STUPENDO!
«Il segreto dell’evangelizzazione in Giappone è l’amicizia
personale. Anche Gesù va presentato come un amico che ti guida. Attraverso noi
sacerdoti, la gente deve sentire il calore di Dio». Incontriamo monsignor
Andrea Lembo negli uffici della diocesi di Tokyo. Cinquantadue anni, originario
di Treviglio (provincia di Bergamo, diocesi di Milano), dal 2009 missionario
del Pime in Giappone, è dal 2023 vescovo ausiliare nella capitale nipponica.
Affianca l’arcivescovo Tarcisio Isao Kikuchi, che accompagna la comunità
cattolica giapponese dal 2017. «Con l’arcivescovo mi trovo benissimo. Mi vuole
un bene dell’anima. Questo mi incoraggia molto». Lembo è anche direttore del
centro culturale cattolico di Tokyo, Shinsei-Kaikan, dedicato a san Filippo
Neri. «Nato nel 1936 come dormitorio per gli universitari, oggi è aperto a
tutti. Ispirato all’insegnamento di Cristo, è pienamente addentro alla società,
che è molto veloce, frenetica. È importante per un missionario conoscerne le
dinamiche. Il rischio per i giovani è il ritorno a una visione imperialista. A
seguito della revisione dei testi scolastici voluta da Shinzo Abe, il primo
ministro del Giappone post bellico, le giovani generazioni imparano che la loro
nazione non ha invaso, si è espansa, come è naturale fare durante una guerra.
Fortunatamente l’imperatore Naruhito è una brava persona come lo era il padre
Akihito, che ha abdicato nel 2019. La moglie è cattolica. E Akihito, quando nel
2011 c’è stato il grande terremoto, si è rivolto alla nazione dalla tv a reti
unificate, e ha usato più volte la parola kibou , che significa speranza, cioè una parola
cristiana».
Come si trova in Giappone?
«Ne sono innamorato. Questi sono
gli anni più belli della mia vita. Quando il Pime mi ha prospettato il Paese
del Sol Levante, avevo già 35 anni, sicché era una grande sfida, ma io ne fui
felicissimo. I primi due anni sono serviti a imparare la lingua. Un’esperienza
bellissima perché sono andato a vivere in una comunità di giovani, dove ho
conosciuto tanti amici. Mi trovo bene con le persone, con la lingua, in questa
cultura. Sento forte la grazia divina».
Come siamo messi a Battesimi?
«Diventare cristiani è una scelta
individuale. Il Battesimo lo chiedono a seguito di esperienze, sia di dolore
(la morte di una persona cara, la malattia fisica o psicologica), che positive.
Per questo la nostra testimonianza è fondamentale».
E i matrimoni?
«Qui c’è un detto: si nasce
shintoisti, ci si sposa cristiani, si muore buddisti. Il matrimonio in chiesa
“va di moda”. In Cattedrale ne celebriamo anche di non cattolici. Diventa un
viatico per parlare dell’amore di Dio che si incarna nell’amore di uno sposo e
di una sposa, e che diventa fecondo quando nascono i figli. Lo chiamiamo
“matrimonio cattolico”, perché c’è la presenza di Dio in mezzo a noi, ma è un
semi sacramento, perché in Giappone non esiste il matrimonio religioso. In
generale, i matrimoni sono in calo, perché la società è anziana, ma anche
perché sono costosi. Io invito i giovani a fare comunque una cerimonia, anche
semplice, senza il banchetto, perché il matrimonio rappresenta un cambio di
vita. E questo cambio di vita, soprattutto per chi è cattolico, dev’essere
portato all’altare, dove si fa esperienza dell’amore di Dio che si è donato a
noi, così noi ci doniamo l’uno all’altro».
Lei è incaricato anche della pastorale
degli stranieri.
«In Giappone ci sono un milione di
cristiani, 500mila cattolici registrati, altrettanti non registrati perché non
possiedono la cittadinanza. La comunità coreana è in espansione, è una Chiesa
spumeggiante. Stanno arrivando i cinesi, proporzionalmente anche cristiani
cattolici. Ma il forte numero sono i vietnamiti: 650mila, di cui il 10% sono
cristiani cattolici. Sono un’onda. Vengono in chiesa ogni domenica; la chiesa è
la loro seconda casa. Parlo di Messe da 1.200 persone. I preti devono iniziare
a confessare un’ora prima. Quando il coro canta, tremano le pareti. Nelle zone
rurali, a Messa trovi dieci giapponesi anziani e cinquanta giovani vietnamiti.
La splendida comunità cristiana coreana aiuta a rinvigorire quella giapponese».
Com’è il rapporto con le altre fedi?
«È un rapporto quotidiano, perché
molte famiglie sono miste. Dal punto di vista liturgico, la Chiesa giapponese
si è molto allineata con il mondo shintoista. E i nostri cimiteri accolgono le
ceneri di tutti (qui è obbligatoria la cremazione). Il dialogo è continuo, a
livello istituzionale, ma anche personale. Sono molto amico di un monaco
buddista con il quale organizziamo conferenze a due voci su temi condivisi,
quali la figura materna di Dio, la vita eterna, su elementi carichi di
simbolismo quali acqua e fuoco. Naturalmente teniamo ferme le differenze, non
annacquiamo».
Quanto pesa ancora la vicenda delle due
bombe atomiche?
«Prima della seconda Guerra mondiale, il Giappone era fortemente imperialista, tutto centrato sull’imperatore. Si è espanso in Corea, in Manciuria, nelle Filippine, in Indonesia, comportandosi con le popolazioni come i nazisti. Anche la Chiesa ne ha fatto le spese. I giapponesi non si sarebbero mai fermati senza le due atomiche. Quella di Nagasaki ha colpito la cattedrale. C’è chi dice che l’obiettivo fosse il cuore della cristianità. Non lo sappiamo, ma è molto toccante per noi preti andare al memoriale della pace, costruito proprio dove c’era la cattedrale. Vi sono custodite le statue rovinate, i rosari e i calici sciolti dalla temperatura, ci sono i video con le testimonianze delle persone – molti cattolici – che hanno vissuto quei giorni».

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