lunedì 12 novembre 2012

Santa Diana !?!




DIANA

Deriva dal greco Dîos e significa "celeste, luminosa, divina". Diana era la dea romana della caccia e dei boschi e alcuni fanno derivare il suo nome da Delo, l'isola greca in cui nacque. A volte era infatti chiamata Delia.

La beata Diana degli Andalò, Nacque a Bologna verso il 1200. Ammiratrice dei primi Predicatori, appoggiò il beato Reginaldo di Orléans, uno dei padri predicatori mandati da san Domenico a Bologna, nella compera della località di Vigne, contigua alla chiesa di San Nicolò, la futura chiesa di san Domenico. L'atto porta la data del 14 marzo 1219. Quando nell'agosto dello stesso anno san Domenico andò a Bologna, Diana, con altre giovani dame, fece nelle sue mani il voto di vita religiosa. L'anno dopo chiese a san Domenico di poter fondare un monastero. Si decise così l'acquisto di un terreno a tale scopo alla periferia della città, ma il vescovo negò la sua autorizzazione. Il 22 luglio 1221 Diana entrò nel monastero delle Canonichesse di Ronzano, ma ne fu strappata dai parenti con la violenza; nel trambusto, la ragazza ebbe una costola rotta. San Domenico la consolò con lettere, oggi perdute. Poté tuttavia tornare a Ronzano, dove dimorò fino al giugno 1223. Dopo che il beato Giordano di Sassonia, successore di san Domenico, ebbe fondato il monastero di Sant'Agnese, Diana vi vestì l'abito dell'Ordine e ne fu eletta superiora. Morì nel 1236.

L'onomastico si può festeggiare il 10 giugno, in ricordo della beata Diana degli Andalò.

domenica 11 novembre 2012

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)



profeta Elia e la vedova di Sarepta


Dice Gesù nel Vangelo di Marco:
“Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo”.

Superfluo. Se cerchiamo nel dizionario questo termine, troviamo questa definizione: Che eccede, che non è necessario.

È interessante la definizione, in opposizione all’osservazione di Gesù sulla vedova:
“Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

La vedova anonima: una sprovveduta o una donna di fede al pari di Marta, di Maria di Nazareth, della Maddalena, di Simon Pietro…

Alla luce delle altre letture appare che la vedova anonima del Vangelo è una donna di fede.
Come anche la vedova di Sèrepta di Sidone, appartiene a questi personaggi che non hanno avuto un ruolo significativo nella storia della salvezza, ma sono stati nel loro piccolo dei segni reali di come l’uomo si pone di fronte a Dio: in totale abbandono.
In loro risuona il monito del profeta Elia della I lettura: “Non temere”.

Quante volte risuona questa speranza nella Bibbia.
“«Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande».
«Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te una grande nazione
Il Signore disse a Giosuè: «Non temere e non abbatterti. Prendi con te tutti i guerrieri. Su, va' contro Ai. Vedi, io consegno nella tua mano il re di Ai, il suo popolo, la sua città e il suo territorio.
Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d'Israele; io vengo in tuo aiuto - oracolo del Signore -, tuo redentore è il Santo d'Israele.
«Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni.
L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.
Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini».
«Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione».
Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo,…”

Dalla libro della Genesi all’Apocalisse, il Signore ci consola, ci da speranza… non temere.
La vedova non teme, ella si fida, perché sa che la sua vita è nelle mani di Dio: “nessuno può strapparle dalla mano del Padre”, dirà Gesù, il buon pastore.

Il gesto della vedova è allora il gesto di una figlia che ripone la sua forza di colui che è Padre.
Il gesto della vedova è anche il gesto di una figlia che crede nella provvidenza di Dio, per cui donando tutto quello che “aveva per vivere”, afferma che domani Dio si prederà cura di lei.
Ecco il nostro Dio: un Padre, un Dio che come il buon pastore custodisce le sue pecore.




Ma il gesto della vedova ci richiama anche al senso del dono, del servizio, della carità.
Che non è mai qualcosa che avanza, che eccede, che non è più necessario, ma la carità è parte integrante del nostro essere, non è ciò che rimane dopo i nostri calcoli. La carità non calcola, la carità costruisce il necessario, anzi la carità vuole far si che ciascuno possa avere il necessario: ecco perché non può nascere dal superfluo. Infatti il superfluo non costruisce, ma illude.




