giovedì 16 giugno 2016

Paolo o Antonio?





Leggendo la pagina mi è sorto un dubbio: ma l'immagine del Servo di Dio Paolo da Paternò non è quella di Servo di Dio Antonio da Fiumefreddo?

Così ho verificato ed ho scoperto che c'è un errore.

L'iconografia usata per Paolo Rendace da Paternò in realtà appartiene ad Antonio De Bello da Fiumefreddo.








martedì 14 giugno 2016

Pellegrino all'Arcella





La chiesa santuario dell’Arcella ha una storia molto lunga e travagliata. Ai tempi di Sant'Antonio era un borgo non lontano dalle mura cittadine, chiamato Capo di Ponte, dove c’era una chiesetta intitolata a Santa Maria de Cela (o de Arcella) che comprendeva il monastero delle Clarisse ed il convento dei Frati minori. Secondo un'antica tradizione, che trova conferma in più fonti, tale primitivo convento francescano dell'Arcella sarebbe stato fondato intorno al 1220 dallo stesso S. Francesco d'Assisi, che di ritorno dalla Terra Santa, diretto verso Assisi, passò per Padova e vi fondò il convento.
All'Arcella giungerà per la prima volta, nel 1227, anche S. Antonio, che nelle successive visite alla città farà riferimento al conventino di "S. Maria Mater Domini", che costituirà il futuro nucleo primitivo dell'attuale Basilica dei Santo.

È all'Arcella che S. Antonio arriverà morente la sera dei 13 giugno 1231 accompagnato anche da Frate Luca Belludi che lo assisterà negli ultimi istanti di vita.
Dopo la morte del santo, la salma fu trasferita alla Basilica di Sant’Antonio, ma l'Arcella, pur se privata del corpo del Santo, continuò ad essere uno dei luoghi più venerati della città, sia perché vi era morto il Santo e sia per la venerazione ed il culto popolare verso Elena Enselmini, annoverata tra i Patroni minori della città di Padova, vissuta e morta nel monastero della "Cella" in cui ancor oggi è conservato il suo corpo.
A metà del XIII secolo il Consiglio maggiore del libero Comune Patavino prese sotto la sua diretta protezione il luogo venerato deliberando di ricostruire a proprie spese l'intero complesso conventuale.
Il Monastero, dopo essere stato gravemente danneggiato durante la presa della città da parte dei veneziani dall’incendio nell’inverno tra il 1494 e 1495, fu poi ricostruito grazie a offerte e a lasciti.
Nel 1509 l'imperatore Massimiliano d'Asburgo, alla guida della lega di Cambrai contro la Repubblica Veneta, collocò nel monastero il suo quartier generale e più tardi, a seguito della peste, il monastero fu trasformato in lazzaretto.
Nel secondo decennio del 1500 fu distrutto su ordine del Senato Veneto e in seguito venne ricostruito un piccolo capitello porticato identificato come la cella in cui mori S. Antonio.
 
 

 ll capitello continuò ad essere uno dei luoghi più venerati della città, a testimoniarlo anche il lascito testamentario di Baldassarre Dondi Dall’Orologio nel 1649 che destinò la somma di cinquecento ducati d'oro per "Ampliare e rendere più degno il sacro luogo".
Tra il 1674 e il 1675 diviene una piccola ma dignitosa chiesetta e nel 1792 l'Abadessa Elisabetta Speroni, delle Clarisse della Beata Elena Enselmini, proprietarie dei terreni dell'antico monastero distrutto e di quello chiamato popolarmente "Oratorio di Sant'Antonin", promuoveva una campagna di lavori e di restauri del Santuario attraverso una sottoscrizione alla quale, tra gli altri, partecipava il Cardinale Chiaromonti, futuro Papa Pio VII.
        
Austero e solenne, ma al tempo stesso caldo e luminoso per le pareti e le strutture in cotto, il santuario attuale, una tra le più interessanti opere architettoniche neogotiche di chiara ispirazione francescana, è opera degli architetti Eugenio Maestri e Nino Gallimberti che si succedettero nella progettazione e direzione dei lavori tra il 1886 al 1931.
La torre campanaria, che si affianca alla chiesa, venne progettata tra il 1898 e il 1899 dall'architetto padovano Agostino Mozzo.
Nel 1922, quando fu inaugurata, alla sommità della cuspide venne collocata la grande statua di S. Antonio, opera dello scultore veronese Silvio Righetti.
All'interno del Santuario l'intrecciarsi delle volte a crociera della navata e dei transetti scandisce lo spazio assorbito verso l'alto dal luminosissimo volume della cupola, alta 40 metri, per poi chiudersi nella grande abside contenente il coro conventuale.
 
