mercoledì 10 ottobre 2012

La santità ...





Cari fratelli e sorelle,
nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium 50). Al termine di questo ciclo di catechesi, vorrei allora offrire qualche pensiero su che cosa sia la santità.
Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. E’ l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41).
Ma rimane la questione: come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo (cfr Is 6,3), che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma. Per dirlo ancora una volta con il Concilio Vaticano II: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta” (ibid., 40).




La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto. San Paolo sottolinea in modo molto forte la trasformazione che opera nell’uomo la grazia battesimale e arriva a coniare una terminologia nuova, forgiata con la preposizione “con”: con-morti, con-sepolti, con-risucitati, con-vivificati con Cristo; il nostro destino è legato indissolubilmente al suo. “Per mezzo del battesimo - scrive - siamo stati sepolti insieme con lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti… così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio.
Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “«Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l'aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù. La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr Col 3,14; Rm 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po' troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. Che cosa è essenziale? Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell'Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l'esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni.  Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo” (Lumen gentium, 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell'essere santi.
 Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della Prima Lettera di san Giovanni, può affermare una cosa coraggiosa: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: “Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene” (7,8: PL  35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”.
Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.
Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna.
Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,7.11-13). Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore. Grazie.

S.S. Benedetto XVI, papa
Udienza del 13 aprile 2011

martedì 9 ottobre 2012

San Dionigi vescovo e martire






Santi Quattordici Ausiliatori
PATRONI NELLE VITA CORPORALE E SPIRITUALE

Gloria al Padre …

- Sant'Acacio (o Agazio), ti invoco contro l'emicrania; e per chiedere il dono della sapienza nelle scelte civili, perché siano secondo il Vangelo
- Santa Barbara, ti invoco contro i fulmini, la febbre e la morte improvvisa; e per chiedere il dono di una famiglia fedele al Vangelo
- San Biagio, ti invoco contro il male alla gola; e per chiedere il dono della benevolenza e benedizione verso il prossimo
- Santa Caterina d'Alessandria, ti invoco contro le malattie della lingua; e per chiedere il dono della sapienza nel cammino ecumenico delle Chiese
- San Ciriaco di Roma, ti invoco contro le tentazioni e le ossessioni diaboliche; e per chiedere il dono del discernimento degli spiriti
- San Cristoforo, ti invoco contro la peste e gli uragani; e per chiedere il dono della sapienza nel salvaguardia del creato
- San Dionigi, ti invoco i dolori alla testa; e per chiedere il dono dell’unità cattolica con il successore di Pietro
- Sant'Egidio, ti invoco contro il panico e la pazzia; e per chiedere il dono della sapienza per le giovani generazioni spesso travolte dai “non valori”.
- Sant'Erasmo, ti invoco contro i dolori addominali; e per chiedere il dono della pace che dilania l’esistenza umana
- Sant'Eustachio, ti invoco contro i pericoli del fuoco; e per chiedere il dono del fervore missionario
- San Giorgio, ti invoco contro le infezioni della pelle; e per chiedere il dono della forza in difesa alle aggressioni quotidiane alla fede e alla Chiesa
- Santa Margherita di Antiochia, ti invoco contro i problemi del parto; e per chiedere il dono di figli e figlie alla Chiesa “più degni del Cielo che della terra”
- San Pantaleone, ti invoco contro le infermità di consunzione; e per chiedere il dono della comunione redentrice per tutti coloro che vivono una croce spirituale e fisica.
- San Vito, ti invoco contro la corea, l'idrofobia, la letargia, l'epilessia; e per chiedere il dono di maestri e insegnati capaci di indicare la via della sequela a Cristo.

Padre Nostro
Ave Maria
3 Gloria al Padre …



lunedì 8 ottobre 2012

Un pensiero ...





“Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle – disse il Signore ad Abramo -. Tale sarà la tua discendenza” (Gn 15,5). Nessuno è mai riuscito a contare le stelle e mai nessuno potrà contare i discendenti di Abramo: i credenti in Dio, i santi brillano nel cielo spiritule. Ma come gli astronomi continuamente scrutando il firmamento mettono in evidenza corpi celesti eccezionale splendore, così la Chiesa continuamente mostra nuovi e antichi santi all’ammirazione e all’imitazione dei fedeli.