Pensate alla carità di San Martino? Non fece nessun calcolo… diede la metà del suo mantello!

La carità infatti, quella che nasce dall’esempio di Cristo, annulla il peccato della disuguaglianza, del desiderio di possedere, che come dice l’Apostolo Giacomo, dilania le nostre membra: “Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni”.

Infine il gesto della vedova è segno di un discepolo che trova nel Signore la sua pienezza, la direzione del vivere.

Concludo con un pensiero di Sant’Agostino:
“L'amore nelle avversità sopporta, nelle prosperità si modera, nelle sofferenze è forte, nelle opere buone è ilare, nelle tentazioni è sicuro, nell'ospitalità generoso, tra i veri fratelli lieto, tra i falsi paziente. E' l'anima dei libri sacri, è virtù della profezia, è salvezza dei misteri, è forza della scienza, è frutto della fede, è ricchezza dei poveri, è vita di chi muore. L'amore è tutto”.




San Asia !?!




Sant'Asia medico,
martire ad Antiochia
19 febbraio

Dal siriaco = medico. E' ricordato nel Martirologio di Rabban Slibá (sec. XIII), nei giorni 1 e 15 tesrín qdem (ottobre), 19 sbát (febbraio) e 27 tammúz (luglio), date prese probabilmente da martirologi diversi. Nella commemorazione del 15 tesrin qdem e del 27 tammúz Asia è chiamato anche Pantaleone e Pantaleemone. In quest'ultimo giorno i Greci festeggiano s. Pantaleone medico, col quale comunemente Asia viene identificato. Questa identificazione è però negata dal Nau, il quale sostiene che la leggenda di Asia appartiene all'ambiente siriaco, mentre quella di Pantaleone all'ambiente greco, e che esse differiscono notevolmente tra loro. Tuttavia lo scrittore siro, che ha creato la figura di s. Asia, ha certo avuto presente la persona di s. Pantaleone e ne ha fatto un doppione a vantaggio della sua patria, agevolato in questo dal fatto che Asia in siriaco vuol dire medico. Il Peeters (La passion de s. Julien d'Emèse, in Anal. Boll., XLVII [1929], p. 58) dice esplicitamente: «s. Asià double de s. Pantéleemon le médecin ».
La leggenda attribuisce ad Asia molte guarigioni operate in diversi luoghi, prima di morire in Antiochia.

sabato 10 novembre 2012

Santa Aurora !?!






AURORA

O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode. (Sal. 63)

«Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?». (Ct 7)

Aurora: deriva dal vocabolo latino aurora, di origine indoeuropea, "luminosa, splendente", adottato in epoca medievale come nome proprio, con il significato affettuoso e augurale di "bella e luminosa come l'aurora".

L'onomastico si può festeggiare il 20 ottobre, in ricordo di sant'Aurora (o sant’Orora di Man), venerata insieme a san Bradan nell'Isola di Man.

L'Amore è tutto!




Amore Incarnato e Amore Crocifisso
Bologna, Pinacoteca




Sant'Agostino - L'amore è tutto (Franco Nero) 


Se tacete, tacete per amore.
Se parlate, parlate per amore.
Se correggete, correggete per amore.
Se perdonate, perdonate per amore.
Sia sempre in voi la radice dell'amore,
perché solo da questa radice
può scaturire l'amore. Amate,
e fate ciò che volete.

L'amore nelle avversità sopporta,
nelle prosperità si modera,
nelle sofferenze è forte,
nelle opere buone è ilare,
nelle tentazioni è sicuro,
nell'ospitalità generoso,
tra i veri fratelli lieto,
tra i falsi paziente.
E' l'anima dei libri sacri,
è virtù della profezia,
è salvezza dei misteri,
è forza della scienza,
è frutto della fede,
è ricchezza dei poveri,
è vita di chi muore. L'amore è tutto.

