domenica 12 agosto 2018

Francesca Teresa Rossi e il culto al Santo Nome




Laica del Terz’Ordine francescano, nasce a Genova il 24 marzo 1837. Promosse la diffusione del SS Nome di Gesù. Muore a Genova il 14 marzo 1918. Il Processo ordinario fu aperto il 12 luglio 1984. La Positio fu presentata il 9 settembre 1991. I Consultori teologi in data 2 febbraio 1998 ha bloccato la Causa in attesa delle risposte da parte della Postulazione. In data 22 novembre 2007 sono state consegnate al Promotore della Fede le risposte della Vicepostulazione prima di chiedere il riesame della Causa. Risposte ritenute non sufficienti. È pertanto necessario presentare altri documenti di archivio o testimoniali per potere proceder al riesame. Nel febbraio 2014 è stato consegnato del nuovo materiale al perito di parte perché lo elabori per presentarlo al Promotore della Fede.
FONTE
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Storia singolare di bandiera italiana conservata nel Convento dei Cappuccini di Santa Caterina a Genova. Si tratta di un tricolore con al centro, ricamata in oro, la scritta «Jesus» sopra lo stemma di casa Savoia; essa è una copia della bandiera conservata dal 1918 nel Santuario di Monte Berico a Vicenza. La storia di questa bandiera nasce a Genova, su iniziativa di una donna, una popolana che viveva nel quartiere di Madre di Dio: Francesca Teresa Rossi. Era la Rossi un'umile figura che dedicò tutta la sua vita ad una specifica forma di culto verso il Nome di Gesù. Nata nel 1837, essa di questo culto fece il solo motivo di vita, accompagnato da una profonda dedizione verso gli altri, soprattutto verso gli abitanti dell'antico e povero quartiere genovese della Madre di Dio, oggi scomparso. Pur incolta e di semplice linguaggio fu promotrice della costruzione di ben due chiese in Genova dedicate al Nome di Gesù: la parrocchiale in località Geo di Ceranesi, la cui prima pietra sarebbe stata posta nel 1923, e quella del Borghetto a Rivarolo, sorta nel 1924 come Oratorio pubblico da un suggerimento ed un concreto aiuto dato molti anni prima da Teresa a don Vincenzo Minetti. Oggi è in corso un processo per la sua beatificazione che, aperto nel 1932, fu interrotto a causa della guerra e ripreso nel 1951; approdato a Roma, a partire dal 1984, fu seguito dai P.P. Cappuccini con la nomina di un loro membro a Vice Postulatore e consegnato alla Congregazione nel 1991.

Ma ritornando alla bandiera tricolore, essa fu consegnata l'8 settembre 1918 a Mons. Angelo Bartolomasi, che, lo ricordiamo, fu il primo Ordinario militare dell'Esercito italiano; la bandiera era stata donata dalle donne genovesi per iniziativa, appunto, di Francesca Teresa Rossi che, nei primi mesi del 1918, aveva pensato di far imprimere sul bianco del Tricolore il Nome di Gesù, per infondere coraggio ai soldati e restituirli incolumi alle famiglie, ma anche come forma riparatrice verso le bestemmie. Un'idea forse un po' bizzarra e come tale fu anche accolta in disparati ambienti; ma la sua forza e la sua spregiudicatezza le consentirono in pochissimo tempo di avere, dalle donne genovesi e di tutta Italia, oltre centomila firme di adesione al suo progetto. Firme che, raccolte in un album, furono consegnate all'Ordinario Militare assieme alla bandiera che nel frattempo le Suore Riparatrici di Genova avevano cucito. Questo album è tuttora conservato nel Museo dei Cappuccini in S. Caterina a Genova. Fortunatamente la guerra di lì a poco finì e la bandiera il 26 dicembre 1918 fu portata a Trento e benedetta dal Vescovo Mons. Celestino Endrici, quindi essa viaggiò in alcune città sino all'Istria ed infine a Vicenza, che si era trovata al centro del fronte bellico, fu affidata alla custodia del Santuario di Monte Berico, dove tutt'oggi è conservata. Teresa non vide la consegna della bandiera perché moriva il 14 marzo 1918, uccisa in meno di due settimane da una stomatite cancrenosa, ma la sua idea si era ormai concretizzata e altri con successo l'avevano portata avanti. Nel 1987, dopo la traslazione della salma di Francesca Teresa Rossi dal Cimitero di Staglieno alla chiesa di Santa Caterina in Portoria, i reduci della I Guerra Mondiale vollero donare ai Padri Cappuccini, che officiano la chiesa, una copia della bandiera, in segno di riconoscimento per l’opera svolta dalla Rossi.
FONTE
 

giovedì 9 agosto 2018

San Nicola di Stilo, prega per noi!