(Madre Anna Maria Cànopi, osb)

domenica 7 ottobre 2012

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)





«Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma».

Questa frase di Gesù ai farisei è faticosa da accogliere e vivere, ma illuminante.
C’è infatti una parola che viene da Dio e una norma creata dall’uomo che vuole interpretare o alleggerire la parola divina.

Il Signore Gesù pone nel Vangelo una speciale beatitudine legata all’ascolto della parola divina:
«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». (Lc 11,28)

Il Signore ci invita a accogliere la sapienza che sgorga dalla sua parola, perché ogni suo insegnamento è saggio e conduce l’uomo al vero bene e al bello.

C’è quindi una parola divina sul matrimonio che è salda così come è forte e inscindibile l’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Il matrimonio è segno dell’alleanza tra Dio e l’uomo.
Il matrimonio è segno di un atto creatore che costituisce l’uomo e la donna una solo carne.
Il matrimonio è segno del desiderio di corrispondenza: nel matrimonio l’uomo e la donna vivono la reciprocità di corrispondenza così come l’ha pensato lo stesso Creatore.

Quindi non esistono altre forme di unione tra un uomo e una donna, il cercarle è sovvertire la naturale corrispondenza, il desiderio stesso dell’uomo di trovare nella donna colei che gli corrisponde.

Il 18 settembre 2012 è partito il registro delle unioni di fatto presso il comune di Milano. Un progetto senza valore, una mistificazione della libertà, per soddisfare il prurito di qualcuno... le cose si fanno serie o non si fanno! In una intervista tv, una consigliera aveva affermato che se poi si lasciano, vanno all'ufficio e si cancellano: mi sono chiesto, usano la gomma perché è pure registrato in matita?

La ricerca di altre forme di unione rischia di dare spazio una libertà senza legge, e l’uomo senza legge è schiavo del proprio desiderio di libertà.

Ma andiamo oltre.
La novità cristiana sul matrimonio è sorprendente.
Gesù non solo definisce che è frutto della durezza di cuore la possibilità mosaica di divorzio dell’uomo dalla donna, ma pone una luce nuova che la donna può ripudiare l’uomo!

«Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Quando si incolpa il Cristianesimo di maschilismo è evidente che non lo si conosce: c’è un’ignoranza evidente nella conoscenza dell’insegnamento di Gesù Cristo.
Il problema vero è che ci sono cristiani che hanno portato nel Cristianesimo la loro cultura non cristianizzata confondendo la norma (la tradizione – la cultura) con la legge divina.
La radicalità di Gesù sul matrimonio nasce dalla stessa radicalità di Gesù nel vivere la volontà del Padre: il suo sì è fino alla morte.

“quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti”.

Il matrimonio è via per la santificazione dell’uomo e della donna, cioè è la strada più comune per vivere la pienezza del Vangelo.
S. Francesco spiega: "O sposi, non vi dico: amatevi reciprocamente di amore naturale, perché di ciò sono capaci anche le tortorelle; né vi dico: amatevi di un amore umano, perché anche i pagani hanno praticato questo amore. Ma vi dico, secondo il grande Apostolo (Paolo): mariti amate le vostre mogli come Gesù ama la Chiesa. Mogli, amate i vostri mariti, come la Chiesa ama il suo Salvatore".



Ma andiamo oltre.
Anche questa domenica c’è il tema del bambino, il piccolo!
Lo sguardo del piccolo è lo sguardo di colui che si fida di Dio e accoglie la parola del Regno di Dio anche su un tema così importante come il matrimonio.

Provocati dalla Parola di Dio, facciamo alcune riflessioni pastorali su i separati e i divorziati.

1. sono figli di Dio come tutti, non sono figli di un dio minore. Scrive il Cardianle Tettamanzi - nella sua Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione dal titolo “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”- : «La Chiesa non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si sente partecipe delle domande che vi toccano intimamente».

