martedì 14 agosto 2012

Novena alla Madre di Dio in Cielo assunta (IX)


Serra San Bruno (VV)

9° GIORNO:
* Sia benedetta, o Maria, l'ora nella quale foste costituita Avvocata nostra in cielo.
Ave Maria...

Ascolta, o prediletta da Dio, l’ardente grido che ogni cuore fede innalza verso di Te. Chinati sulle nostre piaghe doloranti. Muta le menti dei malvagi, asciuga le lacrime degli afflitti e degli oppressi, custodisci il fiore della purezza nei giovani, proteggi la Chiesa santa, fa’ che gli uomini tutti sentano il fascino della cristiana bontà…

Accogli, o Madre dolcissima, le nostre umili suppliche e ottienici soprattutto che possiamo un giorno ripetere dinanzi al tuo trono l’inno che si leva oggi sulla terra intorno ai tuoi altari: tutta bella sei, o Maria! Tu gloria, Tu letizia, Tu onore del nostro popolo. Amen.

3 Ave Maria

Appunti ...




“Egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele.” (Ez)

La Parola di Dio di questo giorno ci richiamo al fatto che per essere veri, fedeli, dobbiamo essere nutriti da Dio.

“Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt)

Il Vangelo odierno ci fa compiere un altro passo: nutrirci da Dio per essere simili a Cristo.

Convertirsi, cioè eliminare da noi ciò che non è divino, e stare nello stato dell’infanzia spirituale, “come bambini”, per essere duttili, plasmabili, educati dalla Parola di Dio che ci nutre.

Doppiamo riempiere la nostra fame di Dio se vogliamo essere sempre più somiglianti a Cristo.
Come bambini dobbiamo essere educati a nutrirci bene per essere veri cristiani.

Infine. La memoria di S. Simpliciano, vescovo di Milano (dopo la morte di Ambrogio), ci fa fare due passi: l’affezione per la Chiesa ambrosiana che come una madre ci guida alla Verità, e l’importanza di avere dei veri maestri.

San Simpliciano è detto un maestro di santi. E quali santi. Uno è Ambrogio, designato vescovo di Milano mentre sta ancora preparandosi al battesimo; si incarica il prete Simpliciano di completare la sua istruzione religiosa, e Ambrogio viene battezzato a fine novembre del 374, ricevendo poi la consacrazione episcopale il 7 dicembre. L’altro santo è Agostino di Ippona, l’intellettuale africano estraneo al cristianesimo, amico dei manichei, venuti a cercare prestigio in Italia. Si è già fatto un nome in Milano come professore, quando lo raggiunge la “chiamata”, la spinta a seguire Cristo. Nelle sue Confessioni egli dirà:

"Ed ecco, Tu suggeristi alla mia mente l’idea di rivolgermi a Simpliciano, che si presentava come un fedele in cui risplendeva la Tua grazia".
(S. Agostino, Le Confessioni)

Oggi la Chiesa ci fa anche ricordare:
Sant' Arnolfo di Soissons Vescovo
Santi Domenico Ibanez de Erquicia e Francesco Shoyemon Martiri domenicani
Beata Elisabetta Renzi Vergine e Fondatrice
Sant’ Eusebio di Roma Prete
San Fachtna (o Fachanano) Vescovo
Beato Felice Yuste Cava Sacerdote e martire
Beato Guglielmo da Parma Laico mercedario
Beato Lorenzo da Fermo (o da Fabriano o della Verna)
San Marcello di Apamea Vescovo e martire

Beati Martiri d'Otranto
A Otranto in Puglia, circa ottocento beati martiri, che, incalzati dall’assalto dei soldati Ottomani a rinnegare la fede, furono esortati dal beato Antonio Primaldo, anziano tessitore, a perseverare in Cristo e ottennero così con la decapitazione la corona del martirio.

