mercoledì 10 novembre 2010

La riforma del clero






San Carlo era convinto che per attuare una fruttuosa riforma nella vita diocesana fosse necessario cominciare dalla riforma del clero. E il primo punto fu la sua formazione umana, spirituale e culturale. Prima del concilio di Trento la preparazione del clero era molto approssimativa e molti preti vivevano nell’ignoranza e talvolta nell’immoralità. Il primo rimedio fu quello di istituire una rete di seminari, dove gli aspiranti al sacerdozio avessero la possibilità di una preparazione seria e rigorosa, sia dal punto di vista spirituale, sia dal punto di vista culturale, con un programma di vita ordinato e un piano di studi letterario e teologico ben preciso. Ed è sempre all’interno del suo progetto di riforma del clero che dobbiamo inserire anche la fondazione della congregazione degli oblati: erano (e sono) sacerdoti diocesani che si legavano direttamente all’arcivescovo con un voto di obbedienza e la disponibilità piena ad assumere incarichi di emergenza o mansioni particolarmente delicate, rinunciando a ogni forma di privilegio o di esenzione. Concezione precorritrice dell’attuale idea di dedicazione del prete alla Chiesa locale nel segno della diocesanità.
(di mons. Marco Navoni)

martedì 9 novembre 2010

I Sinodi e i Concili




Dopo il momento della diagnosi (la conoscenza dei problemi), san Carlo mise in atto il momento della terapia: individuare le misure giuste per correggere le situazioni che andavano cambiate. Ciò avvenne attraverso un’attività legislativa saggia e minuziosa: l’arcivescovo celebrò undici sinodi diocesani, riunendo il clero per discutere e trovare le applicazioni concrete di riforma, e sei concili provinciali, riunendo i vescovi delle diocesi che gravitavano su quella di Milano, così da instituire una strategia pastorale comune. Ne nacque un’imponente legislazione, nella quale tutto era previsto, nulla veniva lasciato all’arbitrio: vita del clero, organizzazione delle parrocchie, norme per l’amministrazione dei sacramenti e per la costruzione degli edifici sacri, perfino indicazioni igienico-sanitarie. Ai sinodi e ai concili si aggiunsero le lettere pastorali e le istruzioni su problemi contingenti. Se nella Chiesa rinascimentale il problema era l’anarchia, dopo il concilio di Trento e dopo l’interpretazione che ne diede san Carlo, tale problema venne risolto con una legislazione accuratissima, per noi oggi forse soffocante. Ma a quei tempi era la terapia corretta.

(di mons. Marco Navoni)

lunedì 8 novembre 2010

Le visite pastorali






Per fare una seria riforma della diocesi, era necessario innanzitutto fare una seria diagnosi della situazione, cioè rendersi conto della vita dei fedeli, dei problemi delle parrocchie, della condizione del clero, per individuare le situazioni patologiche bisognose di cura o di cambiamento. Ebbene, san Carlo volle di persona conoscere il proprio gregge attraverso la visita pastorale, che compì per almeno due volte, recandosi fin nei più sperduti paesi dell’immensa diocesi di Milano. Ancora oggi ogni antica parrocchia ambrosiana conserva le tracce del passaggio di san Carlo: i luoghi dove fu ospitato, le chiese dove predicò, disse messa e amministrò i sacramenti, le cappelle da lui erette, persino le fontane cui si dissetò e che vengono indicate spesso come le “fontane di san Carlo”. Sono vere e proprie reliquie della sua attività pastorale e della sua presenza. Nell’ideale di san Carlo la visita pastorale si identifica quasi con la vita stessa del vescovo; anzi è il catalizzatore che rivela la qualità della sua stessa morte. Avendo saputo un giorno che il vescovo di Novara era morto per le fatiche della visita pastorale, esclamò: «Così deve morire il vescovo!».

