venerdì 31 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (5)


Santuario Madonna dei Martiri a Fonni (NU)

Con i suoi mille metri di altitudine è il comune più alto della Sardegna, nel cuore del Gennargentu. I francescani vi arrivarono nel 1610 e vi fondarono una chiesa dedicata alla Santissima Trinità e un convento. Il secolo successivo, sullo stesso sito, fecero costruire il capolavoro barocco del santuario della Vergine dei Martiri.

Il 14 aprile 1610 il padre francescano Giorgio d'Acillara prese possesso del luogo dove sarebbero dovuti sorgere la chiesa e il convento. Il sito, donato dal fonnese don Stefano Melis, era ubicato nel rione Logotza della "villa" di Fonni appartenente al feudo di Mandas. Sulla facciata della chiesa ancora oggi è ben visibile, sopra il portale principale, lo stemma gentilizio della famiglia: un melo carico di frutti.

Convento e chiesa, dedicata alla Santissima Trinità, vennero ultimati dopo molteplici interruzioni intorno al 1632-33. La pianta della chiesa era molto semplice: un'aula mononavata, voltata a botte, con tre cappelle per parte e il presbiterio sopraelevato dove si trova il quadro di Antonio Todde raffigurante la Trinità. Annesso vi era il convento dal classico impianto francescano: un quadrilatero di celle affacciate sul chiostro, dove si trova il pozzo centrale.

Nel 1702, dopo la demolizione della cappella del Rosario, per iniziativa di padre Pacifico Guiso Pirella di Nuoro (1675-1735), s'iniziò la costruzione del nuovo organismo dedicato alla Vergine dei Martiri, che s'innestava su quello dedicato alla Trinità. Il progetto di padre Guiso, comprendente la chiesa superiore e un santuario sotterraneo (la cripta), venne realizzato dall'architetto-capomastro milanese Giuseppe Quallio e da alcuni suoi conterranei: Giovanni Battista Corbellini, Ambrogio Mutoni e Giovan Battista Reti. I lavori terminarono nell'ottobre del 1706.

La cappella-basilica è costituita da una navata centrale coperta con volta a botte sulla quale si affacciano due cappelle semicircolari. Conclude la struttura il presbiterio rialzato che ospita l'altare della Madonna dei Martiri.

La venerata immagine della Vergine dei Martiri, che la tradizione racconta sia stata fabbricata con le ossa provenienti dalle catacombe romane di Lucina.

All'incrocio con le cappelle, su un alto tamburo finestrato insiste la cupola ottagonale. La fastosa decorazione scultorea della basilica è arricchita dalle pitture di Pietro Antonio e Gregorio Are (padre e figlio).

Il santuario sotterraneo dedicato a Sant'Efisio e a San Gregorio Magno, considerati i Padri della fede dei Barbaricini, è strutturato in due ambienti che originariamente erano separati da un'inferriata: il vestibolo e il santuario. Nel primo, a pianta rettangolare con copertura a botte, cinque nicchie per lato ospitano busti di Santi legati alla tradizione francescana. Nel secondo ambiente, sempre a pianta rettangolare e voltato a botte, si trovano numerosi altari e simulacri in stucco policromo realizzati dal Mutoni e dal Corbellino. Le tempere nella volta sono state eseguite dagli Are.

L'oratorio di San Michele Arcangelo venne eretto tra il 1758-1759 su modelli lombardi importati dal Quallio e dai suoi collaboratori. La cupola dell'edificio è decorata con le tempere di Gregorio Are. All'interno del Convento è conservata una preziosa collezione di dipinti del Seicento e del Settecento, eseguiti da artisti che hanno lavorato nel cantiere francescano: Antonio Todde, Giuseppe Lopez e Pietro Antonio Are.
 

Chiesa di San Lussorio in Fordongianus (OR)

Santuario di San Lussorio appena fuori dal nucleo abitato di Fordongianus (OR) su un rilievo che domina sulla vallata. Il complesso è in dedicazione al santo martirizzato nel 304 sotto l’imperatore Diocleziano.

Il complesso è composto dalla chiesa romanica e il santuario di età tardoantica e bizantina che si trova sotto il livello del terreno, costruito quindi al di sotto del successivo edificio medievale.

All’interno la chiesa si presenta a singola navata, con abside orientata a est, realizzato interamente in pietra vulcanica dai toni rossi e copertura in legno. Resti di antichi affreschi si trovano nell’ipogeo assieme a un’iscrizione latina di epoca medievale.

Nel santuario bizantino si trova al tomba dove si presume un tempo sia stato conservato il corpo di San Lussorio. La tomba è in sostanza una fossa di rettangolare rivestita di lastrine marmoree. Molto probabilmente il reliquiario venne svuotato nel 1600, quando venne sistemato il pavimento.

Il testo più attendibile della Passio sancti Luxorii martyris (Codex Sancrucensis 13 cc. 238-239), conservato nell'abbazia cistercense di Heiligenkreuz, in Austria, e risalente agli anni immediatamente successivi al 1181, racconta che al tempo degli imperatori romani Diocleziano e Massimiano il paganissimus Luxorius, apparitor del praeses della Sardegna Delphius entrò in possesso delle Sacre Scritture mentre svolgeva la sua attività. Spinto dal desiderio di conoscere i salmi iniziò a sfogliarli e nel leggerli restò talmente colpito nella sua sensibilità da convertirsi al cristianesimo. Cominciò così a pregare, a rinnegare gli idoli e ad applicarsi allo studio del Testo Sacro. Arrestato in seguito a una denuncia e portato in catene davanti al praeses, Lussorio affrontò la disapprovazione del magistrato romano che lo accusava di essere venuto meno alla sua fiducia, di disprezzare gli ordini degli imperatori e di ritenere blasfemi i sacrifici fatti agli dei. Ne scaturì un acceso e polemico confronto anti idolatria, in cui Lussorio replicò con fermezza ad ogni domanda del magistrato, il quale gli prospettò la scelta irrevocabile tra il sacrificio agli dei e la morte. Al suo rifiuto di sacrificare, Delphius ordinò che Lussorio fosse incatenato con pesantissimi ferri e trasferito in carcere.

Alcuni giorni dopo Delphius dispose che Lussorio fosse ricondotto davanti al suo tribunale. Ne sorse una nuova disputa al termine della quale il magistrato, piegato nella dialettica e convinto che neppure i peggiori tormenti fossero in grado di sconfiggerne la resistenza, ordinò la condanna a morte di Lussorio. Le guardie del corpo di Delphius trasferirono Lussorio in territorium fani traianensis, nel territorio di un tempio pagano situato in prossimità della città di Forum Traiani, dove affrontò la morte, mediante decapitazione, dodici giorni prima delle calende di settembre (21 agosto) e dove fu sepolto all'interno di una cripta.

