giovedì 27 giugno 2019

S. Arialdo, prega per noi!

 
 
 
Nella primavera del 1066 Erlembaldo rientrò in Milano recando due bolle pontificie: la prima di scomunica contro l’arcivescovo Guido; la seconda in cui il Papa esortava il clero milanese a seguire le indicazioni di Roma. Guido da Velate indisse una grande assemblea alla quale accorsero migliaia di persone delle opposte fazioni, tra cui Arialdo ed Erlembaldo.
 
Quando l’arcivescovo inveì contro le pretese del Papa di dettare legge a Milano, una parte della folla si scagliò contro Arialdo e Erlembaldo. Erlembaldo si difese facendo roteare il vessillo della Santa Chiesa dal quale non si separava mai. Arialdo fu costretto a fuggire, ma nelle vicinanze di Piacenza fu arrestato e condotto nel castello di donna Oliva, nipote di Guido da Velate, che il 28 giugno 1066 lo fece trucidare in un isolotto del lago Maggiore. Prima di ucciderlo, gli assassini gli afferrarono le orecchie, intimandogli obbedienza all’arcivescovo di Milano.
 
Al suo rifiuto gli tagliarono le orecchie, mentre Arialdo, elevando gli occhi al Cielo, diceva: «Ti ringrazio o Cristo, che oggi ti sei degnato di annoverarmi tra i suoi martiri». Gli aguzzini gli chiesero ancora se riconosceva l’autorità di Guido, ma egli, mantenendo la consueta fermezza d’animo, rispose di no. Subito, racconta il suo biografo, gli tagliarono via il naso, con il labbro superiore. Gli cavarono allora entrambi gli occhi e gli troncarono la mano destra dicendo: «Questa è la mano che vergava lettere dirette a Roma».
 
Poi gli amputarono il membro virile, dicendo: «Fino ad oggi sei stato predicatore della castità; d’ora in avanti sarai anche casto». Infine gli strapparono la lingua, dicendo: «Finalmente taccia questa lingua che mise scompiglio nelle famiglie dei chierici e le disperse». E così, conclude Andrea da Strumi, «quella santa anima fu liberata dalla carne; il corpo poi fu seppellito in quel luogo. Dopo questi fatti sul posto cominciarono ad apparire durante la notte ai pescatori splendide luci» (p. 145).
Gli assassini allora lo legarono con pesanti pietre e lo affondarono nel punto più profondo del Lago Maggiore. Dopo dieci mesi però, il 3 maggio 1067, il corpo di Arialdo tornò miracolosamente alla superficie. Dopo molte resistenze, donna Oliva consegnò il cadavere ad Erlembaldo, che lo riportò a Milano, dove fu deposto trionfalmente nella chiesa di S. Ambrogio, prima di essere tumulato in S. Celso e, alla fine del XVIII secolo, in Duomo.
 
Alessandro II nel 1068 beatificò Arialdo.
 

domenica 16 giugno 2019

La nostra appartenenza filiale a Dio non è mai un atto individuale...




simbolismo trinitario di Gioacchino da Fiore

Volevo partire dalla prima orazione che in questo solennità racchiude in sintesi le letture appena proclamate:

Ti glorifichi, o Dio, la tua Chiesa,
contemplando il mistero della tua sapienza
con la quale hai creato e ordinato il mondo;
tu che nel Figlio ci hai riconciliati
e nello Spirito ci hai santificati,
fa' che, nella pazienza e nella speranza,
possiamo giungere alla piena conoscenza di te
che sei amore, verità e vita.

La Chiesa, noi, glorifica Dio uno e trino, che rivela la gloria della sua sapienza nella creazione e nell’ordine delle cose create.

La Chiesa contempla la sapienza, cioè l’armonia, la bellezza, l’ordine della creazione, del creato e delle creature.

Siamo richiamati a contemplare, ha riempire i nostri occhi di tutto ciò.

