lunedì 17 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (1)



Santi Cosma e Damiano
Chiesa in San Damiano di Brugherio (MB)


17 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI

O insigni Medici, Martiri Cosma e Damiano, voi che in vita, esercitando l'arte medica con ammi­rabile carità e disinteresse, spargeste a piene mani tesori di bontà e di misericordia, ora che siete presso Dio, volgete i vostri sguardi pietosi su di noi. Mirate, o gloriosi Santi, quanti mali spirituali e temporali ci op­primono, e stendeteci benigni la vostra mano soccorritrice. Libe­rateci dai giusti castighi che ci possono giungere a causa dei nostri peccati. Difendeteci da tanti nemici visibili e in­visibili, che insidiano la nostra eterna salvezza. Allontanate da noi tante infermità che amareggiano la vi­ta. Confortateci nelle angustie; confermateci nei santi de­sideri e mantenete ben radicata e ferma nei nostri cuori la fede vera, l'umiltà, l'intrepida fortezza, la rassegnazione alla divina volontà e la perseveranza nel santo proposito di vivere e morire per Gesù Cristo. Queste grazie, o Santi nostri intercessori, ottenete dal Si­gnore non solo per noi, ma anche per le nostre famiglie, per i nostri amici e per i nemici. Così protetti nell'anima e nel corpo, potremo qui in terra dare gloria a Dio, ono­re a voi, e venire un giorno lassù nel cielo a godere la vi­sione beatifica di Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

L'impressione delle Sacre Stimmate






L’antico Martirologio Romano e l’odierno santorale francescano in data 17 settembre si ricorda: “La memoria del’impressione delle sacre stimmate, che meravigliosa grazia di Dio sul Monte de La Verna in Toscana furono impresse nelle mani, nei piedi e nel costato di San Francesco, istitutore dell’Ordine dei Minori”.


"Non siamo degni di chiederti
che le tue stimmate si imprimano visibilmente nel nostro corpo,
come già sul corpo
Né osiamo desiderare
di portarle segretamente,
favore che accordasti
alla tua sposa Caterina da Siena,
come ella per umiltà
te ne aveva pregato.
Questi sono doni e favori specialissimi,
conferiti soltanto a coloro che con l’esercizio delle più esimie virtù
e con una carità
intensissima si disposero a riceverli.
Ma ti supplichiamo almeno di questo:
che tu infiammi
del tuo amore i nostri cuori, […]
Cosicché, portando nel nostro corpo la tua morte,
anche la tua vita si manifesti in noi
e, partecipando alla tua Passione,
meritiamo di partecipare alla tua gloria". Amen.

(San Carlo Borromeo, Duomo, 9 marzo 1584)

San Satiro di Milano

fratello e collaboratore di S. P. Ambrogio




Confessore del IV secolo San Satiro, fratello di Sant'Ambrogio. Fratello amato e devoto, servizievole e utile. Sentiamo che cosa dice di lui Sant'Ambrogio, nell'elogio funebre del fratello:

«Che cosa farò ora che ho perduto tutta la dolcezza, tutto il conforto, tutta la bellezza della mia esistenza! Tu solo eri il mio conforto nell'intimità, e fuori di questa il mio orgoglio. Eri tu a decidere quando dovevo deliberare; eri tu che partecipavi ai miei affanni, allontanavi le mie inquietudini, scacciavi le mie pene. Tu eri l'avvocato delle mie azioni, il difensore delle mie intenzioni. E grazie a te che potevano placarsi le mie inquietudini private e le mie preoccupazioni pubbliche... Potrei forse non pensare a te, o pensarti senza piangere?».