 
 

 La cella dove morì Sant’Antonio, vero fulcro del tempio, è ornata solo da una statua del santo morente scolpita dal Rinaldi nel 1808.
 

lunedì 13 giugno 2016

1998 - 13 giugno - 2016

 
 
 
Parlami!!!


Deus mihi dixit! 
 


Sono qua io ...
  
 

 

A Gesù con Maria
 
G. Madre di Cristo,
T. al Messia Sacerdotale hai dato
il corpo di carne
per l' Unzione dello Spirito Santo
per la Salvezza dei poveri e contriti di cuore,
custodisci nel Tuo Cuore e nella Chiesa
i sacerdoti, "Madre del Salvatore".
G. Madre della fede,
T. hai accompagnato al Tempio
il Figlio dell' uomo,
compimento delle promesse date
ai Padri, consegna al Padre
per la Sua Gloria i Sacerdoti del Figlio Tuo,
"Arca dell' Alleanza".
G. Madre della Chiesa,
T. tra i discepoli nel Cenacolo pregavi lo Spirito per il popolo nuovo e i Suoi Pastori,
ottieni all'ordine dei presbiteri
la pienezza dei doni, "Regina degli Apostoli".
G. Madre di Gesù Cristo,
T. eri con Lui agli inizi della Sua Vita e della Sua Missione,
lo hai cercato Maestro tra la folla,
lo hai assistito, innalzato da terra,
consumato per il Sacrificio Unico Eterno,
e avevi Giovanni vicino,
accogli fin dall' inizio i chiamati,
proteggi la loro crescita,
accompagna nella vita e nel ministero i Tuoi figli, " Madre dei Sacerdoti".  Amen
(San Giovanni Paolo II)
 



 
 

sabato 11 giugno 2016

Due San Getulio?




Oggi il TG3 Regione dava la notizia della processione di San Getulio Martire a Gambolò in Lomellina.

La cosa mi ha incuriosito e sono andato a cercare, su libri e sul web.

Libri e web dicono che: “È il santo patrono di Gambolò, comune della provincia di Pavia, dal 1672. Una parte delle reliquie del santo si trovano a Roma, sotto l'altare maggiore della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria”.

Però la notizia non quadra, perché sulle reliquie di San Getulio si legge altrove:

“I resti del Santo si trovano oggi a Roma, all’altare maggiore della chiesa di Sant’Angelo in Pescheria. Le reliquie di San Getulio, insieme a quelle di Santa Sinforosa ed i 7 figli, furono rinvenute proprio a Sant’Angelo in Pescheria da Pio IV (1560-1565) che le fece esporre alla venerazione dei fedeli in una urna di vetro.

Nel 1584 parte delle loro reliquie, tra queste il capo di Getulio, furono donate da Gregorio XIII ai Gesuiti, oggi sono in una cappella presso Villa d’Este. Altre vennero portate nei collegi gesuiti dell’India e della Spagna (25 giugno 1572), altre ancora in alcune chiese di Roma. Per frenare questa emorragia, il 26 settembre 1587 il governatore di Roma Mariano Perbenedetti le fece chiudere nel sarcofago di marmo, oggi posto all’altare maggiore. Nello stesso sarcofago vennero collocati anche i resti dei santi Ciro e Giovanni”.



1587 e 1672, due date che fanno venire un dubbio. Non è che San Getulio di Gambolò è un corpo santo o martire delle catacombe, e non è il martire Getulio, sposo di Sinfosoa? È solo una omonimia?

La Chiesa di Dio - che è in Milano - ha 26 nuovi presbiteri!





A Gesù con Maria

 
Madre di Cristo,

 al Messia Sacerdotale hai dato

il corpo di carne

per l' Unzione dello Spirito Santo

per la Salvezza dei poveri e contriti di cuore,

custodisci nel Tuo Cuore e nella Chiesa

i sacerdoti novelli, "Madre del Salvatore".