(di mons. Marco Navoni)

domenica 7 novembre 2010

Il vescovo in mezzo al suo popolo







A noi oggi fa impressione pensare che un vescovo potesse passare tutta la vita lontano dalla sua diocesi: ma questa purtroppo era spesso la norma prima della riforma promossa dal concilio di Trento. A Milano per esempio, prima di san Carlo, per almeno cinquant’anni gli arcivescovi furono sempre assenti, accontentandosi di delegare la cura pastorale ai propri vicari. Ebbene, san Carlo cominciò proprio da questo punto a stravolgere l’immagine del vescovo rinascimentale, riproponendo in maniera esemplare quella del vescovo-pastore, il quale “risiede” stabilmente nella sua diocesi, non tanto nel senso banale che vi abita, ma nel senso che vive in mezzo al suo popolo, ne condivide le condizioni di vita, i problemi, le ansie, anche i momenti di dramma, come durante la terribile peste del 1576. San Carlo era convinto che il vescovo, per la sua diocesi, fosse come lo sposo per la propria sposa: ogni assenza ingiustificata, ogni diserzione dal proprio ministero, era come un tradimento nei confronti dei fedeli affidati alle sue cure, come un “adulterio”. Il vescovo dunque in mezzo al suo popolo, pronto, come il Buon Pastore, a dare la vita per le sue pecore.


(di mons. Marco Navoni)

sabato 6 novembre 2010

La "conversione" di Carlo Borromeo






Come per ogni santo, anche per Carlo Borromeo, ci fu il momento della “conversione”. Infatti, quando nel 1562 il fratello maggiore improvvisamente muore, si sentì chiamato da questo fatto tragico a rivedere l’impostazione della sua vita e a prendere una decisione. Sappiamo che la sua carriera ecclesiastica si era sviluppata in maniera automatica per un figlio cadetto di una famiglia nobile che poteva vantare uno zio papa! Ora però diventava lui l’erede di tutto: avrebbe potuto decidere di abbandonare la condizione ecclesiastica per portare avanti la linea dinastica. E invece la morte del fratello provocò in lui un vero e proprio “trauma” di carattere religioso: decise consapevolmente di rinunciare alla brillante vita mondana che avrebbe potuto condurre come erede della ricca e nobile famiglia Borromeo, e decise altrettanto consapevolmente di “regolarizzare” la propria situazione ecclesiastica. Era già stato preconizzato arcivescovo di Milano e capì che quella era la volontà di Dio sulla sua vita; né volle tornare indietro. E così il 17 luglio 1563 si fece ordinare prete e il 7 dicembre (festa di sant’Ambrogio) ricevette l’ordinazione episcopale.
(di mons. Marco Navoni)

venerdì 5 novembre 2010

Nacque ad Arona, il 2 ottobre 1538



il piccolo Borromeo ringrazia il beato Giovannagelo Porro


Carlo nacque ad Arona, il 2 ottobre 1538 dalla nobile famiglia dei Borromei. In quanto figlio cadetto, secondo le consuetudini del tempo, venne destinato alla carriera ecclesiastica e a soli sette anni ricevette la tonsura, cioè entrò a far parte del clero. Quando lo zio materno, il cardinale Gianangelo Medici, divenne papa con il nome di Pio IV, secondo una prassi in voga nella Chiesa rinascimentale, lo chiamò al suo servizio creandolo cardinale ad appena ventun anni e affidandogli l’incarico di dirigere la curia romana, con un ruolo di primo piano che potrebbe essere paragonato oggi a quello del cardinale segretario di Stato. Dunque una carriera ecclesiastica fulminea e folgorante, quella di Carlo Borromeo, dovuta anche alla “fortuna” di avere uno zio papa. Fortuna o provvidenza? Guardando a quello che san Carlo sarebbe diventato e avrebbe fatto per il bene della Chiesa, se vi fu “nepotismo” da parte di Pio IV nello spianare la strada al giovane nipote, fu senz’altro un nepotismo “provvidenziale”. È il tipico caso delle proverbiali righe storte tracciate dagli uomini sulle quali la Provvidenza sa scrivere autentiche pagine di santità.