(San’Agostino)

venerdì 9 novembre 2012

San Rocco e la Beata Elisabetta Cadez





Beata Elisabetta della Trinità

Elisabetta Cadez (Camp d'Avor, Bourges, Francia, 18-6-1880 - Dijion, 9-11-1906) entrò tra le Carmelitane Scalze di Dijion nel 1901. Beatificata da Giovanni Paolo II il 24-11-1984, è una delle figure più note della spiritualità contemporanea. Col suo esempio e con la sua dottrina, da anni esercita un influsso sempre in aumento, dovuto soprattutto alla sua esperienza trinitaria e ai suoi brevi scritti (note spirituali, corrispondenza) densi di dottrina ed eco della sua comunione con le Tre Divine Persone.
Umile pura, ricca di intelligenza aperta a tutte le bellezze della grazia, della natura e dell'arte, alla scuola di s. Paolo, di s. Teresa d'Avila e di s. Giovanni della Croce, imparò la lezione dell'amore ai "Tre" - secondo l'espressione che le era cara - e insieme le leggi della corrispondenza a tale amore. Silenzio e raccoglimento, contemplazione illuminata del mistero Trinitario, docilità generosa alle minime ispirazione, fedeltà incondizionata alla volontà di Dio nella sua vocazione carmelitana... la formarono ad una vita di dedizione che in breve raggiunse alta perfezione.
Aderendo all'anima di Cristo, in Lui e con Lui si elevò alla Trinità, della quale volle essere laudem gloriae, cioè un'anima "che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio". Questo orientamento spirituale, fondato sulla convinzione di fede dell'inabitazione divina, fu la grazia della sua vita.
La grazia della coscienza quasi ininterrotta dell'inabitazione della Trinità l'accompagnò negli ultimi anni della vita, fortificandola e sostenendola nel periodo di martirio che la doveva "configurare alla morte di Gesù, trasformarla in Lui crocifisso", per la gloria del Padre e per la Chiesa.
Animata da tali certezze, sorretta da un amore sempre più vivo e teologale per la Vergine Immacolata - "la grande lode di gloria della Trinità", come definiva la Madonna -, morì mormorando quasi in tono di canto: "Vado alla luce, all'amore, alla vita". Era il 9 novembre 1906. Elisabetta aveva 26 anni.


Castenedolo (BS)

Dagli Scritti della Beata Elisabetta della Trinità:
“Anche in Carmelo abbiamo molta devozione a San Rocco. Il giorno della sua festa abbiamo fatto una processione per tutto il monastero. Se poteste assistere ai nostri Uffici in un angolino! Sono così belli i gironi di festa; fanno pensare al cielo”. (Digione, 30 agosto 1901).

giovedì 8 novembre 2012

Santa Ausilia !?!





AUSILIA
Dal latino auxlium, cioè aiuto. Santa Ausilia è una martire dei primi secoli del cristianesimo venerata il 4 settembre a Précy e a Thil nella Diocesi di Digione Questa notizia dal Web è confermata dalla Bibliotheca Sanctorum. L'onomastico si festeggia il 27 novembre in ricordo della Santa Martire, oppure alla festa mariana del 24 maggio di Maria “Auxilium Christianorum”.

mercoledì 7 novembre 2012

Un rosario a sei decine...




Un rosario di sei decine: usanza pirenaica, meglio lourdiana.

La Madonna a Lourdes appare a Santa Bernardette con in mano un rosario che ha sei decine e non cinque. Da qui l'uso nei Pirenei di realizzare corone con sei decine. Ciò è confermato dal fatto che la grande statua della “Vergine Coronata” a Lourdes tiene in mano un Rosario fatto di sei decine. La sesta decina si recita in intercessione per le anime del Purgatorio.

Questo segno ci riporta all’insegnamento che poi la stessa Santa Vergine darà a Fatima: la preghiera per le anime del Purgatorio.

Nell’apparizione della Santa Vergine il 13 luglio 1917, Ella insegnerà ai tre fanciulli: «Quando recitate la corona del rosario, dite dopo ogni decina: Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dai fuoco dell´inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Tua misericordia»

La Chiesa insegna da sempre la preghiera per i defunti.
“Fin dai primi tempi della fede cristiana, la Chiesa terrena, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi. La nostra preghiera per i morti è quindi non solo utile ma necessaria, in quanto essa non solo li può aiutare, ma rende al contempo efficace la loro intercessione in nostro favore .. Anche la visita ai cimiteri, mentre custodisce i legami di affetto con chi ci ha amato in questa vita ci ricorda che tutti tendiamo verso un`altra vita, al di là della morte. Il pianto, dovuto al distacco terreno, non prevalga perciò sulla certezza della risurrezione, sulla speranza di giungere alla beatitudine dell`eternità, momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. L`oggetto della nostra speranza infatti è il gioire alla presenza di Dio nell`eternità”. (S.S. Benedetto XVI)

Santa Astrid !?!