Nel racconto della Passio l'azione giudiziaria è proposta sotto forma di una controversia religiosa, caratteristica del genere letterario agiografico, in cui si assiste al coraggioso tentativo dell'accusato di persuadere il giudice a non perseverare nel suo essere idolatra. Da parte sua il magistrato romano mette in atto tutti i possibili tentativi per non essere costretto ad applicare il decreto imperiale nelle sue estreme conseguenze. Atteggiamento comprensibile, se si tiene conto che fino al momento dell'arresto Lussorio era un suo stretto collaboratore. Subito dopo l'arresto, infatti, Delphius gli si rivolge in tono amichevole: «Ego te summa dilectione habui et cogitavi veram inter primates officii mei tibi honorem dare» cioè gli dice di averlo tenuto in grande predilezione e che pensava veramente di affidare a lui, fra gli eminenti, l'onore della sua carica. Il testo della Passio risponde, almeno in parte, ai canoni dei racconti martiriali tardo antichi piuttosto che alle passio epiche del periodo basso-medioevale. La narrazione è in ogni modo priva di quegli elementi fantastici che distinguono altri racconti agiografici. La lettura che se ne può trarre è che l'autore, pur ricorrendo al repertorio di brani disponibile a favore di quanti volevano esaltare il martirio, ha fatto certamente ricorso a fatti storicamente accertati.

La chiesa di San Lussorio spicca sulla collina, poco fuori Fordongianus, lungo la strada che conduce al paese di Allai. La struttura, posta su una modesta altura, fu edificata nel XII secolo, ma la prima costruzione risalirebbe già al periodo paleocristiano, IV secolo d.C. I resti di questo primo impianto li potremo ammirare insieme, visitando la cripta della chiesa.

San Lussorio: da ufficiale romano a martire cristiano


Lussorio, come testimoniano diverse fonti scritte, era un ufficiale dell’esercito romano di stanza a Forum Traiani (Fordongianus). Nel 304 d.C., sotto l’imperatore Diocleziano, si converte al Cristianesimo e per questo fu arrestato e condannato a morte. Secondo l’iscrizione in marmo inserita nella parete meridionale della chiesa, Lussorio sarebbe stato ucciso il 21 agosto, giorno in cui ancora oggi si celebra il santo.

Pochi anni dopo, nel 313 d.C., con l’editto di Costantino furono liberalizzati i diversi culti in tutto l’impero ed è probabile che il corpo di Lussorio fu recuperato e deposto in una struttura degna di ospitare le spoglie del martire.

La presenza di questo santo, che divenne ben presto molto influente, permise alla città di ricevere il titolo di Sede Vescovile che mantenne per circa 400 anni (dal 484 all’VIII secolo d.C.).

La chiesa è frutto della sovrapposizione di diverse architetture religiose, sorgendo su una collina usata almeno fin dall’età romana come zona cimiteriale. Il primo impianto si data tra il 1110 e il 1120, ed è opera probabilmente dei monaci di San Vittore di Marsiglia. Dopo il parziale crollo di questa costruzione, in stile romanico-provenzale, la chiesa venne ristrutturata nel XV secolo.

La parte frontale, in stile gotico-aragonese e ancora ben conservata, si riferisce proprio a questa seconda fase.

La cripta di San Lussorio


Fino a pochi anni fa vi si accedeva da una botola posta all’interno della chiesa e chiusa da un portellone metallico. Una scalinata di 9 gradini conduceva alla sepoltura di San Lussorio, sovrastata da un arco e protetta da delle grate. Oggi invece, l’ingresso è accessibile da un’apertura ricavata sul lato meridionale della chiesa.

Nella cripta si conservano parte dei pavimenti originali di IV e VI secolo, in mosaico policromo e una serie di sepolture “ad sanctos. Queste dovevano appartenere a persone agiate che sceglievano di essere sepolte vicino al santo per garantirsi la salvezza dell’anima.

Le spoglie di Sant’Archelao


In questa cripta sono stati trovati nel 1615 anche i resti del patrono di Oristano, Sant’Archelao, attualmente collocati nella Cattedrale di Santa Maria Assunta. La festa si celebra a Oristano il 13 di febbraio.


Terme romane in Fordongianus (OR)

Il complesso termale, tra i più importanti della Sardegna, gravita sul sito urbano di "Forum Traiani" (da cui il nome Fordongianus).
L'abitato, di fondazione tardorepubblicana, fu costituito da Traiano come centro di mercato tra le comunità dell'interno e le popolazioni romanizzate dell'entroterra del golfo di Oristano. Entro l'inizio del IV sec. d.C. fu probabilmente elevato al rango di "municipium". Le terme, le antiche "Aquae Ypsitanae", si dispongono su vari livelli e sono composte da due stabilimenti: il primo, a N, del I sec. d.C.; il secondo, a S, del III sec. d.C.Il primo stabilimento sfruttava le acque che ancora oggi sgorgano alla temperatura di 54 °C dallo strato alluvionale soprastante il banco vulcanico. Le acque vennero imbrigliate mediante un muro in opera cementizia con duplice paramento in blocchi squadrati di vulcanite, spesso 3,5, che fungeva anche da argine alle piene del Tirso. La struttura originaria dello stabilimento doveva essere in "opus quadratum", ossia in grossi blocchi di pietra squadrati; in seguito subì vari rimaneggiamenti. Al centro dello stabilimento si trova la "natatio", un'ampia piscina rettangolare (13 x 6,5; profondità 1,5) per balneazioni tiepide (l'acqua calda termale veniva stemperata adducendo acqua fredda da serbatoi situati a monte). La piscina era coperta con volta a botte. I lati S e N erano originariamente porticati; residua il portico S con pilastri a sezione quadrata in blocchi di vulcanite e volta a botte in opera cementizia rinforzata da anelli di blocchi vulcanici cuneati. Lucernai quadrati ne assicuravano l'illuminazione. Sul lato N della "natatio" furono realizzate tre vasche quadrangolari, mentre sul lato E è presente un edificio rettangolare con nicchie sui lati lunghi; una di queste ha restituito un altare consacrato alle ninfe da Servato, liberto dell'imperatore e procuratore delle miniere e dei latifondi imperiali, per la guarigione di Quinto Bebio Modesto, governatore della Sardegna vicino agli imperatori Caracalla e Geta (211-212 d.C.). Il secondo stabilimento, a S, occupa un'area rettangolare (30 x 12) le cui strutture in "opus quadratum" sono probabilmente una parte incorporata del primo stabilimento. Realizzato in "opus vittatum mixtum", aveva verosimilmente l'ingresso originario prospettante sulla piazza lastricata a S. Dall'ingresso si accedeva allo spogliatoio ("apodyterium"), al "frigidarium" (ambiente rettangolare con due vasche), al "tepidarium" (ambiente rettangolare), e al "calidarium" (ambiente con vascone rettangolare). Al contrario del primo, il riscaldamento delle acque del secondo stabilimento era artificiale L'approvvigionamento dell'acqua veniva assicurato, per mezzo di una efficiente rete di canalizzazione, da un sistema di pozzi e cisterne in parte alimentate dall'acquedotto romano. Il raccordo tra i due stabilimenti veniva assicurato da una scalinata che si affacciava sul portico della "natatio". Il piazzale retrostante, lastricato in vulcanite, ha forma trapezoidale (25 x 30 x 25). Sul lato orientale prospetta un edificio a "L", in "opus vittatum mixtum", con cinque vani e due ambienti rettangolari; uno di questi è affrescato con motivi a candelabri e grifoni, databili al 200 d.C. L'edificio potrebbe essere un "hospitium" legato agli ambienti termali.

