lunedì 3 agosto 2020

S. Eleuterio, prega per noi!



Adagiata sul fianco di un colle, dominata dalla Rocca d'Arce, in bella posizione presso lo sbocco del Valle del Liri, Arce conserva nelle ripide e strette vie del suo centro storico l'aspetto medievale. Gran parte dell'abitato moderno invece si è sviluppato lungo la sottostante via Casilina e qui la laboriosità di suoi abitanti ha concentrato molte sue attività.

In due epistole, una al fratello Quinto, l'altra all'amico Tito Pomponio Attico, Cicerone parla del territorio "Arcanum" e di una Villa Arcana, descritta e magnificata. Certo del periodo romano restano iscrizioni e alcuni reperti. Non dimentichiamo che nel territorio di Arce era sita la colonia latina di Fregellae fondata dai Romani nel 328 a.C.

Oggi è un importantissimo parco archeologico, che, con scavi scientifici a livello universitario, sta rinvenendo alla luce ed è visitabile in qualunque momento dell'anno. Nel medioevo Arce ha conosciuto vicende storiche travagliate: occupata nel Vl sec. dai Goti di Totila, guerra con i Bizantini, venne devastata in seguito dalle orde saracene.

Fu luogo strategico di notevole importanza, situato al confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli. Tra le sue chiese citiamo: SS. Pietro e Paolo (XVII sec.) con due torri campanarie e l'interno a croce greca; Santa Maria che conserva un crocefisso ligneo pregiato e "miracoloso"; Sant' Antonio con un magnifico portale del XII secolo.

 

La chiesa parrocchiale di Arce, Arcipretale e Collegiata, è dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo.

È a forma di croce greca, da un’iscrizione nell’abside apprendiamo come la chiesa fu edificata tra il 1702 e il 1744; consacrata il 17 dicembre di quell’anno dal Vescovo diocesano S.E. Mons. Antonio SPADEA.

La tradizione vuole che fosse stata costruita con il lavoro spontaneo di tutta la popolazione.

Si hanno notizie frammentarie su di un’antica chiesa dedicata al solo San Pietro e che doveva trovarsi in quel luogo.

L’attuale complesso architettonico domina maestosamente piazza Umberto I (che si trova a 245,46 metri s.l.m.); ha una superficie di 540 mq ed una cupola alta 24 metri, una capienza di 1500-1800 persone; è di stile barocco con molti stucchi e dipinti.

Di epoca più antica sono i dipinti del secondo cornicione, gli altri furono effettuati con i restauri generali del 1910, quando era parroco Don Giuseppe MARROCCO e Vescovo diocesano S.E. Mons. Antonio Maria JANNOTTA.Il pittore che realizzò queste opere fu Edoardo RIGHI con l’aiuto di decoratori locali, fra cui Eleuterio PELILLO e di stuccatori fatti venire appositamente da Firenze.

 

L’altare successivo è quello dedicato al Sacro Cuore di Gesù, fino alla metà del secolo era dedicato al Santissimo Sacramento, l’attuale statua a sostituito una pala raffigurante l’ultima cena negli anni ’50; sono da notare i due angeli ai lati dello stesso con le seguenti frasi: “VENITE ET COMEDITE PANEM MEUM – Prov. 9-5” cioè “Venite e mangiate il mio pane”; “SI QUIS MANDUCAVERIT EX HOC PANE VIVET IN ATERNUM – Num. 90-10” cioè “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giovanni VI, 58), in questo altare si celebravano i matrimoni e vi si conservava l’olio degli infermi in un tabernacolo nella parete. Nei due rosoni sovrapposti si possono ammirare due scene, in stucco, del Nuovo Testamento. Poste nella parte superiore dell’altare ci sono due statue la Vigilanza e il Magistero. Altre particolarità di quest’altare sono le due mensole semicircolari sorrette da figure maschili a mezzo busto sui lati; nel paliotto centrale due scene dell’Antico Testamento. Belli anche gli stucchi delle pareti laterali, ed in particolare quello sopra il tabernacolo dell’olio degli infermi che rappresenta un Santo che entra in un paese da una torre (o chiesa) esterna; l’altro nella parete destra, rappresenta la morte dello stesso.

Proseguendo si incontra una lapide funeraria, l’unica, datata 1859, essa ci fa capire come nella metà dell’800 i morti si seppellissero ancora nella chiesa. Continuando la nostra visita incontriamo due amboni in marmo, quest’opera offerta dal Geom. SERA Don Carlo in memoria della consorte defunta N.D. Maria BARTOLOMEI, furono realizzati nel 1965 dov’erano gli altari dell’Immacolata e di San Giuseppe da una ditta di Ceprano. Il primo altare, cioè quello dell’Immacolata, all’epoca della costruzione della chiesa, era di patronato del canonico Germani, come si può notare vi sono due stucchi al lato di esso che rappresentano lo stemma della famiglia del canonico, l’attuale tela raffigurante l’Immacolata è stata realizzata dall’artista locale Alberto PELAGALLI ed ha sostituito quella precedente che è stata rubata che rappresentava l’Immacolata opera dell’artista locale Raffaele QUATTRUCCI che era una copia del quadro del MURILLO.  Nel cartiglio è contenuta la seguente iscrizione: “IN CONCEPTIONE TUA VIRGO IMMACOLATA FUISTI ORA PRO NOBIS PATREM CUIUS FILIUM JESU PEPERISTI” cioè “Nel tuo concepimento fosti Vergine Immacolata prega per noi il Padre di cui generasti il Figlio Gesù”. L’altro, cioè quello di San Giuseppe agli inizi dell’800 era di patronato della famiglia PESCOSOLIDO; la pala rappresenta la Sacra Famiglia con San Giovanni Battista. Nel rosone che sovrasta l’altare, a stucco, è raffigurato San Vincenzo Ferreri nel cartiglio vi è la seguente iscrizione: “CUM ESSET DESPONSATA MATER JESU MARIA JOSEPH” cioè “Essendo Maria la Madre di Gesù promessa in matrimonio a Giuseppe” (ufficio votivo di S. Giuseppe sposo della B.V.M., Antifona I).

