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Urna con le reliquie del beato - Duomo di Monza |
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Urna con le reliquie del beato - Duomo di Monza |
Il buono è sempre ingiusto secondo lo schema della
giustizia del mondo.
Nella Chiesa il servizio al Regno è pagato nello
stesso modo.
Non c'è diversità, non c'è casta, non c'è giustizia
umana che tenga.
La stessa paga segno è la stessa dignità.
Come far convivere giustizia umana e bontà divina?
La giustizia divina è disarmante.
Elimina ogni misura perché l'amore è senza misura.
È nella Croce…. Ci
ha amato per primo!
Amen.
Conferenza
Episcopale Italiana
2. La Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta
alle richieste fatte da alcuni Episcopati in merito all'aggiornamento delle
disposizioni date il 29 ottobre 1982 riguardo alla comunione dei celiaci, il 19
giugno 1995 inviò una lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze
Episcopali, puntualizzando le condizioni di validità della materia e precisando
le modalità per accostarsi alla Comunione. Le riassumiamo:
a)
Condizioni di validità della
materia:
- le
ostie speciali nelle quali il glutine è completamente assente ("quibus
glutinum ablatum est") sono materia invalida per l'Eucaristia;
- sono invece
materia valida le ostie nelle quali è presente la quantità di glutine sufficiente
per ottenere la panificazione senza aggiunta di materie estranee e purché il
procedimento usato per la loro confezione non sia tale da snaturare la sostanza
del pane.
b)
Modalità di accostarsi alla comunione:
-
l'Ordinario, accertata la presenza della patologia attraverso certificazione
medica e verificato che il prodotto usato è conforme alla esigenze di cui
sopra, può concedere ai celiaci di ricevere la Comunione con ostie a contenuto
minimo di glutine, tale in ogni caso da non nuocere alla salute.
La soluzione adottata veniva incontro in linea di principio
alle esigenze dei celiaci; tuttavia l'impossibilità di trovare ostie adatte ha
comportato fino ad oggi che i celiaci continuassero a poter comunicare solo al calice. Ciò non era privo di
gravi difficoltà per gli astemi e, soprattutto, per i bambini.
3.
Contestualmente l'Associazione Italiana
Celiaci (AIC) si è attivata per ricercare una soluzione più agevole al
problema. Si è così appreso che vengono prodotte ostie di frumento contenenti
una quantità di glutine decisamente bassa, attestata da indagine di
laboratorio, che, pur permettendo la panificazione (e ciò le rende materia
valida per la consacrazione), non rende le ostie nocive alla salute dei
celiaci.
Il risultato della ricerca è stato comunicato alla
Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale con lettera del Segretario
S.E. Mons. Tarcisio Bertone al Presidente dell'AIC in data 17 agosto 2001
(Prot. 89/78-1354), ha fatto presente che questo tipo di ostie rispetta
"le decisioni a suo tempo assunte dal Dicastero circa l'uso del pane con
poca quantità di glutine" e pertanto ha giudicato "favorevolmente l'iniziativa intrapresa ed i conseguenti
risultati, conformi alle disposizioni in ordine alla materia valida per la
Consacrazione ed ai necessari parametri che salvaguardino la salute del fedele
celiaco". Inoltre S.E. Mons. Bertone ha assicurato la disponibilità
della Congregazione a prendere in considerazione l'abolizione della
disposizione che impone la presentazione del certificato medico da parte dei
fedeli celiaci per potersi avvalere della facoltà di ricevere la comunione
nelle modalità a loro consentite.
4. È sembrato opportuno pertanto rendere noti gli
aggiornamenti della disciplina, invitando a darne ampia diffusione, a
sensibilizzare sacerdoti e fedeli al problema e a disporre l'acquisizione di
tali ostie da parte dei parroci, seguendo le indicazioni riportate di seguito,
in modo da rendere facilmente accessibile ai celiaci la comunione al pane
eucaristico.
a) I parroci siano esortati ad assumere informazioni sulla
celiachìa e sui disturbi che provoca; siano spronati a conoscere i propri
parrocchiani celiaci e ad aiutarli perché siano alleviate le difficoltà e i
disagi che incontrano nella vita quotidiana e nella partecipazione all'Eucaristia;
siano particolarmente diligenti nel riconoscere bambini celiaci tra quelli che
si preparano alla messa di prima comunione, coinvolgendo opportunamente anche i
catechisti.
b) Ove si presenti
il problema, la parrocchia si procuri
presso i distributori indicati in calce le ostie confezionate con amido di
frumento contenente una quantità minima di glutine, e perciò idonee per la
comunione dei celiaci. Tali ostie debbono essere conservate in un contenitore a parte, in modo da
evitare qualsiasi forma di contatto con ostie normali o con altri prodotti
confezionati con farine contenenti glutine (frumento, orzo, segale, farro…).
