo di Acquapendente, mons. Pierleone, iniziò la stesura delle regole del nuovo Istituto. L’8 luglio 1807, lasciò Isola di Castro e le Terziarie Francescane e con l’incoraggiamento di Pio VII, inaugurò a Roma la prima casa delle “Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento” in un ex convento carmelitano alle Quattro Fontane.
Durante l’occupazione francese di Roma, la Congregazione fu sciolta forzatamente in base alle leggi napoleoniche e Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, fu mandata in esilio, prima a Porto Santo Stefano e poi a Firenze.
Ma in Toscana ebbe l’opportunità di conoscere alcune giovani, che costituirono il gruppo iniziale delle nuove Adoratrici, quando queste poterono ritornare a Roma in S. Anna al Quirinale, il 19 marzo 1814.
Quattro anno dopo, il 13 febbraio 1818, il papa Pio VII approvò definitivamente l’Istituto, che ormai era dedito alla solenne e pubblica esposizione del SS. Sacramento, con la continua adorazione.
La Madre Fondatrice, morì a Roma il 29 novembre 1824, lasciando una fama di santità e di fenomeni straordinari che l’avevano accompagnata in vita. Fu sepolta in S. Anna al Quirinale, con il permesso del papa, che allora aveva la sua residenza nel palazzo del Quirinale, ma nel 1839 le sue spoglie furono traslate nella chiesa di S. Maria Maddalena a Monte Cavallo, nuova sede di Roma delle Adoratrici Perpetue e contemporaneamente furono avviati i processi canonici per la sua beatificazione, che ad oggi sono in fase avanzata.
La presenza delle suore è attualmente in Europa, America, Africa; solo in Italia dopo Napoli e Roma che furono le prime, sono presenti in dodici case (anno 2001).
Papa Giovanni Paolo II l'ha dichiarata "Venerabile" in data 24 aprile 2001. Benedetto XVI il 17 dicembre 2007 ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione.
Il 3 maggio 2008 è avvenuta la celebrazione della beatificazione a Roma presso la Basilica di San Giovanni in Laterano.

