lunedì 9 marzo 2026

"Vieni!" L'Essere è santità.


Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di Memores Domini - Milano, 21 aprile 2002

Leggendo il breviario, in questi giorni, mi è balzata all’occhio l’importanza di una cosa che, per sé, potrebbe non dir nulla di nuovo: è la parola «Vieni» (son contento che alcuni di voi l’abbiano sottolineata)1. Gli angeli che dominano lo sviluppo dell’Ascensione, gli angeli che rappresentano il giudizio ultimo sulle cose, di fronte all’umanità usano il loro compito per dire la parola «Vieni»; la somma di quel che dicono, l’urgenza che rendono impellente è la parola «Vieni».


La parola «Vieni» è di capitale importanza, vuol dire che l’uomo è incompleto. E la percezione della propria incompiutezza sta alla base di tutto. È l’incompiutezza di un bambino per una necessità che sente, davanti alla quale non è capace di far niente: per un bambino, questa necessità di compiere quello che è inadempibile è la confessione di una mancanza e la proclamazione dell’attesa di una risposta a questa mancanza, di un compimento di questa mancanza.

«Vieni, vieni, vieni» dicono i quattro angeli all’inizio della storia del paradiso. Ma - mi chiedevo mentre sentivo anche la citazione che ne facevate questa mattina, attraverso i vostri interventi così interessanti, così psicologicamente e intellettualmente ricchi - cosa vuol dire allora «Vieni», se tutta la coscienza della nostra vita e della vita del mondo ha una portata solo se ci fa gridare «Vieni»? «Vieni» nasce dalla realtà della nostra incompetenza, del nostro limite, della nostra contraddizione con ciò che ci fa essere e che fa essere le cose: è come un passo sgarbato nello stabilire un rapporto fra l’origine nostra e l’attuazione nostra, fra l’origine e l’attuazione; è una sgarbatezza profonda verso la propria origine.

Prima di trarre le conseguenze di questa osservazione, prima di trarre le conseguenze drammatiche, ma ricche, di questa osservazione, dico che c’è un’ingiustizia enorme, c’è un’ingiustizia che sta nel portare alla bocca un pezzo di pane, o nel portare al cuore una domanda di affezione e di proiettare nel futuro la speranza di una grandezza propria (che si affermi e il mondo recuperi e rinnovi, riconosca insomma), senza ammettere la propria incompiutezza.

«Vieni» cosa vuol dire? C’è una parola che, da sola, esaurisce l’origine e l’attuarsi del «Vieni», ed è la parola «santo».

«Vieni»: il Dio dell’Ascensione deve diventare oggetto del «Vieni» e basta. Tutto quello che si può dire, che avete detto e che si potrebbe dire ancora, tutto questo non è niente rispetto a questa posizione che il verbo usato dall’Apocalisse annuncia: «Vieni». «Vieni» vuol dire che in me c’è una incapacità, una impossibilità all’attuazione, alla comprensione e all’attuazione dei rapporti nei quali consistono le nostre ore di vita.

«Santità» è l’unica parola che salva il Mistero nella sua realtà originale, nella sua realtà di origine di tutto e nella sua verità come capacità di vita di questa origine: «Vieni» è il desiderio della santità, è l’attesa e la domanda della santità. Della santità, perché la santità è Dio. Ma la santità è Dio come Mistero, è il nesso che il mistero di Dio stabilisce più sensibilmente, più visibilmente, di fronte a ogni cosa, a ogni istante che si apre per noi.

Santità: «Vieni, perché mi manca». Mi manca: mi manchi e mi manca. La santità è tale proprio perché è Mistero. È la misteriosità di Dio che nella parola «santità» si enuncia, si declina: in qualsiasi momento è considerabile.

«Santità» vuol dire abbandono a una Presenza che ci supera in tutti i sensi e che non è neanche legata alle possibilità che il Mistero ci dà di rispondere a quelle sollecitazioni a cui ci tende.