(di mons. Marco Navoni)

giovedì 4 novembre 2010

Il Papa alla Chiesa Ambrosiana (1610 - 2010)







MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ALL’ARCIVESCOVO DI MILANO
IN OCCASIONE DEL IV CENTENARIO
DELLA CANONIZZAZIONE DI SAN CARLO BORROMEO


Al venerato Fratello
Cardinale DIONIGI TETTAMANZI
Arcivescovo di Milano


Lumen caritatis. La luce della carità di san Carlo Borromeo ha illuminato tutta la Chiesa e, rinnovando i prodigi dell’amore di Cristo, nostro Sommo ed Eterno Pastore, ha portato nuova vita e nuova giovinezza al gregge di Dio, che attraversava tempi dolorosi e difficili. Per questo mi unisco con tutto il cuore alla gioia dell’Arcidiocesi ambrosiana nel commemorare il quarto centenario della canonizzazione di questo grande Pastore, avvenuta il 1° novembre 1610.



Reliquia di San Carlo
CHIESA DI SAN CARLO
Cremona

1. L’epoca in cui visse Carlo Borromeo fu assai delicata per la Cristianità. In essa l’Arcivescovo di Milano diede un esempio splendido di che cosa significhi operare per la riforma della Chiesa. Molti erano i disordini da sanzionare, molti gli errori da correggere, molte le strutture da rinnovare; e tuttavia san Carlo si adoperò per una profonda riforma della Chiesa, iniziando dalla propria vita. È nei confronti di se stesso, infatti, che il giovane Borromeo promosse la prima e più radicale opera di rinnovamento. La sua carriera era avviata in modo promettente secondo i canoni di allora: per il figlio cadetto della nobile famiglia Borromeo si prospettava un futuro di agi e di successi, una vita ecclesiastica ricca di onori, ma priva di incombenze ministeriali; a ciò si aggiungeva anche la possibilità di assumere la guida della famiglia dopo la morte improvvisa del fratello Federico.

Eppure, Carlo Borromeo, illuminato dalla Grazia, fu attento alla chiamata con cui il Signore lo attirava a sé e lo voleva consacrare al servizio del suo popolo. Così fu capace di operare un distacco netto ed eroico dagli stili di vita che erano caratteristici della sua dignità mondana, e di dedicare tutto se stesso al servizio di Dio e della Chiesa. In tempi oscurati da numerose prove per la Comunità cristiana, con divisioni e confusioni dottrinali, con l’annebbiamento della purezza della fede e dei costumi e con il cattivo esempio di vari sacri ministri, Carlo Borromeo non si limitò a deplorare o a condannare, né semplicemente ad auspicare l’altrui cambiamento, ma iniziò a riformare la sua propria vita, che, abbandonate le ricchezze e le comodità, divenne ricolma di preghiera, di penitenza e di amorevole dedizione al suo popolo. San Carlo visse in maniera eroica le virtù evangeliche della povertà, dell’umiltà e della castità, in un continuo cammino di purificazione ascetica e di perfezione cristiana.

Egli era consapevole che una seria e credibile riforma doveva cominciare proprio dai Pastori, affinché avesse effetti benefici e duraturi sull’intero Popolo di Dio. In tale azione di riforma seppe attingere alle sorgenti tradizionali e sempre vive della santità della Chiesa cattolica: la centralità dell’Eucaristia, nella quale riconobbe e ripropose la presenza adorabile del Signore Gesù e del suo Sacrificio d’amore per la nostra salvezza; la spiritualità della Croce, come forza rinnovatrice, capace di ispirare l’esercizio quotidiano delle virtù evangeliche; l’assidua frequenza ai Sacramenti, nei quali accogliere con fede l’azione stessa di Cristo che salva e purifica la sua Chiesa; la Parola di Dio, meditata, letta e interpretata nell’alveo della Tradizione; l’amore e la devozione per il Sommo Pontefice, nell’obbedienza pronta e filiale alle sue indicazioni, come garanzia di vera e piena comunione ecclesiale.

