martedì 30 settembre 2025

Disarmati e disarmanti

 



Bisogna fare la guerra più dura
che è la guerra contro noi stessi.
È necessario giungere a disarmarci.
Io ho combattuto questa guerra per molti anni.
È stato terribile. Molto terribile.

Ma posso affermare che adesso sono disarmato.
Non ho paura di niente e di nessuno;
l’amore allontana la paura.
Sono disarmato
dal voler avere ragione,
dal giustificarmi
screditando gli altri.

Non mi chiudo nel mio castello
né m’inorgoglisco delle mie ricchezze.
Accolgo e condivido.
Non mi aggrappo assolutamente
alle mie idee e ai miei progetti.
Se mi si presentano
proposte migliori o almeno buone
Le accetto senza alcun impedimento.

Ho rinunciato a fare confronti.
Ciò che è buono, vero, reale, per me è sempre il meglio.
Per questo non ho paura.
Quando non si possiede nulla
non si ha paura di nulla.

Se uno si disarma,
se smette di possedere,
se si apre al Dio fatto uomo
che fa nuove tutte le cose,
allora Egli fa sparire
il passato negativo
e ci apre il panorama
di un tempo nuovo
in cui tutto è possibile”.

 

Atenagora I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli (1886 – 1972)



mercoledì 10 settembre 2025

San Sostene, prega per noi!

 


IL COMUNE in Wikipedia
IL PATRONO in Wikipedia
LA STATUA in La Stele

La parrocchia situata nell’abitato storico del Comune di San Sostene (CZ), ha ragione della sua posizione geografica può essere considerata come una grande “terrazza” che si affaccia sul Mare Jonio che appare in tutta la sua bellezza sia nelle stagioni invernali che estive. La parte montana dell’antico abitato è attraversato della Serre Calabre. Le vette delle maestose montagne permettono di compiere escursioni in alta quota che diventano cattedrali naturali per lodare Dio nello splendore della creazione. Nel XVI secolo erano presenti sul territorio più insediamenti monastici. Monaci eremiti che vivevano in questo luogo la loro unione con Dio nella solitudine.  Una massiccia produzione di castagne era una delle caratteristiche del luogo. Qualche anno fa (2002), il parassita cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphilus) attaccando tutte le are castanicole italiane (anche San Sostene) ha decimato i raccolti.

In questo naturale e poco contaminato scenario naturale si colloca il maestoso edificio sacro dedicato a Santa Maria del Monte. Alcune fonti storiche suppongono che il titolo originario fosse: Santa Maria del Monte Carmelo – Sanctae Mariae de Monte Carmelo.

L’edificio che svetta in modo imponente nella Piazza principale del centro abitato, P.za Principe Pignatelli o P.za Roma, acquista splendore per l’imponente scalinata (composta dia 50 gradini) in granito proveniente dalla vicina Serra San Bruno. Se la chiesa è la fortezza del Re del cielo, il castello dove il Signore dei Signori elargisce misericordia, il luogo sicuro dove i sudditi (fedeli) si trovano al riparo dalle inquietudini umane, la chiesa parrocchiale di San Sostene borgo lo è stata veramente nella sua storia. Sede del potere e della vita del Principe Pignatelli. La sua conformazione architettonica esterna ed interna ricordano il suo passato. Tale motivo fa si che la chiesa, non abbia un sacrato come tutti gli altri edifici di culto latino. Più che di un sacrato possiamo parlare di un ampio balcone (al termine della scalinata) con due gradini che immettono al portone principale della chiesa (vi è un secondo accesso che attraversando la torre campanaria accede in chiesa).

            Entrati nell’edificio sacro l’occhio del fedele può ammirare le tre navate che si aprono davanti a lui (centrale e laterali). La chiesa ospita diverse opere d’arte (tele e statue) di artisti calabresi e non solo. Entrando nella navata di destra troviamo gli altari e le statue lignee di sant’Antonio, dell’Immacolata e la pala d’altare del Patrono san Sostene. Al termine della citata navata si trova la cappella dedicata a san Francesco di Paola. Da qualche anno è la cappella delle celebrazioni feriali.

            Nella navata di sinistra troviamo l’altare marmoreo con la pala di san Rocco protettore del comune, l’altare della Madonna del rosario e l’altare marmoreo delle Anime del Purgatorio. L’altare ospita una tela di pregevole valore artistico e religioso. È bene ricordare che tutti gli altari marmorei sono policromi nella loro fattura. Nella navata centrale l’occhio è subito attirato dall’altare maggiore, anche esso in marmi policromi. Al centro dell’altare si trova il Tabernacolo. La porticina realizzata in marmo bianco di Carrara ha scolpito su di essa l’immagine del buon pastore. Gesù in atteggiamento di prendersi cura delle pecore. Hai lati troneggia due tele artistiche di Zimatore e Grillo che raffigurano san Giuseppe con il bambino Gesù in braccio e sant’Alfonso Maria de’ Liguori in preghiera.