San Massimiliano Maria Kolbe Sacerdote e martire (che ricorderemo il 17 agosto)
Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

Beato Sante Brancorsini da Urbino Francescano
Vicino a Montebaroccio nelle Marche, beato Sante da Urbino Brancorsini, fratello laico dell’Ordine dei Minori. Chiese a Dio di soffrire gli stessi dolori inferti all'uomo da lui ucciso. E una ferita gli si aprì nella gamba. Morì nel 1394.

Sant' Ursicino Martire
Beato Vincenzo Rubiols Castellò Sacerdote e martire


Santa Maria, madre dell'educazione

La Vergine Madre, che noi qui veneriamo come “madre dell’Educazione”, ci conduca per mano perché alla Scuola della Parola convertiamo il nostro cuore e diventiamo veri figli nel suo Figlio Gesù Cristo.
Amen.


Un maestro di Santi



San Simpliciano vescovo
Arca di S. Agostino, Pavia

"Ed ecco, Tu suggeristi alla mia mente l’idea di rivolgermi a Simpliciano, che si presentava come un fedele in cui risplendeva la Tua grazia".
(S. Agostino, Le Confessioni)



Duomo di Milano


A SAN ROCCO IL PELLEGRINO (VIII)





14 agosto
In carcere
Rocco, guarito miracolosamente, opera ancora per qualche tempo in Piacenza, che è nuovamente colpita dalla peste, per poi riprendere il suo cammino teso a sollevare altre sofferenze: servirà i malati anche a Novara risalendo poi verso nord e, giunto presso Angera (o Voghera), è arrestato col sospetto di essere una spia e rinchiuso nella fortezza della Rocca. Vi trascorre cinque terribili anni, in un'unione sempre più profonda con quel Dio che da sempre cercava. Lo straordinario comportamento di dolcezza, di preghiera, di umiltà, varcò le cupe mura del carcere, diffondendo nei paesi circostanti la convinzione che quel prigioniero fosse un santo. Al termine di questo periodo Rocco lascia questo mondo per entrare nel Regno dei Cieli. Nel momento della morte (1376-79) tutte le campane della città iniziano da sole a suonare a distesa: è questo l'ultimo prodigio che il Signore fa per il suo servo fedele. I miracoli che avvengono sulla sua misera tomba suscitano l'interrogativo circa le origini di questo pellegrino e ben presto viene riconosciuta la sua appartenenza alla nobiltà di Montpellier.

Il corpo di San Rocco è giunto a Venezia nel 1485: il 13 marzo il Patriarca Maffeo Girardi comunicò al Consiglio dei Dieci l'avvenuta traslazione delle reliquie (da Voghera) e certificò la loro autenticità. Non avendo ancora la Confraternita una sede definitiva, il corpo fu deposto provvisoriamente prima nella chiesa di San Geminiano, poi nell'antico Palazzo dei Patriarchi presso la Chiesa di San Silvestro. Una volta ultimata la Chiesa vicino al Convento dei Frari, la preziosa reliquia vi fu trasferita il 3 marzo 1490.
Secondo Corner, il recupero delle spoglie di San Rocco è dovuto al monaco camaldolese Mauro che, per sciogliere un voto e su richiesta del Guardian Grande della Scuola, Tommaso di Alberti, si reca a Voghera, nel castello del conte Pietro dal Verme e riesce non senza peripezie a trafugarle e a portarle a Venezia. La descrizione dell'avventurosa impresa, riportata ampiamente da F. Tonon alle pagg. 28-29 del Quaderno N. 5, è conservata nell'Archivio della Scuola ("Atti del riconoscimento del corpo di San Rocco, busta "Corpo di San Rocco - Atti storici e biografici - N. 7 antico"). Secondo Gallicciolli invece (v. G. Soravia, p. 15 n.), il cadavere, con l'accordo del prevosto di Voghera, venne venduto dal conte al frate, un pessimo soggetto, che per facilitarne il trasporto infierì su di esso spezzandone le ossa, per poi venderlo ai governatori della Scuola. Secondo Brunetti, protagonisti dell'impresa sono stati alcuni veneziani infiammati dalla lettura del Diedo. La presenza delle spoglie del Santo a Voghera, anziché a Montpellier dove sarebbe stato sepolto, è problema a sua volta di non facile soluzione. E. Fusaro riporta al riguardo fonti del tardo Seicento e del primo Settecento, secondo le quali questa prima traslazione sarebbe stata operata non si sa in quale epoca da non meglio identificati soldati o commercianti: versione a cui però il Fusaro ne aggiunge altre, secondo cui la traslazione del Santo a Venezia sarebbe avvenuta non da Voghera, ma direttamente da Montpellier ad opera di dodici veneziani. Secondo un'altra tradizione che si fa risalire al Sansovino, il corpo di San Rocco "fu portato di Germania da alcuni mercatanti tedeschi".