Madre della fede,

hai accompagnato al Tempio

il Figlio dell' uomo,

compimento delle promesse date

ai Padri, consegna al Padre

per la Sua Gloria i Sacerdoti del Figlio Tuo,
 



"Arca dell' Alleanza".

Madre della Chiesa,

tra i discepoli nel Cenacolo pregavi lo Spirito per il popolo nuovo e i Suoi Pastori,

ottieni all'ordine dei presbiteri

la pienezza dei doni, "Regina degli Apostoli".

Madre di Gesù Cristo,

eri con Lui agli inizi della Sua Vita e della Sua Missione,

lo hai cercato Maestro tra la folla,

lo hai assistito, innalzato da terra,

consumato per il Sacrificio Unico Eterno,

e avevi Giovanni vicino,

accogli fin dall' inizio i chiamati,

proteggi la loro crescita,

accompagna nella vita e nel ministero i Tuoi figli, " Madre dei Sacerdoti".  Amen

(San Giovanni Paolo II)

 
 
 
 
 

venerdì 10 giugno 2016

Due beati padovani dei Benedettini Bianchi




BEATO ANTONIO MANZONI

Oblato dei benedettini bianchi

Memoria liturgica: 30 gennaio

Padovano di origine (secolo XIII), indossato l’abito del pellegrino, si recò ancor giovane in un paese presso Bologna, e si prese cura di un sacerdote anziano e ammalato.

Quindi, visitò molti luoghi sacri: in Italia (Assisi, Loreto, Roma) e all’estero (San Giacomo di Campostella, Colonia), portandosi fino in Terra Santa.



Diede esempio non solo di carità verso i poveri, ma anche di umiltà, pazienza, mortificazione e grande spirito di preghiera. Tornato a Padova, fu accolto come «oblato» nel monastero di Santa Maria di Porciglia (oggi demolito). Morì il 30 gennaio 1267, lasciando un vivo ricordo della sua vita virtuosa. Il suo corpo ora riposa nell’altare omonimo della chiesa parrocchiale dell’Immacolata, a Padova.

 

BEATO COMPAGNO ONGARELLO

Abate

Memoria liturgica (non presente)

Benedettino nel monastero dei benedettini bianchi di Santa Maria di Porciglia a Padova, pare di nome Compagno, e pare appartenete alla nobile famiglia padovana degli Ongarello.



Primo abate di Santa Maria di Porciglia, fondata nel 1219. Un monastero, quello dei benedettini bianchi, doppio: maschile e femminile. Creo anche un ramo laico, di ablati, uomini e donne, che conducevano vita casta, povera e obbediente. Morì il 12 luglio 1261, dopo aver reto il monastero per oltre quarantaquattro anni. Fu sepolto nel monastero e anche da morto la sua salma seguì le vicende dalla comunità monastica come per il corpo del Beato Pellegrino (Antonio Manzoni). Dal 1864 il corpo è custodito nella parrocchia dell’Immacolata, presso l’altare di S. Antonio, ma non gode in diocesi di propria festa e ufficiatura.

* * *


La chiesa della Madonna Immacolata conosciuta anche come chiesa di Santa Maria Iconia, è un edificio religioso che si erge in borgo Portello, ora via Belzoni a Padova.

L'attuale chiesa fu principiata nel 1854 per volere di don Antonio Troilo su progetto in tardo stile neoclassico dell'architetto Tosini. Si intendeva erigere una nuova sede parrocchiale a sostituzione della chiesa di Ognissanti (che ebbe il titolo di parrocchiale a seguito delle legislazioni napoleoniche) per agevolare quei fedeli che già negli anni '30 dell'Ottocento lamentavano dell'eccessivo decentramento della chiesa di Ognissanti. Si occupò in parte lo spazio della vecchia chiesa di Santa Maria Iconia, a cui i portellati erano molto legati, dando così un senso di continuità alla nuova costruzione che fu inaugurata il 28 novembre 1864. Prima fu titolata ad Ognissanti, ma poi assunse il nome di Immacolata. Nella chiesa confluirono gli arredi e suppellettili delle chiese di Ognissanti e della Beata Elena, tra cui i corpi del Beato Ongarello e del beato Antonio Manzoni detto "il Pellegrino". Oggi la parrocchiale appartenente al vicariato della Cattedrale. È assoggetta alla parrocchia la chiesa della Beata Elena con i titolo di oratorio e la cappella dell'istituto del Sacro Cuore.

