giovedì 22 ottobre 2026

Sergnano ... e la sua Madonna del Binengo

 


IL SANTUARIO

È stato eretto a santuario diocesano “Santuario Madonna del Binengo” l’8 settembre 2023.

Oggi questa zona agreste del Santuario del Binengo è compresa nel Parco Regionale del fiume

Serio che ne tutela la bellezza naturalistica circostante, unendo la grazia di un ambiente in armonia con la flora e la fauna tipiche della pianura allo splendore degli antichi affreschi mariani che arricchiscono l’interno della chiesa, manifestando e mantenendo quell’equilibrio originario tra raccoglimento spirituale e semplicità dei ritmi di vita quotidiana.

Un edificio sacro era già presente nel XV secolo, quando la chiesa era sottoposta alla giurisdizione del parroco di san Pietro in città (Crema), ed è citato unito a una piccola abitazione del custode. A partire dal 1567, però, la cura e la giurisdizione della chiesa passa dal parroco di san Pietro in città agli amministratori della comunità di Sergnano e da questo momento si ipotizza anche un importante rinnovamento artistico.



IL NOME

Storicamente, l’esistenza antica di questo luogo è attestata da documenti medievali dove compare con la dicitura Albeningo (1022), Albernegum (1192), per poi trasformarsi in Albinengo nei documenti di metà Settecento e ne Il Binengo nelle carte dell’Istituto Geografico Militare d’inizio Novecento. L’origine del nome, secondo studiosi e storici del dialetto, della lingua e della tradizione delle zone cremasche, cremonesi e bergamasche, sarebbe da collegare con il termine di origine tedesca bine/ bina e indicherebbe una parte della vicinia di Sergnano oppure, secondo un’origine latina nella radice e longobarda nella desinenza -engo, indicherebbe nello specifico una zona di riparo e di “chiuse” atta a trattenere e convogliare le acque vicine in funzione agricola, per l’utilizzo durante la stagione secca attraverso canali d’irrigazione.

 

LA FACCIATA

L’aspetto attuale del Santuario del Binengo si presenta semplice nella facciata a capanna rivolta a est, decorata da un’elegante serliana nella parte centrale, al di sotto del timpano triangolare incorniciato da mattoni in cotto tipico della tradizione lombarda e con un porticato a tre arcate sul fronte, aggiunto successivamente alla struttura cinquecentesca, a cui si accede da due brevi scalinate che sottolineano i dolci pendii tipici della zona lungo le rive del fiume Serio; negli archi del sottoportico, al di sopra delle due finestrelle laterali all’ingresso, si intravedono dipinti di santi (san Pietro e sant’Antonio) e formelle quattrocentesche di terracotta tipiche dell’arte fittile lombarda della zona (Madonna col Bambino), mentre nella lunetta sopra il portone d’accesso è affrescata l’immagine di Maria con il bambino in braccio e l’iscrizione Monstra Te esse Matrem. Il campanile si trova a ovest, sul lato sinistro del presbiterio ed è decorato con cornici, bifore ed elementi in cotto, come le balaustre attorno al cono della copertura, che ingentiliscono il suo aspetto di piccola torre.


GLI AFFRESCHI

Gli affreschi sono stati circoscritti dagli storici dell’arte agli anni compresi tra la fine del XVI e i primi decenni del XVII secolo e l’esecuzione attribuita a maestranze locali (vicini alla maniera pittorica di Aurelio Buso), con l’uso di cartoni e riferimenti a stampe di artisti noti all’epoca a livello europeo. Le scene sulle pareti laterali sono poste al di sopra di una fascia dipinta a finte incrostazioni marmoree, cornici e zoccolature ed elegantemente inquadrate e svincolate tra loro, presentando episodi e personaggi religiosi diversi, santi invocati contro le malattie, per una salute sia fisica sia spirituale, presenze tipiche dei luoghi boschivi di transito. Nella zona presbiteriale sono descritti momenti della vita di Maria, a cui è dedicato il Santuario e di cui ogni anno si festeggia la solennità nel giorno della nascita con celebrazioni che coinvolgono tutta la comunità sergnanese.

Sulle pareti laterali del presbiterio si concentrano scene della vita di Maria: grandi affreschi con la Natività di Maria e l’Adorazione dei magi, lunette con la Presentazione di Maria al Tempio e la Fuga in Egitto.

Vicino alle piccole porte laterali che immettono in ambienti adibiti a sagrestia e deposito, sono affrescate le effigi si santa Lucia che tiene in una mano la palma del martirio e nell’altra un punteruolo con gli occhi infilzati (Lucia di Siracusa) e santa Caterina d’Alessandria elegantemente abbigliata e con gli attributi della palma del martirio e della ruota dentata. 

Sulla volta del presbiterio sono dipinte le scene del Sogno di Giuseppe, il Ritrovamento di Gesù al Tempio, l’Incoronazione della Vergine e vari simboli mariani. Al centro dell’arco trionfale è poco visibile la scena dell’Assunzione di Maria, di cui si intravede il capo, molto danneggiata, alla presenza degli apostoli presentati a gruppi sui due lati con una certa vivacità; a unione dei due lati dell’arco si trova una traversa lignea con crocifisso cinquecentesco, usanza tipica del periodo antico e degli oratori campestri. Al di sotto, lateralmente, entro finte nicchie dipinte, sono affrescati san Giovanni Battista e santo Stefano diacono.