Oggi la Chiesa celebra la festa della patrona d'Europa: Teresa Benedetta della Croce. Oltre a questa memoria, è anche ricordato San Nicola monaco greco a Stilo (RC).

Di San Nicola si hanno poche notizie. Il Santo calabrese visse come monaco - eremita sul monte Consolino sopra Stilo ed insieme a Sant'Ambrogio iniziarono alla vita monastica San Giovanni Theristis. Si addormentò il 9 agosto 1050. La grotta dei beati Ambrogio e Nicola, recentemente riconsacrata dai padri greco-ortodossi del monastero di San Giovanni Theristis di Bivongi, è la laura sul monte Consolino utilizzata dai due monaci anacoreti italogreci per condurre vita di penitenza, preghiera e contemplazione, suscitando una così forte attrazione sul giovane Giovanni Theristis, da indurlo a seguirne l’esempio ed il modello.
 
Per le preghiere dei Santi padri, Nicola, Ambrogio e Giovanni, Signore Gesù Cristo, Dio nostro, abbi misericordia di noi. Amen!

martedì 7 agosto 2018

Novena a San Rocco





NOVENA PER SAN ROCCO: 7 - 15 agosto
 
San Rocco è nato certamente a Montpellier, in Francia, tra il 1345 e il 1350. Le fonti su di lui sono poco precise. In pellegrinaggio diretto a Roma dopo aver donato tutti sui beni ai poveri, si sarebbe fermato a ad Acquapendente, dedicandosi all'assistenza degli ammalati di peste e facendo guarigioni miracolose che diffusero la sua fama. Peregrinando per l'Italia del nord e del centro si dedicò ad opere di carità e di assistenza promuovendo continue conversione. Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato presso Angera (16 agosto 1376/1379) da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio. Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente nell'Italia, legato in particolare al suo ruolo di protettore contro la peste. Centri importanti del suo culto sono a Voghera, luogo della sua prima sepoltura, e Venezia, luogo della sua odierna sepoltura. La provincia di Piacenza lo venera con significativo culto, in quanto il santo pellegrino passò in questi luoghi e vi sostò, dopo che il Signore lo provò con la malattia della peste. Sarmato è un luogo di particolare culto nel territorio piacentino, mentre a Voghera (PV) è conservato il Santo Braccio. La penisola italica è costellata di molti luoghi dedicati al suo culto: uno singolare è a Dovera, in Lombardia, dove il santo apparve per guarire un abitante del luogo. Fu Gregorio XIII che inserì il nome di Rocco nel Martirologio Romano (“In Lombardia, san Rocco, che, originario di Montpellier in Francia, acquistò fama di santità con il suo pio peregrinare per l’Italia curando gli appestati”), ma fu sotto il pontificato di Urbano VIII che la Congregazione dei Riti accordò un Ufficio e una Messa propri per le chiese costruite in onore del santo. Infine, nel 1694, Innocenzo XII prescrisse ai Francescani di celebrare la festa con rito doppio maggiore, forte della citazione fatta nel 1547 da Paolo IV nella Bolla Cum a nobis di San Roco quale membro del Terz'Ordine di San Francesco. Il Santo di Montpellier è venerato nella diocesi di Catanzaro – Squillace con memoria obbligatoria, e in particolar modo a San Sostene, Girifalco, Soverato e Serra San Bruno, alcuni dei comuni dove la festa del Santo è molto significativa. A S. Sostene il simulacro ligneo venerato è un’opera di scuola napoletana di Nicolò del Vecchio (1817). L’opera oltre a aver i simboli tipici del santo pellegrino (cane, pane, sanrocchino, conchiglia, piaga, e bastone) presenta una particolarità: il libro. Un elemento iconografico che ricorda la capacità del Santo di mettersi alla scuola di Cristo, il Gesù dei Vangeli. È simbolo della sequela cristiana, che attinge la sua Verità nella Sacra Scrittura.

lunedì 6 agosto 2018

San Cremete, prega per noi!