PREGHIERA A SAN ROCCO
(MEzzagrogna)

O glorioso San Rocco, fosti chiamato da Dio
a percorrere la strada difficile ma gloriosa della santità,
accettando l'invito del Vangelo e facendoti umile samaritano
per amore di Cristo.
Il tuo cammino tra noi, o dolce pellegrino della Carità',
non e' terminato con il tuo ingresso
nella schiera dei beati.
Tu stesso, o San Rocco, per essere! sempre vicino,
chiedesti a Dio la grazia di guarire in corpo e spirito
tutti coloro che ti avrebbero invocato nel nome di Gesù'.
Dalla patria celeste, o nostro Patrono,
Tu vedi i tormenti del nostro corpo e del nostro spirito,
liberaci, o San Rocco da ogni violenza, malattia e guerra,
segnaci ancora con il segno di croce
con la quale sanavi e portavi gli uomini a Dio.
Insegnaci ad amare la Vergine Maria come l'amasti Tu mirabilmente.
Aiutaci a camminare nella gioia della fede
e nella rinnovata speranza,
perché venerando te
vogliamo essere immagine vivente e trasparente
di Cristo Risorto.
Amen

lunedì 13 agosto 2012

Le reliquie di Santa Eufemia V. M. di Calcedonia




Con la presa di Calcedonia da parte dei Persiani nel 617, le reliquie della santa grande-martire Eufemia furono trasferite a Costantinopoli in una nuova chiesa costruita e a lei dedicata, intorno all’anno 620. Durante il periodo dell’eresia iconoclasta, la teca con le reliquie di sant’Eufemia fu gettata in mare per ordine dell’imperatore iconoclasta Leone l’Isaurico (716-741). Il reliquiario fu salvato dal mare da pii marinai, i fratelli Sergio e Sergonos, che lo trasferirono all’isola di Lemno donandolo al vescovo locale. Il santo vescovo ordinò che le reliquie fossero conservate in segreto, sotto una cripta, poiché l’eresia iconoclasta continuava a imperversare. Una piccola chiesa fu costruita sul luogo ove erano custodite le reliquie e dove fu anche collocato un cartiglio che indicava che esse lì riposavano. Quando l’eresia iconoclasta ebbe fine, condannata al santo Settimo Concilio Ecumenico (787), nel 796 quando san Tarasio era patriarca di Costantinopoli (784-806), regnanti i santi imperatori Costantino VI (780-797) e Irene sua madre (797-802), le reliquie della santa martire Eufemia furono di nuovo solennemente trasferite a Costantinopoli, dove riposano intatte fino ad oggi nella chiesa di San Giorgio del Patriarcato al Fanar.

In Italia alcune reliquie di santa Eufemia sono venerate nelle città di Sant’Eufemia d’Aspromonte (Reggio Calabria) di Irsina (Matera), e a Piacenza (scoperte il 13 aprile 1091, riconognizione ad opera del Beato Giovanni Scalabrini nel XIX secolo).



Reliquia del Braccio di S. Eufemia
conservato ad Irsina (MT)


C’è poi il culto e il sarcofago di Rovigno, Croazia.