Passando ad ammirare l’altare maggiore possiamo dire che la parte anteriore è stata costruita con pregevole marmo policromo dalla ditta Rubino di Napoli nel 1949; da ammirare il bassorilievo del paliotto raffigurante l’ultima cena, agli inizi degli anni ’70, per adattarlo alla nuova liturgia, fu costruita la parte anteriore (mensa) e la balaustra. Celato dall’altare vi è il coro in legno, la semplicità dello stile lo fa apprezzare per la sua eleganza. Alle pareti di lato sono rappresentati: a sinistra, la consegna delle chiavi del paradiso a San Pietro (Mt. XVI, 17-19) e a destra la conversazione di San Paolo sulla strada di Damasco (Atti IX, 1-9).

Nel cielo, sopra questo braccio, l’Eterno Padre nella creazione del mondo, negli angoli: la Giustizia, la Pace, la Carità e la Verità; nelle lunette i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele. Nel catino dell’abside vediamo in un coro angelico San Pietro e San Paolo con sotto l’iscrizione: “PETRUS ET PAULUS IPSI NON DOCUERUNT LEGEM TUAM DOMINE” cioè “Pietro e Paolo quegli stessi che insegnarono a noi la tua legge o Signore”. Qui è anche riprodotto lo stemma del Comune di Arce e vi è l’iscrizione relativa al restauro della chiesa; che attualmente non è visibile a causa dell’installazione del nuovo organo da parte della ditta BEVILACQUA di Torre dei Nolfi (AQ), in occasione del 25° anniversario di vita sacerdotale di Don. Antonio MARCIANO, qui vi è l’iscrizione: “LAUDATE DEUM CHORDIS ET ORGANO” cioè “lodate Dio con le corde e con l’organo”.

Il sesto altare è quello dedicato a San Rocco, comprotettore della città di Arce. Anch’esso ha subito dei restauri nel 1956 con l’offerta di tutta la popolazione, vi è la statua del santo, non ha cartiglio ma vi è ugualmente l’iscrizione che è la seguente: “PESTE LABORANTE  ROCHE PATRONUS ERIS” cioè “mentre imperversa la peste o Rocco sarai Patrono”, come è noto protegge dalla peste. Sovrasta l’altare una piccola tela raffigurante l’Assunzione della Madonna al Cielo.

Il settimo ed ultimo altare è quello dedicato alla Madonna di Pompei; questo fino alla metà di questo secolo era denominato del Crocifisso e/o della Morte perché vi si celebravano i funerali. Il rosone che sovrasta l’altare rappresenta la Madonna Addolorata, nel cartiglio l’iscrizione: “CUJUS ANIMA GEMENTE CONTRISTATA ET DOLENTE PERTRANSIVIT GLAUDIUS” cioè “una spada a Te gemente tenerissima e dolente trapassava l’anima”; sovrasta l’intero altare uno stemma turrito con il monogramma “PAX”. A quest’altare venne cambiata denominazione da altare del Crocifisso, nome dovuto alla pala raffigurante un Crocifisso, a Madonna di Pompei perché vi si tenevano i “sabati” a Lei dedicati, ed essendo la tela logora e abolita la funzione principale dell’altare, cioè la celebrazione die funerali nel 1956 fu realizzato il mosaico e l’altare in marmo come appare attualmente, il quadro della Madonna è opera dell’artista locale Marco D’EMILIA, ed ha sostituito la stampa rubata. Il cielo è affrescato con l’offerta di Giuda il Maccabeo al tempio di Gerusalemme perché si offrisse un sacrificio per i suoi soldati morti (II Maccabeo XII, 43). Proseguendo si passa vicino alla nicchia contenente le statue dell’Addolorata e dell’Immacolata, passando oltre si ammira il grande Crocifisso; il cielo è affrescato con degli angeli ovali che contengono angeli con i simboli della passione. Tornati al centro della chiesa e voltandoci a guardare sopra l’ingresso principale possiamo ammirare l’organo antico, opera del celebre organaro CATARINOZZI e l’affresco nel cielo del braccio che rappresenta il trasporto dell’arca dell’alleanza intorno alle mura di Gerico, che con squilli di trombe fecero cadere le mura della città (Giosuè VI, 1-27).

I quadri della Via Crucis sono stati messi l’8 marzo 1957.

La pavimentazione, in pietra “perlato d’Ausonia”, è opera della ditta IACOBUCCI di Frosinone.

Le attuali acquasantiere hanno sostituito quelle rubate nel 1986, le quali erano state donate da Olga SANTORO per lascito di Alfonso TRONCONI.


SANT'ELEUTERIO PELLEGRINO

Sant’Eleuterio nacque a Silions in Bretagna,  nella seconda metà del VII secolo, dalla famiglia apprese i primi insegnamenti cristiani.

Egli cresceva pieno di vita, di gentilezza e di altruismo con una semplicità che gli veniva dal cuore.

Ancora molto giovane rimase colpito dagli insegnamenti dei monaci benedettini mandati dal Papa Gregorio I per evangelizzare quelle terre.

Ricevette il battesimo ed aderì con slancio ed ardore alla fede e alla dottrina cristiana.

Il suo carattere era affabile ma celava una più autentica virtù di forza, una volontà senza incrinature, che Lo avrebbe avvicinato sempre di più all’Altissimo.

Dal padre imparò sicuramente l’antica arte delle armi, che sapeva condurre con intelligenza e profitto, tuttavia preferiva condurre una vita spensierata in compagnia degli amici.

Mai però usava parole volgari, mai commetteva villanie.

Al padre che si lamentava della spensieratezza del figlio la madre rispondeva “vedrai, Eleuterio, non si perderà: ama tanto il Signore ed è troppo buono!”.

La bontà, l’amore erano la sua caratteristica, il fondamento della sua personalità.

Aveva appena venti anni; la vita era tutto uno sbocciare di sogni e di speranza. La sua intima gioia e la sua ardita consapevolezza si manifestavano nella irrequietezza   gaudiosa, nel   portamento aitante.

Egli ardiva di vivere e di lottare per un grande ideale al servizio di Cristo. Ecco l’occasione propizia: il viaggio di alcuni suoi compagni in Terra Santa.

Essi decidono di partire per suggellare la loro conversione, il Sacro Legno della Croce, dopo alterne vicende, è stato riportato a Gerusalemme.

Essi vogliono partire e venerare la tomba di Cristo e conoscere i luoghi che avevano visto la predicazione, i miracoli e la Passione del Signore.

Eleuterio è ardente ed entusiasta del viaggio che gli si prospetta, i Luoghi Santi sono di nuovo nelle mani della cristianità, la via per Gerusalemme è libera; finalmente il suo sogno si sta per realizzare.