giovedì 30 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (4)



Santuario Nostra Signora di Bonacatu Bonarcardo (OR)

Troviamo il Santuario Nostra Signora di Bonacatu a Bonarcardo (OR) sul pendio del Montiferru nelle vicinanze del complesso di cui fa anche parte la chiesa romanica di Santa Maria. È il più antico santuario della Sardegna.

Il Santuario di Nostra Signora di Bonacatu, in Bonarcado, è opera tardo romana o primo bizantina e risale al secolo VI o agli inizi del VII. Forse è il Santuario Mariano più antico della Sardegna e la chiesa alto-medioevale più insigne dell’oristanese.

La struttura muraria ed architettonica induce a credere che sia stato costruito dal principe della zona. Alla fine dell’anno 1000, a pochi passi dal Santuario, sorge un nuovo edificio sacro di bella linea romanica. Lo costruisce il giudice Costantino d’Arborea che edifica anche un monastero e chiama a reggerlo i monaci Camaldolesi dell’Abbazia di San Zenone di Pisa. L’abbazia bonarcadese, regalata da ricchi e poveri e valorizzata dai principi, acquista, presto, rinomanza in tutta l’isola. Nel 1146 i giudici sardi, divisi da diverse controversie, sono a Bonarcado assistiti dal Legato Pontificio Villano de Gaetani, che funge da arbitro, per trovare un’intesa di pace alla luce di Maria di Bonacatu.

Un giovane studioso di cose sarde, in una recente pubblicazione, afferma che la sede mariana di Bonarcado era la preferita dai principi quando dovevano essere discussi i problemi della pace, per cui si può dire che la Madonna di Bonacatu è sinonimo di Madonna della Pace, della Concordia.

Il 3 aprile 1237 Pietro II, giudice d’Arborea, “in atrio beatae Mariae de Bonarcado“, alla presenza di quasi tutti i vescovi della Sardegna e di notabili dignitari, civili e militari, riconosce solennemente il supremo dominio della Chiesa Romana sul suo Giudicato e presta giuramento di fedeltà e di vassallaggio al Papa nelle mani del Legato Pontificio in Sardegna.

Nello stesso giorno Pietro II “in ecclesia B.M. de Bonarcado”, riceve dall’arcivescovo Alessandro, legato pontificio, mediante la consegna di un vessillo con l’emblema delle “Somme Chiavi”, la investitura del Giudicato di Arborea.

Nel 1253, sotto lo sguardo di Maria di Bonacatu, si celebra, in Bonarcado, un Concilio Nazionale, presieduto dal Legato Pontificio Prospero, Arcivescovo Turritano.

Questi brevi accenni danno la misura dell’importanza data, nell’antichità, al Santuario di Bonacatu ed al suo monastero del quale non resta traccia alcuna, ma che doveva essere vasto e fastoso se poteva ospitare principi e principesse con i loro cortei di dame, dignitari e uomini d’arme.

I monaci camaldolesi fecero il più bel regalo a Bonarcado quando portarono da Pisa, ed intronizzarono nel santuario una dolcissima ceramica raffigurante la Madonna col Bambino, della scuola di Donatello.

La Madonna, da questa umile sede, ha beneficato la Sardegna con grazie così straordinarie che il paese di Bonarcado, presso molti centri dell’isola, è conosciuto col nome di “Su Meraculu”, cioè “il miracolo”.

Il titolo di “Bonacatu” è tipicamente sardo, anche se di radice latina, per cui si interpreta “Madonna della Buona Accoglienza” o della “Buona Ospitalità”, tant’è vero che anche oggi a chi è stato ospite presso qualcuno si usa chiedere: “Accatu onu, t’ana fattu?”, cioè “ti hanno accolto bene?”. Tale interpretazione non nega, non è in contrasto e nulla toglie alla leggenda del ritrovamento del santuario (dopo un lungo abbandono) da parte di un fortunato cacciatore di Cuglieri o di Abbasanta, o di un altro paese vicino, anzi conferma il suo antico titolo di Bonacatu, cioè di Colei che si fa trovare e mostra il suo viso, offre ospitalità a chi è stanco.

La Santa Sede, non solo in tempi andati, ma anche recentemente, ha guardato con interesse al Santuario di Nostra Signora di Bonacatu e concesse nel 1821 con Pio VII, l’altare privilegiato in perpetuo e l’indulgenza plenaria ai pellegrini.

Con rescritto in data 11 ottobre 1970 il Rev.mo Capitolo dell’Arcibasilica di San Pietro in Vaticano decretava l’incoronazione solenne del venerato simulacro ed il 26 maggio 1971 il Beato Paolo VI nell’udienza del mercoledì, faceva menzione in San Pietro di Nostra Signora di Bonacatu e ne benediceva il diadema per l’incoronazione, avvenuta con solenne celebrazione il 22 maggio 1977.

Per l’Anno Santo 2000 l’Arcivescovo Metropolita di Oristano, Mons. Pier Giuliano Tiddia, ha inserito il Santuario di N.S. di Bonacatu tra le chiese giubilari.

In data 19 giugno 2011, commemorazione di San Romualdo Abate, Patrono della Parrocchia, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti della Santa Sede, a firma del prefetto Card. Antonio Canizares Llovera, ha riconosciuto alla Chiesa di Santa Maria in Bonarcado il titolo e la dignità di Basilica Minore.

 

Centro storico di Oristano

Oristano città nasce dalla lunga storia e dalla fusione di tre città: Tharros, la città fenicia sul mare, Neapolis ed Othoca. Intorno all'anno 1000 le ultime istituzioni di Tharros, minacciate dagli attacchi dei pirati, si spostarono definitivamente ad Oristano e la città iniziò ufficialmente la sua storia.