Se penso ai giorni trascorsi in pellegrinaggio in Sardegna, ma anche in questi giorni, trascorsi, all’Oratorio estivo appare un ordine della sapienza che l’uomo è capace di compiere e vivere, perché noi siamo fatti ad immagine e somiglianza del divino che oggi celebriamo nel suo mistero trinitario.

Noi siamo chiamati a contemplare, ma anche a custodire e realizzare l’ordine sapiente di Dio.

In tutto questo ci vuole la pazienza e la speranza: è lo sguardo di Dio su di noi, frutto di quell’essere riconciliati nel Figlio e santificati nello Spirito.

Quindi un cammino fatto da due passi: pazienza e speranza.

Pazienza per le fatiche e i fallimenti, ma speranza perché raggiungeremo la pienezza nella conoscenza di Dio che è amore, verità e vita.

La festa della Santissima Trinità ci richiama alla relazione, ad una fede fatta da relazioni, quelle intra divine, tra Padre, Figlio, Spirito, e quelle con noi e ciascuno di noi: ecclesiali e personali.

Quali relazione ho con sentire della Chiesa? Quali conoscenza ho della Chiesa e della mia fede? Quali relazioni costruisco nella fede, con pazienza e speranza?

Il nostro Dio si è rivelato a noi nel suo Figlio, mostrandoci il Padre e invocando per noi il dono della promessa del Padre, lo Spirito.

Come oggi mostrare Dio?

Scrive il Santo Padre Francesco:

La nostra appartenenza filiale a Dio non è mai un atto individuale ma sempre ecclesiale: dalla comunione con Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, nasce una vita nuova insieme a tanti altri fratelli e sorelle. E questa vita divina non è un prodotto da vendere – noi non facciamo proselitismo – ma una ricchezza da donare, da comunicare, da annunciare: ecco il senso della missione.

Donare, comunicare e annunciare tre parole che possono oggi rivelare Dio attraverso ciascuno di noi. Amen.

domenica 9 giugno 2019

Pentecoste … festa della Chiesa nascente, Chiesa dalle genti




La solennità di Pentecoste come la Pasqua prevede una liturgia di vigilia pari ad una veglia.

Ecco uno stralcio dalla Parola di Dio:

… Egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.

… Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre… il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Avevamo già incontrato lo Spirito, il Paràclito, in questo tempo di Pasqua, come colui che combatte al nostro fianco, Colui che rende presente a noi il Cristo, tanto che anche noi come Paolo possiamo dire:

Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Il Santo Padre Francesco ha ricordato lo scorso mercoledì a pellegrini di lingua italiana:

Domenica prossima celebreremo la solennità della Pentecoste. Il Signore vi trovi tutti pronti ad accogliere l’abbondante effusione dello Spirito Santo. La grazia dei suoi doni infondi in voi nuova vitalità alla fede, rinvigorisca la speranza e dia forza operativa alla carità.

Quali doni del Paràclito ho più bisogno per dare vitalità alla fede, vigore alla speranza e operatività alla carità?

Forse ad uno serve di più invocare il dono della Fortezza; ad un altro il dono dell’Intelletto; ad un altro il Timore di Dio…

Vi suggerisco di ascoltare la catechesi dell’amato Cardinale Carlo Maria Martini sui sette doni dello Spirito Santo (ascoltabile in fondo al link), oppure la meditazione di Benedetto XVI ai cresimandi o un altro testo a vostro piacimento.
Ma anche un articolo dal Corriere della Sera dopo la Via Crucis del Venerdì Santo 2019. Due testi che richiamano la Pentecoste: i doni dello Spirito e la festa della Chiesa nascente, Chiesa dalle genti.

Buona lettura e buona meditazione in questo nuovo periodo che con lunedì inizia, il tempo ordinario, il tempo abitato e guidato dallo Spirito, così come lo fu per gli Apostoli sarà per noi.

Vieni, Santo Spirito, vieni per Maria, e consolaci. Amen

sabato 8 giugno 2019

San Calocero, prega per noi!