 

FONTI:

* AA. VV. - Santi e Beati della Diocesi di Padova - Gregoriana Libreria Editrice

* Grenci Damiano Marco – archivio privato agiografico e iconografico (1977 – 2016)

* sito web, mattinopadova.gelocal.it

* sito web, diocesipadova.it

* sito web, wikiipedia.it

giovedì 9 giugno 2016

Santa Procula Martire, la santa di Gannat





"Sainte Procule", in francese, martire sconosciuta, ma venerata. A Gannat, in Alvernia, è venerata da tempo remotissimo. Una santa festeggiata ben due volte l’anno: il 9 luglio, giorno della traslazione delle reliquie, e il 13 ottobre, giorno del martirio, dies natalis.


Santa sconosciuta, perché di lei si sa molto poco, senza date e senza luoghi. Difatti, vergine cristiana, data in sposa dai genitori contro il suo volere, fugge in montagna. Raggiunta dal promesso sposo, si rifiuta di ritornare, e viene decapitata. Ella quindi, prende la sua testa e si reca da un certo sacerdote Paolo, di una vicina chiesa, ai cui piedi depone il suo capo.
 
 
Una santa cefalofora, di culto locale, di cui non si hanno altre notizie.

martedì 7 giugno 2016

San Giovanni il Russo, "amico di Cristo"





Apolitkion del Santo:

"Colui che ti ha chiamato dalle regioni terrestri a quelle celesti anche dopo la tua morte conserva il tuo corpo integro, o giusto. Mentre eri condotto prigioniero in Asia, sei divenuto amico di Cristo. Ora supplicalo di salvare le anime nostre".
 
per la vita, leggi QUI

lunedì 6 giugno 2016

Il Santo assassino: Carino Pietro da Balsamo

 
 
 
 
 
                                 
Con i suoi oltre 75 mila abitanti, Cinisello Balsamo è il terzo comune della provincia di Milano dopo il capoluogo e Sesto San Giovanni. Il suo sviluppo, dovuto alla fortissima immigrazione iniziata negli anni '50 per la vicinanza con le grandi industrie milanesi e le fabbriche di Sesto, ha in effetti stravolto l’identità e le caratteristiche fisiche dei due borghi agricoli originari, Cinisello e Balsamo, poi accorpati in un unico comune nel 1928 non senza resistenze degli abitanti soprattutto di Balsamo. Il primo borgo è l’erede della Cinixellum al tempo in cui le legioni romane conquistarono la Gallia Transpadana, mentre il secondo, circa tre miglia più a sud-est, deriverebbe il suo nome Balsemum o Balxanum da un’antica famiglia nobiliare milanese del X secolo. Tra i palazzoni moderni ancora resistono alcune vecchie case a corte, tipiche dei primitivi insediamenti.
 
Non so quanti dei laboriosi abitanti di questo hinterland milanese sappiano riferire qualcosa delle lotte religiose che nel Duecento misero in subbuglio la Lombardia e la stessa Milano. Mi riferisco all’eresia dei catari (o “uomini puri”), che in alternativa alla Chiesa cattolica di quel tempo, inquinata dal potere e dalle ricchezze, professavano un messaggio di salvezza e liberazione dalla soggezione al male. Per il rigore morale che li contraddistingueva, i catari, che si consideravano la vera Chiesa di Cristo e degli apostoli, esercitavano un grande fascino su quanti erano disgustati dal clero cattolico, spesso mediocre e corrotto. Inoltre essi avevano semplificato la liturgia, ammettendo un solo sacramento: il battesimo che, impartito agli adulti in prossimità della morte, assicurava il perdono dei peccati e la salvezza eterna.
 