La madre spaventata non vuole che parta, ma Lui ricco di Spirito Santo decide di partire, abbandona tutto e nella pienezza del suo spirito giovanile parte dalla sua casa per la sua meta: Gerusalemme.

Eleuterio si prepara per affrontare il viaggio, indossato un semplice saio, e preso un ampio mantello, senza maniche in modo che gli possa servire sia da riparo per la pioggia che da coperta, mette un cappello a larga tesa, per proteggersi il viso dal sole e per impedire alla pioggia di scendere lungo la schiena, prende il bastone, servirà lungo il viaggio ad offrire sicuro appoggio sulle montagne e nell’attraversamento dei fiumi, parte per la sua meta.

Il nostro Eleuterio è impaziente di vedere la Santa Gerusalemme e la Terra Promessa.

Si incammina, lascia la sua terra e attraversa il mare, va in  Francia, segue la via Domitia, supera le Alpi al passo del Moncesio. 

Giunto in Italia, da Torino si diresse verso oriente sino ad Aquilea seguendo un tratto della via Postumia, toccando Tortona, Piacenza, Cremona, Verona e Vicenza da qui finalmente giunge a Venezia.

Qui si imbarca su una delle navi dirette in Palestina.

La nave segue il tratto della costa dalmata passando dai depositi mercantili veneziani in Grecia, a Rodi e a Cipro, fino ad arrivare a Giaffa, sulla costa asiatica, da qui poi a piedi va a Gerusalemme.

Il viaggio durò circa 40 giorni, le difficoltà incontrate vennero affrontate e superate con la fede e la preghiera.

Finalmente giungono in Terra Santa; appena avvistata la costa della Palestina Eleuterio e i suoi compagni ringraziano il Signore che ha concesso loro di vedere la Santa Gerusalemme e la Terra Promessa.

Visitò con grande trasporto la città di Gerusalemme e i luoghi Santi; girò per la Galilea e pregò sulla terra che Cristo aveva calpestato con i Suoi Piedi e dove si manifestò in Corpo e Spirito.

Pregò con fervore sul Santo Sepolcro, ormai liberato dagli infedeli, il Cenacolo ed il Golgota.

Quanto tempo si sia fermato nei luoghi santi non ci è dato a sapere ma, quasi certamente, dopo essersi recato a Nazareth e rinnovato il suo “fiat” iniziò il suo ritorno verso casa non prima, però, di aver visitato altre località sedi di Santuari e di avvenimenti legati al cammino di Cristo e dei Suoi Apostoli  o comunque connessi alla professione di fede.

Decise che giunto infine in Italia prima di dirigersi verso Roma si sarebbe recato, per trascorrere ancora un pò di tempo in solitudine e preghiera, sui luoghi dove apparve l’Arcangelo Michele: il monte Gargano

Partito da Nazareth, si diresse verso Antiochia, la città da dove partirono gli Apostoli per evangelizzare il mondo, da qui a Tarso, città che diede i natali a San Paolo, proseguì verso Costantinopoli dove poté venerare la corona di spine e il perizoma di Gesù, il suo viaggio lo portò a Tessalonica, infine si diresse a Durazzo dove si imbarcò per raggiungere Otranto. 

Giunto così al porto di Otranto, Eleuterio si diresse verso Brindisi e da qui sul Gargano fino a salire sul sacro monte.

Qui al di sotto di un unico masso roccioso c’è la chiesa di San Michele, che, come è noto, è stata Consacrata proprio da Lui.

In questo luogo, trovò rifugio in una grotta ed in digiuno, solitudine e preghiera trascorse le sue giornate.

Dopo del tempo, certamente dopo la festa dell’Arcangelo, l’8 maggio, decise di riprendere il viaggio verso casa non senza però essere passato per Roma e aver pregato sulla tomba del Principe degli Apostoli.

La strada che si prospettava era lunga e faticosa.

Eleuterio, ed i suoi compagni, si misero in viaggio verso Roma, seguirono la strada pedegarganica che passava per la valle di Carbonara, da qui sull’altipiano di San Giovanni Rotondo, il pantano di S. Egidio, S. Matteo, S. Marco in Lamis e da qui S. Severo.

Da quest’ultima località la strada si immetteva sulla via Litoranea passando per la contrada Branca, dove sorge tuttora un casale dedicato a Sant’Eleuterio, attraversava il Candelaro prendendo verso nord-ovest per Civitate e seguendo la via Traiana verso Benevento e Montecassino.

La tradizione ci dice che furono non meno di sette questi amici che in stretta concomitanza raggiunsero la Valle del Liri. 

Il viaggio fu sicuramente lungo e faticoso, pieno di insidie e di pericoli; i compagni che lo avevano accompagnato durante il viaggio muiono lungo la strada, dopo circa venti giorni il giovane Eleuterio sopraffatto dalla fatica, dalle privazioni, ma felice per aver espiato i propri peccati, giunge ad Arce, è il 28 maggio.

Eleuterio decide di fermarsi ad Arce prima di passare nello Stato Pontificio.

Non abbiamo una cronaca con i particolari di come avvenne, visto che i pellegrini non erano seguiti da cronisti, ma la tradizione orale ci racconta che Eleuterio aspettando l’alba per passare nello Stato Pontificio trovandosi al confine, vede che lì vicino al ponte c’è una locanda, è notte, bussa alla locanda e l’oste vedendolo sporco e senza soldi gli rifiuta l’ospitalità, gli aizza contro i cani, lo scaccia.

Ormai stanco, sente che presto sarà nella gloria degli Angeli, trova un riparo di fortuna nella vicina Campolato. Qui il Signore lo chiama a sé.

Gli abitanti del luogo lo trovano all’alba del 29 maggio con i cani, che l’oste gli aveva aizzato contro, a guardia e con un groviglio di serpenti ai piedi.

Immediatamente viene seppellito, sulla sua tomba eretta una chiesa; è invocato contro il morso dei cani rabbiosi e degli animali velenosi.

La fama della sua santità non ha confini e da ogni parte vengono a chiedergli grazie, che Lui ricolma ancora oggi dal cielo.

* * *

Leggendario è quindi il nostro Eleuterio, le varie versioni della sua vita sono state tutte tramandate oralmente nel corso dei secoli e qualche volta ci appaiono contraddittorie perché arricchite da una buona dose di fantasia popolare. Nessun documento, infatti, esiste per fissare l’epoca in cui egli sia vissuto.