Dalla sua vita santa e conformata sempre più a Cristo nasce anche la straordinaria opera di riforma che san Carlo attuò nelle strutture della Chiesa, in totale fedeltà al mandato del Concilio di Trento. Mirabile fu la sua opera di guida del Popolo di Dio, di meticoloso legislatore, di geniale organizzatore. Tutto questo, però, traeva forza e fecondità dall’impegno personale di penitenza e di santità. In ogni tempo, infatti, è questa l’esigenza primaria e più urgente nella Chiesa: che ogni suo membro si converta a Dio. Anche ai nostri giorni non mancano alla Comunità ecclesiale prove e sofferenze, ed essa si mostra bisognosa di purificazione e di riforma. L’esempio di san Carlo ci sproni a partire sempre da un serio impegno di conversione personale e comunitaria, a trasformare i cuori, credendo con ferma certezza nella potenza della preghiera e della penitenza. Incoraggio in modo particolare i sacri ministri, presbiteri e diaconi, a fare della loro vita un coraggioso cammino di santità, a non temere l’ebbrezza di quell’amore fiducioso a Cristo per cui il Vescovo Carlo fu disposto a dimenticare se stesso e a lasciare ogni cosa. Cari fratelli nel ministero, la Chiesa ambrosiana possa trovare sempre in voi una fede limpida e una vita sobria e pura, che rinnovino l’ardore apostolico che fu di sant’Ambrogio, di san Carlo e di tanti vostri santi Pastori!





2. Durante l’episcopato di san Carlo, tutta la sua vasta Diocesi si sentì contagiata da una corrente di santità che si propagò al popolo intero. In che modo questo Vescovo, così esigente e rigoroso, riuscì ad affascinare e conquistare il popolo cristiano? È facile rispondere: san Carlo lo illuminò e lo trascinò con l’ardore della sua carità. "Deus caritas est", e dove c’è l’esperienza viva dell’amore, lì si rivela il volto profondo di Dio che ci attira e ci fa suoi.

Quella di san Carlo Borromeo fu anzitutto la carità del Buon Pastore, che è disposto a donare totalmente la propria vita per il gregge affidato alle sue cure, anteponendo le esigenze e i doveri del ministero ad ogni forma di interesse personale, comodità o tornaconto. Così l’Arcivescovo di Milano, fedele alle indicazioni tridentine, visitò più volte l’immensa Diocesi fin nei luoghi più remoti, si prese cura del suo popolo nutrendolo continuamente con i Sacramenti e con la Parola di Dio, mediante una ricca ed efficace predicazione; non ebbe mai timore di affrontare avversità e pericoli per difendere la fede dei semplici e i diritti dei poveri.

San Carlo fu riconosciuto, poi, come vero padre amorevole dei poveri. La carità lo spinse a spogliare la sua stessa casa e a donare i suoi stessi beni per provvedere agli indigenti, per sostenere gli affamati, per vestire e dare sollievo ai malati. Fondò istituzioni finalizzate all’assistenza e al recupero delle persone bisognose; ma la sua carità verso i poveri e i sofferenti rifulse in modo straordinario durante la peste del 1576, quando il santo Arcivescovo volle rimanere in mezzo al suo popolo, per incoraggiarlo, per servirlo e per difenderlo con le armi della preghiera, della penitenza e dell’amore.

La carità, inoltre, spinse il Borromeo a farsi autentico e intraprendente educatore. Lo fu per il suo popolo con le scuole della dottrina cristiana. Lo fu per il clero con l’istituzione dei seminari. Lo fu per i bambini e i giovani con particolari iniziative loro rivolte e con l’incoraggiamento a fondare congregazioni religiose e confraternite laicali dedite alla formazione dell’infanzia e della gioventù.