MARIANNA FORTUNATA CHERUBINI
La Serva di Dio nacque ad Ischia di Castro (VT) il 31 luglio 1788. A circa tre anni i genitori la collocarono come educanda presso il Monastero delle locali Terziarie Francescane. La giovane Fortunata desiderava restare nella vita monastica, ma trovò l’opposizione prima della zia e poi del padre (la madre nel frattempo era morta), per cui rientrò in famiglia per qualche tempo.
Avendo manifestato perseveranza nel suo proposito di consacrarsi al Signore, verso i 15 anni di età fece ingresso in qualità di novizia tra le suddette Monache; il 19 agosto 1804 emise la professione prendendo in religione il nome di Clotilde.
Nel 1807 l’allora abbadessa del Monastero, la Beata Maria Maddalena dell’Incaranazione (nel sec. Caterina Sordini), portò a termine un progetto da tempo coltivato, fondando un Istituto dedito all’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento; la Serva di Dio fu tra quante, condividendone l’ideale di consacrazione al Signore, la aiutarono nell’attuazione di tale progetto.
Dopo lunghe trattative tra il Vescovo di Acquapendente e il Pontefice del tempo, il gruppo di religiose, accompagnato da P. Giovanni Antonio Baldeschi, direttore spirituale della Beata Maria Maddalena e zio di Suor Clotilde, partì alla volta di Roma il 31 maggio 1807.
La piccola comitiva trovò ospitalità presso il Monastero agostiniano di via Inselci, in Roma, e dopo un mese passò presso l’ex convento dei carmelitani scalzi spagnoli accanto al Palazzo del Quirinale.
Dovette poi affrontare le dure prove derivanti dalla persecuzione napoleonica. Dopo l’invasione dell’Italia e l’occupazione di Roma, il Papa fu deportato in esilio in Francia; i Monasteri e le case religiose vennero requisiti e la lotta contro il clero e la vita monastica esplose con grande forza.
Lo stesso P. Baldeschi fu imprigionato con accuse calunniose e poi rilasciato; la B. Maddalena e alcune compagne, tra cui la Serva di Dio, conobbero la via dell’esilio, prima a Porto S. Stefano e poi a Firenze. Nonostante la situazione di oggettiva difficoltà, nacquero nuove vocazioni che riempirono poi il Monastero di Roma e fecero estendere l’Istituto anche in altre città. Terminata la persecuzione l’approvazione definitiva da parte del Pontefice Pio VII.
Sotto la solida guida di Mons. Menocchio, Vescovo agostiniano e sacrista del S. Padre, affidato alle religiose dal Pontefice come guida spirituale, l’Adorazione Perpetua iniziò ad avere anche una sua fisionomia giuridica: Regola di S. Agostino e Costituzione legate al proprio carisma specifico. Le componenti della novella famiglia religiosa adottarono un abito proprio ed emisero la nuova professione monastica. La Serva di Dio mutò il suo nome in quello  di Maria Giuseppa dei Sacri Cuori e collaborò alla stesura delle prime Costituzioni.
Nel 1824 morì la Fondatrice e sorsero alcune divisioni all’interno della Cominità di Roma. La Serva di Dio fu eletta Superiora di quella casa e la governò con saggezza e prudenza, riuscendo anche a completare le Regole, ancora incomplete nella precedente stesura.
Nell’ottobre 1828 si recò a Napoli per erigere una nuova Casa dell’Istituto. La fondazione, lungamente voluta e preparata da alcuni nobili di napoletani, trovò il suo pioniere nel cavalier Buonocore, ottenne la benedizione del Card. Ruffo Scilla e fu accompagnata anche dalla benevolenza del Re Francesco I e della Regina Madre.
Non mancarono tuttavia le difficoltà, causate da alcune divisioni interne. La stessa Serva di Dio venne fatta oggetto di rilevanti opposizioni e dovette superare non poche difficoltà. Per affrontare tali prove trovò forza nella preghiera fervorosa; spronò le consorelle a raggiungere un sempre maggiore livello di perfezione ed ella stessa costituì per loro un esempio attraverso l’esercizio della virtù cristiane.
Con amorevole sollecitudine assistette spiritualmente e materialmente alcune famiglie povere e mostrò particolare sollecitudine per le anime in pericolo. Divenne così modello di condotta virtuosa per quanti l’accostavano: re, regine, cardinali, vescovi, fedeli di ogni rango e sesso.
Nel 1836, su richiesta del Vescovo di Squillace, Mons. Rispoli, si recò a fondare un nuovo Monastero nella regione calabra. Dopo circa sei anni fece ritorno nel Monastero di Napoli. Al rientro si accentuarono le fazioni interne alla Comunità e la Serva di Dio dovette affrontare un periodo difficile anche dal punto di vista spirituale.
Chiamata in Roma dalla Sede Apostolica per porre fine alla profonda divisione presente in quella Comunità portò a termine il proprio compito con grande umiltà e cercando sempre di facilitare la pace reciproca.
Eletta Priora della Comunità romana, morì in concetto di santità la notte tra il 5 ed il 6 ottobre 1844 per gravi problemi cardiologici. Volle morire attaccata al suo crocifisso.
Nel 1898 il Papa Leone XIII, mediante la Bolla Pium Institutum estese tutto ciò che era stato previsto nella riforma redatta dalla Serva di Dio come stile di vita dell’intero Istituto della Adorazione Perpetua.
Nel novembre 1844 viene aperta la causa di canonizzazione, ma per varie vicende viene riaperta il 16 settembre 2008. Il 22 ottobre 2013 vie è l’apertura della sessione dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni della serva di Dio; che si conclude il 30 settembre 2014.