Quella precedentemente narrata è una delle versioni della vita. È probabile che al Santo Pellegrino - sconosciuto agli arcesi - sia stato attribuito il nome Eleuterio traendolo, forse dalla località ove fu rinvenuto il suo corpo: sappiamo infatti, che nella zona vi era una villa di Quinto Cicerone denominata «Laterium». Nel dialetto arcese il nome del Santo viene pronunziato «Lautèrie», che appare foneticamente molto vicino al termine «Laterium».

Le scarse notizie storiche fanno collocare l’origine del culto nella seconda metà del XVI secolo. Il primo accenno relativo all’esistenza del santuario risale al 1564, quando tutte le chiese della diocesi d’Aquino (di cui il nostro paese faceva parte) furono tassate per l’erezione del seminario. In tale occasione il santuario fu esentato dal pagamento perché in costruzione. La data d’ultimazione dei lavori potrebbe essere 1582 incisa sul portale. Della fine del XVI secolo sono anche le raffigurazioni pittoriche note. In tutte Sant’Eleuterio è riconoscibile dall’abito di pellegrino che indossa, dai due cani alla catena e dal groviglio di serpenti ai suoi piedi: motivi questi che caratterizzano tutte le altre immagini fino ai giorni nostri. Il documento iconografico più antico è databile intorno al 1590 riguarda un’opera attribuita a Marco Mazzaroppi ed è visibile in copia nel santuario; di un decennio successivo è il dipinto custodito a Ferentino nella chiesa extra moenia di S. Maria delle Grazie più nota come San Rocco; la terza tela è quella posta sull’altare dedicato al Santo nella chiesa parrocchiale, essa risale alla prima metà del XVIII secolo. In entrambe le tele arcesi si nota, alle spalle del Santo, un paesaggio nel quale emergono elementi architettonici effettivamente presenti nell’area del santuario. Se nella prima è visibile un nucleo abitato, nell’altra sono ben evidenti i luoghi canonici del Santo: il ponte sul Liri e la torre di Campolato. Quest’ultima ben visibile in un foglio devozionale della fine del XVII secolo. Attualmente sono note tre statue del Santo: una lignea risalente al 1830 circa, conservata nella cattedrale di Aquino; due in cartapesta rispettivamente custodite presso il santuario e la parrocchiale di Arce.

Altre due icone che rappresentano il Santo si trovano nella chiesa parrocchiale di Arce, infatti, ai lati dell’altare del Sacro Cuore vi sono due stucchi a rilievo, il primo a sinistra si suppone rappresenti l’arrivo di S. Eleuterio a Gerusalemme, è ben visibile la mezza luna, simbolo dell’ISLAM, una torre alle spalle, la sua casa, il mare e le mura della città Santa, il secondo a destra la sua morte, qui si vede il nostro Santo accolto dagli angeli in paradiso.

La devozione per S. Eleuterio è rivolta essenzialmente alla protezione e alla guarigione dai morsi di cani e di serpenti. Intorno alla sua figura taumaturgica, proprio perché relativamente «recente» sono confluiti non soltanto rituali e usanze ma anche espressioni e modi di dire già presenti per altri Santi con analogo patronato ma di più antica venerazione. Comunque a tutte le leggende è comune la circostanza del rinvenimento del cilicio in ferro indosso al pellegrino. Fuso in epoca imprecisata, se ne ricavarono due chiavi: una rivestita d’argento, rimase ad Arce, l’altra fu destinata alla sede vescovile d’Aquino, in seguito vedremo l’esistenza di altre chiavi non citate nella tradizione arcese ma comunque riferite al culto del nostro S. Eleuterio.

Per quanto riguarda i modi di dire legati al Santo ne riportiamo alcuni dei più comuni: «N’n vid’ la serpa e ‘nvoche Sant’ Lautèrie» si usa rivolgendosi a chi si spaventa prima di un pericolo reale mentre «Và a bacia la chiav’ d’ Sant’ Lautèrie» si usa con chiunque dimostri una fame «arrabiata».

 

Le reliquie del santo sono conservate in un'urna sotto l'altare a lui dedicato nella chiesa parrocchiale dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Arce.


La memoria liturgica ricorre il 29 maggio, quando la statua del Santo Patrono, insieme a quella di santa Rita, viene portata in solenne processione per le vie del centro storico del comune.

Per tale occasione, la domenica successiva al 5 maggio, giorno che la popolazione arcese dedica al digiuno, le statue di sant'Eleuterio e di santa Rita da Cascia vengono traslate in solenne processione, in un tripudio di canti e fuochi d'artificio, lungo un percorso di quattro chilometri, dal Santuario dedicato al Santo alla Chiesa parrocchiale dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Qui restano sino alla metà di giugno, quando sempre in solenne processione, vengono riportate nel Santuario.

Altra festività legata al santo è il 3 agosto; qui i festeggiamenti si svolgono nel Santuario, situato in località sant'Eleuterio.

La chiesa-santuario è dedicata a Sant’Eleuterio Pellegrino e Confessore, Patrono della città; essa si trova quasi al confine con Fontana Liri nei pressi della torre detta “del Pedaggio” o di “S. Eleuterio". La costruzione attuale risulta molto modificata da quella che doveva essere la costruzione originaria, si noti infatti nella parte posteriore dell’edificio la torre campanaria, a forma quadrangolare, più simile ad una torre di difesa che ad una campanaria.

Le prime notizie dell’esistenza di questa chiesa le troviamo già a partire dal 1574, allorché veniva costruito il seminario vescovile di Aquino, questa chiesa non venne sottoposta ad alcuna tassazione perché si trovava in costruzione. Notizie successive ci fanno sapere di una controversia tra l’Università di Arce (ovvero l’allora Comune) ed il clero della Parrocchia di San Pietro (l’attuale SS. AA. Pietro e Paolo), entrambi sostenevano di essere i proprietari dell’edificio e dei beni legati alla chiesa; notizia certa è comunque che nel 1603 essa apparteneva all’Università.