Io vi prego di sottolineare l’unificazione di tutti i nostri punti di vista sotto questa parola: «Vieni», in questo grido: «Vieni!», di fronte a questa proposta suprema dell’Essere: «Vieni», dove l’Essere è santità, si chiama santità.

Se c’è una cosa che non comprendiamo, moralmente parlando, è la parola «santità». Ma un bacio dato al proprio figlio senza santità è turpe, è mentitore, o disperato!

Noi abbiamo due spunti perché questa parola - santità - sappia indicarci quello per cui siamo fatti, ciò per cui siamo stati chiamati.

Prima di tutto, l’avviso della incompetenza nostra di fronte alla totalità (non alla «globalità»: la globalità è la forma più menzognera di questo, perché la globalità è la somma di tanti particolari senza che sia toccata la posizione del soggetto): incompetenza come mancanza di perfezione, mancanza di adempimento di ciò a cui tutto ci sospinge, mancanza di perfezione nell’atto, cioè di fronte a una presenza.

E in secondo luogo vi è la santità come affermazione dell’impossibilità che l’uomo ha, nella realtà, di compiere anche un solo gesto perfetto, come diceva Ibsen, l’incapacità che l’uomo ha a guardare un solo istante, nella sua vita, come perfetto.

Quindi, da una parte, la santità come compiutezza e, dall’altra, la santità come verità, come non menzogna, come condanna della menzogna.

Tutto il resto, che abbiamo toccato anche stamattina, va dentro in un calderone che vien fatto bollire solo da questa santità. Solo la parola santità compie e contraddice la posizione di negazione, di bugia, di menzogna: la santità come compiutezza e la santità come eliminazione della menzogna nella nostra vita.

Quello che il Signore mi fa sentire in questi tempi e che ha trovato in quello spunto dell’Apocalisse la sua spiegazione, la riduzione che ho operato ad alcune parole di tutto l’“affare” è l’unica spiegazione, in sé, che noi possiamo dare e che, come vento, può portare la nostra navicella a una velocità senza pari sui mari del mondo.

Ma, concludendo il mio pensiero, dico: «Già, bisogna allora che uno dica la sua risposta al “Vieni”, “Sì, vieni”, oppure “No”». Basta.

Spero che mi aiutiate a capire meglio, a capire bene, a capire in modo perfetto quello che il Signore mi dice secondo l’andamento di questi accenti. Mi erano venute in mente altre cose da dire, ma speriamo di poterle dire un’altra volta. Ciao.



sabato 7 marzo 2026

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sabato 21 febbraio 2026

LA STORIA DI UN CUORE CHE SI LASCIA INCONTRARE DA CRISTO

Calatafimi, Trapani, 21 giugno 2001 - 20 luglio 2010



Questa è la storia del piccolo Manuel, un bambino di Calatafimi (TP), morto a soli 9 anni a causa di un terribile tumore; una storia che dovrebbe essere triste, invece è carica di speranza. Qualche mese fa l’hanno raccontata a noi ragazzi di Birgi proprio i genitori di Manuel, con alcuni amici, che siamo andati poi a trovare nei giorni scorsi per pregare insieme sulla sua tomba. Vi voglio raccontare in breve la sua vita ed alcune cose che mi sono rimaste impresse nel cuore…


21 giugno 2001. Il Cielo è in festa e casa Foderà non è da meno. Sono tutti felici per l'arrivo del piccolo Manuel. Un bambino tanto a lungo atteso e finalmente arrivato! Tutto sembra perfetto, Manuel inizia a crescere, diventa un bambino allegro e generoso, ma una mattina si sveglia piangendo! Viene portato di corsa all'ospedale, dove gli vengono fatti degli accertamenti. La diagnosi non lascia quasi speranze: neuroblastoma al quarto stadio. Ed ecco che la vita perfetta in un attimo si distrugge, iniziano chemio, interventi e tutto ciò che di possibile si possa fare per la sua guarigione. Ma sarà proprio in questo contesto che il piccolo Manuel inizierà la sua missione e diventerà – come lui amava dire – “guerriero della luce”.