* Tela conservata a Randazzo nella Chiesa di SS. Salvatore, S.Basilio che detta la regola a San Cremete e confratelli.
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Nella festa della Trasfigurazione di ostro Signore Gesù, oltre a ricordare la morte santa del beato pontefice Paolo VI, la Chiesa, Una e Santa, ricorda San Cremete eremita dell'XI secolo.

Purtroppo di questo santo eremita e poi abate, vissuto nel lontano XI secolo, non ci sono pervenute molte notizie. La ‘Vita’ scritta, si basa su tradizioni locali e su documenti del monastero di S. Salvatore di Pla...ca a Francavilla in provincia di Messina.
Sulla Sicilia vi era la dominazione saracena e Cremete si era ritirato fra le rovine di un antico eremitaggio, posto fra le pendici dell’Etna e la foresta di Placa.
Quando Ruggero I, principe d’Altavilla († 1101) dopo aver combattuto i musulmani, riuscì ad impadronirsi di tutta l’isola, Cremete gli si presentò per chiedergli aiuto nella ricostruzione del diroccato cenobio, portandogli in dono della selvaggina viva.
Il re gli concesse quanto chiedeva; il diploma di fondazione del monastero e della chiesa annessa di Francavilla, porta la data del 1092; essi furono dedicati al San Salvatore e Cremete ne divenne l’abate; morì intorno al 1099.
Altre notizie storiche non ci sono, la festa liturgica di s. Cremete ricorre insieme a quella del S. Salvatore a cui era dedicato il monastero cioè il 6 agosto; in questo giorno si espone il suo corpo, posto in un reliquiario con iscrizione in greco.
 
Alcune fonti:
 
 

lunedì 16 luglio 2018

I santi, viaggiano!



S. Atenogene V. M.
Tra i santi più curiosi che si venerano in Italia, ad esempio San Sostene di Calcedonia, c'è anche Sant'Atenogene l’Armeno.

Atenogene è di Sebaste in Armenia, come mai il suo culto è giunto in Italia e soprattutto in Calabria, a Tritanti di Maropati?

Possiamo supporre che fu introdotto dalla diaspora armena che portò lo stesso culto e le reliquie di San Biagio a Maratea oppure dal monachesimo orientale che ha dimorato e dimora in Calabria.

Il monachesimo orientale ha evangelizzato e organizzato il cristianesimo calabrese lasciando tracce di culto, che hanno poi fatto nascere culti e santità locale, un esempio sono i santi italo-greci (Nicodemo di Mammala, Elia di Melicuccà, ecc…)

Ma chi era S. Atenogene?


Il Martyrologium Romanum lo ricorda il 16 luglio:
A Sivas nell’antica Armenia, sant’Atenogene, corepiscopo e martire, che lasciò ai discepoli un inno sulla divinità dello Spirito Santo e morì messo al rogo per Cristo.

Lo definisce corepiscopo, cioè un vescovo rurale. La più antica attestazione del termine risale ad Eusebio di Cesarea (II secolo). Inizialmente, sembra che il corepiscopo esercitasse le funzioni episcopali nei distretti rurali, dal tardo III secolo fu soggetto alla città, ovvero al vescovo metropolita.

Lo definisce un martire. Cioè un testimone di Cristo e del suo Vangelo fino al dono della vita. Secondo la tradizione Atenogene morì a Sebaste, Armenia, tra il 303 e il 305 dopo Cristo.

La feroce persecuzione di Diocleziano iniziò nel 303 e due anni dopo morì l’imperatore: in quest’arco di tempo è collocabile il martirio di Sant’Atenogene.

Il culto e la memoria del corepiscopo e martire Atenogene è attestata da Basilio Magno, che ne loda la fede, per l’inno allo Spirito Santo, e menziona il martirio con il fuoco.

San Gregorio l’Illuminatore († 330 ca.), istituì una festa per la Chiesa Apostolica Armena in onore dei Santi Atenogene e Giovanni Battista, dedicando a loro una chiesa ad Achtichat e una Bagauan.

La comunità cristiano di Maropati ha dedicato al santo corepiscopo la parrocchiale, e qui lo venera con questa preghiera:

O inclito Santo Vescovo e martire Atenogene, nostro celeste patrono, noi rivolgiamo a Te la nostra umile e fervorosa preghiera.

Tu che dedicasti tutta la vita al servizio, pronto e generoso nella cure delle anime a te affidate.