C'era infatti molto affetto tra i figli del Prefetto del pretorio della Gallia: Marcellina, sorella primogenita, e i fratelli Satiro e Ambrogio. Un affetto che si traduceva in una comunanza di intenti e di opere, in un reciproco e tacito aiutarsi l'uno con l'altro, secondo le necessità e i tempi. Dei tre fratelli Satiro fu forse il più brillante d'ingegno. Quando la famiglia si stabilì a Roma, dopo la morte del padre, il ricco pagano Simmaco prese Satiro sotto la propria protezione, trattandolo come un figlio - un figlio di cui poteva andar fiero. Avviato alla carriera di giurista e di amministratore, Satiro infatti brillò nei tribunali, si distinse nelle cariche pubbliche, fu governatore di una provincia, e, cosa piuttosto rara seppe farsi amare dalla popolazione da lui governata con giustizia e generosità. Frugale, schivo, virtuoso, non si sposò mai, per dedicarsi con piena libertà al suo lavoro e anche per non separarsi, creandosi una famiglia propria, dal affetto della sorella e del fratello. Padrone di molti beni, visse come un povero, in ammirevole semplicità. Anima naturalmente cristiana, visse a lungo come catecumeno, in attesa cioè del Battesimo. Del resto anche il fratello minore non era ancora battezzato quando, a voce di popolo fu eletto Vescovo di Milano, verso il 374. Da allora, il fratello Vescovo affidò al maggiore la cura dei beni temporali della diocesi: né avrebbe potuto trovare amministratore più saggio, fedele e disinteressato. Proprio per recuperare certi beni, indebitamente sottratti da un certo Prospero alla Chiesa milanese, Satiro intraprese un faticoso viaggio in Africa, che per poco non gli fu fatale. La nave sulla quale viaggiava fece infatti naufragio, e Satiro si salvò a nuoto, portando, appese al suo collo di catecumeno, le specie eucaristiche che alcuni cristiani avevano a bordo. Pare che in quell'occasione facesse voto a San Lorenzo di prendere il Battesimo se si fosse salvato. Infatti, giunto in Africa, Satiro ricevette il sacramento che lo faceva compiutamente cristiano. Poi, portata a termine la sua missione, rientrò altrettanto avventurosamente a Roma salutò Simmaco, e procedette per Milano, nonostante che la città fosse minacciata dai barbari. Dolcissimo fu l'incontro con il fratello Ambrogio e con la sorella Marcellina. Dolcissimo, ma breve. Poco dopo, infatti, forse nel 379, egli morì nelle loro braccia, lasciando tutti i suoi beni al fratello Vescovo, il quale li passò ai poveri.

domenica 16 settembre 2012

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)





“il tuo Spirito Santo ci aiuti
a credere con il cuore,
e a confessare con le opere”.

Così abbiamo pregato, or ora con l’orazione Colletta.
È chiaro cosa vuol dire credere; con il cuore, è un rafforzativo che dice con tutta la persona e in profondità; una fede non di superficie, ma reale.

Un po’ più difficile il termine confessare, perché fa pensare al sacramento della confessione e quindi dà un senso di segreto e di intimità, in realtà, è qualcosa di opposto: il confessore, in questo caso, è il testimone della fede che vive pubblicamente il suo credere, concretizzandola attraverso le opere, cioè i gesti che dicono il segreto del cuore.

Il Vangelo di questa domenica coglie questi punti: credere e confessare in opere.

«Ma voi, chi dite che io sia?». Chiede Gesù hai dodici?

Dal cuore di Pietro sgorga la professione di fede. «Tu sei il Cristo».

La fede non è uno slogan, ma deve compie un cammino, come racconta l’evangelista Marco:

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.

La fede obbedisce ad una volontà, come racconta l’evangelista Marco e il profeta Isaia:

“E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”.

“Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso”.

La fede diventa vita, come ci ricorda l’apostolo Giacomo:

“A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta”.

Alla luce della Parola di Dio di questa domenica potremmo dire anche noi come il salmista, in una verifica di vita:“Io camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi”. Amen!

Il fiele e l'aceto






“Gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. (Mt 27,34)
E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. (Mt 27,48)
e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. (Mc 15,23)
Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». (Mc 15,36)
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca”. (Gv 19,29)

Ecco i versetti,
Si parla di aceto, e una volta di vino e fiele e di vino e mirra.

L’evangelista Marco è più preciso nel riferire la miscela, composta da vino e mirra.