            Nel catino absidale troneggia la tela di S. Maria del Monte nell’atto di mostrare il bambino Gesù che tiene sulle ginocchia e con ai lati i santi Sostene Martire e Giovanni Battista. Del Santo Martire Patrono del Comune si conservano le Reliquie. La storia vuole che le reliquie siano state portate dai monaci basiliani che dimoravano nel luogo. L’immagine di san Giovanni Battista ai piedi della Beata Vergine Maria è il segno di un culto che il santo ha avuto nei tempi passati. È una traccia anche del legame di San Sostene con la Certosa di Serra San Bruno. San Giovanni Battista è il primo protettore dell’Ordine Certosino. San Sostene che a quel tempo si chiamava Sesto era una grangia della Certosa di santo Stefano di Serra (il nome di San Bruno venne successivamente aggiunto). 

La cupola dell’abside è tutta stuccata in oro. Vi troviamo anche un monumentale coro ligneo. Nella volta della chiesa sono presenti altre tre tele. Nel centro la tela che rappresenta S. Maria del monte con in braccio il bambino Gesù e ai lati i santi Sostene Martire e Rocco di Montpellier. Le altre due tele sono: l’apparizione del divino Infante a sant’Antonio da Padova e il sacrificio di Isacco.

            Nella chiesa sono presenti oltre alle statue lignee di san Sostene martire e di san Rocco (di cui sono conservate anche le reliquie), i simulacri di: S. Maria del Monte, l’Immacolata Concezione, san Francesco da Paola, Madonna del Rosario con in mano il bambino Gesù, il Cristo risorto, il Cristo morto, Madonna con bambino in braccio, l’Addolorata, san Giuseppe, san Giovanni Evangelista, e due statue una in mezzo busto e un corpo intero dell’Ecce Homo.

            Si trova non molto lontano dalla chiesa matrice, la piccola chiesa di san Sebastiano Martire. Un’antica edicola dedicata al santo che venne nel tempo ampliata. Nella chiesa oltre alla statua del santo in cartapesta leccese della prestigiosa bottega Malecore si può ammirare una tela degli Artisti calabresi Zimatore e Grillo. L’undici gennaio 2020 la chiesa è stata riaperta da mons. Vincenzo Bertolone Arcivescovo dell’Arcidiocesi dopo i lavori importanti di restauro. Restauro voluto dal Sacerdote don Vincenzo Bruno Schiavello e reso possibile dall’impegno di tanti dell’abitato. Nei lavori di restauro sono stati collocati due vetrate artistiche che rappresentano il martirio del santo e santa Maria del Monte che impone al santo la corona del martirio.

(FONTE)

lunedì 8 settembre 2025

Ave Maria!

 



Mario Ciceri, prega per noi!

 