Rendici sensibili alle tante voci di soccorso che si levano dai nostri fratelli bisognosi e sofferenti.

Tu, intrepido assertore del Vangelo, rafforza la nostra fede e non permettere mai che alcuno ne affievolisca la vivida fiamma.

Se, lungo la strada, dovesse assalirci la stanchezza, risveglia in noi l’ardore della carità e l’odorosa fragranza della speranza.

O dolce nostro Protettore, Tu che, con la luce delle opere e del martirio, fosti il primo splendido testimone di Cristo, infondi nelle nostre anime un po’ del Tuo spirito di sacrifico e di ablativo amore, a riprova che «Non è tanto gioioso il ricevere quanto il dare».

Infine, Ti preghiamo, o nostro grande Patrono, di benedire tutti noi affinché, insieme con Te, possiamo, un giorno, contemplare nei cieli la gloria di Cristo Gesù, Figlio di Dio. Così sia.

 

Il simulacro venerato a Tritanti di Maropati si presenta come un vescovo benedicente, con le insegne episcopali classiche, unica curiosità è un animale ai suoi piedi, che pare un cervide.
Perché?

La Bibliotheca sanctorum non ci da nessuna notizia, tanto meno cita questo particolare.
Forse è un simulacro adattato?
Era in precedenza nato come Egidio abate?
La somiglianza con il simulacro di Borrello (CH) è evidente.
Certo c’è il cervide, ma manca la palma del martirio!
 

 
 
 
 
(S. Egidio venerato a Borrello)

giovedì 12 luglio 2018

“Ei fu”, il 5 maggio 1836!




Giovedì 19 luglio 2018, alle ore 10.00, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco presiederà la celebrazione dell’Ora Terza e il Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione del Beato Nunzio Sulprizio, laico.

 
 
 
 “Ei fu”, il 5 maggio 1821 Napoleone Bonaparte moriva a Sant’Elena. Il 5 maggio 1836 moriva a Napoli a soli 19 anni un operaio vissuto nell'Ottocento e beatificato da Paolo VI il 1° dicembre 1963, durante il Concilio Vaticano II.
Forse lo stesso giovane operaio e il pontefice che riconobbe la sua santità con la beatificazione saranno canonizzati insieme.
Nunzio Sulprizio era nato a Pescosansonesco, in provincia di Pescara, il 13 aprile 1817. Fin dalla prima infanzia aveva perso entrambi i genitori; a nove anni, poi, morì anche la nonna materna Anna Rosaria, che lo aveva cresciuto. A quel punto uno zio lo prese con sé nella sua officina di fabbro ferraio. Ma il lavoro troppo pesante per l'età, minò il suo fisico: colpito nel 1831 da una malattia alla tibia, fu ricoverato in ospedale prima a L'Aquila e poi a Napoli. Qui il colonnello Felice Wochinger si prese cura di lui e iniziò a trattarlo come un figlio. Nonostante i dolori terribili, Nunzio affrontò la malattia con una pazienza e un'offerta del proprio dolore che colpì chi gli stava vicino.
 
 
Già Leone XIII lo propose come modello per la gioventù operaia. Le sue spoglie sono custodite in un'urna nella chiesa di san Domenico Soriano a Napoli.

Siete stranieri!



Una storia al colmo della realtà.

Una famiglia calabrese emigra al nord, negli anni '60-'70, qui crea una famiglia con figli e figlie, i quali si sposano ed a loro volta hanno figli e figlie. Qui tutto normale. Ben integrata nel territorio - che non è sempre così! - vive la vita della comunità parrocchiale e i nipoti, figli dei figli, frequentano la sportiva parrocchiale, il catechismo e l'oratorio.. anche quello estivo.
Ogni anno i nonni scendo al paese nativo e portano con se un nipote.
Qui scoprono che il parroco a metà luglio inizia l'oratorio estivo.
Che bello come a Milano!
Ed allora vanno dal parroco del paese nativo per chiedere se anche il nipote può partecipare alle attività.
 