Una testimonianza ben precisa sull’importanza del culto di questo Santo l’apprendiamo nel libro “Il Ceprano ravvivato”, quando l’autore descrivendo il corso del fiume Liri arrivato ad Arce afferma: “…… e di Capo Lato, hoggi di S. Eleuterio Heremita, per la vicinanza di un suo Tempio notabile non meno per la sua deuozione, che per la ricchezza, e abondanza de voti; che si fa ammirare da tutti li riguardanti, oltre che pre risiedervi il suo benedetto corpo sotto dell’altare maggiore, apre la strada ad ogni nazione di concorrervi; li cittadini naturali di Arce, e le speranze, e se vogliamo rapportare il vero, non so se vi fù mai tepio maggiore à quello per la diuotione ……”; questa descrizione ci fa comprendere quale importanza abbia avuto questo santuario nel corso degli anni.

Nel ‘900 la chiesa ha subito l’ultimo restauro ed è stata ampliata la casa canonica.

La chiesa ha tre navate di cui una maggiore centrale e due più piccole laterali, la struttura statica dell’edificio è buona, come detto questa chiesa è dedicata la Protettore della città, infatti, nel presbiterio è esposta una copia fotografica della tela raffigurante il Santo opera del pittore cassinate Marco Marzaroppi .

Come detto la chiesa ha due navate minori, al termine delle stesse vi sono due piccoli altari non più utilizzati i quali hanno come pala degli affreschi su quello di destra è raffigurato San Rocco, comprotettore della città, su quello di sinistra è raffigurata la Madonna del Carmine e San Giuseppe.

La chiesa originariamente aveva 10 grandi finestre ma nei restauri del 1982 due di esse furono richiuse per così diventare le nicchie dove vengono conservate le statue di Sant’Eleuterio e Santa Rita da Cascia. Di recente sono state istallate delle vetrate artistiche nelle finestre sopra la porta, raffigurante la Santissima Trinità ed una nella finestra dell’abside raffigurante lo Spirito Santo. Quest’anno (1998) sono state sostituite le finestre della chiesa con delle vetrate istoriate che raffigurano i misteri principali della Redenzione.

La parte più interessante dell’intero edificio è comunque l’abside in quanto il materiale usato per costruire sia la mensa sia il leggio sono dei reperti archeologici di epoca romana rinvenuti nei pressi della chiesa. Nell’abside come in sacrestia sono ben visibile resti di affreschi della chiesa originaria, sono databili intorno al XIII – XIV secolo. Concludendo nell’abside, durante i lavori di pavimentazione è stata trovata una piccola nicchia in pietra, oggi visibile attraverso una grata, che doveva contenere i resti mortali di Sant’Eleuterio.


Festa 3 agosto 2020

domenica 2 agosto 2020

Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?


Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».

(Vangelo secondo Giovanni, cap 13)

Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

(Vangelo secondo Giovanni, cap. 14)



Gerusalemme è la mia casa

Guidami

Portami con te

Non lasciarmi qui

Gerusalemme è la mia casa

Guidami

Portami con te

Non lasciarmi qui

Il mio posto non è qui

Il mio regno non è qui

Guidami

Portami con te

Il mio posto non è qui

Il mio regno non è qui

Guidami

Portami con te

Guidami

Guidami

Guidami

Non lasciarmi qui

Guidami

Guidami

Guidami

Non lasciarmi qui

(TESTO ITALIANO UFFICIALE DI MANUEL E CLAUDIA B. JOY REGISTRATO ALLA SIAE)


Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, dal mio Dio, insieme al mio nome nuovo.

(Apocalisse di Giovanni, cap. 3)


lunedì 27 luglio 2020

S. Pantaleone, prega per noi!

 

Parrocchia di Ponteranica (BG) - presbiterio con statua di S. Pantaleone


Ho un legame particolare con S. Pantaleone da quando nel 2013 concelebrando a Montauro per la festa, e successivamente con mio stupore, mentre porgevo l’ampolla del sangue del Martire per il rito del bacio, si è liquefatto. Da qui ho iniziato a cercare i luoghi di culto.

Parrocchia

S. Pantaleo in Cortemilia (CN)

S. Pantaleo in Dolianova (CA)

S. Pantaleo in Macomer (NU)

S. Pantaleo in Martis (SS)

S. Pantaleo in Pistoia (PT)

S. Pantaleo in S. Pantaleo di Olbia (SS)

S. Pantaleone in Borgoratto di Lucinasco (IM)

S. Pantaleone in Castiglione di Ravenna (RA)

S. Pantaleone in Chamois (AO)

S. Pantaleone in Codemondo di Reggio Emilia (RE)

S. Pantaleone in Courmayeur (AO)

S. Pantaleone in Emarese (AO)

S. Pantaleone in Limbadi (VV)

S. Pantaleone in Medesano (PR)

S. Pantaleone in Montauro (CZ)

S. Pantaleone in Nosadello di Pandino (CR)

S. Pantaleone in Papaglionti di Zungri (VV)

S. Pantaleone in Pieve a Elici di Massarosa (LU)

S. Pantaleone in S. Caterina Ionio (CZ), Marina

S. Pantaleone in S. Lorenzo (RC), frazione S. Pantaleone

S. Pantaleone in S. Pantaleone - Negrone di Scanzorosciate (BG)

S. Pantaleone in Serrata (RC)

S. Pantaleone in Valpelline (AO)

S. Pantaleone in Vallo della Lucania (SA)

S. Pantaleone in Venezia Mestre (VE), Vulgo S. Pantalon

 

Luoghi di Culto

Alagna Valsesia (VC), Reale Superiore, Chiesa di

Averara (BG), Redivo, chiesa di

Bologna, Basilica di S. Stefano

Caiazzo (CE),

Camerota (SA), parrocchia S. Daniele e S. Nicola

Crema, cattedrale

Galatina (LE), Parrocchia (?)

Grumello del Monte (BG), chiesa di

Invillino (UD), chiesa di

Inrsina (MT), Chiesa del Santissimo Salvatore all’Immacolata (ampolla sangue)

Isola di San Pantaleo già Mozia, Marsala

Lanciano, Chiesa del Purgatorio

Madone (BG), chiesa di

Mareta (BZ), Parrocchia di S. Pancrazio

Martignano (LE), Parrocchia S. Maria dei Martiri

Messina, Bordonaro, Parrocchia S. Maria delle Grazie

Miglionico, chiesa di San Pantaleone alle Piane

Montoro Inferiore (AV), Borgo, santuario di

Parabita (LE), Parrocchia di S. Anna

Piana degli Albanesi (PA), Santuario di S. Maria Odigitria

Pianella (PE), Parrocchia di S. Antonio Abate, PP. Carmelitani

Ponteranica (BG), Parrocchia Santi Alessandro e Vincenzo

Roma, Chiesa di S. Pantaleo, PP. Scolopi

S. Caterina Albanese (CS), Parrocchia S. Caterina

Scopello (VC), Frasso, chiesa di

Serina (BG), chiesa di

Surbo (LE), Parrocchia S. Maria del Popolo

Tarquinia (VT), Santuario Madonna

Vercelli, Duomo

Vinci (FI), chiesa di S. Pantaleo

Cogne (AO), Gimillan, Chiesa di Saint-Pantaléon

Trento, Oltrecastello, Chiesa di San Pantaleone

Lucca, Chiesa dei Santi Giovanni e Reparata (parte della testa)

giovedì 16 luglio 2020

Non si educa imponendo una legge!