Nell'800 (il 13 luglio), secondo quanto dice la tradizione, il sarcofago con le reliquie della santa sparì misteriosamente da Costantinopoli e riapparve, quasi miracolosamente, su una spiaggia di Rovigno in Istria. Probabilmente, i resti furono messi in salvo da alcuni fedeli barcaioli. Ancora secondo la leggenda, gli abitanti di Rovigno tentarono in svariati modi e con gli animali più forti di portare in città il sarcofago, ma invano. Vi riuscì infine un fanciullo con l'aiuto di due sole giumente, a dimostrazione che la cristianità non si basa sulla forza o sul vigore, ma sulla mitezza e la semplicità.

Piacenza, basilica di S. Eufemia
urna con le reliquie dei Ss. Martiri di Calcedonia
(Eufemia, Vittore e Sostene)

Il culto della santa a Rovigno, divenutane la patrona, è tuttora molto forte e le reliquie sono venerate presso la principale chiesa.

Santa Eufemia di Calcedonia
L'urna con le reliquie arriva a Rovigno

Sant'Apollinare, vescovo di Ravenna, raccolse probabilmente alcune reliquie della santa e le portò con sé nella sua opera evangelizzatrice in Romagna. I resti di Sant'Eufemia e di Sant'Agata furono rinvenuti nel 1686 sotto la lastra dell'altare della chiesa dedicata alla santa, come testimonia una scritta su carta pecora in romano arcaico ritrovata insieme ai resti.

ALESSANDO MARTIRE ROMANO, il Santo del Casato dei D'Alessando



S. Alessandro martire romano
Pescolanciano (IS)

Nella descrizione delle ultime volontà di Don Fabio (D’Alessando) sul punto di morte, si rinviene la seguente citazione circa il Santo: “(...)nella cappella del cortile sotto il titolo di S.Maria dell’Arco (...) la cui memoria della nostra Santa Romana Chiesa viene celebrata alli 27 del mese di Febbraio ed io con grandissima diligenza e devozione ho procurato con le solite egalità e legittime attenzioni la trasposizione del d. Glorioso Corpo da Roma per grazia, e benignità Apostolica; voglio et ordino che detto mio erede, e chiamati in perpetuum debbano fare stare accesa una lampada notte e giorno conforme di presente, et in ogni giornata delli 27 di Febbraio si debba solennizzare la festa di d. Glorioso Martire, cominciando dal primo Vespero, con tutte le giornate seguenti, con farvisi celebrare in detta giornata delli 27 di Febraro tutto quel maggior numero di messe, che si potrà havere da sacerdoti delle terre, e luochi convicini.Ordinando di più che detto mio erede è chiamato ogni giorno a far celebrare una messa in detta cappella del cortile,ordinando ancora a detto mio erede procurare con tutta la diligenza la continuazione e prorogazione dell'Indulto Apostolico di poter far celebrare in ditta cappella la d. messa quotidiana, anche nelli giorni più solenni, conforme io l'ho ottenuto dalla Gloriosa memoria di Papa Innocenzo decimo, durante la mia vita ”.


Qui è chiaro: le ossa di Pescolanciano sono di un’altro santo, omonimo al tebeo bergamasco, se no il duca Don Fabio d’Alessandro avrebbe chiesto di ricordarlo il 26 agosto.
 



 
I santi Alessandro e Martiri del Martirologio Romano sono molti.

Dal martirologio antico risultano due distinti Alessandro Martire, come già nel 1702:

27 febbraio: Martire a Roma con Abbondio, Antigono e Fortunato
26 agosto: Martire a Bergamo della legione tebea

Questo dimostra che il Duca don Fabio, cosciente che le reliquie erano di un martire romano, definì (comunque arbitrariamente) che erano quelle del Martire del 27 febbraio.

Dico arbitrariamente perché le reliquie di S. Alessandro “di Pescolanciano” sono solo di un martire romano, estratte dalle catacombe, e non si può dire per nessun motivo che sono quelle di colui che è venerato il 27 febbraio: ma comunque all’epoca si faceva così, si festeggiava un omonimo del Martirologio Romano.

Poi. Dalla Curia di Bergamo non risulta nessuna estrazione di ossa dall’urna del loro patrono, tanto più portate a Roma e poi donate ai D’Alessandro.