Mario Ciceri nacque in una modesta cascina di Veduggio, in Brianza, l’8 settembre 1900. Era il quarto di sei fratelli, nati dal matrimonio di Luigi Ciceri e Colomba Vimercati. A breve la famiglia avrebbe accolto altri tredici figli, a seguito della morte di parto della cognata, Giuseppina Galbiati, moglie dello zio Francesco. Sembra un dato scontato per il tempo, ma non lo è affatto. Manifesta una disponibilità all’accoglienza ben radicata nella vita della gente. La povertà, pur grande, non sbarrava le porte al bisogno. Lo spazio stretto non temeva di condividere quanto si aveva e si poteva mettere a disposizione. Il mondo, nel frattempo, era pieno di novità. È sempre pieno di fascino nascere sulla soglia di un secolo, tutto da scoprire e tutto da inventare. Il Ventesimo secolo, infatti, si apriva all’insegna dell’ottimismo e del progresso con l’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Papa Leone XIII aveva indetto il primo “vero” Anno santo dopo cento anni. Tutto sembrava orientato verso la pace e la fiducia verso il futuro. Come sappiamo, non sarà così. Ci sarebbero state vicende straordinarie e altre drammatiche, che don Mario visse al modo della gente ordinaria. Dopo le speranze di un avvio strepitoso, si susseguiranno in meno di cinquant’anni due guerre mondiali, assai sanguinose e piene di strascichi e ferite per la gente.
Durante la prima guerra Mario è in Seminario, a Seveso. Ascolta da lì i drammi del conflitto e il bisogno estremo del prendersi cura, di rimanere vicino, ritrovare l’essenziale, per chi è al fronte e per chi è rimasto, per chi tornerà e per chi non tornerà più. È un ragazzo semplice, popolare, «timido e regolare», come si legge nei giudizi del Seminario. Il 14 giugno 1924 viene ordinato dal cardinale Eugenio Tosi e riceve la sua prima e unica destinazione. Viene inviato nella parrocchia di Brentana di Sulbiate per seguire i giovani e l’oratorio. Vi rimarrà fino al 9 febbraio 1945, anno della sua morte. La vita di quegli anni è quella di un prete semplice, disponibile, incredibilmente vicino alla gente. Nel suo tracciato biografico non ci sono opere, fondazioni di Istituti, scritti particolari. Si occupa degli aspetti essenziali del ministero di un prete di sempre, del tutto omogeneo all’epoca: la cura della liturgia e la celebrazione dei sacramenti, la predicazione ordinaria, l’accompagnamento dei ragazzi e dei giovani, la formazione attraverso l’oratorio e l’Azione Cattolica, dalla quale era stato a sua volta formato a Veduggio. Lascia spazio soprattutto alla carità che prende il sopravvento: la cura dei malati, la visita ai carcerati e il loro reinserimento nella vita ordinaria, i poveri.
Quando scoppia la seconda guerra mondiale, don Mario cerca di essere vicino ai suoi giovani al fronte. Si inventa, come probabilmente aveva ascoltato dai tempi della prima guerra mondiale in Seminario, un foglio di collegamento per loro. Nasce così Voce amica, un bollettino con il quale intendeva tenere uniti e vicini i suoi ragazzi, dare e ricevere notizie da casa e dal fronte, sostenere le fatiche, illuminare i cuori. La stessa Fiaccola, la rivista del Seminario, era nata con questo intento, per iniziativa di un seminarista al fronte della Grande guerra. Inoltre, insieme a molti altri a quel tempo, don Mario non ha paura di rischiare pesante, raccogliendo tutto un popolo ai margini, generato dal conflitto: soldati, sbandati, renitenti alla leva militare in opposizione al regime, i partigiani, i fuggiaschi italiani e stranieri. Le cascine dei dintorni di Brentana, Aicurzio e Bernareggio ne raccoglievano diversi. Spesso si fa compagno di viaggio di questi, con la sua bicicletta, in Valchiavenna, per cercare un varco di salvezza in Svizzera. Insomma, tutto ordinario e insieme straordinario nella sua ordinarietà. Vengono alla mente le parole di papa Francesco per descrivere la santità del popolo di Dio paziente: «Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio». 
La premura di don Mario Ciceri, durante la guerra, fu quella di tenere uniti i legami tra i suoi ragazzi al fronte. Per questo era nata l’iniziativa di Voce amica, il bollettino di collegamento da lui voluto e diretto. Ci sono, però anche delle lettere personali nelle quali emerge il legame e la consegna dell’essenziale. Anche in queste testimonianze appare il tratto feriale di don Mario, la sua santità “della porta accanto”, come ci ha indicato papa Francesco, «di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio». Nel luglio del 1941 Luigi Colnaghi, segretario parrocchiale dell’Azione Cattolica e braccio destro per la cura della pastorale giovanile, scriveva a don Mario una lettera intensa, dopo un mese di servizio militare. «Quanta commozione si sente pensando silenziosamente alla vita di apostolato passata, e quanto dolore si prova vedendo che non si è fatto nulla di quello che si poteva fare. Comprendo che l’Associazione, come la famiglia, erano tutto per me: ed ora lontano sento un senso di vuoto». C’è qualcosa che manca nello smarrimento del servizio militare, unito al riconoscimento di ciò che ha segnato indelebilmente la vita. A ciò si aggiunge il desiderio di fare qualcosa, ma insieme la fatica ad immaginarlo, come spesso capita, nella nuova condizione: «Ho tanto desiderato di prestar servizio in una città dove vi fosse il convegno militare, per poter esplicare la mia attività di giovane di Ac: ed invece mi trovo qui a Vipiteno, dove non c’è nulla ed è impossibile anche fare qualcosa». Non solo a Luigi pesa la novità di vita, ma anche l’impotenza di fare qualcosa che possa fare bene. Il 22 agosto don Mario risponde: «Scaccia la melanconia pensando che si fa la volontà di Dio e quindi…in vera letizia si deve stare. Ciò che non piace a noi, 99 su 100 piace a Dio e tanto basta». Affascina questo rinvio all’essenziale, poco volontaristico e molto concreto. La novità dei frangenti di vita e il senso di impotenza che talora li abitano si attraversano scacciando la melanconia e pensando di fare la volontà di Dio, dove si è, senza perdersi in un altrove immaginario. La sera del 9 febbraio 1945 don Mario torna con la sua bicicletta da Verderio dopo una giornata di confessioni. La strada è buia e scivolosa per la neve, oltre che deserta. Viene investito da un carretto di passaggio. Chi è alla guida non se ne accorge. Forse la neve ne aveva attutito i rumori del passaggio. Dopo lo scontro, però, il carrettiere non si ferma e tira dritto per la sua strada, chissà perché, senza pensarci troppo. Di fatto, don Mario rimane a terra, ferito per qualche tempo. Finalmente viene condotto all’ospedale di Vimercate, che conosceva bene per le frequenti visite ai malati. Iniziano giorni di sofferenza e di speranza. La gente si mobilita per sostenerlo da vicino e da lontano. All’inizio sembra farcela, ma dopo quasi due mesi, il 4 aprile don Mario muore. Nel discorso funebre tenuto da Franco Crippa, presidente giovani di Ac, il 7 aprile ricorda la sua carità spirituale e materiale. «Non tutti forse ne conoscevano la carità materiale, quella carità che ristora la fame, che riveste la nudità del corpo, che risana le ferite, guarisce le malattie. Carità nascosta, della quale don Mario non parlava mai con nessuno, nemmeno con i confidenti più cari, ma che si conosce egualmente dalle parole dei beneficati».
Don Mario Ciceri è stato proclamato beato il 30 aprile 2022 nel Duomo di Milano.