Può essere opportuno che nei santuari, nelle chiese interessate dai flussi
turistici o in occasione di celebrazioni con partecipazione di un grande numero
di fedeli, siano disponibili ostie adatte ai celiaci.
c)
Nella celebrazione eucaristica si tengano presenti in particolare le seguenti
precauzioni:
- per la preparazione delle ostie si
raccomanda vivamente a chi predispone quanto è necessario per la celebrazione
di prendere in mano le ostie speciali per celiaci prima di preparare le ostie
normali; in caso contrario abbia cura di lavarsi precedentemente le mani;
- per
la consacrazione le ostie siano poste in una pisside collocata tra i doni da
portare all'altare, distinta dalle altre, chiusa, facilmente riconoscibile in modo tale da evitare
ogni forma di contatto con le ostie comuni;
- per
la distribuzione della comunione il ministro (sacerdote, diacono, ministro
straordinario), prima di dare la comunione ai celiaci, abbia cura di lavarsi le mani se precedentemente ha
preso le altre ostie; (ndr QUINDI NON SI FA
PREDERE CON LE MANI AL FEDELE LA PARTICOLA!!!)
- si conservi nel tabernacolo una pisside chiusa e
facilmente distinguibile contenente
ostie speciali consacrate e destinate alla comunione fuori della Messa per
celiaci ammalati e anziani.
d)
Quando i fedeli, in conformità alle disposizioni liturgiche, sono ammessi alla
comunione sotto le due specie e nei casi in cui i celiaci accedono alla comunione al calice, il sacerdote
celebrante o gli altri ministri osservino con diligenza le seguenti
precauzioni:
-
evitare di far comunicare il celiaco al calice nel quale è stata fatta la
"immixtio" con un frammento del pane eucaristico comune;
- consacrare il vino per la comunione dei celiaci in un
calice distinto, coperto, nel quale non si farà la immixtio
e) In considerazione dei rilevanti risvolti teologici e
pastorali del problema (validità della consacrazione e precauzioni da osservare
nei confronti dei celiaci), si raccomanda vivamente agli Uffici liturgici diocesani
di vigilare sulla corretta applicazione delle presenti indicazioni e di
promuovere in merito un'informazione corretta ai sacerdoti, ai diaconi e agli
operatori pastorali.
L’umanità
del prete
Da Settimananews.it di
Chiara D'Urbano
Ma un prete può mostrare
emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? Alcune riflessioni sul
riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come tutti gli altri,
sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi… e un
grande grazie. Chiara D’Urbano, psicologa e psicoterapeuta EMDR, si
occupa in particolare di formazione e di accompagnamento psicoterapeutico della
vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Articolo ripreso
dal sito della rivista Città Nuova, 18 agosto 2026.
Un sacerdote, già in là
negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia
che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il
Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno
degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste
parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è
che, fino ad un recente passato, il prete veniva compreso come un uomo eletto,
privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava
riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e, di conseguenza, anche l’onere di
mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità:
emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni.
Il simpatico aneddoto non
vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue
caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti
siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante
quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere «diversi» dalla comune umanità.
Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di
debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non
mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di
Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna,
non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie aldi fuori del «lavoro».
***
Ogni storia è a sé,
cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende
umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza
dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però,
condividere
qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le
righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30,
50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista
per il ruolo che avevano.
Rimaniamo, come si
diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la
formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e
l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano
presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno
giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente - «bolla» che
poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi
una volta ordinato.
Normalizzare la
formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e di uomini come gli
altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso
una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di
un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche.
Tutte le dimensioni
meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni,
l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente
messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi
in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere.