 
Risposta?
No.
Perchè?
Siete stranieri. Sì! gli ha detto s-t-r-a-n-i-e-r-i, forse giustifico voleva dire estranei.
Boh!
Ma sapete il colmo di questa storia, il parroco non è calabrese, e tanto meno di pelle bianca... è di colore! :) :) :)
Non è una invenzione questa storia, se pur assurda, mi è stata raccontata dalla mamma del bambino "straniero" che mi diceva che sua volta sua madre, la nonna del bambino "straniero", era indignata e quando ne parla si infuria!
Che bella storia: terrona a Nord e al sud... straniera! :) ;)
Una volta al sud ti chiamavano polentone o esagerando "minchianese" .... ma straniero è nuova!
Mi fa tristezza per il sacerdote, mi fa ridere per l'assurdità!
buona serata!

lunedì 9 luglio 2018

San Fortunato martire romano venerato a Bari


 
Ho sempre avuto un sospetto circa le reliquie del martire Fortunato venerate a Bari.



Qui viene definito lettore e martire, patrono dei lettori della Diocesi.
Le reliquie arrivarono a Bari negli anni del ministero episcopale di Mons. Clary Basile (1823 – 1858), perché?
Non si sa. Si può supporre un dono: è molto plausibile.
Ma dove vengono le reliquie e chi è il martire?
L’autentica che le accompagna è chiara: catacombe di Priscilla in via Salaria, quindi da Roma.
Un corpo santo o martire delle catacombe, ecco chi è il martire.
Ma come sempre qualcuno deve unire la memoria di santo martire con un sacro deposito ed ecco l’arcano.
Il bello è che il profilo biografico sul santo (Profilo del Santo Martire Fortunato – Don Ernesto Tentori – Grafischena Fasano 1983) afferma: Quando e come il corpo col sangue di Fortunato sia giunto a Roma, la storia non fa menzione.
Per forza! Non giunsero mai le sacre reliquie a Roma, ma qui abitava un cristiano, detto Fortunato, che fu martirizzato e poi sepolto sulla via Salaria.
Nulla a che vedere con l’omonimo di Venosa.
Purtroppo però il sacro deposito giunto a Bari e poi traslato il 4 maggio 1981 nella Parrocchia della Madonna Addolorata è stato fatto diventare il martire di Venosa.
Il solito errore sui corpi santi!
Lo stesso santino stampato da un collezionista cade in questa sovrapposizione di identità.
Una curiosità il profilo biografico suddetto ha anche l’imprimatur della curia barese! Sic!!
 
Infine, purtroppo, lo stesso sito santiebeati unisce le due identità in un’unica scheda, alimentando l’errore.
Quindi ... quando c'è di mezzo un vaso di sangue come testimonianza è sempre un corpo santo o martire delle catacombe, MAI un martire del Martirologio.

giovedì 5 luglio 2018

Decreti 5 luglio 2018



VENERABILE

- le virtù eroiche del Servo di Dio Pietro Di Vitale, Laico, seminarista; nato il 14 dicembre 1916 a Castronovo di Sicilia (Italia) e ivi morto il 29 gennaio 1940;
- le virtù eroiche del Servo di Dio Giorgio La Pira, Laico; nato a Pozzallo (Italia) il 9 gennaio 1904 e morto a Firenze (Italia) il 5 novembre 1977;
- le virtù eroiche della Serva di Dio Alessia González-Barros y González, Laica; nata il 7 marzo 1971 a Madrid (Spagna) e morta a Pampl  ona (Sp  agna) il 5 dicembre 1985;

 - le virtù eroiche del Servo di Dio Carlo Acutis, Laico; nato il 3 maggio 1991 a Londra (Inghilterra) e morto a Monza (Italia) il 12 ottobre 2006.

martedì 19 giugno 2018

SANTI GERVASIO E PROTASIO, PREGATE PER NOI!

 
 
SANTI GERVASIO E PROTASIO
(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).
 