ASTRID
Deriva dall'antico sassone as e frid e significa "amata dagli dei". Questo nome è assai diffuso in Scandinavia, Belgio e Olanda. L'onomastico si festeggia il 27 novembre in ricordo della beata Astrid, monaca svedese. Questa notizia dal Web non è confermata dalla Martyrologium Romanum e nemmeno dalla Bibliotheca Sanctorum.

* * *

La Bibliotheca Sanctorum, invece, riporta la memoria di Santa Anstrude di Laon, o Anstrudis o Austru o Austrud (Laon, VII secolo – Laon, 17 ottobre 688), di origine francese, badessa dell'Abbazia di Saint-Jean de Laon.

Anstrude, sorella di san Baldovino di Laon, arcidiacono e martire, e figlia di san Blandino o Bazo o Basso e di santa Salaberga, che avevano fondato nel 650 il monastero di San Giovanni Battista a Laon.
Nel 665, dopo la morte della madre, già badessa, divenire badessa del monastero benedettino di San Giovanni Battista. Sant'Anstrude morì nel 688 o nel 707. Il suo culto è ab immemorabili, si celebra nel giorno della sua nascita al Cielo: 17 ottobre.


Anche Wikipedia parla di santa Anstrude di Laon, da dove forse, può essere dedotto il nome Astrid, come forma contratta: potrebbe essere una supposizione plausibile.

martedì 6 novembre 2012

Santa Lara !?!?!



San Salvador Lara Puente

LARA - Un nome della mitologia latina. Infatti Lara è una ninfa a cui Giove fa mozzare la lingua come punizione per aver rivelato a Giunone, sua moglie, di avere una relazione con Giuturna. Lara fu poi violentata da Mercurio e partorì due gemelli, gli dei Lari, protettori della famiglia. Famosissima comunque Lara del celebre romanzo di Pasternak il Dottor Zivago.

Il nome LARA è un nome adespota. Le persone con nomi adespoti (cioè il cui nome non coincida con quello di nessun santo riconosciuto dalla Chiesa) possano festeggiare l'onomastico in occasione della festa di Tutti i Santi (1 novembre). Questo perché i santi ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa sono solo una piccola parte di quelli esistenti (ma rimasti nascosti agli uomini e non a Dio) e quindi c'è la possibilità che una persona con nome adespota abbia in realtà un santo protettore in questa folla di santi che non hanno lasciato traccia di sé nei secoli

Un’altra possibilità per chi si chiama LARA è festeggiare il martire messicano: San Salvador Lara Puente.
In questa caso, la parola LARA non è il nome del Santo, ma il suo primo cognome.

Martirologio Romano, 15 agosto: “In località Chalchihuites nel territorio di Durango in Messico, santi martiri Luigi Batis Sáinz, sacerdote, Emanuele Morales, padre di famiglia, Salvatore Lara Puente e Davide Roldán Lara, uccisi in odio alla fede durante la persecuzione messicana”.

lunedì 5 novembre 2012

Appunti di un incontro ...






Appunti dall’incontro con il Cardinale  Scola.

Seregno, 25 ottobre 2011. Bisogna passare da un attenzione alla Carità e al bene comune in modo episodico ad uno stile che è quotidiano. La missionarietà, la collaborazione e la formazione sono tre elementi che devono abitare la pastorale di ogni comunità cristiana. L’accoglienza deve passare dalla fase del dare beni materiali alla scoperta di una vera fraternità. L’altro è una persona e non solo un bisogno-problema. Certo la fede deve superare l’abitudine, deve produrre un incontro che produce una nuova umanità abitata della Croce di Cristo.