Si cade, ci si rialza, si
chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del
marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il
mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere
e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali.
Arriva all’ordinazione
non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi
non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha
verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare
un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità,
senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena,
all’interno di quella vocazione.
***
C’è dunque una responsabilità
congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa
riuscire al meglio.
La responsabilità è
della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare
in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del
discernimento?
La responsabilità è di
chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza
intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti
e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di
affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua
globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la
visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il
formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece,
pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo.
La
responsabilità è dell’istituzione: quale «format» di sacerdote ha
in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di
crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono
a quale «modello sacerdotale»?
Il sacerdote ben
integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo,
con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua diocesi, e
della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che
non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché, alla
lunga, la sola «immagine» non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo
è certo.
Infine, la responsabilità
è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità
parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire «il prete in
vacanza», o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che
va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che
deve aiutare altri?».
Appunto! Come i
professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi
con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la
carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di
accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura.
È una consapevolezza da
acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità
credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che
eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso
la formazione non equivale allo «stare a posto per sempre».
È innanzitutto una
persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori,
data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita
vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente,
ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle
coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose.
***
La domanda si potrebbe
leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è
un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente
«allenati» alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il
presbiterio), o di una medesima comunità.
Conosco sacerdoti che si
sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di
dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto
recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione
pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta.
A tutti, proprio a tutti
voi sacerdoti, gratitudine, perché innumerevoli volte siete stati accanto a
noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di
lutto. Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto
bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle
nostre case quando ne abbiate bisogno.
.................
Il prete e i suoi inimmaginabili inferni
(S)punti di
vista di Don Marco Pozza, 7 Luglio 2025
Li vedi consacrare e alzare l’Ostia
durante la messa, abbelliti da vesti che li rendono diversamente umani. Li vedi
seduti ad ascoltare chi si avvicina loro per una parola di ristoro, un gesto
d’umanità, una benedizione che drizzi ciò ch’è sviato. Li vedi all’opera:
imbarcarsi con flotte di ragazzi per i campi scuola, incamminarsi verso i
santuari con la comunità, “farsi in quattro” perchè nessuno si senta foresto
nella Chiesa e possa godere di una parola che, pronunciata dal sacerdote,
riaccenda l’eco del Dio che l’ha pensata. Li vedi così: all’ombra del campanile
o in oratorio, dentro le galere o nello schermo della televisione, in
confessionale come dentro i luoghi di lavoro, nel silenzio di un chiostro o
nella baraonda della sagra paesana. Li vedi così e, malauguratamente, pensi:
“Che problemi vuoi che abbiano? Hanno sempre il sorriso sul volto”. Ci si
dimentica, vedendoli, della doppia personalità del prete: uomo come tutti,
forse anche il più misero – san Paolo si definì «un aborto» (1Cor 15,8) – che
nello scafandro della sua vita accetta l’invito di Dio che chiede di calarsi
dentro come un palombaro. Li si vede preti e raramente ci si ricorda dell’uomo
celato dietro questa missione al limite del possibile: l’uomo che piange e
ride, riflette e s’interroga, che di giorno ti parla di Dio con il cuore dopo
che la notte ha alzato la voce con lo stesso suo Dio: «Maestro, non ti importa
che noi moriamo?» (Mc 4,38) Lo chiamano “Alter Christus” il sacerdote, ma
«talvolta, leggendo il Vangelo, ho come l’impressione che il Figlio dell’Uomo,
durante la sua vita, non sia mai stato riconosciuto veramente all’infuori di
sua madre, del cieco nato e del ladrone sulla croce» (F. Mauriac). I restanti? Quattro
di picche.
Il prete (chi scrive lo è per grazia di
Dio) è confortatore per vocazione, per scelta: ma chi conforta i confortatori?