Il centro storico iniziò ad abbellirsi di palazzi, fortificazioni, torri ed edifici religiosi. Visitate la torre di san Cristoforo, conosciuta anche come torre di Mariano, e il monumento della Giudicessa Eleonora, reggente del 300 che promosse la Carta de Logu, uno de primi codici di leggi scritte in Europa.

Visitate anche: le chiese di San Francesco, in stile neoclassico, di santa Chiara, raro esempio di stile gotico in Sardegna, e la cattedrale di santa Maria Assunta, la chiesa più antica di Oristano.

mercoledì 29 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (3)


Chiesa di San Pietro extra muros in Bosa

Appena fuori dal centro abitato di uno dei borghi più caratteristici della Sardegna, sorge il più antico edificio di culto romanico dell’Isola, un tempo cattedrale, oggi splendido monumento dal caratteristico colore rossastro

San Pietro è detta extra muros perché si trova fuori dalle mura del castello, di cui è più vecchia di mezzo secolo. Attorno sorgeva il nucleo originario della città, abitato sino a tutto il Cinquecento. Quando poi, sulle pendici del colle, fu completato il rione sa Costa, la popolazione si trasferì. Una migrazione di due secoli: Bosa vetus scomparve.

Il santuario è frutto di un lungo processo. La parte più antica è di metà XI secolo, attestato dall’epigrafe di consacrazione che riporta l’anno MLXIII, mentre al secolo successivo risalgono tribuna con nuova abside, torre campanaria (alta 24 metri e incompiuta) e muri perimetrali. Le esondazioni del Temo compromisero alcune parti, ricostruite a metà XX secolo: il complesso riprese l’aspetto medievale. Oggi ammirerai una chiesa che, perso il titolo di cattedrale, ha mantenuto intatto il fascino. La facciata (del XIII secolo) è decorata da ampie arcate e archetti intrecciati. In cima noterai un’edicola sorretta da colonnine, avvolte da un serpente intrecciato. Un’arcata incornicia il portale, sopra il quale ti colpirà un architrave scolpito con finte logge e sei archetti che ospitano bassorilievi raffiguranti, in composizione gerarchica, la Madonna col Bambino nell’edicola centrale maggiore, a fianco Albero della Vita e santo vescovo (forse Costantino de Castra che consacrò l’edificio), sul lato destro san Pietro e a sinistra san Paolo, con vesti dagli elaborati drappeggi. Il vescovo è nell’edicola minore ma gli si fa occupare un posto accanto alla Vergine. L’abside è divisa in cinque sezioni da lesene che sostengono mensole che a loro volta sorreggono archetti. In tre di esse osserverai monofore che contribuiscono a illuminare l’interno, composto da tre navate: la mediana coperta da capriate lignee, quelle laterali voltate a crociera. Ad esse accederai da nove archi a tutto sesto per lato, sorretti da pilastri quadrangolari. Nel primo a destra troverai un fonte battesimale in calcare bianco.

Cattedrale di Bosa e Santi Emilio e Priamo Martiri

L’edificio, ora intitolato alla B.V. Maria Immacolata, fu costruito lungo la sponda destra del fiume Temo forse già nel XII secolo, ma non ebbe da subito il titolo di cattedrale. Solo col tempo la chiesa divenne sempre più un punto di riferimento importante per la comunità, tanto da essere scelta come sede della nuova cattedrale della città di Bosa. Il primitivo edificio fu così demolito e ne fu costruito un altro più degno di cui resta traccia in un tratto di muro risalente al XIV-XV secolo, visibile dietro la sacrestia. Agli inizi del XIX secolo, per le precarie condizioni delle strutture, si resero necessari urgenti lavori di manutenzione e in parte di totale ricostruzione, che furono affidati all’architetto Salvatore Are, bosano, e che diedero all’edificio l’aspetto attuale: un’unica grande e spaziosa navata nella quale si aprono otto piccole cappelle di cui la prima a destra si sviluppa in un profondo vano, denominato “cappellone”, e la prima a sinistra ospita il magnifico fonte battesimale (XVI-XVIII sec.). L’aula termina con un vasto presbiterio sopraelevato. L’area presbiteriale, molto profonda, coperta da cupola ottagonale (progettata ai primi dell’Ottocento dall’architetto Domenico Franco) e conclusa da un’abside semicircolare, è rialzata e separata dalla navata da una balaustra marmorea. Si accede al presbiterio tramite una gradinata centrale con alla base due leoni marmorei e due laterali. In marmo è anche l’altare maggiore seicentesco, coronato dalle statue dell’Immacolata e dei santi Emilio e Priamo, martiri. Dietro l’altare sono disposti gli stalli intagliati del pregevole coro ligneo. Sull’ingresso principale di contro al presbiterio, domina l’alta tribuna, che occupa tutta la larghezza della grande navata circa 11.50 metri, dove troneggia l’organo contenuto in una grandiosa cassa. Le pitture che decorano le pareti della cattedrale furono realizzate dall’artista parmense Emilio Scherer tra il 1877 e il 1878.

L’interno mostra dipinti del pittore E. Scherer, che operò a Bosa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, insieme con altre opere marmoree e lignee inquadrabili in un arco cronologico tra il XVI e il XIX secolo. La facciata ricostruita agli inizi del XIX secolo è divisa in due ordini da una robusta trabeazione, a somiglianza di quella del Carmine, ed è impreziosita da eleganti decorazioni.

Le cappelle del transetto sono dedicate a San Giuseppe, alla Madonna di Bonaria, alle anime del Purgatorio.

Santi Emilio e Priamo, martiri sardi. Il 28 maggio nel Martirologio Romano leggiamo: “In Sardegna i santi Martiri Emilio, Felice, Priamo e Luciano, i quali, combattendo per Cristo, furono da lui gloriosamente coronati”. Secondo la tradizione furono martirizzati durante la persecuzione neroniana e di loro, i santi Emilio, che si dice fosse prete, e Priamo soldato, sono i Patroni principali della Diocesi di Bosa.

Cappella palatina: Nostra Signora de Sos Regnos Altos in Bosa

All’interno della cinta del Castello di Serravalle, fu costruita nel XIV secolo nella piazza d’armi; negli anni Settanta del secolo scorso un restauro ha portato alla luce uno splendido ciclo affrescato, riferito ad ambiente italo-provenzale - presumibilmente da un pittore di origine toscana - e databile agli anni tra il 1350 e il 1370. Gli affreschi si trovano sulle tre pareti originali della chiesetta, che venne ampliata successivamente con l'aggiunta del presbiterio e dell'abside. Opera di un autore ignoto proveniente dalla scuola spagnola, la serie di affreschi potrebbe essere datata nel periodo precedente al 1370.