Quando il dilagare dell’eresia e l’emorragia di fedeli furono accompagnate da un fatto di sangue come l’uccisione, nel 1208, del legato pontificio Pietro di Castelnau, papa Innocenzo III reagì col tribunale dell’Inquisizione e promuovendo la crociata che avrebbe segnato l’annientamento del catarismo prima in Lombardia e poi in tutta Europa (anche se non la fine delle eresie, sempre ripullulanti, magari con nomi diversi, a causa della incoerenza evangelica dei cristiani). Grande nemico dei catari fu il podestà di Milano Oldrado da Tresseno, intimo amico dell’inquisitore per la Lombardia Pietro da Verona. Uno dei motivi di rinnovata persecuzione nei riguardi dei catari fu appunto l’uccisione efferata di quest’ultimo, uomo integerrimo stimato da papa Innocenzo IV, nato da famiglia catara ma poi entrato a far parte dell’Ordine dei Frati Predicatori (i domenicani).
 
A questo punto verrebbe da chiedersi: cosa c’entra Cinisello Balsamo? Centra, perché alcuni potenti partigiani dei catari, che avevano deciso la soppressione dello scomodo frate, avevano assoldato come killer un tal Carino originario proprio di Balsamo. Per Pietro, di ritorno da Como a Milano insieme a un confratello, l’agguato era stato preparato nella foresta di Barlassina. Inizialmente Carino aveva con sé un complice, venuto poi meno al suo compito all’ultimo momento. Fu quindi costretto a consumare da solo il delitto: armato di un falcastro, una specie di lunga roncola da contadino, assalì i due religiosi, colpendo più volte Pietro e ferendo l’altro. La tradizione dice che in punto di morte la sua vittima intinse un dito nel sangue e scrisse per terra: «Credo». Era il sabato in albis del 3 aprile 1252.
 
Carino non la fece franca: fu raggiunto e imprigionato, ma riuscì ben presto a evadere. In fuga verso il Sud senza amici e denaro, attraversò tutta l’Emilia  Romagna. Ma a Forlì, gravemente ammalato e roso dal rimorso, dovette ricoverarsi nell’ospedale di San Sebastiano, frequentato dai domenicani del vicino convento. Ormai in fin di vita, confessò il suo delitto al priore, che credette al suo pentimento e gli diede piena assoluzione. Non solo: concesse a Carino, dopo una sorprendente guarigione, di essere affiliato al convento in qualità di penitente. Del resto anche altri due famosi catari del tempo, dopo la conversione, avevano vestito l’abito di san Domenico. Nei successivi quarant’anni Carino si prestò ai servizi più umili, non sappiamo se come semplice penitente o reale fratello converso dell’Ordine. Ironia della sorte: nei suoi lavori di giardinaggio adoperava una roncola simile a quella usata per l’omicidio. Si narra che fino all’anno della morte, il 1293, condusse una vita esemplare.
 
Quando iniziò a prendere piede il suo culto, dalla chiesa del convento le spoglie di lui vennero traslate nel duomo di Forlì. Nell’era moderna furono in parte restituite alla nativa Balsamo, e nel 1964 qui definitivamente riunite nella chiesa parrocchiale di San Martino. A Seveso invece, non lontano da Cinisello Balsamo, sorge il santuario con le venerate reliquie di san Pietro da Verona. In una teca dell’altare si conserva il falcastro utilizzato dal suo uccisore.
 
 
 
 
La figura del beato Carino da Balsamo ricorda per certi versi quella, secoli dopo, dell’assassino di santa Maria Goretti, Alessandro Serenelli, che in seguito al perdono ricevuto da lei in punto di morte si convertì e, dopo 27 anni di carcere, visse come giardiniere e portinaio in un convento di frati cappuccini delle Marche.
Tutta la vicenda è minutamente ricostruita nel bel libro di Marco Bulgarelli Il santo assassino, edito dalla San Paolo.  Scrive nella prefazione il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano: «Il miracolo della conversione che genera comunione rende possibile che, a pochi chilometri di distanza, oggi siano venerati sia l’ucciso che il suo assassino, diventati “uno” in Colui che è il Volto stesso della misericordia».
 
 
Interessante approfondimento: QUI

martedì 31 maggio 2016

A conclusione del Mese Mariano ...







CANTO

 

Lettore - I misteri del S. Rosario sono un aiuto per fissare il nostro sguardo su Gesù e orientare a Lui il nostro amore, accompagnati da Maria, che per Lui ha avuto l'amore più pieno e profondo di cui creatura sia capace.

Contemplare Gesù è il primo amore del cristiano. Ognuno contempla ciò che ama: «Là dov'è il tuo tesoro sarà il tuo cuore!».