Da medico fascia le ferite: le sue ferite, però, chi le cura? Dio scommette sul
suo potere di guarire: ma chi guarisce i guaritori? La cosa più scontata:
“Hanno Dio con loro, preghino invece che lamentarsi!” Ma certe sere la
preghiera, per incunearsi nelle crepe della carne, ha bisogno di un vestito
umano che si avvicini all’orecchio perchè attecchisca, perchè non sia il
soliloquio del condannato a morte ma il grido dell’innamorato che si sente
perduto da solo: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» (Mc 4,38). Noi preti
siamo gente da trincea: anche muli da soma, asini da battaglia. Basterebbe così
poco, certe sere, per tenerci in ordine il cuore e la missione: una parola, una
telefonata, un: “Come stai?” Quando il cuore è in subbuglio e l’anima
singhiozza, le cose e le parole non sono mai solamente cose e parole. Non
scandalizza che anche un prete, certe volte, pensi al suicidio: la consolazione
è che una parola, quelle stesse volte, abbia la forza di annullare quest’idea.
Consolando chi accetta di spendere la vita per consolare.
(da Il Sussidiario, 7 luglio 2025)
*memoria del martirio del sacerdote Giuseppe Puglisi
Cristo, pietà.
Signore, pietà.
Santa Trinità, unico Dio, abbi pietà di noi.
Signore Gesù, che
scaturisci dal seno del Padre, abbi
pietà di noi.
Signore Gesù, misericordia
di Dio, mistero incomprensibile,
Signore Gesù, da cui
proviene ogni vita e felicità,
Signore Gesù, sublime più
dei cieli,
Signore Gesù, misericordia
di Dio, sorgente di stupende meraviglie,
Signore Gesù, che
abbracci tutto l’universo,
Signore Gesù, misericordia
di Dio, che scaturisci dalla ferita aperta del Cuore trafitto
Signore Gesù,
imperscrutabile nell’istituzione dell’Eucaristia,
Signore Gesù, che
fondasti la santa Chiesa,
Signore Gesù, che
istituisti il Sacramento del Battesimo,
Signore Gesù, misericordia
di Dio, che ci giustifichi presso il Padre
Signore Gesù, che per
tutta la vita ci accompagni,
Signore Gesù, misericordia
di Dio, che ci abbracci nell’ora della morte,
Signore Gesù, che ci doni
la vita immortale,
Signore Gesù, che ci
proteggi dal fuoco dell’inferno,
Signore Gesù, gloria per
gli angeli, sorgente della santità,
Signore Gesù, presente in
tutti i divini misteri,
Signore Gesù, misericordia
di Dio, che ci sollevi da ogni miseria,
Signore Gesù, sorgente
d’ogni nostra gioia,
Signore Gesù, che dal
nulla ci chiamasti all’esistenza,
Signore Gesù, che abbracci
tutte le opere nelle tue mani,
Signore Gesù, che coroni
tutto ciò che esiste ed esisterà,
Signore Gesù, misericordia
di Dio, in cui siamo immersi,
Signore Gesù, amabile
conforto dei cuori,
Signore Gesù, in cui i
cuori riposano e trovano pace,
Signore Gesù, misericordia
di Dio, speranza contro ogni speranza.
Agnello di Dio, che togli
i peccati del mondo, perdonaci, o
Signore.
Agnello di Dio, che togli
i peccati del mondo, ascoltaci, o
Signore.
Agnello di Dio, che togli
i peccati del mondo, abbi pietà di noi.
Orazione
O
Dio, che nel mistero della Croce hai manifestato il tuo amore infinito per
l’umanità, guarda con benevolenza questa tua comunità riunita in preghiera
davanti al Santo Crocifisso.
Fa’
che, sostenuti dalla forza della tua grazia, sappiamo portare ogni giorno la
nostra croce con fede e speranza, diventando segno di riconciliazione, di pace
e di carità per tutti.
Benedici
le nostre famiglie, la nostra città e quanti sono nel bisogno.
Donaci
di seguire sempre il tuo Figlio Gesù, che vive e regna con Te nell’unità dello
Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.
Tutti:
Amen.
*Ispirate alle
Litanie della Divina Misericordia, composte il 14 settembre 2026.