 
Caio era nativo di Brescia, convertito al Cristianesimo dalla predicazione e dalla costanza dei santi Faustino e Giovita, prese il nome di Calocero. Secondo gli Atti dei Santi Faustino e Giovita fu martirizzato ad Albenga sotto Adriano (117-138). Il culto di questo martire fu limitato ad alcune diocesi del nord Italia: Brescia, Milano, Asti, Ivrea e Tortona. Probabilmente le sue reliquie sarebbero state trasferite verso la metà del IX secolo nel monastero di S. Pietro al Monte, a Civate (Como).
L'immagine è della chiesa di S. Calocero in Milano, che venne demolita nel 1951, dove sarà l'immagine venerata?
 
San Calocero, prega per noi!

venerdì 7 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia






La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

giovedì 6 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

mercoledì 5 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

martedì 4 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.
 
 
 
 
 
 
San Giuliano Martire
Calatafimi Segesta
Trapani

lunedì 3 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia


 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

domenica 2 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

sabato 1 giugno 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.

venerdì 31 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (5)


Santuario Madonna dei Martiri a Fonni (NU)

Con i suoi mille metri di altitudine è il comune più alto della Sardegna, nel cuore del Gennargentu. I francescani vi arrivarono nel 1610 e vi fondarono una chiesa dedicata alla Santissima Trinità e un convento. Il secolo successivo, sullo stesso sito, fecero costruire il capolavoro barocco del santuario della Vergine dei Martiri.

Il 14 aprile 1610 il padre francescano Giorgio d'Acillara prese possesso del luogo dove sarebbero dovuti sorgere la chiesa e il convento. Il sito, donato dal fonnese don Stefano Melis, era ubicato nel rione Logotza della "villa" di Fonni appartenente al feudo di Mandas. Sulla facciata della chiesa ancora oggi è ben visibile, sopra il portale principale, lo stemma gentilizio della famiglia: un melo carico di frutti.

Convento e chiesa, dedicata alla Santissima Trinità, vennero ultimati dopo molteplici interruzioni intorno al 1632-33. La pianta della chiesa era molto semplice: un'aula mononavata, voltata a botte, con tre cappelle per parte e il presbiterio sopraelevato dove si trova il quadro di Antonio Todde raffigurante la Trinità. Annesso vi era il convento dal classico impianto francescano: un quadrilatero di celle affacciate sul chiostro, dove si trova il pozzo centrale.

Nel 1702, dopo la demolizione della cappella del Rosario, per iniziativa di padre Pacifico Guiso Pirella di Nuoro (1675-1735), s'iniziò la costruzione del nuovo organismo dedicato alla Vergine dei Martiri, che s'innestava su quello dedicato alla Trinità. Il progetto di padre Guiso, comprendente la chiesa superiore e un santuario sotterraneo (la cripta), venne realizzato dall'architetto-capomastro milanese Giuseppe Quallio e da alcuni suoi conterranei: Giovanni Battista Corbellini, Ambrogio Mutoni e Giovan Battista Reti. I lavori terminarono nell'ottobre del 1706.

La cappella-basilica è costituita da una navata centrale coperta con volta a botte sulla quale si affacciano due cappelle semicircolari. Conclude la struttura il presbiterio rialzato che ospita l'altare della Madonna dei Martiri.

La venerata immagine della Vergine dei Martiri, che la tradizione racconta sia stata fabbricata con le ossa provenienti dalle catacombe romane di Lucina.

All'incrocio con le cappelle, su un alto tamburo finestrato insiste la cupola ottagonale. La fastosa decorazione scultorea della basilica è arricchita dalle pitture di Pietro Antonio e Gregorio Are (padre e figlio).