Guardare a Gesù infante, a Gesù sofferente, a Gesù glorioso è la strada per lasciarsi trasformare dallo Spirito santo, lasciarsi rinnovare, convertire, diventare strumenti dell'opera di Dio nel mondo. Preghiamo per le tre intenzioni che ci siamo dati in questo mese mariano: il Papa, le Famiglie, le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa.

 

 

G.        Primo mistero: Maria riceve l'annuncio dall'arcangelo Gabriele

 

1 Lettore        L'angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una vergine la Vergine si chiamava Maria.

 

2 Lettore        Maria sa che Dio c'è, e che Dio ama, e che Dio parla per amare e per chiedere amore. Ella cerca perciò di ascoltarlo. Ma quando Dio parla è sempre una sorpresa, soprattutto perché Dio chiede ciò che non si pensa di dover dare. Dio chiede a Maria tutta la vita, le chiede una disponibilità totale.

 

Maria l’annuncio celeste ascoltò

E il figlio di Dio in lei s’incarno. Ave…

 

Pater, 10 Ave, Gloria

 

G.        Secondo mistero: Maria si reca da Elisabetta

 

1 Lettore        In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna. Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta.

 

2 Lettore        Voglio imparare da Maria a contemplare il mio Dio buono e fedele e a trovare in Lui i motivi della mia serenità e della mia gioia, per poter servire con libertà i fratelli che incontro.

 

Ai monti di Giuda Maria salì

E il grande mistero di grazia compì. Ave …

 

Pater, 10 Ave, Gloria

 

G.        Terzo mistero: Gesù nasce a Betlemme

 

1 Lettore        Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto nell'albergo.

 

2 Lettore        L'amore di Maria e Giuseppe per il Padre non si arresta di fronte alla difficoltà del rifiuto degli uomini e né di fronte alla povertà della stalla. Essi continuano ad amare e questo amore è libertà, veramente libero in Dio.

 

La Madre beata sul fieno adagiò

Il Bimbo divino e poi l’adorò. Ave …

 

Pater, 10 Ave, Gloria

 

G.        Quarto mistero: Gesù presentato e offerto a Dio nel tempio

 

1 Lettore        Secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore.

 

2 Lettore        Il bambino, dono dato da Dio e riconsegnato a Lui, attirerà nella sua offerta molti cuori, nonostante il prezzo che verrà chiesto ad essi: rinnegare se stessi, fino a lasciarsi trapassare dalla spada, come è stato detto alla Madre.

 

Col Bimbo Maria al Tempio salì

E il vecchio profeta li vide e gioì. Ave …

 

Pater, 10 Ave, Gloria

 

G.        Quinto mistero: Gesù tra i dottori della legge nel tempio 

 

1 Lettore        Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.

 

2 Lettore        Un avvenimento strano nella vita del Figlio di Dio. Com'è stato possibile? Solo una svista dei genitori? E Lui non s'accorgeva che passavano i giorni e le notti? 

Non abbiamo altra risposta di quella che Egli ha dato: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».

 

Gesù tra i Maestri nel Tempio restò,

tre giorni la Madre per Lui trepidò. Ave…

Pater, 10 Ave, Gloria

 

Salve Regina (cantata)

Pater, Ave, Gloria

Requiem

 

Omelia

Litanie Lauretane

 

G.    - Madre del silenzio,

Tutti - che custodisce il mistero di Dio,

liberaci dall'idolatria del presente,

a cui si condanna chi dimentica.

Purificaci gli occhi con il collirio della memoria:

torneremo alla freschezza delle origini,

per una Chiesa orante e penitente.

 

Madre della bellezza,

che fiorisce dalla fedeltà al lavoro quotidiano,

 destaci dal torpore della pigrizia,

della meschinità e del disfattismo.

Rivestici di quella compassione che unifica e integra:
 
scopriremo la gioia di una Chiesa serva, umile e fraterna.

 

Madre della tenerezza,

che avvolge di pazienza e di misericordia,

aiutaci a bruciare tristezze, impazienze e

rigidità di chi non conosce appartenenza.

Intercedi presso tuo Figlio

perché siano agili le nostre mani,

i nostri piedi e i nostri cuori:

edificheremo la Chiesa con la verità nella carità.