I Santi Gervasio e Protasio, fratelli gemelli milanesi, sono venerati come santi dalla Chiesa cattolica perché considerati martiri della cristianità.
Le notizie sulla loro vita si perdono nel tempo e sono giunti a noi solo pochissimi documenti [citazione mancante]. Non si conoscono le loro date di nascita nemmeno con precisione il momento storico in cui vissero. Alcune fonti come la «Datiana historia ecclesiae Mediolanensis» raccontano che professarono la loro fede durante la dittatura di Nerone e che furono convertiti al cristianesimo, assieme ai loro genitori, dal vescovo di Milano San Caio. Siamo in un momento storico caratterizzato da una feroce persecuzione nei confronti dei cristiani.
Piu’ probabile invece posizionare temporalmente le loro vite nella metà del III secolo, durante le persecuzioni nei confronti dei cristiani di Decio o Valeriano oppure qualche anno dopo, durante la persecuzione di Diocleziano. Durante il V secolo un autore anonimo ne ha descritto la passione, dalla quale è possibile ricavare alcune notizie sulla loro esistenza, rimanendo però sempre al limite tra leggenda e realtà. La passione racconta che anche i loro genitori furono martiri della cristianità. Il padre Vitale venne ucciso mentre si trovava a Ravenna e la madre Valeria fu assassinata sulla via di ritorno per Milano. Appena venuti a conoscenza della morte dei genitori, Gervasio e Protasio non premeditarono nessuna vendetta, anzi decisero di vendere tutti i beni di famiglia per distribuire il ricavato ai poveri di Milano. Passarono poi dieci anni della loro vita a pregare, meditare e professare tutti i dettami della cristianità.
Quando il generale Anastaso passo’ con le sue truppe nella città li denunciò come cristiani e li additò come persone da punire e da redimere. I due fratelli furono arrestati, torturati ed umiliati. A Protasio fu tagliata la testa con un colpo di spada, mentre Gervasio morì a seguito dei numerosi colpi di flagello ricevuti.
I loro corpi furono ritrovati il 7 giugno 386 nell’antica zona cimiteriale, che oggi è compresa tra la caserma Garibaldi della Polizia di Stato e l’Università Cattolica, grazie ad uno scavo commissionato dal vescovo Ambrogio di Milano. Nessuno conosceva l’identità delle due spoglie, il loro ricordo era andato quasi completamente perduto. Il segretario e biografo di Ambrogio narra che i due corpi furono riconosciuti grazie a una rivelazione che lo stesso Ambrogio ebbe; in realtà Ambrogio, nelle lettere alla sorella Marcellina, affermò di avere avuto un presentimento e non una vera e propria rivelazione.
Nel 386 la costruzione della basilica di Milano, attribuita attualmente a Sant’Ambrogio, era stata appena terminata. Il 19 giugno Ambrogio la consacrò ufficialmente con l’elezione a santi di Gervasio e Protasio e con la deposizione delle loro reliquie in un grande loculo sotto l’altare della Basilica stessa. Ambrogio racconta nei suoi scritti che alla traslazione delle reliquie partecipò una grande folla. Secondo altre fonti[citazione necessaria] la deposizione delle reliquie di Gervasio e Protasio fu un espediente che Ambrogio utilizzo per attirarsi il favore delle folle e per allontanare le pretese degli ariani che richiedevano l’assegnazione di una basilica milanese al loro culto.
Presto la notizia si diffuse assieme al loro culto, inizialmente nelle città del nord: Brescia e Ravenna per poi giungere fino a Roma. Durante il pontificato di Innocenzo I venne eretta una chiesa in loro nome, attualmente la chiesa di san Vitale.
La loro popolarità si diffuse nel mediterraneo, il 19 giugno è la data della loro commemorazione liturgica.
Attorno al VI secolo molto probabilmente venne effettuata una ricognizione dei loro corpi.
Nell’835 in occasione del rifacimento della Basilica di Sant’Ambrogio ad opera di Angelberto II le spoglie dei due fratelli e quelle di Ambrogio furono rimosse dai loculi e poste in un’unica urna di porfido.
Il 13 gennaio 1864 la Chiesa operò una attenta ricognizione delle zone sottostanti l’altare della Basilica di Sant’Ambrogio. Trovarono i due loculi vuoti, uno grande, dedicato ai due santi e uno più piccolo dedicato alle spoglie di sant’Ambrogio.
L’ 8 agosto 1871 l’urna di porfilo venne aperta, risultava quasi completamente piena d’acqua stranamente limpidissima, sul fondo stavano adagiati 3 scheletri che furono attribuiti ad Ambrogio, Gervasio e Protasio.
Il 14 maggio 1874 le reliquie dei santi furono deposte in una nuova urna più preziosa, in argento e cristallo.