Il santuario sotterraneo dedicato a Sant'Efisio e a San Gregorio Magno, considerati i Padri della fede dei Barbaricini, è strutturato in due ambienti che originariamente erano separati da un'inferriata: il vestibolo e il santuario. Nel primo, a pianta rettangolare con copertura a botte, cinque nicchie per lato ospitano busti di Santi legati alla tradizione francescana. Nel secondo ambiente, sempre a pianta rettangolare e voltato a botte, si trovano numerosi altari e simulacri in stucco policromo realizzati dal Mutoni e dal Corbellino. Le tempere nella volta sono state eseguite dagli Are.

L'oratorio di San Michele Arcangelo venne eretto tra il 1758-1759 su modelli lombardi importati dal Quallio e dai suoi collaboratori. La cupola dell'edificio è decorata con le tempere di Gregorio Are. All'interno del Convento è conservata una preziosa collezione di dipinti del Seicento e del Settecento, eseguiti da artisti che hanno lavorato nel cantiere francescano: Antonio Todde, Giuseppe Lopez e Pietro Antonio Are.
 

Chiesa di San Lussorio in Fordongianus (OR)

Santuario di San Lussorio appena fuori dal nucleo abitato di Fordongianus (OR) su un rilievo che domina sulla vallata. Il complesso è in dedicazione al santo martirizzato nel 304 sotto l’imperatore Diocleziano.

Il complesso è composto dalla chiesa romanica e il santuario di età tardoantica e bizantina che si trova sotto il livello del terreno, costruito quindi al di sotto del successivo edificio medievale.

All’interno la chiesa si presenta a singola navata, con abside orientata a est, realizzato interamente in pietra vulcanica dai toni rossi e copertura in legno. Resti di antichi affreschi si trovano nell’ipogeo assieme a un’iscrizione latina di epoca medievale.

Nel santuario bizantino si trova al tomba dove si presume un tempo sia stato conservato il corpo di San Lussorio. La tomba è in sostanza una fossa di rettangolare rivestita di lastrine marmoree. Molto probabilmente il reliquiario venne svuotato nel 1600, quando venne sistemato il pavimento.

Il testo più attendibile della Passio sancti Luxorii martyris (Codex Sancrucensis 13 cc. 238-239), conservato nell'abbazia cistercense di Heiligenkreuz, in Austria, e risalente agli anni immediatamente successivi al 1181, racconta che al tempo degli imperatori romani Diocleziano e Massimiano il paganissimus Luxorius, apparitor del praeses della Sardegna Delphius entrò in possesso delle Sacre Scritture mentre svolgeva la sua attività. Spinto dal desiderio di conoscere i salmi iniziò a sfogliarli e nel leggerli restò talmente colpito nella sua sensibilità da convertirsi al cristianesimo. Cominciò così a pregare, a rinnegare gli idoli e ad applicarsi allo studio del Testo Sacro. Arrestato in seguito a una denuncia e portato in catene davanti al praeses, Lussorio affrontò la disapprovazione del magistrato romano che lo accusava di essere venuto meno alla sua fiducia, di disprezzare gli ordini degli imperatori e di ritenere blasfemi i sacrifici fatti agli dei. Ne scaturì un acceso e polemico confronto anti idolatria, in cui Lussorio replicò con fermezza ad ogni domanda del magistrato, il quale gli prospettò la scelta irrevocabile tra il sacrificio agli dei e la morte. Al suo rifiuto di sacrificare, Delphius ordinò che Lussorio fosse incatenato con pesantissimi ferri e trasferito in carcere.

Alcuni giorni dopo Delphius dispose che Lussorio fosse ricondotto davanti al suo tribunale. Ne sorse una nuova disputa al termine della quale il magistrato, piegato nella dialettica e convinto che neppure i peggiori tormenti fossero in grado di sconfiggerne la resistenza, ordinò la condanna a morte di Lussorio. Le guardie del corpo di Delphius trasferirono Lussorio in territorium fani traianensis, nel territorio di un tempio pagano situato in prossimità della città di Forum Traiani, dove affrontò la morte, mediante decapitazione, dodici giorni prima delle calende di settembre (21 agosto) e dove fu sepolto all'interno di una cripta.