Quindi al duca Don Fabio diedero le ossa di un martire delle catacombe di Roma, di nome Alessandro, perché era bello pensare che il casato dei D’Alessadro venerasse un S. Alessandro M.

Credo sia tutto qui, il resto è solo fantasia.

Concludendo il Martire Alessandro del Casato dei d’Alessandro è un martire romano estratto dalle catacombe come spesso accadeva in tutto il XVI-XIX secolo.

PS: il santo soldato martire del 27 marzo nel MARTIROLOGIO ROMANO del 1702 è detto Martire in Pannonia.
Il calendario del 1859 come tutti i calendari “civili” attinge al Martirologio, riportando un santo del giorno e alcuni dati, in questo caso “soldato martire”. Ma questo non fa riferimento al corpo santo venerato a Pescolanciano.
La “santificazione” del martire di Bergamo non a nulla a che vedere con il 27 marzo e con le date in fu\è venerato a Pescolanciano: per quanto riguarda Wikipedia e internet, dicono quello che vogliono, spesso anche falsità (ma comprovandole sono state modificate), nel caso di Pescolanciano è la verità, mi spiace dirlo….
Credo che il Duca Fabio, fece come si usava: essendo il sacro corpo, di nome Alessandro, lo collocò in una data di un omonimo, il 27 marzo e poi dopo si scelse il 26 agosto, ma il criterio è empirico per entrambe: la data più opportuna sarebbe il 30 giugno festa dei primi martiri di Roma, in cui si colloca il corpo di Pescolanciano, oppure nella data del suo arrivo a Pescolanciano o anche nella data dell’autentica delle reliquie.


 

Nel MR del 1702 c’è sia Alessandro soldato il 27 marzo, come già sopra, ma anche in data 26 agosto Alessandro soldato martire a Bergamo (“soldato della medesima Legione”, perché nel testo sopra parla di San Secondo di Ventimiglia, martire della “Legione dei Tebei”), per cui la Santa Sede dopo il 1870 non cambio nulla…. Al massimo epurò i falsi storici, ma questo avvenne in molti altri casi, tutte le volte che fu riedito il Martirologio Romano.

Mi spiace dirlo, ma le reliquie del Martire di Pescolanciano, sono quelle di un Martire: è poco dire questo?
 
* * *

Interessantissima novità è l'autentica pubblicata sul sito della famiglia D'Alessandro.




L'autentica è interessantissima per porre un sigillo alla questione. In essa non si dice che è il martire di Bergamo, ma che è il martire Alessandro; e poi si parla di "cum vasculo eius sangunis", se è quello che pare (CON IL VASO DEL SUO SANGUE), ci troviamo difronte ad un tipico elemento di identificazione delle reliquie dei martiri nelle catacombe romane, e se quelle ossa vengono dalle catacombe romane, perché del Martire di Bergamo non c'è come elemento identificativo il vaso di sangue, non vengono da Bergamo, quindi il martire dei duchi D'Alessandro è un martire romano, solo omonimo a quello di Bergamo.

La questione è conclusa.

W S. Alessandro martire romano, venerato a Pescolanciano!

Prima nemici e poi amici in Cristo



Martirologio Romano, 13 agosto: Santi martiri Ponziano, papa, e Ippolito, sacerdote, che furono deportati insieme in Sardegna, dove entrambi scontarono una comune condanna e furono cinti, come pare, da un'unica corona. I loro corpi, infine, furono sepolti a Roma, il primo nel cimitero di Callisto, il secondo nel cimitero sulla via Tiburtina.