È il 13 ottobre 2007 il giorno in cui il piccolo Manuel, nonostante le sue condizioni di salute, aiutato dalla Mamma Celeste, può finalmente entrare nella Cappella per fare la tanto attesa prima Comunione. Un momento davvero unico per un bambino davvero speciale e, un attimo dopo aver ricevuto Gesù, ecco che il piccolo Manuel fa qualcosa che lascia tutti senza parole: inizia a parlare con Lui in un colloquio intimo che si prolunga per qualche minuto. Il piccolo guerriero della luce sa bene che quel momento è molto prezioso, tanto da volere aiutare tutti a viverlo in pienezza; per questo un giorno scrive una lettera per invitare tutti a ringraziare Gesù come fa Lui, con parole tanto semplici quanto profonde:






“Carissimi amici,
vi voglio parlare di come Gesù è presente nell’Eucarestia. Sapete: Lui vi vuole tanto bene e si fa sentire e vedere nella santa Comunione. Non ci credete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualche cosa di meraviglioso succederà, perché quando Lui entra diventa una “bomba di Grazia” che vi fa sentire protetti e al sicuro. Rimanete in compagnia con Lui. Questo è il momento più bello perché nella Comunione Lui vi dà la sua santa benedizione.
Se state male, Lui vi darà la forza di sopportare ogni sofferenza. Se siete tristi, vi darà la forza di sorridere. Se siete annoiati, Lui vi darà la sua gioia. Se siete pieni di rabbia e nervosi, Lui vi darà la forza di calmarvi. Tutto questo potrà accadere solo se avrete fiducia in Lui perché Lui vi ama molto più di quanto voi lo possiate amare!
Con affetto, Manuel”.


Ma come può un bimbo di soli sei anni sapere tutto questo? Semplice, innanzitutto lui tratta Gesù come un amico, un Amico davvero speciale, che sta sempre con lui e non lo lascia mai solo, un Amico di cui si fida ciecamente, un Amico che gli dice: “Il tuo cuore non è tuo ma mio, e il mio è tuo”. Allora Manuel non vuole negargli niente ed è proprio per questo che inizierà ad offrire la sua malattia e i suoi dolori, imparerà a soffrire le stesse piaghe di Gesù. Lui vuole sciogliere tutti i cuori induriti, e il piccolo Manuel lo aiuterà a farlo! E per questo, pur soffrendo grandi dolori, si dimostra sempre allegro, anzi si impegna continuamente nella sua “Missione Luce” pensando più agli altri che a sé e facendo di tutto per rallegrare chi gli sta accanto.


E il secondo motivo è che ha delle armi insuperabili, che tiene sempre con sé: una Bibbia che impara a leggere giorno per giorno e che consulta per trovare la parola giusta; un guanto di Padre Pio che lo aiuta a sopportare il dolore; e un Rosario, per pregare la Mamma che lo esaudisce sempre. Riguardo al rosario vi racconto un simpatico aneddoto, narrato a noi dal papà. Manuel ama dire il rosario collegato con TeleRadioPadrePio. Una sera, alla stessa ora, c’è la partita di Champions e gioca l’Inter, per cui il papà – convinto interista – cambia continuamente canale. Ad un tratto Manuel, infastidito, prende il telecomando e lo sbatte per terra, rompendolo. Il papà lo rimprovera, ma poi si sente a sua volta rimproverare: “Ma ti rendi conto che pregare è una cosa seria?”. Papà Peppe si fa piccolo piccolo e da quel giorno non oserà più cambiare canale…


Un bambino semplice e unico, insomma, che ha capito quale sia il segreto della vera felicità! Ha capito, per dirla con le parole di San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, e per questo non ci resta che pregare perché anche noi, come il piccolo Manuel, possiamo un giorno comprenderlo.