L’evangelista Matteo, invece, riferisce di vino e fiele. Può darsi che “Matteo”, parlando di fiele, intendesse rimarcare il sapore amaro della mirra. Molto più probabile è che il traduttore in greco da un testo originale semitico abbia confuso il termine aramaico mōrā, “mirra”, con mērorāh, “fiele” (Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, nota al par. 605; 1941).

L’antico Trattato giudaico sul Sinedrio (Sanhedrin, 43 a) riporta: “Quando un uomo deve essere giustiziato, gli si permette di prendere un grano di incenso in un calice di vino per perdere la coscienza (…). Le nobildonne di Gerusalemme si incaricano di questo compito” (Messori, Patì sotto Ponzio Pilato?, cap. XXVI, 1992).

Avrà un nome questa bevanda? Certamente era una bevanda per far perdere la coscienza.
Il rifiuto di Gesù è segno che Egli vuole vivere fino in fondo la Passione con coscienza, perché non subisce, ma accoglie la volontà del Padre.

Una curiosità. Scrive la beata Caterina Emmerick, nelle sue rivelazioni sulla Passione:
“I carnefici avevano portato due vasi di color bruno, dei quali uno conteneva aceto e fiele e un altro vino mescolato a fiele. Da quest'ultimo ne presentarono una coppa a Gesù, che bagnò appena le labbra riarse, ma non bevve”.


sabato 15 settembre 2012

Ave Maria, piena di dolori ...



Beata Vergine Maria Addolorata
Parrocchia S. Maria
Cascia (PG)


"Ave Maria, piena di dolori,
il Crocifisso è con Te,
addolorata sei Tu fra le donne
e addolorato è il frutto del tuo seno Gesù!
Santa Maria, Madre del Crocifisso,
ottieni lacrime di compunzione a noi,
crocifissori del Figlio tuo,
adesso e nell’ora della nostra morte.
Amen”.

venerdì 14 settembre 2012

GIUSTINA MARTIRE ROMANA: la "Santa" di Bellusco






Il Corpo Santo denominato “S. Giustina V. M.” proviene dalla Catacomba di Calepodio in Roma ed è stato donato alla Parrocchia di S. Martino in Bellusco per interessamento del parroco Don Luigi Alemanni.




Le Catacombe romane, abbandonate per un lungo periodo a causa delle invasioni barbariche, furono riscoperte a partire dall’anno 1578, suscitando un enorme entusiasmo nel popolo cristiano. E’ noto che le Catacombe sono state i Cimiteri della primitiva comunità cristiana nelle quali furono deposti anche molti Martiri: esse allora divennero testimonianza viva e concreta di Cristiani che vissero così profondamente la loro fede da accettare la morte piuttosto che tradire il Signore.
Poiché molte Chiese hanno desiderato avere un segno di questa eroica testimonianza, seguendo alcuni criteri per l’identificazione e col consenso dei Sommi Pontefici, dalle Catacombe si estrassero molti “Corpi Santi” destinati alla pubblica venerazione.
La riscoperta delle Catacombe nel secolo XVI venne considerata un avvenimento provvidenziale per la Chiesa capace di sottolineare fortemente il culto dei Santi e delle loro Reliquie in un momento in cui veniva fortemente contestato.
Il Popolo Cristiano accolse sempre queste sacre reliquie in un clima di festa e con grande  devozione: esse infatti costituivano per i fedeli il segno della fedeltà al Signore fino all’estremo sacrificio e l’espressione della comunione con la Chiesa di Roma “che presiede nella carità a tutte le Chiese”.
Con il dono di un Corpo Santo venivano anche offerte indicazioni precise circa il culto da prestargli: il Corpo Santo deve essere custodito nella chiesa con rispetto e con decoro, le sue reliquie sono poste in venerazione con la possibilità di celebrare in suo ricordo unicamente la Messa in onore di tutti i santi Martiri.
C’è una particolare avvertenza per evitare un grave equivoco: non si può confondere il Corpo Santo denominato come “S. Giustina V. M.” con altri Santi dello stesso nome ricordati nel Martirologio Romano; in particolare non si può evidentemente identificare con S. Giustina Martire commemorata il 7 ottobre.