Lungo la parete sinistra, procedendo dall'abside verso la porta d'ingresso, si possono osservare, nella parte superiore, le rappresentazioni dell'Adorazione dei magi e dell'Ultima Cena, nella quale sono sequenzialmente rappresentati Gesù, Giovanni, Giuda, Pietro, Andrea, Filippo, Giacomo maggiore, Taddeo, Tommaso, Bartolomeo, Matteo, Simone e Giacomo minore. Seguono le rappresentazioni di dottori della Chiesa e degli evangelisti.

Nella parte inferiore sono rappresentate santa Lucia e Maria Maddalena, alle quali si aggiungono una serie di santi: santa Marta, san Giacomo maggiore, sant'Eulalia, sant'Agata, sant'Agnese, santa Barbara, santa Vittoria, santa Reparata, santa Margherita, santa Cecilia, santa Savina e sant'Orsula.

Nella parte alta della controfacciata sono rappresentati san Martino ed il povero e san Giorgio che uccide il drago. Nella parte bassa sono visibili santa Scolastica, san Costantino imperatore, sant'Elena, l'arcangelo Gabriele e la Vergine annunziata. Accanto alla porta d'ingresso è rappresentato san Cristoforo.

Nella parte alta della parete destra sono raffigurati una serie di santi ignoti mentre nella parte bassa è rappresentato l'Incontro dei tre morti e dei tre vivi ed il martirio di san Lorenzo.

Nei registri catastali la prima intitolazione della chiesa era a Sant'Andrea apostolo e solo intorno alla fine del XIX secolo ha assunto il nome odierno. Non si hanno menzioni della struttura originaria dell'edificio, che nei secoli ha subito interventi pesanti. Oggi si presenta come una chiesa ad aula unica, dove la zona presbiteriale è stata interamente rifatta. Gli studi più recenti hanno comunque proposto una datazione dell'edificio al XII secolo e una serie di interventi successivi nel corso del XIV. Fra questi interventi vi è anche la realizzazione del ciclo di affreschi che si può ammirare in tre delle quattro pareti della chiesa. Questi si collocano in controfacciata e nei due lati lunghi e sono stati pesantemente mutilati dalla ricostruzione dell'abside, in periodo non documentato.

Il culto mariano. Da più di 150 anni a Bosa, città regia nel nord ovest della Sardegna, il secondo fine settimana di settembre è dedicato ai festeggiamenti in onore di Nostra Signora de sos Regnos Altos, tradotto letteralmente la festa del Regno dei Cieli.

La festa ha origine nel 1847, quando una piccola statua di legno raffigurante la Madonna fu ritrovata da un bambino tra le rovine del suggestivo castello dei Malaspina, che domina la cittadina. La statuetta fu denominata di Regnos Altos e custodita all’interno delle mura del castello, nella chiesa inizialmente dedicata a S. Andrea che conserva splendidi affreschi a sfondo religioso risalenti al 1300 circa.

Alla Madonna viene dedicata una festa e una processione, che si snoda per le strade del paese addobbate con fiori, frasche e bandierine colorate.  La processione è guidata dalla confraternita e da numerosi gruppi folcloristici, che accompagnano la statua della Madonna nell santuario all’interno delle mura del castello. Lungo le viuzze che si arrampicano dal fiume Temo, tra il castello e la Cattedrale dell’Immacolata, gli spazi a corte e le vie vengono trasformati in passaggi verdi, ottenuti piegando ad arco lo stuolo di migliaia di canne. I fedeli del quartiere medioevale di Sa Costa allestiscono “sos altarittos”, piccoli altari ornati di filigrana d’oro, coralli, fiori e pizzi preziosi in filet (il ricamo al telaio per cui le donne bosane sono famose) davanti ai quali la Madonna si ferma per una preghiera.

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (3)


S. Maria di Betlem in Sassari

 
Tra il secondo e il terzo decennio del XIII secolo, la comunità francescana si insediò a Sassari, dopo aver ricevuto in dono il monastero di Santa Maria di Campulongu, che nel 1106 era stato donato ai benedettini di S. Vittore di Marsiglia dal giudice di Torres Costantino I di lacon-Gunale. Negli anni 70 – 80 del XIII secolo fu ampiamente modificato l’impianto preesistente della chiesa e del convento.

Il primo intervento consistente è quello collocato tra il 1440 e il 1465 quando la chiesa venne ampliata e praticamente rifondata, con la realizzazione tra l’altro di alcune cappelle in stile tardogotico e una enorme volta a crociera nel presbiterio. Alla fine del XVI secolo vi fu educato e vi divenne sacerdote Francesco Zirano, frate francescano martire e poi beato. Nel XVII secolo fu aggiunta l’abside semicircolare ad ingrandimento del coro. Le capriate lignee della copertura della navata vennero sostituite nel XVIII secolo con volte a crociera. Tra il 1829 e il 1834 la chiesa venne restaurata su progetto del frate architetto Antonio Cano, che introdusse nella fabbrica elementi architettonici e decorativi dello stile rococò e neoclassico; tra gli altri interventi, venne realizzata la struttura cupolata, a pianta ellittica, che andò a sostituire il transetto a volta gotica del precedente impianto. Lo stesso Cano, nel 1813 aveva curato il restauro del convento attiguo. Nel 1846, l’architetto Antonio Cherosu realizzò la torre campanaria a canna cilindrica che sostituì il campanile gotico catalano a pianta ottaganale del XIV secolo, crollato improvvisamente dopo i lavori del frate Cano. Nel 2014, a seguito della beatificazione di padre Francesco Zirano, all’esterno della chiesa è stata collocata una statua che ne rappresenta il martirio. Vandalizzata poco tempo dopo, è ora conservata nel convento.

La facciata, nella parte bassa, conserva ancora la vecchia struttura del monastero costruito nel 1106 su disposizione del Giudice Costantino di Torres. Si possono ammirare l'arco strombato sopra il quale, separato da una cornice modanata, giace un grande rosone anch'esso strombato e risalente al '400. Ancora sopra, un'ulteriore luce costruita intorno al '700, conferisce all'interno della chiesa un'ottima illuminazione. La chiesa, che venne più volte ampliata e rimaneggiata nel corso dei secoli, presenta le influenze dei vari periodi storici; è caratterizzata dallo stile romanico con la presenza di elementi del periodo gotico e aragonese ed è sormonata da una grande cupola, con altre luci e una statua della Madonna, sotto la quale è inciso: fermati passegger e il capo inchina a salutar del ciel la gran regina

L'interno è caratterizzato da una navata unica. E' impreziosito da elementi architettonici di pregio, da colonne con capitelli a foglie a crochet, affreschi, statue e bassorilievi. Sono presenti diverse cappelle in diversi stili, dal barocco al gotico, raffiguranti i vari gremi cittadini (Muratori, Sarti, Falegnami, ecc.). La chiesa è sede di sette gremi cittadini: il gremio dei Muratori, quello dei Sarti, degli Ortolani, dei Falegnami, dei Contadini, dei Piccapietre e degli Autoferrotranvieri.
Gli altari sono in legno intagliato, risalgono al '700 e furono costruiti per mano degli artigiani sassaresi. Nella chiesa sono inoltre custoditi i Candelieri votivi, anch'essi in legno intagliato, utilizzati durante la processione del 14 agosto, conosciuta come la Discesa dei Candelieri.
All'interno del Santuario, sono presenti altre bellissime opere, come ad esempio la statua lignea risalente al '400 raffigurante la Madonna della Rosa, i dipinti del pittore modenese Giacomo Cavedoni, ed infine un pulpito e un retablo, sempre in legno, opere di Giovanni Antonio Contena.