FONTI
ANNE-VICTOIRE TAILLEUR nacque a Distroff (Diocesi di Metz) il 11 Maggio
1762, e manifestò fin dall'infanzia lo zelo e la carità che avrebbero
caratterizzato tutta la sua vita. « Vorrei essere una regina, diceva, per poter
fare l'elemosina tutto il giorno... Che felicità poter guadagnare anime per il
Cielo! Non c'è niente di più bello. »
Dopo una giovinezza edificante, sposò il Tenente ALEXIS DE MÉJANÈS, e seppe
ricondurlo alla pratica della religione. Senza trascurare i suoi doveri di
padrona di casa, li conciliò con la dedizione alle opere di carità; poi,
rimasta vedova, fondò, sotto il patrocinio di Santa Cristiana, apostola
dell'Iberia (IV secolo), la Congregazione delle SUORE della SANTA INFANZIA di
GESÙ e di MARIA, al contempo insegnanti e ospedaliere (1807).
MADRE DE MÉJANÈS, con il suo esempio e i suoi insegnamenti, guidò le sue
Figlie sulla via della perfezione. Non cercando altro che la gloria di Dio,
diceva:
«Che io sia umiliata,
confusa, disprezzata, acconsento. Che importa, dopotutto, purché Dio sia
glorificato!
«Amiamo le nostre
croci. Quando non ho nulla da soffrire, mi sento sulle spine; e quando soffro
molto, mi sembra di non avere più nulla da desiderare. Con queste sofferenze,
pago i miei debiti e do al Buon Dio una prova del mio amore.
«Ho un bel cercare il
Buon Dio, lo trovo solo nelle croci; e sono ben costretta ad amarle, poiché vi
trovo colui che il mio cuore ama.»
«Nulla va bene se non
ciò che si appoggia sulla croce.»
«Fiducia in Dio senza
limiti: volere tutto ciò che ci accade, perché è Dio che lo ordina o lo
permette per il nostro bene, per quanto opposto possa sembrarci.»
«Tutta la mia
devozione è nell'obbedienza e nella dipendenza.»
Ella raccomandava frequentemente la pace, l'umiltà, la carità, legandosi
lei stessa a queste virtù così necessarie nell'apostolato dei bambini e dei
malati.
Madre di MÉJANÈS fu richiamata a Dio il 2 ottobre 1837. I
suoi preziosi resti, conservati nella cripta della cappella della Casa Madre a
Metz, sono circondati dalla venerazione di tutte le sue Figlie.
San Sostene di Calcedonia è venerato come martire del IV secolo. Secondo la tradizione agiografica, era originario di Calcedonia, in Bitinia, l'odierna Kadıköy, e inizialmente apparteneva all'ambiente pagano e militare dell'Impero romano. La sua conversione sarebbe avvenuta dopo aver assistito alla fermezza con cui Santa Eufemia di Calcedonia affrontò il martirio. Sostene è ricordato insieme a San Vittore di Calcedonia e la sua memoria ricorre il 10 settembre.
Le notizie sulla vita di Sostene provengono soprattutto dalla tradizione agiografica e non consentono di ricostruire con certezza storica tutti gli episodi della sua esistenza.
Secondo il racconto tradizionale, Sostene era originario di Calcedonia e aveva intrapreso la carriera militare. Sarebbe stato un uomo di particolare forza e coraggio e avrebbe prestato servizio nell'esercito romano sotto l'imperatore Massimiano.
La svolta decisiva della sua vita sarebbe
avvenuta durante la persecuzione contro i cristiani. Sostene ricevette l'ordine
di occuparsi di Eufemia, giovane di Calcedonia che si rifiutava di
rinnegare la propria fede.
Secondo la tradizione, Sostene rimase
profondamente colpito dalla serenità e dalla fermezza con cui
Eufemia affrontava le sofferenze. La giovane, pur essendo sottoposta a torture,
continuava a professare la fede in Cristo.
Quella testimonianza avrebbe provocato in
Sostene una profonda trasformazione interiore. Colpito dalla fede della
martire, abbandonò le proprie convinzioni precedenti e si convertì al
cristianesimo.
La conversione di Sostene non rimase
segreta. Egli avrebbe confessato pubblicamente di essere diventato cristiano,
attirando così su di sé l'ostilità delle autorità.
Il console
Prisco, secondo la tradizione, cercò di convincerlo a rinunciare alla
nuova fede. Sostene però rimase fermo nella professione di Cristo e rifiutò le
promesse di ricompense e di salvezza personale.
Fu quindi arrestato e
sottoposto a interrogatori e torture. Le fonti
agiografiche raccontano che venne flagellato e torturato con uncini, ma che
sopportò le sofferenze senza rinnegare la fede appena abbracciata.