L’augurio è che la presenza di queste Sacre Reliquie favoriscano un accrescimento della fede in Gesù Cristo e la forza per testimoniare il Signore anche nelle difficoltà dei nostri giorni.

Alcune date:

- Inizio del 1700, "inventio" presso la catacomba di Calepodio in Roma.

- 1702, Papa Clemente XIII, ne fa dono all'abate Don Piero Scotti di Milano.

- 9 gennaio 1703, autentificazione da parte della Curia Ambrosiana.

- 27 luglio 1808, arrivo alla parrocchia di S. Martino di Bellusco.

- 2 agosto 1815, decreto papale che accorda la celebrazione della festa annuale.

- II domenica di Settembre, data della festa e sagra di Santa Giustina V. M.

La sapienza dei santi, la Croce!





"Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”. (1Cor 2,2)

Queste parole di San Paolo alla comunità cristiana di Corinto dovrebbero essere scritte a caratteri di fiamma nella mente e nel cuore di ogni cristiano. Perché?
Perche noi siamo cristiani in quanto Gesù Cristo si è fatto crocifiggere per noi, e quindi redenti dalla sua morte in croce.
Il Crocifisso e segno di gloria e di pena: la via della Croce è la via della bellezza del discepolo:
Lo dice in una maniera così sua S. Agostino:
"Gesù pende deforme sulla croce: ma la deformità Sua sarà la tua bellezza....Ti riformerà la deformità di Cristo".
Quindi per essere salvi, dobbiamo imparare da Lui, essere con Lui una cosa sola!
La passione di Cristo, il contemplare il Volto del Crocifisso è il segreto.
I santi sono Santi, perché si sono preoccupati di scoprire il segreto.
Si sono rivestiti delle sofferenze ineffabili di Gesù, per riviverle nella loro carne, nel loro cuore: hanno avuto, come Paolo, la sapienza della Croce.
La santità dei Santi è nata in primo luogo nella vera compassione dei dolori di Cristo, e hanno giurato a se stessi di non far più piangere il Divin Crocifisso: ma anzi hanno cercato ci consolarlo, imitando il suo esempio.

giovedì 13 settembre 2012

San Giovanni Crisostomo



San Giovanni Crisostomo
Vescovo e Dottore della Chiesa
Basilica di S. Maria Maggiore
Bergamo


Sapete chi è il Santo di oggi?
Cosa vuol dire “Crisostomo”?
“Crisostomo”, vale a dire “bocca d'oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato da suo parlare, ma non perché abbindolava le persone …
Nato ad Antiochia tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre insegnate pagano Libanio.
Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.
Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo San Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un'intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un'identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).
Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell'impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci (=vendevano i beni spirituali in cambio di denaro), combatté l'usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l'accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l'arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l'amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4).
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. (Lc 6)
Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L'inimicizia nei suoi confronti crebbe con l'ascesa al potere dell'imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l'appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all'esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all'esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali.
Giovanni fece appello al papa Sant’Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell'Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407.
“Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.
Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall'esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell'abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.
“l’amore edifica” (1 Cor 8), edificati dall’amore per Chiesa e per la Verità di San Giovanni Crisostomo, chiediamo a Gesù la grazia di vivere la sapienza che sgorga dal vangelo. Amen!

Di sublime eloquenza ...



San Giovanni Crisostomo ritorna dall'esilio


“Memoria di san Giovanni, vescovo di Costantinopoli e dottore della Chiesa, che, nato ad Antiochia, ordinato sacerdote, meritò per la sua sublime eloquenza il titolo di Crisostomo e, eletto vescovo di quella sede, si mostrò ottimo pastore e maestro di fede. Condannato dai suoi nemici all’esilio, ne fu richiamato per decreto del papa sant’Innocenzo I e, durante il viaggio di ritorno, subendo molti maltrattamenti da parte dei soldati di guardia, il 14 settembre, rese l’anima a Dio presso Gumenek nel Ponto, nell’odierna Turchia”. (M.R.)