Davanti alla chiesa si apre un grande chiostro con pavimentazione in pietra, ove giace la fontana risalente al '500, chiamata fontana del Brigliadore, dal catalano brillador che significa zampillo, impreziosita da decorazioni di mostri bronzacei e tre stemmi. 

La chiesa venne menzionata nel tempo da diversi personaggi illustri, come il generale Alberto Della Marmora e Vittorio Angius.

Come arrivare: giunti a Sassari, procedere verso il centro e la stazione. Superata la stazione procedere ancora dritti. La chiesa apparirà dinnanzi a voi sulla sinistra, dopo il semaforo.

Beato Francesco Zirano martire

Francesco Zirano nacque a Sassari attorno all'anno 1564 in una famiglia contadina. Si trovò presto orfano di padre. La famiglia era devota ai protomartiri Gavino, Proto e Gianuario e da Sassari due volte all'anno era usanza partire in pellegrinaggio al santuario di Porto Torres. Ricevette un'istruzione di base dai frati di Santa Maria di Betlem e, devoto alla Madonna, già a quindici anni seguiva le regole del convento e a ventidue nel 1586 fu ordinato sacerdote dall'arcivescovo Alfonso de Lorca, alla presenza del cugino Francesco Serra, figlio di una sorella della madre, che da poco aveva vestito l'abito.

Svolse normali incarichi sacerdotali. Nel 1590 suo cugino Francesco Serra fu rapito da corsari turchi e condotto ad Algeri. Per otto anni pregò per lui e decise infine di andarlo a liberare pagando il riscatto, avvalendosi dei Mercedari. Fu autorizzato il 19 marzo 1599 da papa Clemente VIII per la durata di un triennio. Raccolse denaro in giro per la Sardegna, impegnandosi anche per altri schiavi catturati; infine partì nella primavera del 1602. Fece tappa in Spagna dove il re Filippo III gli affiancò fra Matteo de Aguirre, che in segreto e ad insaputa di Francesco Zirano aveva una missione politica segreta a favore del regno di Kuku (centro della Cabilia, scritto anche Koukou) contro Algeri.

Giunto a Cuco, ne partì il 18 agosto travestito da mercante e con un interprete, arrivando ad Algeri il 21.

La situazione politica con la Spagna era tesa e un bando limitava la libertà dei cristiani, inoltre vi fu l'arresto di un rinnegato proveniente da Cuco che portava alcune lettere di fra Matteo a padre Zirano e ad altri cristiani, che riportavano la rinuncia a occuparsi del riscatto degli schiavi; padre Zirano restò prudentemente lontano dalla città. Tornò a Cuco portando con sé quattro cristiani liberati nei dintorni di Algeri e, impossibilitato ad agire, divenne aiutante di fra Matteo. Il cugino rimaneva in carcere, dove aveva tra l'altro imparato l'arabo.

Quando il re di Cuco conseguì una vittoria ritenne opportuno comunicarlo al re di Spagna suo alleato e proprio padre Zirano fu incaricato di portare la lettera, ma fu catturato, forse a seguito di una manovra premeditata di tradimento. Francesco fu spogliato, percosso, incatenato e condotto ad Algeri il 6 gennaio 1603; in carcere trovò altri cristiani. Padre Zirano era stato scambiato per fra Matteo de Aguirre; venne isolato e fu stabilito un enorme riscatto. Finalmente rivide il cugino Francesco Serra che purtroppo dovette comunicargli la condanna a morte. Padre Zirano chiese un confessore ma non fu accontentato. Si tentò il suo invio a Istanbul, capitale dell'Impero turco da cui dipendeva anche Algeri, cogliendo l'occasione della partenza di una nave inglese, per rassicurare i turchi, attraverso la consegna del prigioniero, che la guerra contro il re di Cuco non ne aveva intaccato il potere politico. Il tentativo fallì a causa del consistente riscatto richiesto.

Il 24 gennaio venne radunato il Gran Consiglio della città per decidere senza interrogatorio la condanna, nonostante si fosse reso conto dello scambio di persona, e giunse senza successo a proporre a padre Zirano l'abiura. Un banditore proclamò per le vie della città che il condannato aveva "rubato" quattro schiavi ed era "una spia". L'esecuzione venne eseguita il 25 gennaio 1603. Vestito con una tunica e con una catena al collo, attraversò l'affollata strada centrale di Algeri tra urla e insulti, mentre pregava ad alta voce recitando il canto biblico dei tre fanciulli. Fu scorticato vivo e tuttavia come Gesù Cristo crocefisso invocò perdono per i carnefici con le parole "Padre, perdonali!". Dopo la morte la pelle, imbottita di paglia, fu esposta presso una porta della città, la porta di Babason.

I cristiani si appropriarono di alcuni lembi della pelle del martire, custodendoli. Alcuni giunsero in Italia; in Sicilia venne portata una mano e la pelle di un braccio, tuttavia di queste reliquie si persero successivamente le tracce.

Il cugino Francesco Serra, trovata la libertà, riscattò a sua volta alcuni schiavi cristiani, e riuscì in seguito anche a dare al corpo straziato una sepoltura. La fede di padre Zirano suscitò un'ammirazione commossa e la fama del suo martirio è stata tramandata.

La fama del martirio fu subito evidente al frate osservante Antonio Daça, il quale nel 1606 a Valladolid raccolse la deposizione dei due testimoni oculari cristiani, Giovanni Andrea di Cagliari e l'ex schiavo spagnolo Joan Ramirez; successivamente la pubblicò.

Nel 1731 sia i frati minori conventuali sia i frati osservanti, controversamente convinti dell'appartenenza di padre Zirano alla propria famiglia francescana, richiesero alla Congregazione dei Riti di aprire un processo canonico di beatificazione; i due ordini vennero invitati ad accordarsi e a risolvere la controversia. La situazione rimase bloccata; storici di quel secolo e del successivo conclusero a favore dei conventuali, che tuttavia furono ostacolati nel riprendere l'iniziativa in quanto la loro sopravvivenza come ordine era minacciata da diffuse politiche avverse al clero regolare.