ALCILLA GHEZZI
1808: 24 ottobre: Ancilla Ghezzi nasce da Carlo e Teresa Galbiati e viene battezzata lo stesso giorno nella basilica di S. Giovanni Battista. Il padre è operaio, la madre presta servizi a ore come domestica.
1816 ca.: a causa della povertà della famiglia (i figli sono cinque), va a lavorare alla Bottega dei Francesi, dove deve confezionare colletti, bretelle e altre piccole cose del genere.
1817:  Riceve la prima Comunione.
1819: Riceve la Cresima dall’arcivescovo di Milano, Card. Gaetano Gaysruck.
1820:  Le muore il padre, stremato dalla miseria.
1822:  Va a Milano a servizio presso una famiglia, ma se ne allontana subito, perché la sua virtù è insidiata. Presta poi servizi saltuari presso varie famiglie.
1823:  Fa promessa di castità, povertà e obbedienza.
1826: è’ assunta come operaia in un negozio di manifatture presso la Casa d’Industria.
1830 ca.: è assunta come operaia alla Filanda Corti. Non molto tempo dopo, per la sua diligenza e capacità, è nominata assistente
1831: Dal suo confessore viene fatta conoscere a Don Marco Passi, di Brescia, e questi, giudicandola molto positivamente, le propone di farsi monaca nel monastero che egli ha in animo di fondare; allo scopo  si dichiara disposto a pagare una maestra che le insegni a leggere e a scrivere, dato che non era riuscita a farlo da bambina, benché non mancasse affatto di intelligenza. Ella, dopo un primo assenso, rifiuta l’offerta, perché sente di essere chiamata ad altra via. Rifiuta pure delle proposte di matrimonio, anche vantaggiose.
1836-1843: Lavora come inserviente al Collegio Bianconi. E’ molto stimata. Ha frequenti estasi che vengono giudicate sintomo di malattia, ma il medico non sa curarle.
1843: Torna a casa sua, dove vive con la madre. Per vivere confeziona fiori di carta e stoffa. Continuano le estasi.  Il confessore, Don Albonico, consulta l’Arciprete, msg. Zanzi; poiché intanto si è sparsa la notizia  di questi fatti straordinari e se ne interessa anche la polizia; monsignore informa l’Arcivescovo e si fa garante della serietà di Ancilla; ne diventa direttore spirituale.
1844: settembre: Ancilla e la madre vanno ad abitare in due stanze al Carrobiolo, sperando di poter godere un po’ di pace.
1845: Continuano i fenomeni mistici .- Nella Quaresima è visitata da una commissione di medici venuti da Milano, i quali danno un giudizio vago, ma globalmente negativo.
Il 22 maggio, solennità del Corpus Domini, si sente ispirata da Dio a fondare in Monza un monastero di Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento, conforme a quello già esistente in Roma - è fatta oggetto di pesanti accuse presso l’Arcivescovo di Milano, che decide di farla esaminare da medici in ospedale.
1846: dal 3 febbraio al 24 aprile deve rimanere all’Ospedale di Porta Nuova in Milano, per essere sottoposta a esami e osservazioni dei medici: il giudizio finale è sfavorevole. Al ritorno a Monza deve sottostare a nuove calunnie e all’interdizione ai sacerdoti di ascoltarla. Ma il Barnabita Padre Giampietro Curti accetta di diventare suo confessore e la sostiene nelle difficoltà e nelle dure lotte contro il demonio.
1849: 3 novembre sera: con tre compagne (Giuseppina Lampugnani, Pasqualina Viganò, Mansueta Pirola) si ritira in un piccolo appartamento preso in affitto al Carrobiolo: qui vivono secondo un regolamento dato loro da P. Curti. Fanno turni di adorazione alla Croce, finché, ottenuto il permesso di conservare l’Eucaristia, danno inizio all’adorazione dell’Eucaristia. Il governo della piccola Comunità viene affidato ad Ancilla. Sono poste così le basi del futuro
Monastero.
1852: Un decreto dell’Imperial Regia Luogotenenza riconosce e autorizza la “Pia Società di vergini dette Sacramentine esistente nella città di Monza”, di cui è dichiarato reponsabile msg. Zanzi.
Per le continue, false accuse mosse ad Ancilla e alle compagne, i superiori dei Barnabiti, trasferiscono P. Curti a Milano.
1854: Dal principio di quest’anno la piccola Comunità (22 membri) osserva la Regola dell’Ordine delle Adoratrici Perpetue, mandata dalla Superiora di Roma su richiesta di  P. Curti.
1854: Grazie alle doti di due sorelle si acquista l’antico monastero di S. Maddalena, che però ha bisogno di molti restauri.
1855:  15 settembre: muore P. Curti.
Il 24 settembre la comunità si trasferisce dal Ritiro del Carrobiolo nel monastero.
1856: Si acquista la chiesa, anch’essa da restaurare perché era stata adibita a uso profano. Poco dopo si completa l’acquisto dell’intero caseggiato di via S. Maddalena.
4 novembre: Ancilla e una Sorella partono per Roma, per compiere nel monastero delle Adoratrici Perpetue la loro formazione alla Regola dell’Ordine. Fanno la Vestizione il 5 dicembre.
1857: Il Papa Pio IX concede alle due Monzesi di abbreviare il periodo di formazione: perciò il 29 settembre possono fare la Professione. Ancilla prende il nome di Serafina della Croce. Il 5 ottobre, con altre due Sorelle monzesi, che già avevano professato l’anno precedente nel monastero di Roma, partono per Monza. Sr. Maria Serafina ha l’incarico di Vicaria e di Maestra delle novizie. Arrivano a Monza l’11 ottobre. Il 15 dicembre l’arcivescovo Romilli nella chiesa del monastero presiede alla Vestizione delle prime dodici probande.
1859: 4 marzo: ultimato il restauro, la chiesa viene benedetta da msg. Zanzi e il 19 giugno è aperta al pubblico con la solenne Esposizione, continuata per 13 giorni consecutivi.
1861: 15 novembre: Pio IX firma il Decreto per l’erezione canonica del monastero, la clausura papale e la Professione delle Novizie.
1862: 23 gennaio: il Vicario Capitolare di Milano, msg. Caccia Dominioni notifica ufficialmente alla comunità il Decreto del S. Padre. Diciotto novizie fanno la Professione solenne. - Il 13 novembre msg. Caccia consacra la chiesa.
1863: 3 marzo: si tiene il primo Capitolo e Sr. Serafina della Croce viene eletta superiora: le sarà rinnovata tale carica fino alla morte.
1866: Si temono le conseguenze della legge eversiva della proprietà ecclesiastica emanta il 7 luglio; Madre Serafina dà esempio di totale fiducia in Dio; il monastero non viene soppresso.
1870: Si fonda un nuovo monastero a Innsbruck per la donazione di una nobile del luogo, Sofia degli Angelini, divenuta Adoratrice col nome di Sr. M. Pia del Divino Amore.
1871: Madre Serafina si reca a Innsbruck per sanare dissapori sorti fra le tre monzesi mandate per la fondazione e le Suore native del luogo. Dopo un breve soggiorno, ristabilita la pace, torna a Monza con le tre sorelle italiane.
1876: 8 febbraio: Madre Serafina muore.
1907: 26 marzo: Traslazione, nella chiesa delle Sacramentine, dei resti mortali della Madre e di quelli di msg. Zanzi, giustamente considerato confondatore del monastero.
1943: 13 marzo, apertura della sessione dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni della serva di Dio.