Non riuscendo a
ottenere la sua apostasia, le autorità decisero di condannarlo a morte. Secondo
la tradizione, Sostene fu destinato ad essere gettato alle belve
nell'anfiteatro.
Il racconto agiografico
narra però che le belve non lo assalirono. Questo episodio venne interpretato
dai cristiani come un miracolo della protezione divina.
La mancata esecuzione della condanna non
comportò tuttavia la liberazione del martire. Le autorità decisero infatti di
ricorrere a un'altra forma di esecuzione.
Il martirio
Sostene venne infine condannato al rogo.
Secondo la tradizione, fu bruciato vivo insieme a San Vittore di
Calcedonia, anch'egli ricordato come martire.
LeggiTesti
Cristiani
Il martirio viene collocato nel IV
secolo, in un periodo nel quale le comunità cristiane dell'Asia Minore
furono più volte sottoposte a persecuzione. La tradizione locale di Calcedonia
conserva il ricordo di numerosi martiri appartenenti a questo periodo.
Il culto a Calcedonia
Il culto di Sostene si sviluppò nella
Chiesa antica e rimase legato soprattutto a Calcedonia. Il suo nome
compare nei calendari e nei martirologi insieme a quello di altri martiri della
città.
Il 10 settembre è il giorno tradizionalmente dedicato a Sostene e Vittore. La stessa data è tuttora indicata nel calendario dei santi per San Sostene di Calcedonia.
Il culto
Una particolare devozione a San Sostene si
è sviluppata in Calabria. Il comune di San Sostene, in
provincia di Catanzaro, porta il suo nome e lo venera come patrono.
Secondo la tradizione locale, la reliquia
del martire sarebbero state portate nel territorio dai monaci
basiliani che vi si stabilirono nel corso dell'alto Medioevo. La devozione al
Santo si è mantenuta nei secoli e la festa patronale viene celebrata la
domenica successiva al 10 settembre.
Altro luogo di particolare devozione è
nella città metropolita di Messina: Mili
S. Pietro.
Secondo la tradizione locale il culto fu
portato dal monachesimo orientale ed in posizione soprelevata rispetto alla
località, che guarda il mare e la costa ionica calabrese, c’è un piccolo
santuario.
Infine tracce di culto si trovano a Piacenza presso la Basilica di S.
Eufemia.
San Sostene e San
Sostene da Corinto
È importante non confondere questo martire
con San Sostene da Corinto, personaggio del I secolo ricordato nel
Nuovo Testamento e venerato il 28 novembre. Quest'ultimo viene
identificato dalla tradizione con il capo della sinagoga di Corinto menzionato
negli Atti degli Apostoli e con il Sostene che Paolo presenta
come suo collaboratore all'inizio della Prima Lettera ai Corinzi.
Si tratta quindi di due figure
distinte: Sostene di Corinto appartiene all'età apostolica, mentre Sostene
di Calcedonia è venerato come martire del IV secolo.
FONTE: questo BLOG e altro
9° dal
Salmo 44 (45)
Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;
il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.
Entra la figlia del re: è tutta splendore,
tessuto d’oro è il suo vestito.
È condotta al re in broccati preziosi;
dietro a lei le vergini, sue compagne,
a te sono presentate.
Condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.
Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli;
li farai prìncipi di tutta la terra.
Gloria …
8° dal
Salmo 12
Guarda,
rispondimi,
Signore,
mio Dio,
conserva
la luce
ai
miei occhi.
Io
nella tua fedeltà
ho
confidato;
esulterà
il mio cuore
nella
tua salvezza,
canterò
al Signore,
che
mi ha beneficato.
Gloria
…
7° dal
Salmo 5
Tu
non sei un Dio
che
gode del male,
non è
tuo ospite il malvagio;
gli
stolti non resistono
al
tuo sguardo.
Tu
hai in odio
tutti
i malfattori,
tu
distruggi chi
dice
menzogne.
Sanguinari
e ingannatori,
il
Signore li detesta.
Gioiscano
quanti
in te
si rifugiano,
esultino
senza fine.
Proteggili,
perché
in te si allietino
quanti
amano il tuo nome.
Gloria…