Sempre la carità fu la motivazione profonda delle asprezze con cui san Carlo viveva il digiuno, la penitenza e la mortificazione. Per il santo Vescovo non si trattava solo di pratiche ascetiche rivolte alla propria perfezione spirituale, ma di un vero strumento di ministero per espiare le colpe, invocare la conversione dei peccatori e intercedere per i bisogni dei suoi figli.

In tutta la sua esistenza possiamo dunque contemplare la luce della carità evangelica, la carità longanime, paziente e forte che "tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (1Cor 13,7). Rendo grazie a Dio perché la Chiesa di Milano è sempre stata ricca di vocazioni particolarmente consacrate alla carità; lodo il Signore per gli splendidi frutti di amore ai poveri, di servizio ai sofferenti e di attenzione ai giovani di cui può andare fiera. L’esempio e la preghiera di san Carlo vi ottengano di essere fedeli a questa eredità, così che ogni battezzato sappia vivere nella società odierna quella profezia affascinante che è, in ogni epoca, la carità di Cristo vivente in noi.






3. Non si potrebbe comprendere, però, la carità di san Carlo Borromeo se non si conoscesse il suo rapporto di amore appassionato con il Signore Gesù. Questo amore egli lo ha contemplato nei santi misteri dell’Eucaristia e della Croce, venerati in strettissima unione con il mistero della Chiesa. L’Eucaristia e il Crocifisso hanno immerso san Carlo nella carità di Cristo, e questa ha trasfigurato e acceso di ardore tutta la sua vita, ha riempito le notti passate in preghiera, ha animato ogni sua azione, ha ispirato le solenni liturgie celebrate con il popolo, ha commosso il suo animo fino a indurlo sovente alle lacrime.

Lo sguardo contemplativo al santo Mistero dell’Altare e al Crocifisso risvegliava in lui sentimenti di compassione per le miserie degli uomini e accendeva nel suo cuore l’ansia apostolica di portare a tutti l’annuncio evangelico. D’altra parte, ben sappiamo che non c’è missione nella Chiesa che non sgorghi dal "rimanere" nell’amore del Signore Gesù, reso presente a noi nel Sacrificio eucaristico. Mettiamoci alla scuola di questo grande Mistero! Facciamo dell’Eucaristia il vero centro delle nostre comunità e lasciamoci educare e plasmare da questo abisso di carità! Ogni opera apostolica e caritativa prenderà vigore e fecondità da questa sorgente!





4. La splendida figura di san Carlo mi suggerisce un’ultima riflessione rivolta, in particolare, ai giovani. La storia di questo grande Vescovo, infatti, è tutta decisa da alcuni coraggiosi "sì" pronunciati quando era ancora molto giovane. A soli 24 anni egli prese la decisione di rinunciare a guidare la famiglia per rispondere con generosità alla chiamata del Signore; l’anno successivo accolse come una vera missione divina l’ordinazione sacerdotale e quella episcopale. A 27 anni prese possesso della Diocesi ambrosiana e dedicò tutto se stesso al ministero pastorale. Negli anni della sua giovinezza, san Carlo comprese che la santità era possibile e che la conversione della sua vita poteva vincere ogni abitudine avversa. Così egli fece della sua giovinezza un dono d’amore a Cristo e alla Chiesa, diventando un gigante della santità di tutti i tempi.

Cari giovani, lasciate che vi rinnovi questo appello che mi sta molto a cuore: Dio vi vuole santi, perché vi conosce nel profondo e vi ama di un amore che supera ogni umana comprensione. Dio sa che cosa c’è nel vostro cuore e attende di vedere fiorire e fruttificare quel meraviglioso dono che ha posto in voi. Come san Carlo, anche voi potete fare della vostra giovinezza un’offerta a Cristo e ai fratelli. Come lui, potete decidere, in questa stagione della vostra vita, di "scommettere" su Dio e sul Vangelo. Voi, cari giovani, non siete solo la speranza della Chiesa; voi fate già parte del suo presente! E se avrete l’audacia di credere alla santità, sarete il tesoro più grande della vostra Chiesa ambrosiana, che si è edificata sui Santi.