martedì 18 febbraio 2020

San Donaziano, Alghero: 1913



Quando si pensa al Alghero, subito viene in mente la canzone di Giuni Russo.

Il ritornello recita Voglio andare ad Alghero - In compagnia di uno straniero.
Eppure la città dalle spiagge assolate, ha il suo straniero custodito dentro un’urna nella cattedrale di S. Maria.
Seppur nel cristianesimo più nessuno è straniero, e come dice l’Apostolo Paolo: Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti (Col 3,11), e anche: Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).




Ma giocando sulle parole della cantante, lo straniero di Alghero, si chiama Donaziano.
Straniero di dove?
Nel libro degli Atti degli Apostoli (CEI 1974), leggiamo nell’elenco delle presenze a Gerusalemme in occasione della Pentecoste: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, … stranieri di Roma … ».
Il martire venerato ad Alghero in S. Maria è Donaziano di Roma.

Scrive Raffaele Sari Bozzolo:
Chi entra nella cattedrale di Santa Maria ad Alghero, ammira una chiesa monumentale, ricca di storia e di arte in ogni suo più recondito particolare. Oltrepassato il presbiterio ed il pulpito, andando verso il lato destro ci si imbatte in un’ampia cappella dedicata allo Spirito Santo; qui, sotto la mensa di questo altare, vi è un particolare loculo, dove – protette da un cristallo – vi si possono ammirare, in una luce tenue e suggestiva, le fattezze delicate di un giovane vestito d’una elegante tunica bianca e rossa, impreziosita da fini ricami in filo d’oro. Il pallido volto del giovane quasi impietosisce chi si sofferma ad osservarne l’espressione innocente e malinconica, chi ne scruta la tristezza degli occhi. Se poi ci si china sul vetro ad osservarne tutto il corpo disteso, si scorge che indossa sandali romani e che vicino a sé ha un’ampolla colma di sangue. I tratti di quel viso tradiscono una mai del tutto trascorsa fanciullezza e l’ampia ferita che gli apre un vistoso squarcio sul collo racconta com’è che quella mai poté trascorrere. Ci si rialza scossi.