2. lo stato di separato e divorziato, se non è seguito da seconde nozze – a me no che non ci sia stata sentenza di nullità del primo matrimonio - rende l’uomo e la donna pienamente partecipi della vita sacramentale: Confessione e Comunione.
Scrive il Cardinale Tettamanzi nella sua Lettera: «Vediamo attorno a noi esempi eroici e ammirevoli di genitori che, rimasti soli, fanno crescere ed educano i propri figli con amore, saggezza, premura e dedizione. Danno un grande esempio».

3. il divorziato risposato (felicemente risposato!) è per ora non ammesso alla comunione eucaristica; ma può vivere il precetto festivo-domenicale e la comunione spirituale in pienezza con tutta la Chiesa.
Scrive il Cardinale Tettamanzi nella sua Lettera: «È comunque errato ritenere che la norma regolante l’accesso alla comunione eucaristica significhi che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una vita di fede e di carità vissute all’interno della comunità ecclesiale». Continua: «La vita cristiana ha il suo vertice nella partecipazione piena all’Eucaristia, ma non è riducibile soltanto al vertice. La ricchezza della vita della comunità ecclesiale resta a disposizione e alla portata anche di chi non può accostarsi alla santa comunione».
E poi: «Vi chiedo di partecipare con fede alla Messa, anche se non potete accostarvi alla comunione. Anche a voi è rivolta la chiamata alla novità di vita che ci è donata nello Spirito. Anche a vostra disposizione sono i molti mezzi della Grazia di Dio. Anche da voi la Chiesa attende una presenza attiva e una disponibilità a servire quanti hanno bisogno del vostro aiuto».

4. ogni separato e divorziato viva il suo stato di fatica (dolore, ecc..) come partecipazione al mistero del Cristo crocifisso e risorto. Infatti dice la II lettura (lettera agli Ebrei):
“Conveniva infatti che Dio rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”.
Scrive il Cardinale Tettamanzi nella sua Lettera:
«Per la Chiesa e per me Vescovo, siete sorelle e fratelli amati e desiderati. In voi ci sono domande e sofferenze che vi appaiono spesso trascurate o ignorate dalla Chiesa».

5. infine preghiamo incessantemente perché Colui che ha creato fin dall’inizio ogni cosa buona e bella guidi la Chiesa ad un progetto di santificazione e di comunione dei separati e dei divorziati, non con «soluzioni facili o scorciatoie superficiali», ma un cammino per «comprendere e a vivere con semplicità e fede la volontà di Dio». Amen.

Il D'Avila e la Bingen, Dottori!





S. Giovanni d’Avila
S. Ildegarda di Bingen
DOTTORI DELLA CHIESA


Oggi 7 ottobre 2012, San Giovanni d’Avila e Santa Ildegarda di Bingen saranno proclamati Dottori della Chiesa da S.S. Benedetto XVI.

I Dottori della Chiesa  sono uomini e donne che per la loro santità e per la loro eminente dottrina, testimoniata specialmente negli scritti, sono stati proclamati tali dall'autorità della Chiesa.

La sapienza  che si riconosce ai Dottori ha le sue radici nella rivelazione biblica dove non è mai separata da una profonda povertà di spirito: la sapienza viene da Dio e non dall'uomo. Nel Vangelo, poi, la sapienza non è tanto una scienza teorica e astratta, ma la capacità di trasformare la vita per mezzo delle opere.

La conoscenza dei misteri della fede che i Dottori testimoniano è un dono che risponde alla loro intensa passione per la ricerca, resa splendida e ancor più credibile dalla santità della loro vita.

Tra i 33 Dottori già proclamati dalla Chiesa si trovano S. Agostino, S. Girolamo, S. Basilio, S. Gregorio Magno, S. Tommaso d'Aquino e, in tempi più recenti, S. Giovanni della Croce, S. Francesco di Sales, S. Alfonso de Liguori.

Nel 1970, Paolo VI ha proclamato Dottori della Chiesa le prime due donne: S. Teresa di Gesù e S. Caterina da Siena. Il 19 ottobre del 1997 Giovanni Paolo II ha proclamato Dottore della Chiesa S. Teresa di Lisieux.