Nel racconto della Passio l'azione giudiziaria è proposta sotto forma di una controversia religiosa, caratteristica del genere letterario agiografico, in cui si assiste al coraggioso tentativo dell'accusato di persuadere il giudice a non perseverare nel suo essere idolatra. Da parte sua il magistrato romano mette in atto tutti i possibili tentativi per non essere costretto ad applicare il decreto imperiale nelle sue estreme conseguenze. Atteggiamento comprensibile, se si tiene conto che fino al momento dell'arresto Lussorio era un suo stretto collaboratore. Subito dopo l'arresto, infatti, Delphius gli si rivolge in tono amichevole: «Ego te summa dilectione habui et cogitavi veram inter primates officii mei tibi honorem dare» cioè gli dice di averlo tenuto in grande predilezione e che pensava veramente di affidare a lui, fra gli eminenti, l'onore della sua carica. Il testo della Passio risponde, almeno in parte, ai canoni dei racconti martiriali tardo antichi piuttosto che alle passio epiche del periodo basso-medioevale. La narrazione è in ogni modo priva di quegli elementi fantastici che distinguono altri racconti agiografici. La lettura che se ne può trarre è che l'autore, pur ricorrendo al repertorio di brani disponibile a favore di quanti volevano esaltare il martirio, ha fatto certamente ricorso a fatti storicamente accertati.

La chiesa di San Lussorio spicca sulla collina, poco fuori Fordongianus, lungo la strada che conduce al paese di Allai. La struttura, posta su una modesta altura, fu edificata nel XII secolo, ma la prima costruzione risalirebbe già al periodo paleocristiano, IV secolo d.C. I resti di questo primo impianto li potremo ammirare insieme, visitando la cripta della chiesa.

San Lussorio: da ufficiale romano a martire cristiano


Lussorio, come testimoniano diverse fonti scritte, era un ufficiale dell’esercito romano di stanza a Forum Traiani (Fordongianus). Nel 304 d.C., sotto l’imperatore Diocleziano, si converte al Cristianesimo e per questo fu arrestato e condannato a morte. Secondo l’iscrizione in marmo inserita nella parete meridionale della chiesa, Lussorio sarebbe stato ucciso il 21 agosto, giorno in cui ancora oggi si celebra il santo.

Pochi anni dopo, nel 313 d.C., con l’editto di Costantino furono liberalizzati i diversi culti in tutto l’impero ed è probabile che il corpo di Lussorio fu recuperato e deposto in una struttura degna di ospitare le spoglie del martire.

La presenza di questo santo, che divenne ben presto molto influente, permise alla città di ricevere il titolo di Sede Vescovile che mantenne per circa 400 anni (dal 484 all’VIII secolo d.C.).

La chiesa è frutto della sovrapposizione di diverse architetture religiose, sorgendo su una collina usata almeno fin dall’età romana come zona cimiteriale. Il primo impianto si data tra il 1110 e il 1120, ed è opera probabilmente dei monaci di San Vittore di Marsiglia. Dopo il parziale crollo di questa costruzione, in stile romanico-provenzale, la chiesa venne ristrutturata nel XV secolo.

La parte frontale, in stile gotico-aragonese e ancora ben conservata, si riferisce proprio a questa seconda fase.

La cripta di San Lussorio


Fino a pochi anni fa vi si accedeva da una botola posta all’interno della chiesa e chiusa da un portellone metallico. Una scalinata di 9 gradini conduceva alla sepoltura di San Lussorio, sovrastata da un arco e protetta da delle grate. Oggi invece, l’ingresso è accessibile da un’apertura ricavata sul lato meridionale della chiesa.

Nella cripta si conservano parte dei pavimenti originali di IV e VI secolo, in mosaico policromo e una serie di sepolture “ad sanctos. Queste dovevano appartenere a persone agiate che sceglievano di essere sepolte vicino al santo per garantirsi la salvezza dell’anima.