Il misterioso martire è uno dai tanti martiri delle catacombe traslati dall’Urbe all’Orbe, ed anche la Sardegna ebbe la sua porzione.
Da quale catacomba proviene S. Donaziano?

Un’antica stampa devozionale incisa su rame e custodita dalla Biblioteca della Confraternita della Misericordia, sappiamo che quei resti provengono dalla catacomba Ciriaca in Roma.

Come S. Donaziano arrivò ad Alghero, non tanto come uno straniero, ma come figlio di quella Chiesa madre, Roma, che già in Sardegna aveva visto generare la fede cristiana ad opera dei cristiani esiliati ad metalla e che fu imporporata dal sangue di suoi numerosi martiri?

Ci racconta Raffaele Sari Bozzolo:
Fu il cardinale Vicario di Sua Santità Costantino Patrizi, nel 1845, a Donare la reliquia di S. Donaziano a Carlino Garibaldi, un agiato e colto negoziante di ceppo ligure, figlio di Giambattista, clavario della città, marito di Gerolama Piccinelli; questa era la figlia di Stefano Piccinelli (1778-1843), facoltoso mercante, nativo di Sestri Levante, e di Agnese Vitelli (1784-1871), figlia di Carmine Vitelli, agiato commerciante originario di Torre del Greco. Morendo il Piccinelli aveva lasciato alla vedova, alla figlia e al genero un lussuoso palazzo in Piazza Civica che ospitava un oratorio privato dove - grazie ad un’autorizzazione concessa proprio in quello stesso 1845 dal vescovo di Alghero Pier Raffaele Arduino - veniva celebrata la messa nelle principali festività.
I coniugi Garibaldi-Piccinelli non ebbero figli, così che il S. Donaziano passò a un loro nipote, l’avvocato Stefano Bolasco Piccinelli; costui, a sua volta, defunto celibe, volle legarlo alla madre Camilla. Alla morte di Donaziano Bolasco Piccinelli, figlio di quest’ultima, fu la nobildonna Giovannina Bolasco, maritata Guillot, a ereditarne i suoi beni, e tra questi la reliquia che continuò a custodire nella cappella del palazzo attiguo all’archivolto di Porto Salve, fino al 1913, quando decise di cederla al vescovo di Alghero Ernesto Maria Piovella. Con una breve processione, l’urna venne trasportata in cattedrale e sistemata nella cappella della Cattedrale dedicata allo Spirito Santo (già dell’altare privilegiato), dove tuttora si trova.
Così S. Donaziano, giunse ad Alghero.

Il simulacro assomiglia ad altri come: S. Adiutore venerato a Wexford (Irlanda), dono di Pio IX a Thomas Devereux (1); S. Augustale, venerato a Viterbo (2); S. Candido venerato a Roma (3); S. Ischilacio venerato in Francia (4); S. Liberale venerata a Crea (5); S. Lupercilla venerata a Crodo (6), e certamente altri.

Concludo con la Colletta dal comune di Martiri del Messale Romano:
Dio onnipotente e misericordioso,
che hai dato a san Donaziano un’invitta costanza
fra i tormenti del martirio,
rendici sereni nelle prove della vita
e salvaci dalle insidie del maligno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen. Così sia!

venerdì 14 febbraio 2020

Due grandi uomini della Chiesa del primo millennio!