Altre fonti di informazione:
GERVASIO e PROTASIO, santi, martiri a MILANO
Le notizie piú antiche sui santi Gervasio e Protasio risalgono al 386, anno della invenzione dei loro corpi a Milano ad opera di s. Ambrogio.
Il 7 giugno 386, nella zona cimiteriale di Porta Vercellina (nell’area compresa tra la basilica di S. Ambrogio, l’Università Cattolica e la caserma Garibaldi), nel sottosuolo antistante la basilica cimiteriale dei SS. Nabore e Felice, s. Ambrogio fece operare uno scavo: vi si trovarono i corpi dei due martiri il cui ricordo era andato praticamente perduto nella Chiesa di Milano: tuttavia i vecchi, ad invenzione avvenuta, affermarono di averne sentito, un tempo, i nomi e di averne letta l’iscrizione sepolcrale. S. Agostino, presente a Milano in quegli anni e Paolino di Milano, segretario e biografo di s. Ambrogio dicono che il santo ebbe una rivelazione (i due scritti sono rispettivamente del 397-401 e del 422); s. Ambrogio, invece, scrivendo alla sorella Marcellina la cronaca di quegli avvenimenti, parla solo di un presentimento.
La sera del 18 giugno le sacre spoglie furono trasportate nella vicina basilica Fausta per una veglia notturna di preghiere: il giorno seguente, venerdí 19 giugno, esse furono solennemente traslate, con un grandissimo, entusiastico concorso di popolo, nella basilica detta attualmente di S. Ambrogio, che si era appena finito di costruire, per consacrarla con questa deposizione di reliquie. S. Ambrogio dice d’aver predisposto il luogo sotto l’altare della nuova basilica come sua tomba: scoperti i corpi dei due martiri, cedette loro dexteram portionem.
Da quanto consta dalle fonti sopraindicate, sembra da escludersi in modo assoluto che l’invenzione dei corpi dei martiri Gervasio e Protasio sia stata un espediente di Ambrogio per meglio resistere, attraverso l’entusiasmo delle folle, alla corte in generale ed a Giustina in particolare, che pretendevano la consegna agli ariani di una basilica milanese; parimenti affatto gratuita è l’opinione che i due martiri siano una trasposizione cristiana dei Dioscuri.
La traslazione delle reliquie dei martiri Gervasio e Protasio fatta da Ambrogio a scopo liturgico, sull’esempio delle traslazioni liturgiche orientali, ebbe un influsso notevole in tutto l’Occidente, segnando una svolta decisiva nella storia del culto dei santi e delle loro reliquie.
I due santi godettero subito di una notevole popolarità, soprattutto in Occidente: furono particolarmente venerati in Italia, a Ravenna, a Brescia ed a Roma, dove, sotto il pontificato di Innocenzo I (402-417), la matrona Vestina eresse una chiesa dedicata in loro onore, l’attuale S. Vitale in via Nazionale; in Gallia, a Vienne ed a Rouen; in Spagna, a Carmona; in Africa, a Cartagine. L’anniversario della invenzione dei loro corpi ben presto entrò nei piú importanti Calendari e Sacramentari, come il Calendario Cartaginese, il Sacramentario Gregoriano ed il Martirologio Geronimiano che li ricordano tutti, concordemente, il 19 giugno Il Geronimiano, poi, li ricorda anche altre volte: il 20 maggio (sembra per un errore di lettura e di trascrizione); il 28 luglio, giorno dei ss. Nazario e Celso, nei cui Atti si parla anche dei ss. Gervasio e Protasio ed il 30 ottobre (per cause ignote).
Data la fama dei due santi e la scarsità delle notizie che li concernevano, tra la fine del sec, V e l’inizio del VI, un autore rimasto anonimo, ne compose la passio, inserendola in una lettera falsamente attribuita a s. Ambrogio, nella quale, autore della passio stessa, figura nientemeno che Filippo, il primo grande benefattore della Chiesa di Milano al tempo del vescovo s. Caio (v.), il quale avrebbe sepolto i due santi nella sua casa.
La passio presenta Gervasio e Protasio come figli gemelli dei ss. Vitale e Valeria. Morti i genitori, i due fratelli vendettero i beni di famiglia, ne distribui rono il ricavato ai poveri e si ritirarono in una casetta ove passarono dieci anni in preghiera e me ditazione. Denunziati come cristiani ad Astasio, di passaggio per Milano diretto alla guerra contro i Marcomanni, non vollero assolutamente sacrificare e perciò furono condannati a morte. Gervasio morí sotto i colpi dei flagelli, Protasio venne invece decapitato.
La leggenda intorno ai nostri martiri si arricchì di ulteriori precisazioni: la Datiana historia eccle siae Mediolanensis afferma che i due santi furono convertiti al Cristianesimo, assieme ai loro genitori, nobilissimi cittadini di Milano, dal ve scovo s. Caio che avrebbe retto la Chiesa della città dal 63 all’85 e il loro martirio sarebbe avvenuto ai tempi di Nerone (54-68).
In realtà sembra che il martirio di Gervasio e Protasio si debba attribuire o alla persecuzione di Diocleziano (e perciò all’inizio del sec. IV) o molto piú probabilmente a qualcuna delle persecuzioni della metà del sec. III (di Decio o Valeriano).
Importante è la ricognizione delle reliquie dei ss. Ambrogio, Gervasio e Protasio avvenuta poco dopo la metà del sec. scorso, e precisamente negli anni 1864 e 1871. Il 13 gennaio 1864, sotto 1’altare maggiore della basilica di S. Ambrogio, furono trovati due loculi: verso nord (e cioè a destra di chi celebra con la faccia rivolta verso il popolo) il loculo piú grande dei due martiri, a sinistra, quello piú stretto di s. Ambrogio. I corpi erano rimasti in quei due loculi fino all’anno 835, circa, allorché 1’arcivescovo Angelberto II, in occasione del rifacimento totale della cadente basilica del sec. IV e della costruzione dell’altare d’oro del maestro Wolvinio, li riuní in una sola urna di porfido (anch’essa scoperta, ma non aperta nel 1864) che venne disposta in senso trasversale sopra i ,due loculi che furono lasciati vuoti in situ. L’8 agosto 1871, per ordine dell’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana, I’urna di porfido fu scoperchiata. Era per due terzi piena di acqua limpida; sul fondo stavano i tre scheletri che, esaminati diligentemente, risultarono appartenenti ad uomini che misuravano rispettivamente cm. 163 (s. Ambrogio), 180 e 181 (Gervasio e Protasio). Risulterebbe da indagini fatte allora ed in seguito, che una ricognizione dei loro corpi doveva essere avvenuta tra la fine del sec. V e l’inizio del VI.
Quando nel 1871 si annunciò la scoperta milanese dei corpi dei ss. Gervasio e Protasio, cinque città asseritono di possederli anch’esse e proteste vivacissime presso la cur1a di Milano furono fatte soprattutto dalla città di Alt Breisach sul Reno.
La festa dei due martiri viene celebrata il 19 giugno anniversario della loro solenne traslazione del 386 nella basilica di S. Ambrogio; il 14 maggio la liturgia ambrosiana ricorda la reposizione dei corpi dei ss. Ambrogio, Gervasio e Protasio nella nuova, attuale urna preziosa, eseguita nell’anno 1874, dopo la ricognizione del 1871.