Con i suoi ventiquattro anni, S. Teresa di Lisieux è la più giovane tra i Dottori della Chiesa

sabato 6 ottobre 2012

Domani sera ...






Su Rai 1 speciale sul Beato Alfredo Ildefonso Schuster Arcivescovo di Milano (1929 – 1954) dal titolo: “Scommettere sull’Italia”, realizzato da Rai Vaticano, alle ore 23.45 fino alle 00.35.

San Bruno, sacerdote e fondatore





Sabato della XXVI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) -
San Bruno, sacerdote e fondatore


«Davvero ho esposto cose che non capisco,
cose troppo meravigliose per me, che non comprendo.
Io ti conoscevo solo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti hanno veduto.
Perciò mi ricredo e mi pento
sopra polvere e cenere».

Così si conclude il discorso di Giobbe, il suo confronto con l’Onnipotente.
Dio premia l’umiltà del Santo Giobbe e benedice il suo futuro.

Questa pagina a cui fa eco il Vangelo ci richiama a riconoscere il gusto del bene e la conoscenza del vero.

Fare il bene non è solo sconfiggere il male, ma è compiere il bene: affinché i nostri nomi siano scritti nei Cieli. Questo ci deve dare gioia!
«rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

La strada da percorrere è la strada dei piccoli, degli umili: come il Santo Giobbe, come la Madre di Dio.

Alla scuola di Maria di Nazareth, che magnifica Dio perché “ha innalzato gli umili”, troviamo San Bruno che oggi celebriamo nella sua memoria liturgica.

Bruno nacque a Colonia, nell'anno 1030ca. Giovanissimo, nel 1045ca. si trasferisce a Reims. Eccelle negli studi della filosofia e della teologia al punto che diventa rettore della scuola di Reims; e non ha ancora trent'anni.
Vive in un tempo storico caratterizzato dalle lotte delle investiture, e un vescovo senza sapienza evangelica regge la diocesi di Reims. Bruno soffre per questo. Al Santo viene proposta la cattedra episcopale di Reims, ma egli anela al deserto. Con sei compagni si reca da Sant’Ugo, Vescovo di Grenoble. Il Santo vescovo aveva fatto un sogno premonitore: sette fulgide stelle; erano i sette pellegrini che trovano così il luogo deserto anelato da Bruno nella valle di "Certosa".
Iniziata nel 1084, la prima certosa avrà il nome di Santa Maria di Casalibus, cioè delle capanne.
Nel 1088 diventa Papa assumendo il nome di Urbano II un alunno di Bruno. Lo vuole a Roma. Bruno lacerato dal distacco non può disobbedirgli, lo raggiunge lasciando Certosa. Ma Urbano II è costretto a fuggire da Roma, Bruno lo segue e nel 1090 si rifugiano in Calabria. Qui gli offre il vescovado di Reggio Calabria, ma egli lo rifiuta. Egli vuole tornare alla vita contemplativa.
Urbano II esaudisce il suo desiderio ma deve rimanere in Calabria. La valle di Santa Maria della Torre a 850 metri di altezza.

Ecco come descrive il luogo San Bruno:
“Come potrò parlare degnamente della bellezza del luogo e della dolcezza e salubrità dell’aria, o della pianura ampia e ridente che si allunga tra i monti, dove si trovano prati verdeggianti e floridi pascoli? O chi descriverà adeguatamente la vista dei colli che si ergono da ogni parte dolcemente, e i recessi delle valli ombrose, con piacevole abbondanza di fiumi, di rivi e di fonti? Né mancano orti irrigati e alberi da frutta di ogni genere, con la loro utile fecondità”.

In questo luogo costruirono la nuova certosa che prenderà il nome di Santa Maria della Torre, la cui chiesa verrà consacrata il 15 agosto del 1094.
San Bruno è l’uomo della contemplazione, la rinuncia degli agi e degli onori, non è fuggire, ma il "deserto" è un mezzo per raggiungere Dio.
San Bruno muore il 6 ottobre 1101 in quella che oggi si chiama Serra San Bruno.