A causa del S. Valentin Day anche i cattolici si dimenticano dei grandi e santi fratelli Cirillo e Metodio.
Se su San Valentino ci sono problemi agiografici di identificazione, con i due fratelli apostoli degli slavi, c’è una certezza!
Il Martirologio Romano li ricorda così:
Memoria dei santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo. Questi due fratelli di Salonicco, mandati in Moravia dal vescovo di Costantinopoli Fozio, vi predicarono la fede cristiana e crearono un alfabeto per tradurre i libri sacri dal greco in lingua slava. Venuti a Roma, Cirillo, il cui nome prima era Costantino, colpito da malattia, si fece monaco e in questo giorno si addormentò nel Signore. Metodio, invece, ordinato da papa Adriano II vescovo di Srijem, nell’odierna Croazia, evangelizzò la Pannonia senza lesinare fatiche, dovendo sopportare molti dissidi rivolti contro di lui, ma venendo sempre sostenuto dai Romani Pontefici; a Staré Mešto in Moravia, il 6 aprile, ricevette il compenso delle sue fatiche.
La memoria liturgica, al grado di festa da quando sono patroni d’Europa (1980 – 2020), cade nel giorno della nascita al Cielo di Cirillo, che con il fratello Metodio, era a Roma per chiedere conferma e appoggio al papa per la loro opera di evangelizzazione, e fu sepolto in S. Clemente.
Un’opera che a tratti anticipa di 1100 anni, circa, il Concilio Vaticano II: ad esempio per la scelta di usare le lingue nazionali nella liturgia.

Patrono dei malati di epilessia, dei bambini e degli innamorati: S. Valentino






il 14 FEBBRAIO si venera
San Valentino prete e martire (1)*
San Valentino vescovo di Terni e martire (2)*

* secondo alcuni è il medesimo, nativo di Terni, martire a Roma. La questione prete o vescovo è spiegata dall'uso della parola presbitero nella Chiesa dei primi secoli.

* la questione del patronato per il fidanzati è leggendaria e successiva al culto, che sostituisce il patronato per il mal di San Valentino o epilessia. In molti luoghi del nord-est d'Italia questo è legato al simbolo della chiave; in alcune iconografie l'epilettico è raffigurato con la fascia sulla fronte, forse per ricordare che ai malati di epilessia veniva imposta sulla fronte la chiave di ferro della chiesa del Santo.
Questo patronato veniva poi esteso in modo particolare ai bambini, trasformando il Santo in patrono dei bambini.

San Valentino vescovo e martire di Terracina con San Damiano diacono e martire (3)

E altri 34 omonimi, appunto di nome “Valentino” (4), tutti martiri estratti dalle catacombe di Roma.

lunedì 10 febbraio 2020

IL MIO SANREMO 2020





Tu non lo dici ed io non lo vedo

L'amore è cieco o siamo noi di sbieco?

Un battibecco nato su un letto

Un diluvio universale

Un giudizio sotto il tetto

Up con un po' di down

Silenzio rotto per un grande sound

Semplici eppure complessi

Libri aperti in equilibrio tra segreti e compromessi

Facili occasioni per difficili concetti

Anime purissime in sporchissimi difetti

Fragili combinazioni tra ragione ed emozioni

Solitudini e condivisioni

Ma se dovessimo spiegare in pochissime parole

Il complesso meccanismo che governa l'armonia del nostro amore

Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare

Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

E detto questo che cosa ci resta

Dopo una vita al centro della festa?

Protagonisti e numeri uno

Invidiabili da tutti e indispensabili a nessuno

Madre che dice del padre:

"Avrei voluto solo realizzare

Il mio ideale, una vita normale"

Ma l'amore di normale non ha neanche le parole

Parlano di pace e fanno la rivoluzione

Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore

Non c'è soluzione che non sia l'accettazione

Di lasciarsi abbandonati all'emozione

Ma se dovessimo spiegare in pochissime parole

Il complesso meccanismo che governa l'armonia del nostro amore

Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare

Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

È la paura dietro all'arroganza

È tutto l'universo chiuso in una stanza

È l'abbondanza dentro alla mancanza

Ti amo e basta!

È l'abitudine nella sorpresa

È una vittoria poco prima dell'arresa

È solamente tutto quello che ci manca e

Che cerchiamo per poterti dire che "ti amo!"

Ma se dovessimo spiegare in pochissime parole

Il complesso meccanismo che governa l'armonia del nostro amore

Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare

Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa

Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa





Sembra sempre inverno
Oggi è un mese che non so… non riconosco
Ci ringhiamo da lontano come i cani,
E ci pensiamo ancora più vicini
È così
È così… è così… è così
Che se ti tiro come un sasso poi ritorni qui
È così
È così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Sembra sempre inverno
Questo cielo che fa buio troppo presto
Questo senso di buttarci troppo sale
Questa voglia… voglia di sapore
È così… è così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Fermarmi qui, in mezzo a tutta questa gente
E senza dire niente baciami adesso
Baciami, baciami… baciami adesso
…Che poi fa buio presto…