Nel 1926 il postulatore generale padre Giuseppe Vicari richiese al ministro provinciale della Sardegna una documentazione il più possibile completa su tutta la questione e il frate Costantino Devilla fu incaricato della ricerca storica.

Dopo la seconda guerra mondiale il frate Antonio Ricciardi, nuovo postulatore, tentò di introdurre la causa presso la Congregazione dei Riti, ma il relatore della sezione storica gli consigliò la ricerca di ulteriore documentazione.

Nel 1977 padre Umberto Zucca, storico dei conventuali sardi, avviò un lavoro di ricerca tra archivi vaticani, italiani e spagnoli (soprattutto a Simancas, Madrid, Palma di Maiorca e Barcellona) che in otto anni gli consentì la raccolta di una documentazione esauriente e inoppugnabile: nel corso di tale lavoro furono scoperte altre sette relazioni sul martirio oltre alle due già note, il numero di segnalazioni di storici e agiografi sulla fama del martirio lungo i secoli giunse a centotrenta e alla più antica raffigurazione già nota del martirio risalente solo al 1924, olio su tela di Vincenzo Carotti presso Santa Maria di Betlem a Sassari, se ne aggiunsero altre a partire da quella più antica del 1646 a Taurano in Campania (le altre sono a Falerone nelle Marche, a Venezia, a Cagliari, a Vienna e a Monaco di Baviera).

Già il 18 maggio 1984 c'era una documentazione sufficiente che diede luogo da parte della Congregazione dei Riti all'approvazione dell'istruzione della causa di beatificazione, mantenendo tuttavia un certo riserbo. Il 25 novembre dello stesso anno l'arcivescovo di Sassari Salvatore Isgrò istituì la commissione diocesana per l'esame della documentazione raccolta e il 15 agosto 1990 autorizzò con decreto l'inchiesta diocesana sull'asserito martirio, aprendo così il processo diocesano, e il successivo 22 settembre nella chiesa di Santa Maria di Betlem presiedette la prima sessione pubblica. La fase sassarese della causa durò dal 1985 alla chiusura del processo diocesano l'8 settembre 1991. Postulatore è stato padre Ambrogio Sanna e vicepostulatore è stato padre Umberto Zucca; essi tra il 1993 e il 1996 misero assieme ufficialmente la vasta documentazione, e in seguito la ampliarono ulteriormente, e infine il 2 ottobre 2001 venne presentata la Positio super martyrio, risultato della ricerca complessiva su vita e martirio di padre Zirano.

La fase romana della causa durò dal 2002 al 2014. La documentazione presentata fu approvata il 4 marzo 2003 dal congresso dei consultori storici e il 16 maggio 2013 dai consultori teologici. Nella sessione ordinaria del 4 febbraio 2014, presieduta dal cardinale Angelo Amato, cardinali e vescovi considerarono vero martirio la morte di padre Zirano e il 7 febbraio papa Francesco fu informato sulle conclusioni della Congregazione per le Cause dei Santi. Il papa riconobbe lo stesso giorno il martirio e autorizzò la beatificazione; firmò la relativa lettera apostolica il 4 ottobre.

La beatificazione è avvenuta a Sassari il 12 ottobre 2014, celebrata dal cardinale Angelo Amato delegato pontificio, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Hanno partecipato l'arcivescovo di Sassari padre Paolo Atzei e l'arcivescovo di Algeri monsignor Ghaleb Moussa Abdalla Bader. La memoria liturgica stata inizialmente stabilita per il 25 gennaio nell'arcidiocesi di Sassari e nelle chiese sarde; il 10 dicembre 2014, su istanza del procuratore generale dell'Ordine dei Frati Minori conventuali, appoggiata dall'arcivescovo di Sassari Paolo Atzei, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha emanato un Decreto per celebrare la memoria del beato il 29 gennaio, tenuto conto che il 25 gennaio si celebra la Conversione di Paolo e la conclusione dell'Ottavario di preghiera per l'unità dei cristiani; il beato sarà comunque ricordato a Santa Maria di Betlem anche in tale data. Padre Zirano sarà proposto come patrono e protettore delle p ersone rapite, schiavizzate e degli immigrati che attraversano deserti e mari in cerca di libertà. È il sesto beato nella storia della Chiesa sarda (quarto tra i conventuali) e la sua è stata la seconda beatificazione effettuata in Sardegna dopo quella di suor Giuseppina Nicoli nel 2008 a Cagliari. L’ultima beatificazione in Sardegna è quella del 15 giugno 2019 a Pozzomaggiore (SS) di Edvige Carboni, laica e mistica.

martedì 28 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (2)


Codrongianos: paese natale della beata Elisabetta Sanna

Beata E lisabetta Sanna, sposa, madre, vedova e terziaria. Non può avvenire un processo di trasformazione se non avviene una relazione prima con Dio e poi con il mondo. La proposta della penitenza evangelica e la proposta di essere nel mondo come una soluzione per rendere il mondo migliore secondo la logica del Vangelo.

È stata beatificata, in Sardegna, Elisabetta Sanna, sposa e madre di sette figli. Il rito è stato presieduto dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, nella Basilica della Santissima Trinità di Saccargia (nel comune di Codrongianos) in provincia di Sassari. "Mama Sanna", come viene affettuosamente chiamata, è vissuta a cavallo tra due secoli, il 1700 e il 1800: rimasta vedova, divenne terziaria professa dell'Ordine dei Minimi di San Francesco, del Sodalizio dell'Unione dell'Apostolato Cattolico fondato da San Vincenzo Pallotti.

 R. - Elisabetta, nata a Codrongianos (Sassari) il 23 aprile 1788, a sette anni fu vittima di una epidemia di vaiolo, che la rese invalida alle braccia, tanto che non riusciva a sollevarle per lavarsi la faccia o pettinarsi. Pur sentendosi attratta alla vita religiosa, seguì la volontà della madre, che la esortava a sposarsi. Il matrimonio fu celebrato il 13 settembre 1807 e la famiglia fu allietata da sette figli. Morto il marito nel 1825, Elisabetta continuò ad occuparsi dei suoi figli e ad amministrare i beni della sua famiglia facoltosa.