Articolo molto bello!

Sguardo biblico sull'omosessualità

Mentre in Svizzera si dibatte sull'introduzione del matrimonio per tutti, proponiamo alcune considerazioni sull'atteggiamento degli autori biblici nei confronti dell'omosessualità


Ora in Italia!
Non serve una legge per educare al rispetto!
Serve educarsi al rispetto di se e degli altri, per un cristiano questo è il comandamento dell'amore, e questo non si pone con una legge, ma in un cammino personale da compiere, evangelizzare il cuore. Poi matrimonio, adozioni, eccetera sono altro e sono questioni dello stato laico, non laicista, che non impone ma educa.

è GHETTO non è rispetto

venerdì 10 luglio 2020

Maria Antonia Samà è BEATA!


S. Andrea Apostolo
patrono del Paese

Decreto 10 luglio 2020

- il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samà, Fedele Laica; nata il 2 marzo 1875 a Sant’Andrea Jonio (Italia) e ivi morta il 27 maggio 1953.

La Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samá nacque a Sant’Andrea Jonio (Catanzaro, Italia) il 2 marzo 1875, in una famiglia molto povera. Mentre si occupava del lavoro nei campi, nel 1897, fu colpita da una malattia artrosica, che la costrinse a rimanere a letto in posizione supina, con le ginocchia alzate per quasi sessant’anni. Assistita dalla madre e dagli abitanti del paese, sostenuta nella sua vita spirituale dai parroci, dalle Suore Riparatrici del Sacro Cuore e da Padre Carmine Cesarano, redentorista, nel 1915 emise i voti privati di speciale consacrazione a Dio, si coprì il capo con il velo nero e da quel momento venne chiamata comunemente la “Monachella di San Bruno”. La sua casa divenne punto di riferimento spirituale per gli abitanti del paese, che si recavano da lei per esporre i propri problemi, chiedere preghiere e consigli, trovare conforto e consolazione nelle difficoltà.

Morì il 27 maggio 1953 a Sant’Andrea Jonio (Italia).

Per la beatificazione della Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samà, la Postulazione della Causa ha presentato all’esame della Congregazione l’asserita guarigione miracolosa, attribuita alla sua intercessione, di una Signora da una grave forma degenerativa di artrosi alle ginocchia (“gonartrosi bilaterale con sintomatologia algico-funzionale”) che provocava dolori insopportabili alle ginocchia. L’evento accadde nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 2004 a Genova (Italia) quando, in preda ai forti dolori, la Signora iniziò a supplicare la Venerabile Serva di Dio che aveva conosciuto in giovane età. Dopo l’invocazione si addormentò e al mattino seguente, nell’alzarsi, constatò che erano spariti i dolori e che poteva riprendere tutte le sue attività.

martedì 7 luglio 2020

Anna Maria Andreani e la Madonna della Pianeta

Ho cercato per molto tempo sul web notizie su questo titolo mariano. Ecco l'origine.

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MADRE PROVVIDENZA

Anna Maria ANDREANI

«Quando io nacqui mi disse una voce: tu sei nata a portar la Mia croce».

Una grande santa è salita al cielo.

Madre Provvidenza al secolo Anna Maria ANDREANI è nata il 19 Agosto 1933 a Cornale di Pradalunga (Bg) da genitori saggi e molto religiosi.

Fin dall’infanzia ha sentito forte la vocazione di donarsi al Signore per la salvezza delle anime. Da giovane ha lavorato nell’insegnamento, sia come educatrice presso la gioventù, sia come assistente delle operaie e impiegata nelle fabbriche. È stata direttrice in una colonia marina a Varazze e assistente in altre, dove educava gratuitamente i figli dei poveri. È stata mamma degli orfani nell’opera S. Vincenzo ed ha insegnato ai poliomielitici, mongoloidi e menomati psichici a Bergamo e a Varazze. Ha insegnato in due preventori antitubercolari a Selvino (Bg) e a Sovere (Bg), e curato da vicino i fanciulli malati.

Ha lavorato nell’Azione Cattolica Italiana come propagandista.

Durante la sua giovinezza cresceva sempre più forte in lei la vocazione di lasciare il mondo per ritirarsi in una clausura carmelitana a scrivere, per aiutare i fratelli a seguire Cristo sempre più da vicino.


Si è consacrata a Dio con i Santi Voti nel 1954 nella cattedrale di S. Ambrogio a Varazze (Sv), e più avanti si è fatta Carmelitana Secolare nel Santuario di Concesa di Trezzo d’Adda (MI). Le vie di Dio sono il più delle volte diverse da quelle degli uomini.

All’età di trent’anni, il 22 Febbraio 1964, si è offerta per la conversione di un Sacerdote. La notte seguente fu colpita da un glaucoma bilaterale, e perse totalmente la luce degli occhi.

Dopo diversi interventi chirurgici, senza esiti, ebbe la gioia, per mezzo di un Carmelitano, P. Francesco CELLERINO, di avere un incontro con Sua Santità il Papa Paolo VI, il 28 Maggio 1969. Esposta a Lui la propria vocazione di entrare nel Carmelo per la santificazione dei Sacerdoti, Lui le rispose: «Vai pellegrina per il mondo fino a quando incontrerai un Vescovo che ti accoglierà. Accogli tutti quei giovani che sono smarriti e sono alla ricerca di una luce».

«Santità - rispose Anna Maria – io sono non vedente».

E il Papa a lei: «Non temere: la Provvidenza ti accompagnerà».

Il suo Padre Spirituale di allora, P. Fernando D’URBANO, Camilliano, ora defunto, le disse: «Obbedisci al Papa. Fatti mettere su di un treno senza chiedere dove va, senza prendere né valigia né denaro, e senza la luce degli occhi. Credi che Dio ti accompagnerà. Non cercar nulla a nessuno, lascia che gli altri cerchino te».