sabato 6 settembre 2025

Le Sante Tre Vergini: un mito entrato nel Cristianesimo?

 



Secondo un antico mito, si narra che la Sicilia è nata dalla danza di tre Ninfe. Andavano in giro per il mondo attraversando il mare, raccogliendo sassi, frutti e terra dai terreni più fertili, danzando, quando le tre Ninfe si sono imbattute in una regione dal cielo azzurro e limpido.

 

Attratte da questa terra luminosa, queste divinità iniziano a danzare lanciando contemporaneamente in mare tutto quello che avevano raccolto durante il loro lungo viaggio. Si muovono così sul pelo d’acqua, formando un triangolo. L’etimologia della parola infatti nasce dall’unione dei termini treis e àkrà, letteralmente “tre promontori”: è chiaro dunque il riferimento alla singolare forma triangolare dell’isola.

 

È allora che dalla loro danza inizia ad emergere un’isola con i suoi tre promontori, ognuno nel punto in cui ciascuna ninfa ha danzato. I promontori di cui si parla sono le punte più estreme della Sicilia, proprio quelli che le danno la famosa forma triangolare: Capo Peloro a Nord-Est, Capo Passero a Sud-Est e Capo Lilibeo ad Ovest.

 

Tutti i doni della natura raccolti e poi gettati dalle tre Ninfe formano, secondo questa antica leggenda, i tre promontori che oggi tutti conosciamo. Proprio così nasce la Sicilia, una terra a forma di triangolo rovesciato, dal clima mite e dalla terra fertile. Da qui, probabilmente, nasce uno degli antichi nomi della Sicilia, Trinacria, proprio per far riferimento ai tre vertici del triangolo da cui è nata l’isola.

 

Il termine «Trinacria» fu utilizzato per la prima volta da Omero nell’Odissea: apparve durante un dialogo tra Ulisse e la maga Circe, la quale predice l’arrivo sull’isola di Ulisse una volta scampato alle Sirene e a Cariddi: allora incontro ti verran le belle / spiagge della Trinacria isola dove / pasce il gregge del Sol, pasce l’armento.

 

Ricordiamo inoltre che l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana aderisce a “8 marzo al Museo” l’iniziativa lanciata dal Ministero della Cultura in occasione della Giornata internazionale della donna. Pertanto nella giornata di oggi è previsto l’ingresso gratuito per le donne nei musei, parchi archeologici, complessi monumentali, castelli e ville.