Vescovo Giovanni,
pastore della Chiesa indivisa,
fedele a Cristo e alla sua Chiesa,
prega il Buon Pastore,
affinché ritorni l’unità dell’unico gregge di Gesù,
a gloria a Dio. Amen!
 

mercoledì 12 settembre 2012

Santo Nome di Maria





Martirologio Romano, 12 settembre: Santissimo Nome della beata Vergine Maria: in questo giorno si rievoca l’ineffabile amore della Madre di Dio verso il suo santissimo Figlio ed è proposta ai fedeli la figura della Madre del Redentore perché sia devotamente invocata.

Dopo la festa della Natività della Santissima Vergine (8 settembre), la Chiesa consacra un giorno ad onorare il santo nome di Maria per insegnarci attraverso la liturgia e l'insegnamento dei santi, tutto quello che questo nome contiene per noi di ricchezze spirituali, perché, come quello di Gesù, lo abbiamo sulle labbra e nel cuore.

La memoria del S. Nome di Maria, celebrata il 15 settembre, entra nel calendario diocesano di Cuesca in Spagna nel 1513 con approvazione di Papa Giulio II. Tale concessione viene soppressa da san Pio V, ma fu ripristinata successivamente Papa Sisto V nel 1587 che spostò la celebrazione al 17 dello stesso mese. Fu papa Gregorio XV che nel 1622 estese la festa a tutta l’Arcidiocesi di Toledo, mentre nel 1671 Papa Clemente X confermò la celebrazione a tutta la Spagna, al Regno di Napoli e a Milano.

Con molte feste mariane e non solo (si pensi alla Trasfigurazione di Gesù), anche il santo nome di Maria, ha un suo retroscena storico, una battaglia la cui vittoria è attribuita all’intercessione dalla Madre di Dio. Il Beato Innocenzo XI nel 1685 estese la festa a tutta la Chiesa e scelse il giorno del 12 Settembre, giorno dell’alleanza tra l’Imperatore Leopoldo I d’Austria ed il Re di Polonia Giovanni III Sobieski, avvenuta ufficialmente in quel giorno del 1683; l’alleanza che portò alla liberazione di Vienna dall’assedio dei turchi, avvenuta il 17 Settembre del 1683.

Nell’arco dei secoli ci sono state molte interpretazioni sul significato del nome; secondo alcuni rabbini Maria deriva dall’ebraico Miryam, dalla radice Mrr, cioè essere amaro, sostenendo che Maria, sorella di Mosè fu chiamata così perché appena nacque il faraone cominciò a rendere amara la vita degli israeliti, inoltre alcuni studiosi cristiani hanno messo in risalto l’amarezza provata da Maria, nell’opera di redenzione portata avanti dal figlio a caro prezzo.
Un’altra interpretazione dice che Maria deriverebbe da Moreh, in ebraico Maestra o Signora e da Yam, cioè Mare; da qui Maestra e Signora del Mare, come disse S. Ambrogio, sarebbe proprio Maria ad aiutarci ad attraversare questo mare per raggiungere il cielo, questa è una tesi avallata anche ad esempio da San Girolamo e Sant’Epifanio.

San Gregorio Taumaturgo invece, ipotizza che Maria sia composto da Mor, in ebraico Luce e da Yam, come avevamo visto prima, Mare; da qui nasce la teoria del nome di Maria Stella del Mare.

Scrive a tal proposito S. Bernardo di Chiaravalle:
“O tu che nell’instabilità continua della vita presente t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste
senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere travolto dalla bufera. Se insorgono i venti delle tentazioni e se vai a sbattere contro gli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria! Se i flutti dell’orgoglio, dell’ambizione, della calunnia e dell’invidia ti spingono di qua e di là, guarda la stella, invoca Maria! Se l’ira, l’avarizia, l’edonismo squassano la navicella della tua anima, volgi il pensiero a Maria! Se turbato per l’enormità dei tuoi peccati, confuso per le brutture della tua coscienza, spaventato al terribile pensiero del giudizio, stai per precipitare nel baratro della tristezza, e nell’abisso della disperazione, pensa a Maria! Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria! Maria sia sempre sulla tua bocca e nel tuo cuore. E per ottenere la sua intercessione, segui i suoi esempi.  Se la segui non ti smarrirai, se la preghi non perderai la speranza, se pensi a lei non sbaglierai. Sostenuto da lei non cadrai, difeso da lei non temerai, con la sua guida non ti stancherai, con la sua benevolenza giungerai a destinazione”.