Con gioia Le affido, venerato Fratello, queste riflessioni, e, mentre invoco la celeste intercessione di san Carlo Borromeo e la costante protezione di Maria Santissima, di cuore imparto a Lei e all’intera Arcidiocesi una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 1° novembre 2010, IV Centenario della Canonizzazione di san Carlo Borromeo.

BENEDICTUS PP. XVI

mercoledì 3 novembre 2010

Vivere la propria vocazione

 




Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell'ultimo Sinodo
(Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)


Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all'impegno della propria vocazione.

Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all'altezza del suo ufficio?

Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento?

Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili.

Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico.

Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità.

Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso.

Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16, 14). Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri.

martedì 2 novembre 2010

CORONINO DEI MORTI




Anime del Purgatorio
Parrocchia di S. Lucia
Mistretta (ME)





V) Adjutorium nostrum in nomine Domini.
R) Qui fecit cœlum et terram. ~ De profundis.

I. Consideriamo lo stato compassionevole delle povere anime del Purgatorio. Elleno sono giuste, amiche di Dio, e destinate al Cielo: trovansi rinchiuse in orrida prigione, sotto la sferza della divina Giustizia, acerbamente tormentate, senza poter far opera che sia loro di merito, e stanno con somma pietà rivolte a noi, chiedendo l’ajuto delle nostre orazioni
Un’Ave con 10 Pater ed in fine Requiem.

II. Consideriamo quanto facilmente possiamo noi per mezzo delle nostre orazioni, aiutare le anime del Purgatorio, e l’obbligo che per natura abbiamo di suffragarle, perché, se esse sono in stato di non poter più ajutarsi da sè medesime, quanto ragionevole e giusta cosa è il pregare l’Altissimo per quelle anime che tanto sospirano di tosto uscire da quell’incendio di fuoco e di entrare nel Paradiso a godere la bella vista di Dio.
Un’Ave con 10 Pater ed in fine Requiem.

III. Consideriamo che le anime soccorse giunte che saranno in cielo, come spose singolarmente amate da Dio, intercederanno col massimo impegno presso sua divina Maestà per chi con tanta pietà liberolle dalle pene atroci del Purgatorio. In verità, questo dovrebbe essere a noi motivo bastante per suffragar abbondantemente quelle anime, onde mandarle ben presto al cielo, dove non cesseran mai di esserci particolari avvocate fervidentissime interceditrici presso il Signore.
Un’Ave con 10 Pater ed in fine Requiem.

Termineremo la Corona di nostro Signore Gesù Cristo con offerirla alle sue santissime piaghe, perché risulti in refrigerio delle anime purganti, e in particolare di quelle che sono state devote di questo santo esercizio.

Un’Ave, con 3 Pater, e in fine Req. ecc.
Di più il Salmo Miserere conchiudendolo col Req.
Dopo aver recitato la seguente


Orazione per tutti i Defunti

Fidelium Deus omnium Conditor et Redemptor, animabus famulorum, famularumque tuarum, remissionem cunctorum tribue peccatorum, ut indulgentiam quam semper optaverunt piis supplicationibus consequantur. Qui vivis et regnas etc.

'A livella (Totò)








O gn'anno, il due novembre, c'e' l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno Il'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tene' chistu penziero.

Ogn'anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ncorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.

St'anno m'e' capitata 'n'avventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!), si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema e curaggio.

'O fatto e' chisto, statemi a sentire:
s'avvicenava ll'ora d' 'a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31.

'O stemma cu a curona 'ncoppa a tutto...
sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce steva 'n'ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore',
pe segno, sulamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
~ESPOSTTO GENNARO NETTURBTNO~
Guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

questa e' la vita! 'Ncapo a me penzavo
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pure all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu petiziero,
s'era ggja' fatta quase mezanotte,
e i' rummanette 'nchiuso priggiuniero
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoie ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato... dormo, o è fantasia?