D. - Cosa dire della sua permanenza a Roma?

 R. - Nel 1831 era partita per un pellegrinaggio in Terra Santa, per la mancanza del visto per l'Oriente, non riuscì a proseguire. Si fermò quindi a Roma, senza più fare ritorno in patria. Ma non potè tornare in Sardegna, su consiglio dei medici, perché gravemente sofferente di cuore. A Roma rimase 25 anni, lavorando, pregando e visitando i poveri e gli ammalati. Morì il 17 febbraio 1857. Aggiungiamo subito, soprattutto tenendo conto dell'odierna mentalità, che sorprende la vicenda di questo suo allontanamento dai figli. Ma a Roma riceveva notizie tranquillizzanti sulla loro crescita e formazione in casa del fratello sacerdote Don Antonio Luigi. Inoltre, san Vincenzo Pallotti la rassicurava continuamente dicendole: «Coraggio, figlia; la vostra famiglia non ha bisogno di voi; anzi, sarà la meraviglia e l'invidia di tutto il paese». Queste parole le davano una grande serenità di spirito. Era finalmente giunta a vivere la vocazione, avuta fin da piccola, di consacrarsi totalmente a Dio.

D. - Cosa pensa di tutto ciò?

 R. - Dobbiamo ricordare la parola di Gesù che dice: «Se uno viene a me e non mi preferisce a suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino alla propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). È lungo l'elenco di coloro che hanno preso alla lettera la parola del Signore. Qui ricordo, come esempio, l'esperienza della suora orsolina francese, Santa Maria dell'Incarnazione, al secolo Marie Guyart (1599-1672), canonizzata da Papa Francesco nel 2014. Rimasta vedova giovanissima, affidò al collegio dei gesuiti il figlio Claudio per farsi religiosa. Il bambino, che all'inizio piangeva implorando il ritorno a casa della mamma, non solo non subì alcuna conseguenza psicologica nella sua crescita, ma divenne monaco benedettino e il più fervido ammiratore della madre, che, nel frattempo, era andata missionaria in Canada, pioniera dell'evangelizzazione in quelle terre. Lo stesso si può dire di Santa Giovanna Francesca Frémyot de Chantal (1572­1641), madre di sei figli. Rimasta vedova a ventinove anni, dopo un po' di tempo, il 29 marzo 1610, lasciò la famiglia per fondare le Visitandine e — dice la storia ­passò sul corpo del figlio Celso Benigno, di 14 anni, che si era disteso sulla soglia, implorando che non partisse.

 D. - Si tratta, in ogni caso, di vocazioni speciali, rare e riservate a pochi. Immagino che siano scelte fondate su un fortissimo amore per Gesù...

 R. - Esattamente. Gesù aveva conquistato totalmente il loro cuore. Per quanto riguarda Elisabetta Sanna, né la terra natia, né la famiglia, né le afflizioni della vita la separarono mai dalla carità di Dio. Venne da Dio l'ispirazione di andare in pellegrinaggio in Terra Santa e di rimanere per sempre a Roma. Non si trattò di un impulso arbitrario, ma di una vocazione seria, vagliata e approvata da padri spirituali saggi e prudenti, ai quali la Beata si affidava con obbedienza e umiltà. Di lei i testimoni affermano: «Iddio le era più caro di tutti i beni terreni messi insieme e di qualunque persona più diletta». L'amore di Dio le fece superare contrasti, dicerie, offese e soprattutto il peccato. Il male non fece breccia nel suo cuore, che rifuggiva il peccato come i bambini temono il buio. L'Eucaristia era l'approdo della sua anima, adoratrice instancabile del SS. Sacramento dell'altare. Da lei stessa apprendiamo che ascoltava anche cinque o sei messe al giorno.

D. - Quale fu il suo apostolato a Roma?

 R. - Elisabetta era una donna di quotidiana adorazione eucaristica. Questo fervore spirituale lo riversava nell'amore del prossimo con un cuore aperto a tutti nel consiglio e nel servizio. A Roma era nota la sua disponibilità verso chi si rivolgeva a lei, nobili e plebei, amici e nemici, ricchi e poveri, romani e forestieri, grandi e piccoli. Con le sue parole metteva pace nelle famiglie e ristabiliva la concordia tra i coniugi. Un suo biografo scrive: «Aveva una grazia particolare per consolare gli afflitti, che, parlando con lei, sentivano tornare nei loro cuori pace e tranquillità. Inculcava a tutti carità e perdono dei torti ricevuti».

D. - Come possiamo definire la nuova beata Elisabetta Sanna?

 R. - Elisabetta era la donna della misericordia. La sua vita fu una pratica continua delle opere di misericordia corporale e spirituale. Nonostante il freddo, la fatica del cammino e le braccia rattrappite, si recava all'ospedale san Giacomo o in case private per servire le ammalate. Delle elemosine che riceveva, toltone quel poco che serviva per il suo misero vitto, ne faceva elemosina agli altri. Non si turbava per gli insulti ricevuti. Non permetteva che si parlasse male del prossimo. Pregava e faceva pregare per i condannati a morte. Le opere di san Vincenzo Pallotti furono il principale destinatario della sua carità: per esse lavorava di maglia e cucito e ad esse mandava oggetti e denaro. Il Pallotti soleva dire che due erano i grandi benefattori dell'Istituto: una donna povera, Elisabetta Sanna, e il Cardinale Luigi Lambruschini (1776-1854). Alla sua morte, avvenuta il 19 febbraio 1857, nella sua stamberga nei pressi della Basilica Vaticana, la gente sussurrava: «È morta la Santa, la donna che stava sempre a pregare in S. Pietro».
 

Basilica di Santissima Trinità di Saccargia

Il santuario Santissima Trinità di Saccargia è una delle chiese più spettacolari della Sardegna. Situata nella zona campestre di Saccargia, nella cittadina di Codrongianos in provincia di Sassari, la struttura religiosa rientra fra le chiese risalenti all’epoca del medioevo, una tra le poche dell’isola ed ora appartenenti ai monaci camaldolesi.

È immersa nella natura circostante ed ha un campanile altissimo che richiama l’attenzione dei passanti che in molte occasioni sono venuti a far visita al santuario.

L’importanza della chiesa è data oltre che dalla grandezza, anche dagli affreschi situati sull’abside, un gioiello decorato a regola d’arte in epoca romana.

La chiesa è stata costruita in due momenti diversi, ai quali corrispondono delle parti strutturali precise. Inizialmente, si risale al periodo che va tra l’XI e il XII secolo, vi era un’aula molto corta e un transetto con volta a crociera.

In un secondo momento, dalla seconda metà dell’XII secolo, l’aula interna fu allungata e sopraelevata, costruendo una nuova facciata strutturata su tre ordini, il portico presente ancora oggi, la sagrestia e il campanile.

Attualmente, anche se ha subito dei restauri che hanno intaccato l’originalità del tempio, la chiesa rimane comunque un luogo di culto.

 
 “Vorrei pieno il Cielo, svuotato il Purgatorio, chiuso l’Inferno”.
Beata Elisabetta Sanna Porcu