Le spoglie di Sant’Archelao


In questa cripta sono stati trovati nel 1615 anche i resti del patrono di Oristano, Sant’Archelao, attualmente collocati nella Cattedrale di Santa Maria Assunta. La festa si celebra a Oristano il 13 di febbraio.


Terme romane in Fordongianus (OR)

Il complesso termale, tra i più importanti della Sardegna, gravita sul sito urbano di "Forum Traiani" (da cui il nome Fordongianus).
L'abitato, di fondazione tardorepubblicana, fu costituito da Traiano come centro di mercato tra le comunità dell'interno e le popolazioni romanizzate dell'entroterra del golfo di Oristano. Entro l'inizio del IV sec. d.C. fu probabilmente elevato al rango di "municipium". Le terme, le antiche "Aquae Ypsitanae", si dispongono su vari livelli e sono composte da due stabilimenti: il primo, a N, del I sec. d.C.; il secondo, a S, del III sec. d.C.Il primo stabilimento sfruttava le acque che ancora oggi sgorgano alla temperatura di 54 °C dallo strato alluvionale soprastante il banco vulcanico. Le acque vennero imbrigliate mediante un muro in opera cementizia con duplice paramento in blocchi squadrati di vulcanite, spesso 3,5, che fungeva anche da argine alle piene del Tirso. La struttura originaria dello stabilimento doveva essere in "opus quadratum", ossia in grossi blocchi di pietra squadrati; in seguito subì vari rimaneggiamenti. Al centro dello stabilimento si trova la "natatio", un'ampia piscina rettangolare (13 x 6,5; profondità 1,5) per balneazioni tiepide (l'acqua calda termale veniva stemperata adducendo acqua fredda da serbatoi situati a monte). La piscina era coperta con volta a botte. I lati S e N erano originariamente porticati; residua il portico S con pilastri a sezione quadrata in blocchi di vulcanite e volta a botte in opera cementizia rinforzata da anelli di blocchi vulcanici cuneati. Lucernai quadrati ne assicuravano l'illuminazione. Sul lato N della "natatio" furono realizzate tre vasche quadrangolari, mentre sul lato E è presente un edificio rettangolare con nicchie sui lati lunghi; una di queste ha restituito un altare consacrato alle ninfe da Servato, liberto dell'imperatore e procuratore delle miniere e dei latifondi imperiali, per la guarigione di Quinto Bebio Modesto, governatore della Sardegna vicino agli imperatori Caracalla e Geta (211-212 d.C.). Il secondo stabilimento, a S, occupa un'area rettangolare (30 x 12) le cui strutture in "opus quadratum" sono probabilmente una parte incorporata del primo stabilimento. Realizzato in "opus vittatum mixtum", aveva verosimilmente l'ingresso originario prospettante sulla piazza lastricata a S. Dall'ingresso si accedeva allo spogliatoio ("apodyterium"), al "frigidarium" (ambiente rettangolare con due vasche), al "tepidarium" (ambiente rettangolare), e al "calidarium" (ambiente con vascone rettangolare). Al contrario del primo, il riscaldamento delle acque del secondo stabilimento era artificiale L'approvvigionamento dell'acqua veniva assicurato, per mezzo di una efficiente rete di canalizzazione, da un sistema di pozzi e cisterne in parte alimentate dall'acquedotto romano. Il raccordo tra i due stabilimenti veniva assicurato da una scalinata che si affacciava sul portico della "natatio". Il piazzale retrostante, lastricato in vulcanite, ha forma trapezoidale (25 x 30 x 25). Sul lato orientale prospetta un edificio a "L", in "opus vittatum mixtum", con cinque vani e due ambienti rettangolari; uno di questi è affrescato con motivi a candelabri e grifoni, databili al 200 d.C. L'edificio potrebbe essere un "hospitium" legato agli ambienti termali.