A volte penso che a quelli come me

Il mondo non abbia mai voluto bene

Il cerchio della vita impone che per

Un re leone vivano almeno tre iene

Gli amici ormai si sposano alla mia età

Ed io mi incazzo se non indovino all'eredità (ah-ah)

Forse dovrei partire, andarmene via di qua

E cambiare la mia vita in toto tipo andando in Africa

Ma questa sera ho solo voglia di ballare

Di perdere la testa e non pensare più

Che la mia vita non è niente di speciale

E forse alla fine c'hai ragione tu (Perché)

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr

Uooh oooh

Tu eri Robin, poi hai trovato me

Pensavi che fossi il tuo Batman ma ero solo il tuo Ted eh eh

E quando dico che spero che trovi un ragazzo migliore di me (Fingo)

Che i migliori alla fine se ne vanno sempre e che cosa rimane? (Ringo)

Ma questa sera ho solo voglia di ballare

Di perdere la testa e non pensare più

Che la mia vita non è niente di speciale

E forse alla fine c'hai ragione tu (Perché)

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr

Ooh oooh, oooh oooh

Ringo, Ringo

Ringo, Ringo

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr

Ma questa sera ho solo voglia di ballare

Di perdere la testa e non pensare più

Che la mia vita non è niente di speciale

E forse alla fine c'hai ragione tu (Perché)

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)

In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)

Uooh oooh ooh, uooh oooh



lunedì 3 febbraio 2020

san Biagio: vita, reliquie, iconografia e culto





La vita. Biagio, medico armeno vissuto nel IV secolo, divenne vescovo della città di Sebaste, odierna Sivas, per acclamazione del popolo, ma all’insorgere delle persecuzioni, fu costretto a fuggire sui monti in una grotta e molte animali selvatici gli si avvicinavano per chiedere la sua benedizione. Alcuni soldati videro la scena e fecero rapporto al governatore imperiale. Arrestato, fu imprigionato, e siccome non voleva abiurare la fede cristiana fu lungamente picchiato e sospeso ad un legno, dove con pettini di ferro gli fu scorticata la pelle e quindi lacerate le carni. Dopo un nuovo periodo di prigionia, Biagio fu gettato in un lago, dal quale uscì salvo, quindi per ordine dello stesso giudice, subì il martirio decapitato, insieme con due fanciulli, nel 316 d. C.
La sua storia è giunta fino a noi attraverso il libro de La Leggenda Aurea, scritta da Jacopo da Varagine intorno al 1260, che ebbe grande diffusione nel Medioevo.
Biagio è invocato contro i mali di gola, perché durante la sua prigionia, un ragazzo che aveva una lisca di pesce conficcata nella gola, fu salvato dopo il segno di croce compiuto del santo vescovo. Alla morte, il corpo di Biagio viene deposto nella sua cattedrale a Sebaste, ma nel 732, mentre gli arabi incalzano nella loro guerra di espansione e conquista, le sue spoglie vengono imbarcate da alcuni armeni alla volta di Roma. Secondo la tradizione, un’improvvisa tempesta costrinse la nave ad interrompere il viaggio nelle acque di Maratea presso l'isolotto di Santojanni.
I profughi pensarono che quella fosse la sede definitiva del santo.
La popolazione di Maratea accolse con entusiasmo le reliquie di S. Biagio e costruì in cima al colle che sovrasta la cittadina, che prese poi il nome del S. Martire, una cappella sulle rovine di un tempio dedicato alla dea Minerva. Nel corso dei secoli la cappellina si è ampliata raggiungendo le dimensioni dell'attuale basilica fin dal XIII secolo. Nel XVII il re di Spagna Filippo IV volle costruire all'interno del santuario la cosiddetta Cappella reale dove tuttora sono custodite le reliquie in un cofanetto di marmo posto sotto l'altare sopra il quale campeggia il busto d'argento del patrono Biagio che non è più l'originale, modellato nel 1706 e rubato nel 1976, ma una copia fedele che risale al 1979. Il 3 maggio 1941 fu fatta una ricognizione ufficiale per il riconoscimento di quanto contenuto nell’urna: il torace, una parte del cranio, un osso di un braccio e un femore.
Nella cappella è conservata anche una coppa d'argento in stile gotico che raccoglieva la cosiddetta manna, un liquido acquoso di color biondo, gocciolante dall'urna, ma anche dalle colonne e dalle pareti della cappella, e talvolta persino dagli altari e dai muri di tutta la chiesa. Fu papa Pio IV, all’epoca vescovo di Cassano, che nel 1563 riconobbe il liquido come “manna celeste”. Ma dal 1620, circa, il fenomeno si è attenuato e si è ripetuto sporadicamente.
In varie altre città sono custoditi reliquie di S. Biagio: a Carosino (un pezzo della lingua), a Caramagna Piemonte (un pezzo del cranio), nel santuario di Cardito (un ossicino del braccio), a Palomonte, a Penne (il cranio?!), Giulianova (il braccio), a Lanzara (due piccole ossa della mano), a Ruvo (una reliquia del braccio), a Dubrovnik in Croazia (il cranio?!), a Ostuni (un pezzo di osso), a San Piero Patti (un molare), a Mercato Vecchio di Montebelluna (un pezzo di veste).