Ate che fantasia; era 'o Marchese:
c''o tubbo, 'a caramella e c''o pastrano;
chill'ato appriesso a isso un brutto arnese:
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente e' don Gennaro...
'o muorto puveriello... 'o scupatore.
'Int' a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se retireno a chest'ora?

Putevano sta' 'a me quase 'nu palmo,
quando 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e, tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: «Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!

La casta e' casta e va, si, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente.
Fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente».

«Signor Marchese, nun e' colpa mia,
i' nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie e' stata a ffa' sta fessaria,
i' che putevo fa' si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse a casciulella cu 'e qquart osse,
e propno mo, obbj'... 'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa».

E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei gia dato piglio alla violenza!»

«Famme vede'... piglia sta violenza...
'A verita', Marche', mn'e so' scucciato
'e te senti; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so' mazzate!...

Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Cca''dinto, 'o vvuò capì, ca simmo eguale?...
...Muorto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'n'ato e' tale e qquale».

«Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me che ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?»

«Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!
T'o vvuo' mettere 'ncapo... 'int' 'a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'e'?... e' una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grandommo,
trasenno stu canciello ha fatt''o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nun t'he' fatto ancora chistu cunto?

Percio', stamme a ssenti'... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino che te 'rnporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo a morte!».

lunedì 1 novembre 2010

Solennità di Tutti i Santi

Tutti i Santi Francescani


«I Santi, che in ogni epoca della storia hanno fatto risplendere nel mondo un riflesso della luce di Dio, sono i testimoni visibili della santità misteriosa della Chiesa. Questa vostra terra, carissimi giovani, è stata percorsa, anche in tempi recenti, da Santi a voi familiari. Per conoscere in profondità la Chiesa è a loro che dovete guardare!

E non soltanto ai Santi canonizzati, ma anche a tutti i Santi nascosti, anonimi, che hanno cercato di calare il Vangelo nella ferialità dei loro doveri quotidiani. Essi esprimono la Chiesa nella sua verità più intima; e, al tempo stesso, essi salvano la Chiesa dalla mediocrità, la riformano dal di dentro, la sollecitano ad essere sempre più ciò che deve essere, la Sposa di Cristo senza macchia né ruga (cf Ef 5,27)».
(beato Giovanni Paolo II, 23-9-1989)

sabato 16 ottobre 2010

Longino, la santità sgorgata dal Cuore di Cristo


Santi Giovanni Battista e Longino (?)
Santuario del Beato Antonio
Amandola (FM)



Il Martirologio Romano, l’elenco ufficiale dei santi e beati venerati dalla Chiesa cattolica, in data 16 ottobre ricorda: “A Gerusalemme, commemorazione di san Longino, venerato come il soldato che aprì con la lancia il costato del Signore crocifisso”.

Longino, un santo, di cui i testi antichi hanno parlato tra: sinassari orientali, Vangeli, epistole dei Santi Padri, vangeli apocrifi e martirologi sia orientali che occidentali.

Queste fonti hanno dato vita a tre personaggi, in cui Longino viene identificato.

1) Un soldato che con un colpo di lancia squarciò il costato di Cristo sulla croce, il suo nome deriverebbe appunto dalla lancia;

“Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”. (Gv 19, 34)

2) un centurione che era presente alla morte di Gesù e che commosso da ciò che vede, ne afferma la divinità, unica voce favorevole in un coro d’insulti e scherni;

“Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!»”. (Mt 27,54)

3) un centurione che comandava il picchetto di soldati messo a guardia del sepolcro del crocifisso che comunque secondo alcuni testi, sarebbero gli stessi che avevano presenziato alla crocifissione.

“Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: «I suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo». E se mai la cosa venisse all'orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi”. (Mt 28,11-15)



San Longino, Cebu (Filippine)


In Oriente, Longino è il centurione che riconobbe la divinità di Gesù e ne custodì il sepolcro; in Occidente, è il soldato del colpo di lancia, ma anche il centurione che afferma la divinità sotto la croce.
Dopo l’incontro con Cristo, nel momento della sua glorificazione, la Croce, “volgeranno lo sguarda a colui che hanno trafitto”, sia nella trazione orientale che occidentale Longino abbandona l’attività militare, viene istruito nella fede dagli apostoli e se ne va a Cesarea di Cappadocia (da dove forse, secondo alcuni racconti, era nativo) dove conduce una vita di santità, prodigandosi per la conversione dei gentili, ed infine subisce il martirio morendo decapitato.
La passio del martire è diversa a seconda delle due tradizioni succitate: in quella occidentale egli è un soldato isaurico (cioè dell'Isauria, regione nel sud della penisola anatolica), che viene arrestato e processato dal preside di Cesarea di Cappadocia, Ottavio che a sua volta si converte come pure il suo segretario Afrodisio che subisce anch’egli il martirio; in quella orientale egli è nativo di Cesarea, dove infatti si ritira in un possedimento paterno, poi sobillato dai giudei, Ponzio Pilato lo denuncia all’imperatore come disertore e lo fa uccidere da due sicari, la testa del martire viene portata a Gerusalemme e mostrata a Pilato e poi gettata nell’immondizia, in seguito viene recuperata da una vedova miracolosamente guarita dalla cecità.
Il primo testo letterario che parla di Longino è una lettera di s. Gregorio Nisseno (m. 394 ca.), definendolo l’evangelizzatore della Cappadocia come gli Apostoli, che singolarmente lo erano di altre regioni.

San Longino
con il Preziosissimo Sangue
e Sant'Andrea

Secondo una certa tradizione locale, la città di Mantova, lo ritiene evangelizzatore e donatore della reliquia del Preziosissimo Sangue di N.S. Gesù Cristo custodita nella Chiesa di Sant’Andrea, e suppone che il suo martirio sia avvenuto in loco.

Secondo questa tradizione, una chiesa denominata Santa Maria in Campo Santo sarebbe sorta qui già in età paleocristiana, presso il luogo dove avrebbero reso la suprema testimonianza San Longino ed altri martiri.

Nell’arte l'hanno raffigurato abbinandolo alla scena della crocifissione con lancia o senza lancia, con l’armatura o senza armatura (in virtù del fatto che aveva abbandonato l’esercito per vivere da “milite di Cristo”).


San Longino
Basilica di San Pietro
Città del Vaticano

L’opera più famosa è la grande statua del Bernini nella grande basilica di S. Pietro, alla base di uno dei quattro enormi piloni che sorreggono l’immensa cupola e che circondano lo spazio dell’altare con il baldacchino.

Un’opera sconosciuta e curiosa è invece una tavola custodita presso il santuario del beato Antonio in Amandola, che lo rappresenta nella classica sacra conversazione con San Giovanni Battista e la Madonna con Gesù Bambino. Nella scena il Battista, guardato fuori dall’opera, indica nel Santo Bambino l’Agnello di Dio: “Ecce Agnus Dei”, come recita il cartiglio nella mano. L’altro personaggio invece, riconducibile a San Longino, vestendo non sa soldato, ha in mano la lancia e ha due simboli curiosi: il libro, simbolo della sua evangelizzazione della Cappadocia (forse anche Mantova?) e un cuore. Il cuore però è in realtà un Cuore di Cristo (il Sacro Cuore di Gesù), che è segnato dalla ferita della lancia e il santo indica con la mano mostrandolo al Santo Bambino che egli sta mirando. Per cui tutta l’opera torna all’essenza del cartiglio del Battista. Quel cuore è il Cuore di Cristo, il cuore dell’Agnello di Dio che ha tanto amato gli uomini e che Longino racconterà, lui che lo aveva contemplato, nella sua evangelizzazione.

“Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!»”. (Mt 15,19)