San Bruno scrivendo ai suoi frati è pieno di gioia perché vivono la sapienza del Vangelo: “L'anima mia si rallegra nel Signore sapendovi grandemente impegnati a perseguire l'ideale della santità e della perfezione. … carissimi miei fratelli laici, io dico: «L'anima mia magnifica il Signore» (Lc 1, 46), perché vedo la magnificenza della sua misericordia sopra di voi, secondo quanto mi riferisce il vostro priore e padre, che molto vi ama ed è assai fiero e contento di voi.
Esultiamo anche noi, perché interviene Dio stesso a istruirvi, a dispetto della vostra poca familiarità con le lettere. L'Onnipotente scrive con il suo dito nei vostri cuori non solo l'amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge. Dimostrate con le opere ciò che amate e ciò che conoscete.
Infatti quando con ogni assiduità e impegno osservate la vera obbedienza, è chiaro che voi sapete cogliere saggiamente proprio il frutto dolcissimo e vitale della divina Scrittura”.
Concludo. Si racconta di Bruno che veniva spesso sorpreso a camminare in mezzo alla natura, ripetendo ciò che era divenuto in lui il grido del cuore, e senza dubbio la sua giaculatoria preferita: “O bonitas!” (Oh Bontà).

venerdì 5 ottobre 2012

Una preghiera ...





O Serafico San Francesco,
Patrono d'Italia,
tu che rinnovasti la tua epoca nello spirito di Gesù Cristo, ascoltaci!

L'avidità delle ricchezze, l'insidia dei piaceri,
la follia del disordine tornano ad offuscare le menti e ad agghiacciare i cuori.

Tu che fosti segnato dalle stimmate della Passione,
fa che il Sangue di Cristo infiammi tutti i popoli e ci comunichi la sua luce, il suo amore, il suo spirito.

Tu conosci le anime, le opere, le ansie e le speranze nostre: benedicile!

Proteggi la Chiesa, proteggi l'Italia di cui sei Patrono, proteggi il mondo intero, suscita sul cammino di tutti gli uomini un desiderio fecondo di Pace e Bene, nel quale soltanto è perfetta letizia.

Così sia

giovedì 4 ottobre 2012

San Francesco d'Assisi





Oggi è la festa del Patrono d’Italia.
Non so voi … ma quando arriva questa festa penso il popolo italiano che per un giorno, come in assemblea, si mette davanti al suo Patrono, e chiede a Lui una lezione di vita … di Vangelo.

Sì! Perché Francesco d’Assisi è un esperto di Vangelo, l’aveva letto in carcere – in una lingua nuova, per quell’epoca – non in latino – ma in antico italiano – e per leggerlo in carcere quelle pagine di Vangelo, che riceve per caso, aveva rischiato molto.

All’epoca non c’era la stampa e poco circolavano i libri … quelle pagine erano arrivate da un giro strano .. un giro di carcerati, si intende!
Ma perché era in carcere?

Prima di essere quello che noi stiamo celebrando oggi, egli era come tutti i giovani della sua epoca: in cerca di fortuna, di ricchezza e di una bella posizione sociale … voleva diventare cavaliere ed allora partecipava alle guerre dei nobili locali perché se questi avessero vinto avrebbe partecipato della loro gloria .. ma finì in carcere perché il suo “padrone” nobile aveva perso la guerra ed allora fu rinchiuso in galera dai nemici fino al pagamento del riscatto…

Qui legge il Vangelo …. Non l’aveva mai letto, ma solo l’aveva sentito proclamare in latino in Chiesa …
Nel Vangelo letto aveva scoperto che esisteva un Dio Padre…. Se vuole che lo seguiamo nel Figlio, poveri e umili …
Capite quindi cosa accadde dopo che usci dal carcere! Lo sappiamo tutti …

Come dice il Salmo appena pregato - Tu sei, Signore, mia parte di eredità – scelse la parte del Signore, e in questa scelta fu così radicale che finì per sembrare pazzo!