Dalle «Lettere» di san Cipriano, vescovo e martire
Con quali lodi vi potrei celebrare, o miei fortissimi fratelli? Con quale parola di encomio potrei esaltare degnamente la intrepidezza delle vostre anime, con quali espressioni magnificare la perseveranza della vostra fede? Sopportaste sino alla gloria la durissima prova e non cedeste ai tormenti, ma a voi piuttosto dovettero arrendersi i supplizi. I tormenti, che non concedevano fine ai dolori, diedero compimento alla gloria. Continuò a lungo lo strazio, fu assai crudele il supplizio, ma non riuscì a sommergere una fede che trovò bene ancorata, e altro esito non ebbe che di portare più rapidamente al Signore gli uomini di Dio.
La moltitudine dei presenti, commossa, vide il celeste combattimento di Dio e la battaglia spirituale di Cristo; vide fermi i suoi servi, sentì la loro voce franca e coraggiosa, stupì di fronte all'incrollabile saldezza del loro animo, si meravigliò della forza divina che li sosteneva, constatò che, anche se indifesi contro gli strali di questo secolo, erano tuttavia armati delle armi dei credenti, cioé della fede. I torturati si alzarono più forti dei torturatori e le membra percosse e dilaniate vinsero gli artigli che percuotevano e laceravano. I colpi si succedevano ai colpi, ma il loro infuriare non poté vincere la loro fede inespugnabile benché nei servi di Dio, dopo che furono lacerate le carni, venissero torturate non più le membra, ma le ferite stesse. Scorreva il sangue per spegnere l'incendio della persecuzione, per soffocare con il suo glorioso spargimento le fiamme e il fuoco della geena. Oh di quale genere fu quello spettacolo del Signore, quanto sublime, quanto grande, quanto gradito agli occhi di Dio per la fedeltà e la devozione del suo soldato!
Si verificò quanto lo Spirito Santo dice e proclama nei salmi: «Preziosa agli occhi del Signore é la morte dei suoi fedeli» (Sal 115, 15). Preziosa é la morte di colui che acquista l'immortalità col prezzo del proprio sangue, che riceve la corona di Dio con l'estremo sacrificio. Quanto lieto fu colà Cristo, quanto volentieri combatté e vinse in tali suoi servi! Cristo é il protettore della fede. E' lui che dona a coloro che credono in proporzione della loro disponibilità. Nella persona del martire fu egli stesso presente al proprio combattimento, incoraggiò, rinvigorì e animò i combattenti e i difensori del suo nome. Colui che vinse una volta la morte per noi, la vince sempre in noi.
O beata la nostra Chiesa, che Dio illumina ancora e onora di tanta dignità, la nostra Chiesa che anche ai nostri tempi é resa splendente dal sangue glorioso dei martiri! Prima era candida nelle opere dei fratelli, ora é diventata purpurea nel sangue dei martiri. Fra i suoi fiori non mancano né i gigli né le rose. Ognuno aspiri al duplice altissimo onore, procurando tuttavia di avere almeno o la corona candida delle opere, o quella purpurea del martirio.


Novena alla Madre di Dio in Cielo assunta (VIII)


Missaglia (LC)

8° GIORNO:
* Sia benedetta, Maria, l'ora nella quale foste riconosciuta Regina suprema di tutto il cielo.
Ave Maria...

O Padre di misericordia, datore di ogni bene, noi ti ringraziamo perché dalla nostra stirpe umana hai eletto la beata Vergine Maria ad essere Madre del Figlio tuo fatto Uomo. Ti ringraziamo perché l’hai preservata da ogni peccato, l’hai riempita di ogni dono di grazia, l’hai congiunta all’opera di redenzione del tuo Figlio e l’hai assunta in anima e corpo al Cielo.

Ti preghiamo, per sua intercessione, di poter realizzare la nostra vocazione cristiana, di crescere ogni giorno nel tuo amore e di venire con Lei a godere per sempre nel tuo regno beato. Amen,

3 Ave Maria

A SAN ROCCO IL PELLEGRINO (VII)