Pensò allora alle parole del Vangelo: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la Sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali, e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa» (Lc 10, 2-5).

Salita sul treno le venne incontro subito la divina Provvidenza con un militare che le pagò il biglietto per Roma.

Da una mano all’altra, e da una città all’altra, sotto la guida del suo Padre Spirituale, che ogni tanto sentiva per telefono, viaggiò sette anni pellegrina, arricchendo così la sua vita di tanta esperienza, attraverso prove di ogni genere.

Durante quegli anni trovò anche il tempo di scrivere, seduta su qualche pietra, con gli occhi del Signore, a grandi caratteri, l’amore di Dio verso l’uomo e le varie risposte dell’uomo verso Dio.

Ricordava spesse volte alcuni fatti accaduti durante il suo lungo pellegrinaggio: una notte un barbone divise la sua pagnotta con lei, mentre era seduta sola su una panca, senza che lei vedesse il suo volto; la storia dolorosa di chi, pur avendo un posto, avrebbe potuto aiutarla, ma non lo fece.

Tanti episodi in tale cammino doloroso ebbe modo di valutare: per esempio, il povero che le dava un piatto di minestra; oppure, mentre trascorreva la notte sotto la rugiada dopo essersi rotta una gamba, ecco l’autista di un camion che la raccolse e la portò in un albergo, pagando tutto lui la sua permanenza.

Nei sette anni di pellegrinaggio in cerca della sua vocazione scoprì che Dio parla soprattutto attraverso l’umile, l’indigente, il solo, l’abbandonato, il disperato. Chi soffre è sempre colui che dona con cuore più sincero.

Dio le stava preparando la strada dura e faticosa delle Fondazioni.

Per mezzo della protezione e della guida di Sua Eminenza il Card. Giuseppe SIRI, ebbe la gioia di diventare Madre di più figli spirituali, accompagnata da un Sacerdote, anch’egli preparato da Dio sul suo cammino così solitario, ma pieno di luce.

Sua Eccellenza Mons. Giuseppe FRANCIOLINI, Vescovo di Cortona, in accordo con Sua Em.za il Card. SIRI, le diede l’abito religioso carmelitano. Durante quella cerimonia il Vescovo le disse che, come Fondatrice, si sarebbe chiamata anche col nome di Madre Provvidenza.

In venticinque anni di lavoro nella Chiesa e per la Chiesa abbiamo insieme preparato, con l’aiuto di Dio, 150 Sacerdoti che sono stati inviati in tutti i Continenti. Tali Sacerdoti non erano solo italiani, ma provenivano da tutti i Continenti. Abbiamo quindi fondato non solo in Italia, ma nelle varie parti del mondo: in India, Filippine, Samoa, Angola, Antille, Colombia, Ecuador, Vietnam, Birmania, Venezuela, Brasile, Argentina, ecc.

Le fondazioni missionarie sono state diverse, sia di vita attiva che di vita contemplativa. Lo spirito è soprattutto quello di vivere e comunicare una fede profonda.

La finalità principale è stata quella di aiutare i Sacerdoti in difficoltà e di occuparci della formazione di numerosi chierici con l’apertura di Seminari sia in Italia che all’estero. Comunque il Fondatore è sempre Dio: noi siamo stati solo i Suoi collaboratori.

Sua Em.za il Card. Giuseppe SIRI ha voluto che Madre Provvidenza si dedicasse, come una vera Madre, a tutte le necessità non solo spirituali di tali giovani, ma anche per quanto riguarda il vestiario, l’alimentazione e l’ordine generale. Le consigliò pure di pubblicare una rivista per gli associati laici: «Svegliarino», con il supplemento «Missionarium».

Scrivere e aiutare sono sempre stati un bisogno del suo spirito. Infatti, oltre alle proprie famiglie religiose, nel mondo si è costituita un’altra famiglia che si chiama «Figli di Madre Provvidenza».

La Madre ha sempre ricevuto molte lettere di persone in necessità e ha cercato di aiutarle con la preghiera e col consiglio.

Infatti sta scritto nel Vangelo: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7).

Dopo tanto lavoro per la costruzione di numerosi edifici, sia pur in terra di missione, nonostante il suo stato di necessità, dopo tante sofferenze, si era ritirata a Cornale di Pradalunga in provincia di Bergamo nella sua casa natale, dove poté trovare un po’ di tempo anche per curarsi, perché negli anni di Fondazione viaggiò giorno e notte, dando alla Chiesa numerosi Sacerdoti e Suore.

Trovò finalmente il tempo per dettare alle Sorelle spirituali che la accompagnarono quello che sentì nel suo cuore per il bene dei fratelli, pur riservando per essi anche un po’ di tempo per incontrarli nei momenti difficili.

Questa, in breve, la sua storia che terminò il 16 Giugno dopo una terribile crisi respiratoria.

La Madre soffriva molto a causa di varie malattie. Da due anni però aveva anche un’asma persistente che non le dava tregua né giorno, né notte. Circa ogni due ore doveva ripetere l’aerosol per aver un po’ di respiro. È proprio stato a causa di quest’ultima malattia che si è interrotta la sua vita.

La crisi non è stata lunga. Infatti in poche ore ha concluso la sua esistenza. Tutto è cominciato nel pomeriggio del 15 giugno. Una crisi respiratoria acuta ci ha costretto a chiamare il medico che la curava, il quale, visto il caso urgente, ha fatto applicare subito l’ossigeno, chiamando contemporaneamente l’ambulanza perché venisse trasferita in ospedale. Erano circa le ore 19. Dopo diverse visite e controlli medici, radiografie e analisi del sangue, al Pronto Soccorso tentarono di farla migliorare con una iniezione di cortisone, ma purtroppo il suo corpo non reagì più a tale forte medicina, anzi le fece salire la glicemia di colpo da 140 a 400, e il respiro divenne sempre più affannoso.

Dopo sei ore dal ricovero nell’ospedale di Alzano (BG), nonostante l’ossigeno il suo cuore cessò di battere. Erano le ore 0,35 di Domenica 16 giugno. Le sue malattie erano troppe per riuscir a vivere ancora a lungo. Il suo calvario era ormai stato completato. Da diversi giorni continuava a dire: «Io sto molto male; sappiate che io sto molto male e non so quanto durerò ancora».