Mise la sua vita nelle mani di Dio, come dice ancora il Salmo:
- Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita -

Ma la sua follia era contagiosa e molti lo seguirono, in primis tutti i suoi amici cercatori di felicità – quella che lui cercava quando voleva diventare cavaliere – i quali avevo capito che la vera felicità ora il loro amico e compagno di giovinezza l’aveva trovato: glielo leggevano negli occhi!
Nasce così il primo gruppo di quelli che ora si chiamano Frati Francescani.

La vita di Francesco fu intensa girò per l’Italia, andò anche in Terra Santa dal Sultano e fu accolto; predico il Vangelo che aveva letto e glielo fece leggere con la sua vita; ebbe alcuni malanni – ad esempio agli occhi; ebbe delle tristezze dagli uomini, anche dai suoi discepoli.

Un giorno un nobil uomo di Arezzo lo sente predicare il vangelo: si converte e come ringraziamento donò a Francesco un monte a Chiusi della Verna.
Si racconta che quando Francesco andò a vedere il luogo – un luogo molto bello - tutti gli uccelli dei boschi, dei campi e dei monti gli andarono incontri per accoglierlo.
Qui Francesco d’Assisi visse nella sua carne l’esperienza della fede più sconcertante; come dice S. Paolo nella I lettura, egli poté dire: “io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”.
Ebbe le stimmate, segno che tutta la sua vita era di Gesù! Ricordate il Salmo: “nelle tue mani è la mia vita”

Il nostro Patrono, un uomo normale, in cerca di felicità, la cerca e non la trova, poi la scopre leggendo il Vangelo: segue Gesù!

Caro San Francesco
Rileggere la tua vita commuove sempre.
Il Signore è sorprendente nella sua fantasia.
Prega per ciascuno di noi, perché
possiamo riscoprire ogni giorno il Vangelo come via di felicità
così che in noi si possa realizzare la parola dell’Apostolo:
“quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia”.
Amen

Un pensiero ...






"Scrive S. Ambrogio che l’anima che ha sposato Cristo sulla croce non brama altro che portarne le stimmate. Come dunque ripagarti, Gesù mio, di tanto amore? È giusto che il sangue si compensi col sangue. Sia, dunque, io intimo nel tuo sangue, inchiodato sulla tua croce… O croce santa, accogli anche me".
(San Giovanni d’Avila)

Un pensiero ...


San Francesco è accolto a la Verna dagli uccelli

Donandosi si riceve, dimenticando se stessi ci si ritrova.
San Francesco d'Assisi

mercoledì 3 ottobre 2012

Appunti ...



"Se mi passa vicino e non lo vedo,
se ne va e di lui non mi accorgo"

(Giobbe 9)

Mercoledì della XXVI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)


«Ti seguirò dovunque tu vada», disse un tale Gesù.
Il Signore gli risponde che se vuole seguirlo deve fidarsi: lui sarò il suo rifugio, il suo riposo, la sua tana e il suo nido.

Un altro è da Gesù chiamato: «Seguimi». La sua chiamata è non permette ripensamenti o rimandi, la sua chiamata è esigente: nulla deve essere di ostacolo all’annuncio del Regno di Dio.

La priorità del Regno di Dio fu lo stile della vita del Beato Luigi Talamoni, sacerdote e fondatore, che oggi celebriamo quale patrono della nostra provincia di Monza-Brianza.

Luigi Talamoni, nasce a Monza il 3 ottobre del 1848, nello stesso giorno fu battezzato, e morì a Milano il 31 gennaio del 1926. Fu professore nel seminario liceale della sua città natale e svolse un intenso ministero pastorale e una benefica attività sociale. A lui si deve, insieme alla vedova Maria Biffi Levati, la fondazione di una Congregazione femminile, le Misericordine di San Gerardo, impegnata nell'assistenza ai malati più poveri.
Uomo di intersa misericordia e apostolo del Confessionale. La sua fama di santità porto alla beatificazione il 21 marzo 2004. Dal 2009 è patrono della provincia di Monza-Brianza.

La sua intercessione ci aiuti a “guadagnare Cristo ed essere trovato in lui”.