13 agosto
Il cane di San Rocco
Gli uomini trattano Rocco "come un cane", ed è proprio un cane che riscatta la categoria trattando Rocco "come un uomo". Il cane in questione (che la tradizione vuole si chiamasse "Reste") fa parte della muta del nobile Gottardo Pallastrelli, signore del castello di Sarmato; un giorno Gottardo vede il suo cane prendere un pane dalla tavola e scappar via. La scena si ripete per più giorni e allora il padrone, incuriosito, lo segue e scopre così il rifugio di Rocco al quale, malato e sofferente, il cane porta il pane rubato. Il nobiluomo prende Rocco con sè e lo cura. La santità di Rocco è contagiosa come la peste: Gottardo rinuncia ai suoi beni e presta il suo servizio ai malati. Gottardo è il primo "discepolo" di San Rocco.

preghiera composta a Montpellier nel 1809 in occasione della ricollocazione delle Reliquie della tibia del santo nell’antica chiesa di San Paolo (già dei Trinitari), e nel 1830 poi dedicata a San Rocco.

Glorioso San Rocco, (nato nella nostra città e divenuto Patrono di questa Parrocchia),
accetta l’omaggio che vogliamo rendere ai tuoi meriti.
Fin dalla tua infanzia, per te la vita del mondo non contava: ai suoi vani piaceri preferivi
il digiuno, l’austerità, le privazioni.
I tuoi beni terreni, titoli, speranze, a tutto rinunciasti: ti bastavano le qualifiche di povero
e di cristiano.
Nascosto dall’anonimato, le pene di Cristo furono le tue beatitudini e negli ospedali ti prodigavi, dando la tua vita, nel curare e nel servire i poveri, i malati e gli appestati. Quanta pazienza nel tuo dolore, quale abbandono in Dio nel tuo venir emarginato, che eroico impegno a voler vivere e morire da sconosciuto!
Ma Dio che glorifica i suoi santi in Cielo ti ha voluto anche glorificare sulla terra. Il tuo culto comincia subito dopo la tua morte: Montpellier ti invoca, intere regioni e nazioni ti invocano, durante il Concilio di Costanza la Chiesa stessa ti invoca, e, ovunque, Dio esaudisce le invocazioni di chi si rivolge a te. Grande santo, anche noi abbiamo la stessa fiducia in te, fiducia che in questo nostro luogo è ancora più ravvivata dalle insigni reliquie che provvidenzialmente possediamo. Proteggici dai danni della peste, allontana i suoi flagelli, allontanali dai nostri luoghi.

Noi siamo inginocchiati ai tuoi piedi, però, perché richiamati da un altro nobile obiettivo. Siamo meravigliati dal modo in cui le tue virtù si sono manifestate: che ci sia dato almeno di essere tuoi seguaci e di tendere alla perfezione evangelica su cui hai forgiato il tuo carattere!
Ottienici almeno, nella nostra debolezza umana, di camminare sulla strada che ci hai tracciato.
Ottienici un vero spirito di mortificazione e di penitenza, di umiltà e di rinuncia di sé, di abnegazione e di sacrificio, di pazienza e di sottomissione, di zelo e di carità, che ci faranno santi.
Con questo spirito, il peccato non infetterà più la nostra anima; con questo spirito praticheremo le virtù che desideriamo avere; e per mezzo di tutto ciò, ci troveremo rivestiti dello spirito dei giusti che ci renderà graditi agli occhi di Dio: cosicché, dopo esser stati tuoi concittadini e, meglio ancora, tuoi imitatori sulla terra, ci sia possibile diventare con te concittadini del Cielo, ed abitare insieme, per sempre, nella stessa patria eterna.
Così sia!

domenica 12 agosto 2012

Novena alla Madre di Dio in Cielo assunta (VII)




Pievo di Teco (IM)

7° GIORNO:
* Sia benedetta, o Maria, l'ora in cui vi fu dato il titolo di Figlia, Madre e Sposa del Re del cielo.
Ave Maria...

O Vergine Maria, Madre della Chiesa, a Te raccomandiamo la Chiesa tutta. Tu che sei chiamata “aiuto dei Pastori”, proteggi e assisti i vescovi nella loro missione apostolica, e quanti, sacerdoti e religiosi, laici, li aiutano nella loro ardua fatica.

Ricordati di tutti i tuoi figli; avvalora presso Dio le loro preghiere; conserva salda la loro fede; fortifica la loro speranza; aumenta la carità.