Madre Provvidenza era un’anima mistica ed ha vissuto la Passione di Gesù al completo in tutte le sue membra. Infatti (ora lo posso dire) spesse volte Gesù le diceva: «Tu dovrai soffrire tutti i dolori della Mia Passione». Molte volte pronunciava le seguenti parole: «Quando io nacqui mi disse una voce: tu sei nata a portar la Mia croce».

Ora abbiamo una grande santa in Paradiso, anche se la sua scomparsa ha lasciato un incolmabile vuoto.

I funerali si sono svolti mercoledì 19 giugno alle ore 16, 30. Centinaia di persone hanno partecipato e sessanta Sacerdoti hanno concelebrato. Moltissime persone sono venute anche da fuori e da molto lontano.

Da oggi, purtroppo ci tocca un compito molto difficile: continuare l’opera intrapresa dalla Madre a sostegno e beneficio di tutte quelle persone che lei spesso incontrava e consigliava. Tutti quelli che l’avevano conosciuta piangevano perché sapevano d’aver perso una vera amica, una confidente e un’infallibile consigliera. La Madre ha aiutato migliaia di persone. Ora siamo sicuri le aiuterà dal Cielo.

P. Luigi Duilio Graziotti

co-fondatore

martedì 30 giugno 2020

Finisce il mese ...


All'indomani del martirio delle due colonne della Chiesa universale, Pietro e Paolo, la Chiesa di Roma celebra la memoria dei “primi martiri romani”, cioè di coloro che subirono il martirio nella terribile strage avvenuta a Roma sotto l’imperatore Nerone, dopo lo spaventoso incendio della città divampato il 16 luglio del 64 d.C.

Secondo la narrazione dello storiografo romano Tacito, su di loro venne scaricata la responsabilità di quel disastro, che probabilmente aveva per autore lo stesso corrotto imperatore. La nascente comunità cristiana veniva guardata con sospetto, come composta da “nemici dell’umanità” a motivo della diversità di costumi, dalla viziosa Roma imperiale.

Non si conosce alcun nome di questi primi martiri, ma la chiesa di Roma ne conservò da subito vivissima memoria. San Clemente Romano nella sua lettera ai Corinzi, li lega strettamente ai santi Pietro e Paolo, di cui furono come i precursori. La loro memoria liturgica, venne di nuovo inserita nel Calendario romano con la revisione del calendario successiva alla riforma del Concilio Vaticano II, nel 1969.

Questa grande persecuzione è all’origine della certezza che le catacombe fossero uno scrigno di corpi santi dei prima martiri romani.

Tutto questo portò alla traslazione di molte reliquie dall’Urbe all’Orbe. Anche a Milano arrivarono questi corpi dal XVII fino al XXI secolo.

Un elenco di censimento del 2013 raccoglie 120 presenze, tra corpi, sacre teste e reliquie insigni. Ma è solo un elenco da aggiornare.

Tra i più curiosi e famosi:

1.                  Abbondanzio – parrocchia – Cislago (VA) – Calepodio o Priscilla o Pretestato - 1672

2.                  Agape – parrocchia San Michele – Oreno (MI) – ? –1691 (dal 1977)

3.                  Amanzio – chiesa Santissima Trinità – Monza (MI)

4.                  Cassiano (capo) – parrocchia – Macherio (MI) - ? – XIX sec.

5.                  Cristina – parrocchia Santissimo Redentore – Milano - Ciriaca – 1789 (1933)

6.                  Fedele – parrocchia Santo Stefano Protomartire – S. Stefano Ticino  (MI) - ? - 2013

7.                  Feliciano – parrocchia San Giovanni Battista - Asso (CO) - ? - 1933 - 

(dono Card. Schuster)

8.                  Felicissima – parrocchia San Vittore – Arcisate (VA) – (dono Card. Schuster)

9.                  Felicissimo – parrocchia Santi Pietro e Paolo – Luino (VA) - ? – 1934 - 

(dono Card. Schuster)

10.            Fortunio (detto Fortunato Tebeo) – parrocchia Sant’Ambrogio – Lonate Pozzolo (VA) - 1951

11.              Fruttuoso – parrocchia di e San Rocco – Monza (MI) – Callisto – 1773

12.              Gelasia (n.p.) – parrocchia Santi Pietro e Paolo – Primaluna (LC) – Ciriaca

13.              Giocondo – parrocchiale – Mariano Comense (CO)

14.              Giuliano – chiesa abbaziale degli Olivetani – Seregno (MI)

15.              Giustina – parrocchia San Martino – Bellusco (MI) - ? - ? – II dom.\9

16.              Ippolito – parrocchia – Rogeno (CO)

17.              Marco – parrocchia Santa Anastasia – Villasanta (MI)

18.              Maura – parrocchia Madonna di Lourdes – Milano – ? (già c\o parrocchia di Onno)

19.              Modestino – cappella collegio Suore della Carità – Monza (MI) – Priscilla – 1843 (1876)

20.              Niceto – Basilica Santi Apostoli e San Nazaro Maggiore – Milano – 1845 – 

necropoli basilica nazariana

21.              Pio – parrocchia Santi Pietro e Paolo – Uboldo (VA) – Ciriaca – 1699

22.              Preietto - Istituto Sacra Famiglia - Cesano Boscone (MI)

23.              Privato (reliquia insigne) – parrocchia – Pagnona di Premana (LC)

24.              Probo – cappella di – Carnate (MI) - ? – XVVII secolo

25.              Prospero – chiesa San Pietro – Monza (MI) – Agnese – 1809

26.              Regio (n.p., anni 18) – Santuario Divina Maternità di Maria – Concesa di Trezzo s/A (MI)

27.              Vittorino – parrocchia Santi Martiri Anauniesi – Brivio (LC)

 

PREGHIERA AL SANTO MARTIRE

(liberamente adattata da una composta dal Beato Alfredo Ildefonso Schuster)

 

Glorioso Martire di Cristo … (N.),

che a difesa della Fede Cristiana

versasti il tuo sangue generoso,

e che dalle tenebre delle catacombe

te ne venisti nelle nostre terre lombarde

per attendere l'ora provvidenziale in cui Dio

ti volle esaltato in più degna sede,

deh, per i meriti del tuo sangue

sparso per Cristo,

per questa tua umile fedeltà,

concedi a chiunque t'invoca,

che nessuno parta mai dal tuo altare

senza che le sue preci

siano rimaste inascoltate.

Per Cristo Signore nostro.