C’è bisogno del’UNITà tra fede e vita. Con termine vita si vuole pensare a tutto il vissuto (famiglia, scuola, lavoro, politica, ecc..). La fede è frutto di un incontro con un TESTIMONE, da cui sgorga una nuova relazione tra gli stati di vita dell’esperienza ecclesiale.
Per essere testimoni c’è bisogno di un cambiamento che è la CONVERSIONE: la mia, la tua, la nostra. La forza di questo percorso avviene in una FRATERNITà che riporta alle dinamiche del gruppo dei Dodici. La COMUNIONE in Cristo viene da una incontro di un testimone, in una fraternità. L’EUCARESTIA DOMENICALE è la fonte della COMUNIONE con Cristo, attraverso l’Eucarestia che Cristo entra nella nostra vita. Da qui l’esigenza: DARE FORMA EUCARISTICA alla vita. L’eucarestia domenicale è il luogo in cui incontro la COMUNITà dalle quale sono Retto, sorretto e corretto.
DARE FORMA EUCARISTICA vuol dire costruire relazioni nuove, evangeliche, relazioni libere dal possedere, che portano a Cristo; una relazione con CRISTO non è un insieme di abitudini ma è vita di fede.

‹‹STIAMO GRANITICAMENTE UNITI ALLA COMPAGNIA DI CRISTO››

domenica 4 novembre 2012

San Carlo Borromeo – domenica 4 novembre 2012




Solennità - compatrono della Diocesi

“Fulgida gemma dei pastori”
Così orazione Colletta definisce il vescovo Carlo Borromeo.

Ma chi è il Santo Borromeo?
La sua vita è ben descritta dalla Parola di Dio che abbiamo or ora ascoltata.

Carlo Borromeo. Un uomo che rifulse per la virtù della carità al prossimo, così come ci racconta la I lettura.
La santità infatti è “perfezione della carità” afferma la Lumen Gentium.

Scrive Mons. Navoni: “Alessandro Manzoni volle immortalare la figura di Carlo Borromeo come santo della carità, soprattutto in riferimento alla peste che devastò Milano nel 1576 …In tale circostanza la carità del vescovo si dispiegò in maniera così generosa, che a quel periodo di sciagura si sovrappose la sua figura paterna: da allora «fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità!». Per soccorrere gli appestati fece predisporre un ricovero e diede disposizione di asportare dal suo palazzo tutto quanto occorresse: tappezzerie, tende, coperte, tovaglie, addobbi, qualunque tessuto, fino ad arrivare alle sue vesti personali, così che si potessero confezionare vestiti da distribuire ai bisognosi. Si potrebbe dire che, non avendo potuto ospitare quella massa di gente per ovvi motivi di disponibilità di spazio e di cautela in tempi di contagio, non avendo potuto portare loro a casa sua, volle portare la sua casa a loro: e infatti il tetto che li riparava, le mura che li accoglievano, i vestiti che li ricoprivano, gli utensili che usavano, era tutto del vescovo, il vero padre dei poveri”

Carlo Borromeo. Un uomo che visse la dignità della propria vocazione, se pur egli fu avviato alla vita ecclesiastica per consuetudine.

Scrive Mons. Navoni: “in quanto figlio cadetto, secondo le consuetudini del tempo, venne destinato alla carriera ecclesiastica e a soli sette anni ricevette la tonsura, cioè entrò a far parte del clero. Quando lo zio materno, il cardinale Gianangelo Medici, divenne papa con il nome di Pio IV, secondo una prassi in voga nella Chiesa rinascimentale, lo chiamò al suo servizio creandolo cardinale ad appena ventun anni e affidandogli l’incarico di dirigere la curia romana, con un ruolo di primo piano che potrebbe essere paragonato oggi a quello del cardinale segretario di Stato. Dunque una carriera ecclesiastica fulminea e folgorante, quella di Carlo Borromeo, dovuta anche alla “fortuna” di avere uno zio papa. Fortuna o provvidenza? Come per ogni santo, anche per Carlo Borromeo, ci fu il momento della “conversione”. Infatti, quando nel 1562 il fratello maggiore improvvisamente muore, si sentì chiamato da questo fatto tragico a rivedere l’impostazione della sua vita e a prendere una decisione. Sappiamo che la sua carriera ecclesiastica si era sviluppata in maniera automatica per un figlio cadetto di una famiglia nobile che poteva vantare uno zio papa! Ora però diventava lui l’erede di tutto: avrebbe potuto decidere di abbandonare la condizione ecclesiastica per portare avanti la linea dinastica. E invece la morte del fratello provocò in lui un vero e proprio “trauma” di carattere religioso: decise consapevolmente di rinunciare alla brillante vita mondana che avrebbe potuto condurre come erede della ricca e nobile famiglia Borromeo, e decise altrettanto consapevolmente di “regolarizzare” la propria situazione ecclesiastica. Era già stato preconizzato arcivescovo di Milano e capì che quella era la volontà di Dio sulla sua vita; né volle tornare indietro. E così il 17 luglio 1563 si fece ordinare prete e il 7 dicembre (festa di sant’Ambrogio) ricevette l’ordinazione episcopale”.