Ricordati di coloro che versano nelle tribolazioni, nelle necessità, nei pericoli; ricordati di coloro soprattutto che soffrono persecuzioni e si trovano in carcere per la fede. A costoro, o Vergine, concedi la forza e affretta il sospirato giorno della giusta libertà.

3 Ave Maria

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)





«Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri».

L’esperienza di Elia è forse anche nostra: quando siamo stanchi del nostro quotidiano oppure vediamo la pochezza delle nostre risorse.

«Ora basta, Signore! Prendi la mia vita…». Il profeta invoca la morte. Ma il Signore ci chiede ben altra morte.

Ecco cosa ci dice la liturgia attraverso la II lettura:

“Fratelli, non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”.

Ancora una volta il Signore ci chiede di passare il varco, lasciare l’uomo vecchio. Ecco la morte che dobbiamo chiedere al Signore.

«Ora basta, Signore! Liberami dal vecchio Adamo e fa che impari a rivestirmi del nuovo Adamo: che sei Tu».
Qui si colloca la promessa evangelica, il patto che il Signore ci chiede di fare:
«Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Quando riceviamo l'Eucaristia diciamo AMEN, cioè non solo facciamo un atto di fede (si è il corpo di Cristo!), ma diciamo sì io desidero mangiare di questo Pane che è per la vita eterna: è il farmaco che mi da l'essenza del nuovo Adamo.
Scrive il Salesio:

“Chi si comunica, ha Gesù nel cervello, nel cuore, nel petto, negli occhi, nelle mani, sulla lingua, negli orecchi. Ma questo Salvatore che fa? Raddrizza tutto, purifica tutto, mortifica tutto, vivifica tutto. Egli ama nel cuore, capisce nel cervello, anima nel petto, vede negli occhi, parla nella lingua: Egli fa tutto in tutto; e, allora, noi viviamo, ma non noi, Gesù vive in noi”. (San Francesco di Sales)
 
Concludo con un pensiero di S. Massimiliano Maria Kolbe:
“Ricevi Gesù nella S. Comunione e accogli tutto dalle Sue mani, con l'umile disposizione che la Santa Vergine Maria ebbe nel momento dell'Annunciazione: Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me secondo quello che mi hai detto”

Sia ogni nostra eucaristia un FIAT che rinnova in noi la completa adesione a Dio così come fu per la Beata Vergine Maria perché la nostra carne sia luogo dell’incarnazione del Verbo!

A SAN ROCCO IL PELLEGRINO (VI)





12 agosto
L'ora della prova
Mentre presta servizio in un ospedale a Piacenza, in sogno gli compare un angelo che, in nome di Dio, gli dice:"Rocco, per amor mio hai patito tanti disagi... Ora dovrai soffrire i tormenti e gli strazi del corpo". Rocco si sveglia divorato dalla febbre: è appestato. Ricoverato in ospedale attende la morte; ma i giorni passano, la morte non sopraggiunge e le sofferenze aumentano. Gli altri malati, guariti da Rocco, non sopportano più la sua presenza; allora egli lascia l'ospedale. S'incammina verso la campagna, respinto dal popolo che prima egli aveva guarito. Si rifugia in una casupola abbandonata, vicino ad una sorgente; al cibo provvederà il Padre celeste in modo singolare.

PREGHIERA A SAN ROCCO

Signore nostro Dio, ti benediciamo per averci dato San Rocco di Montpellier.
La sua testimonianza ci incoraggia a fare il grande pellegrinaggio della vita con Te.
Alla sua epoca egli ha saputo abbandonare le sue ricchezze ed onori per vivere il Tuo
Evangelo.
Egli ci invita a seguire il Signore Gesù nella via dell’umiltà, della condivisione,
dell’attenzione ai malati ed agli emarginati di oggi.
Per sua intercessione donaci la salute dello spirito e del corpo, per imitarlo e servirTi nei
poveri, nostri fratelli.
San Rocco: prega Dio per noi! Amen.