FONTE



Le TRE VERGINI DI MARANZA: AubetCubet e Guere alle quali è legata una leggenda: tre principesse fuggite fra i monti di fronte alla minacciosa invasione degli Unni, arrivate ad affrontare sotto il sole cocente la salita verso Maranza, si sentirono mancare le forze al punto di non farcela più; elevarono allora un’intensa preghiera a Dio e d’improvviso dalla roccia scaturì uno zampillo d’acqua fresca e dal suolo spuntò un ciliegio che offrì loro ombra e saporiti frutti. Le Tre Vergini vennero accolte cordialmente dalla popolazione di Maranza, dove vissero a lungo e stimate pe le loro opere di carità. Sul finire della loro vita abbandonarono Maranza dirette verso Strasburgo, dove oggi è indicata la loro tomba.



Le TRE SANTE VERGINI dei NEBRODI: 

FONTE

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Cappella delle tre vergini, luogo misterioso di fede ed escursioni.
Nel territorio di Tortorici, nel Parco dei Nebrodi
In contrada Acquasanta sul Monte Trearie, il piccolo rustico accoglie un altarino, da sempre meta di pellegrinaggi. Oggi il “santuario” rientra anche negli itinerari di trekkers, biker e cavalieri.
di Giovanni Musumeci (Pubblicato su La Sicilia.it)
La Sicilia possiede la più alta percentuale di territorio sotto tutela ambientale con numerose riserve naturali e cinque parchi regionali. Scopo di un parco non è solo preservare un ambiente, le sue emergenze naturalistiche ed architettoniche ma anche le identità culturali, le tradizioni, espressione di quel territorio anche quando sono “misteriose”. Nel cuore del Parco dei Nebrodi, in contrada Acquasanta, nel territorio del comune di Tortorici, in provincia di Messina, si trova un luogo sacro per le genti dei Nebrodi: la Cappella delle Tre Vergini. Questa “cappella”, ubicata a circa 1200 metri sul pendio di Monte Trearie, si presenta come una anonima casetta rustica caratterizzata dalla presenza sul tetto di una piccola croce di ferro. All’interno un altarino con una piccola pozza d’acqua sulfurea, vasi di fiori, numerose immagini sacre e due panche. Accanto un piccolo locale dove pendono dai muri degli ex voto.
Questo misteriosa cappella, invita il visitatore a un religioso silenzio e porsi domande sulla genesi di questo luogo, gli ex voto e la storia delle tre verginelle. La storia o la leggenda, mi venne raccontata anzi cantata da un anziano - “chiù cà cuntari c’à pozzu cantari” disse - una sera d’inverno davanti ad un camino. Il territorio dove sorge la cappella era nel medioevo coperto da un fitto bosco. Un uomo era andato con le sue tre figlie a far legna. Aveva scelto questa solitaria zona, istigato dalla matrigna con il proposito di abbandonarle. Le fanciulle non si accorsero della fuga del padre. Col passare delle ore, disperate e sperdute, si resero conto della triste realtà. Al calare della sera si ripararono dietro un cespuglio. Alle prime luci dell’alba da quel luogo passò un cacciatore. Credendo che i rumori dietro il cespuglio fossero di un animale scoccò una freccia uccidendo una delle ragazze. Le due sorelle superstitit, terrorizzate, lo implorano di risparmiarle. Il cacciatore, preso dallo stupore e panico non volle lasciare testimoni. Inseguì, uccise e seppellì le fanciulle per far sparire ogni traccia. Col tempo delle tre ragazze si perse la memoria. Il padre, per il rimorso, era morto di crepacuore. Il cacciatore divenne pazzo, ogni notte riviveva quella straziate scena, le grida, il sangue e si suicidò.
Un giorno due viandanti si fermarono in quel luogo per riposarsi. Uno dei due, che era cieco, avvertì il rumore dell’acqua provenire da dietro un cespuglio, trovò una pozza nel punto dove era state sepolte le tre fanciulle. Dopo aver bevuto e bagnato il viso ringraziò con sincera fede il Divino, in quel momento vide per la prima volta il colore del cielo e le tre verginelle. Quell’acqua gli aveva donato la vista. Il pio viandante andando per villaggi raccontò di quell’acqua miracolosa e delle tre verginelle. Ogni anno all’alba della prima domenica di agosto, da tutti i paesi dei Nebrodi e non solo, numerosi devoti a piedi o a cavallo si recano alla Cappella delle Tre Vergini per partecipare alla Santa Messa, pregare e rivolgere invocazioni davanti al piccolo altare. Secondo la tradizione, la polla d’acqua sulfurea, entra in effervescenza quando esaudisce le preghiere di chi si accosta con umiltà e sincera fede. Oggi la Cappella è diventata anche meta per trekker, biker e cavalieri attratti da questo luogo dove gli ex voto sono muti testimoni di una misteriosa e atavica fede popolare.