Capì quindi San Carlo, che la propria vocazione era la speranza in cui era chiamato da Dio.
Infatti dice sempre al Lumen gentium: “È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana”.

Il suo stato vocazionale, il suo rango sociale, era il luogo in cui Il Signore lo chiamava alla pienezza della vita cristiana.

Carlo Borromeo come dice l’Apostolo, nella II lettura, ebbe un dono nella sua vocazione. Ripropose nel XVI secolo l’ardore apostolico, che gli fece compiere numerosi viaggi in tutta la diocesi (allora era ben più ampia che oggi, comprendeva ad esempio il Canton Ticino); fu un profeta del suo tempo, tanto da essere esempio per altri vescovi da subito e per i secoli a divenire; un entusiasta evangelizzatore: sia nel suo operare di persona che nell’esortare la formazione cristiana del clero e del popolo.
Edifico e rinnovò la Chiesa di Milano, a tal punto che i suoi insegnamenti sono ancora presenti.
Esorto alla santità personale. Rifulse di santità, compiendo in se stesso la “misura della pienezza di Cristo”. Ma anche esortò alla santità di vita, progettando percorsi adeguati per ogni categoria.

Scrive Mons. Navoni: “Secondo la spiritualità dell’epoca, la peste del 1576 fu percepita da san Carlo come un appello di Dio al senso del peccato, alla conversione, alla penitenza e alla espiazione. Tutto ciò lo portò ad accentuare nella sua vita le pratiche penitenziali e ascetiche: preghiere prolungate, digiuni, veglie notturne, sopportazione delle sofferenze, indifferenza per la propria salute fisica. Ebbe sempre particolare devozione per il Crocifisso, ma negli ultimi anni di vita, attraverso un’ascesi personale molto rigorosa, intensificò la contemplazione della passione del Signore, della valore rendentivo della Croce, del mistero della sua sepoltura, come se volesse identificarsi con Cristo crocifisso.”

Questa sua spiritualità emergeva nella sua vita, nelle sue relazioni, nelle sue scelte.
Un uomo , Carlo Borromeo, che si impegnava di vivere con l'aiuto di Dio, a mantenere e perfezionare la santità battesimale che aveva ricevuto. (Cfr Lumen gentium, 5)

San Carlo, un pastore che offre la vita per le sue pecore.

Scrive Mons. Navoni: “Alla fine di ottobre del 1584, dopo aver visitato per la quarta volta a Torino la Santa Sindone, si ritirò al Sacro Monte di Varallo per gli esercizi spirituali: il suo fisico era già debilitato dalle veglie e dai digiuni e il luogo era umido e malsano. Colto da febbre, venne trasportato a Milano, dove morì la sera del 3 novembre, a soli 46 anni di età. Il papa di allora, Gregorio XIII, informato della morte del Borromeo, esclamò: «Un gran lume si è spento in Israele»”

Celebrare San Carlo è gioire per la bellezza di tante anime che hanno edificato la nostra Chiesa, rendendola bella e feconda nella fede.

Celebrare San Carlo è ringraziare il Signore perché in ogni tempo della storia manda il suo Spirito che accompagna l’umanità a vivere la pienezza della vita evangelica.

Celebrare la solennità di San Carlo è ricordarci della possibilità che la santità è anche per ciascuno di noi. Gesù, il Buon Pastore, rende possibile quello che a noi sembra impossibile: basta seguire Lui, e a noi sarà spianata una via di vera santità, cucita su ciascuno di noi.

Concludo con un pensiero sulla santità a me molto caro:
"Guardiamo i santi, ma non soffermiamoci troppo a contemplarli, piuttosto contempliamo con loro Colui la cui contemplazione ha riempito la loro vita (...) Prendendo da ciascuno quel che ci sembra più conforme alle parole e agli esempi di nostro Signore Gesù, nostro solo e vero modello".
(beato Carlo di Gesù)