Madre, saremo il Popolo di Dio,

pellegrinante verso il Regno. Amen.

Da: Preghiera a Maria, Madre del silenzio di Papa Francesco

Benedizione - CANTO

domenica 29 maggio 2016

La Santa Spina di Bari, ha rinnovato il prodigio!






Dopo la notizia della Santa Spina di San Giovanni Bianco e di Andria, eccoci a quella di Bari, che ha avuto meno eco mediatica delle precedenti.
 
La Sacra Spina, è indubbiamente la più venerata fra le reliquie della Basilica dopo quelle di S. Nicola. Se nel XII e XIII secolo prevale quella di S. Tommaso Apostolo, a partire dal XIV secolo la Sacra Spina emerge fra le numerose reliquie della Passione di Cristo. Fu composta anche la liturgia della “Corona del Signore”, e fu inserita in tutti i Rituali della Basilica sia manoscritti che a stampa. In quello del 1744 la sua ufficiatura è seconda solo a quella di S. Nicola. In Puglia è famosa anche quella di Andria. Il reliquiario di Carlo II d’Angiò (1301), trasformato nel XVII secolo, fu corredato nel 1856 di una bella base dal conte Massenzio Filo. Secondo la tradizione, allorché la festa dell’Annunciazione (25 marzo) cadeva di venerdì santo la punta della spina prendeva il colore rosso sangue. (Fonte)
 
Anche la S. Spina di Baria, monitorata e fotografata ha compiuto il miracolo, come riporta il Bollettino di San Nicola 2\2016.

domenica 22 maggio 2016

San Liviero, Liberio o Oliviero, monaco O.S.B. anconetano





Un interessante santino edito in Francia, ma raffigurante un raro santo venerato in Italia: San Liviero, Liberio o Oliviero, monaco O.S.B. anconetano, sepolto nella cattedrale di San Ciriaco di Ancona.
 
Iconografia infantile, ma interessante come soggetto, direi raro.
 
 
* * *

Secondo un'antica tradizione della Chiesa anconitana, riportata dai cronisti del luogo, Liberio condusse vita eremitica, durante il sec. V, nei dintorni della città d'Ancona, ove già si indicava una grotta in cui egli trascorreva il tempo nella contemplazione e nella penitenza. Fu sepolto nella chiesetta di S. Silvestro, situata nel suburbio, e la sua tomba fu oggetto di venerazione e meta di pellegrinaggi.
Essendo la chiesetta, a cui era stato dato il titolo di S. Liberio, esposta agli attacchi dei pirati, il corpo fu trasferito nella parte piú sicura ed elevata della città, presso la chiesa di S. Lorenzo, ove sorge attualmente la cattedrale di S. Ciriaco. Tanta importanza ebbe il culto di Liberio fin dall'antichità che il suo corpo fu per secoli conservato nel famoso sarcofago paleocristiano, appartenente in origine al magistrato imperiale Flavio Gorgonio. Successivamente, la figura di Liberio nei monumenti iconografici apparve vicino a quella dei santi patroni locali, s. Ciriaco e s. Marcellino; ciò spiega anche la fioritura di racconti leggendari, che si ebbe nei tardi secoli del Medioevo e la confusione e le incertezze che questi hanno creato intorno alla personalità storica del santo.
Gli Atti, che ne possediamo e a cui si sono ispirate anche le lezioni del Proprium anconitanum, contengono, secondo il giudizio del bollandista Papebroch, elementi chiaramente favolosi e non risalgono oltre il sec. XIII; non è da accettarsi, peraltro, l'ipotesi dello stesso, che il santo sia un eremita o canonico del sec. XIII. Basti ricordare che l'invocazione in onore di s. Liberio appare nei frammenti di alcuni "usi liturgici" anconitani, certamente anteriori al mille; una chiesa in suo onore è ricordata in un documento del 1051 e la figura del santo appare accanto a quella di altri santi anconitani in una lastra graffita del sec. XI-XII.
Una solenne ricognizione delle reliquie del santo avvenne nel 1756, sotto il vescovo Mancinforte, che le volle in seguito esposte alla pubblica venerazione in un'urna marmorea della cripta dei santi protettori presso la cattedrale di S. Ciriaco, ove si conservano attualmente.

by Mario Natalucci