Autore: Antonio Rimoldi

venerdì 15 giugno 2018

Errori iconografici!





Alcune osservazioni:

L’ovato di questo altare offre S. Vito Martire, accanto a cui, un cane di manto tappezzato, ritto sulle zambe sta in atto di leccargli le piaghe. [ma potrebbe essere, e più probabilmente, San Rocco, invocato in occasione della peste, per i relativi miracoli da lui operati]"

Non lecca nessuna piaga, in quanto San Rocco ha la piaga sulla coscia.


"Nel terzo altare [del 1888] la Madonna degli Angioli, cui soggiacciono S. Biagio, S. Antonio Abate e S. Bonaventura; la di cui berretta di porpora gli viene presentata da due Serafini. Nell’ovato S. Bernardino da Siena in abito claustrale, con lunga stola."


Direi che il terzo santo è San Carlo Borromeo, si riconosce dal naso!
L’ovale mi pare sia San Giuseppe da Copertino.

"Venerasi nel sotto altare [ultimo presso l'ingresso realizzato «XX saeculo ineunte»] S. Giuseppe da Copertino, che sorvola in faccia la Croce. Ai suoi piedi due monaci compresi, da alto stupore, che ben lo appalesano ne le mosse del volto, e delle mani. Di questo santo si venera la statua lavorata da’ nostri artisti Brudaglio. Lo stesso sta genuflesso a pié del legno della croce che sostengono due serafini, e sulla base sono rilevati due faccette di Angioli alati. L’ovato contiene l’Arcangelo Raffaele [Michele, e non Raffaele]."

L’ovale è San Michele arcangelo, la scritta sullo scudo dice il significato del suo nome: Quis ut Deus, Chi è come Dio.

buona correzione!