La più antica testimonianza del culto di S. Biagio e del potere a lui attribuito contro i mali di gola la fornisce uno dei più rinomati medici fiorito verso la metà del sec. VI: Aezio di Amida. Questi nell'opera medica intitolata Tetrabiblion riporta non solo le cure mediche propriamente dette, ma anche altri metodi in uso nella comune pratica terapeutica ed accettati dalla medicina dell’epoca. Ebbene nel paragrafo dove tratta «Delle spine ingoiate e conficcatesi nelle tonsille», dopo aver esposto i vari rimedi di cura, accenna alla potenza di S. Biagio in questi termini: «si tocchi la gola del paziente e si dica: come Gesù fece uscire Lazzaro dal sepolcro e Giona dal ventre del cetaceo, così anche tu osso o scheggia; S. Biagio martire e servo di Cristo ti comanda: esci o discendi».
Da questa notizia, datata verso la metà del sec. VI, si può intuire che il culto di S. Biagio era praticato da almeno 50 anni. Quindi si può concludere, sempre con le debite precauzioni, che alla fine del V secolo S. Biagio in Oriente era venerato ed invocato.
Nei secoli successivi (VIII-XI) i libri liturgici ci parlano di una chiesa (martyrion) dedicata a S. Biagio a Costantinopoli, situata nel quartiere detto Tà Miltiàdu, presso la chiesa di S. Filippo apostolo.

L’iconografia. Il santo vescovo e martire è raffigurato come un uomo anziano con barba bianca e le tipiche insegne episcopali (mitria, pastorale, e a volte un libro); con la palma dei martiri; con il pettine da cardatore con cui fu torturato; con due ceri a croce; con il bimbo e la madre o due bambini o solo un bambino, per ricordare il celebre miracolo; con gli animali selvatici e fantastici, per ricordare il suo rifugio tra i monti durante le persecuzioni; con il maialino e il lupo, per ricordare il miracolo della restituzione del piccolo suino nero alla povera vedova; con un felino con un bocca un pesce e un bimbo che si tocca la gola, forse perché, dice il proverbio: “A san Blâs la gjate si leche il nâs” (Il giorno della festa di S. Biagio la gatta si lecca il naso), un legame tra lisca di pesce, gatto e bimbo salvato; con il vaso delle medicine; con il corno da caccia per una fortuita connessione del nome Blasius con il verbo tedesco «blasen» che significa soffiare, da qui deriva il patronato, nei paesi germanici e scandinavi, dei suonatori di strumenti a fiato e per estensione anche dei venti.

La benedizione. Due ceri benedetti nel giorno della Candelora (perché è Cristo che salva e benedice), sono uniti in croce (segno della salvezza), con un nastro rosso (segno della Passione di Gesù e del martirio di Biagio), e sono imposti al di sotto del mento contro la gola di ogni fedele (come segno esplicativo!), dopo che il sacerdote ha benedetto i fedeli invocando l’intercessione del Santo.

lunedì 27 gennaio 2020

Mai più!





Ricorre il 75° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Davanti a questa immane tragedia, a questa atrocità, non è ammissibile l’indifferenza ed è doverosa la memoria. Domani siamo tutti invitati a fare un momento di preghiera e di raccoglimento, dicendo ciascuno nel proprio cuore: mai più, mai più!
Papa Francesco