Invece, San Luigi Maria Grignion da Montfort, riprende una vecchia teoria in cui Moreh, sarebbe tradotto in Prima Pioggia Stagionale, considerando Maria, come colei che manda dal cielo una pioggia di grazia, essendo lei stessa una pioggia di grazia.

L’ultima teoria accreditata sull’origine del nome di Maria, vede la traduzione ebraica di Marom, in Altezza, Excelsis; nel Vangelo di Luca (Lc 1,78) leggiamo: “Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall'alto”, questo versetto in base al testo greco e alla retro visione in ebraico può essere così compreso: Cristo è il sole che sorge che viene dall'alto (il Padre) oppure ci ha visitati un sole che sorge dall'alto, cioè da Maria.






Ad ogni modo non ci è dato di sapere qual è la corretta origine del Santissimo Nome di Maria, come dice S. Alberto Magno: “Il nome di Maria ha quattro significati: illuminatrice, stella del mare, mare amaro, signora o padrona”, in ognuna di queste ipotesi possiamo trovare il significato che la Fede ci suggerisce.


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* Le immagini sono prese da: FONTE

martedì 11 settembre 2012

IL MARTIRE ROMANO CLEMENTE

venerato a Cefalù (PA)



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Il Corpo Santo denominato “S. Clemente M.” proviene dalle Catacombe di Roma ed è stato donato alla Parrocchia della cattedrale di Cefalù (PA).

Le Catacombe romane, abbandonate per un lungo periodo a causa delle invasioni barbariche, furono riscoperte a partire dall’anno 1578, suscitando un enorme entusiasmo nel popolo cristiano. E’ noto che le Catacombe sono state i Cimiteri della primitiva comunità cristiana nelle quali furono deposti anche molti Martiri: esse allora divennero testimonianza viva e concreta di Cristiani che vissero così profondamente la loro fede da accettare la morte piuttosto che tradire il Signore.

Poiché molte Chiese hanno desiderato avere un segno di questa eroica testimonianza, seguendo alcuni criteri per l’identificazione e col consenso dei Sommi Pontefici, dalle Catacombe si estrassero molti “Corpi Santi” destinati alla pubblica venerazione.
La riscoperta delle Catacombe nel secolo XVI venne considerata un avvenimento provvidenziale per la Chiesa capace di sottolineare fortemente il culto dei Santi e delle loro Reliquie in un momento in cui veniva fortemente contestato.

Il Popolo Cristiano accolse sempre queste sacre reliquie in un clima di festa e con grande  devozione: esse infatti costituivano per i fedeli il segno della fedeltà al Signore fino all’estremo sacrificio e l’espressione della comunione con la Chiesa di Roma “che presiede nella carità a tutte le Chiese”.

Con il dono di un Corpo Santo venivano anche offerte indicazioni precise circa il culto da prestargli: il Corpo Santo deve essere custodito nella chiesa con rispetto e con decoro, le sue reliquie sono poste in venerazione con la possibilità di celebrare in suo ricordo unicamente la Messa in onore di tutti i santi Martiri.

C’è una particolare avvertenza per evitare un grave equivoco: non si può confondere il Corpo Santo denominato come “S. Clemente M.” con altri Santi dello stesso nome ricordati nel Martirologio Romano; in particolare non si può evidentemente identificare con S. Clemente Papa e Martire commemorato il 23 novembre.

L’augurio è che la presenza di queste Sacre Reliquie favoriscano un accrescimento della fede in Gesù Cristo e la forza per testimoniare il Signore anche nelle difficoltà dei nostri giorni.

** Immagine da collezione privata (G.B.A. e D.M.G.)