Sulle pareti della navata, tra le varie scene di santi, si distingue la rappresentazione di un momento di intima condivisione quotidiana della vita della
Sacra Famiglia: nel primo riquadro del lato sinistro, subito dopo essere entrati dal portone d’accesso, possiamo ammirare Giuseppe, Maria e Gesù giovinetto intenti a lavorare nel loro ambiente domestico, la bottega, rispettivamente l’uno come falegname, l’altra come filatrice e tessitrice e il figlioletto come aiutante nei lavori di pulizia. Singolare la presenza sullo sfondo di una torre in costruzione, forse rimando ai titoli mariani di “turris davidica” e di “turris eburnea”.

Proseguendo con i riquadri sulla parete a sinistra dell’ingresso, si vede la figura di san Francesco col saio, il crocifisso e le stigmate, assorto in preghiera in un paesaggio di delicatezza cromatica, nel cui sfondo è rappresentata la scena precedente del santo inginocchiato davanti a una grotta che riceve i segni dall’angelo quasi nascosto tra le nubi fosche del cielo.

Il terzo riquadro rappresenta sant’Orsola, avvolta da un enorme disco luminoso e omaggiata da due angeli della corona e della palma, mentre tiene una bandiera simbolo di vittoria e dispiega le braccia e accoglie sotto la sua veste in segno di protezione gruppi di vergini in abiti monacali.

Lo spazio che si avvicina alla parete dell’arco trionfale è spoglio di pitture ma accoglie due strappi di affreschi provenienti da cappelle demolite della chiesa principale di san Martino. Passando alla parete destra, osservando il grande riquadro vicino al presbiterio, in una sezione del quale è stata aperta una piccola finestrella, si vede la scena della Madonna in trono tra i santi Eligio, Sebastiano, Rocco e un Martire (?). Segue il dipinto della Visione di san Francesco (Antonio?) che riceve il Bambino da Maria assisa su una nube splendente in una mandorla di luce.

Superando una porta laterale, il riquadro attiguo raffigura sant’Antonio abate col bastone e il fuoco, di fronte alla Madonna allattante il Bambino. 

La scena attigua ritrae san Bartolomeo in primo piano col coltello insanguinate mentre in lontananza si intravede la scena del suo martirio, lo scorticamento nei pressi di un albero, su un fondale di paesaggio verdeggiante e dai colori delicati e sfumati.

Infine, sulla parete di controfacciata, ai lati dell’ingresso, in parte danneggiati dall’apertura delle finestrelle, sono dipinti san Gerolamo penitente col petto ferito in evidenza mentre tiene la pietra e osserva in venerazione il crocifisso di fronte, accompagnato da un mansueto leoncino con le fattezze del viso antropomorfe, e sant’Eurosia, protettrice delle viti, dei raccolti e a difesa dei temporali e delle tempeste, inginocchiata in preghiera, coi lunghi capelli sciolti (come Maria Maddalena), rivolta alla vetta rocciosa da cui scende un luminosissimo angelo per porle la corona e la palma del martirio. 

Sopra al portale d’ingresso, come un saluto e un appunto per chi si appresta a congedarsi dal momento di ristoro e preghiera, si trova affrescata la scena di san Martino che dona il mantello a un povero malato, in lontananza la città di Amiens: un gesto di connessione tra i santi titolari delle altre chiese del paese (san Martino e san Rocco): un solerte esempio affinché i pellegrini, continuando il loro cammino, nella vita quotidiana con solidarietà, protetti dalla compassione dei santi e accompagnati dall’amore della Madonna.


IL ROSARIO

 

Misteri degli Inizi della nostra fede

 

Dio non ha creato la morte

e non gode per la rovina dei viventi.

Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano;

le creature del mondo sono portatrici di salvezza,

in esse non c'è veleno di morte,

né il regno dei morti è sulla terra.

La giustizia infatti è immortale.

Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità,

lo ha fatto immagine della propria natura.

(Sap 1,13-15; 2,23)

 

PRIMO MISTERO

L'Annunciazione

L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

Pater 10 Ave Gloria – Madre del Salvatore, prega per noi!

 

SECONDO MISTERO

La Visitazione

Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.

Pater 10 Ave Gloria – Madre del Salvatore, prega per noi!

 

TERZO MISTERO

Sogno di Giuseppe e sua paternità

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Pater 10 Ave Gloria – Madre del Salvatore, prega per noi!

 

QUARTO MISTERO

La Nascita a Betlemme

Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.

Pater 10 Ave Gloria – Madre del Salvatore, prega per noi!

 

QUINTO MISTERO.

L'Adorazione dei magi

Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Pater 10 Ave Gloria – Madre del Salvatore, prega per noi!

 

Salve Regina

LITANIE LAURETANE

 

Signore, pietà
Cristo, pietà
Signore, pietà.
Cristo, ascoltaci.
Cristo, esaudiscici.

 

 

Santa Maria, prega per noi.

Santa Madre di Dio,
Santa Vergine delle vergini, 
Madre di Cristo, 
Madre della Chiesa, 

Madre della misericordia

Madre della divina grazia,

Madre della speranza
Madre purissima, 
Madre castissima, 
Madre sempre vergine, 
Madre immacolata, 
Madre degna d'amore, 
Madre ammirabile, 
Madre del buon consiglio, 
Madre del Creatore, 
Madre del Salvatore, 
Madre di misericordia, 
Vergine prudentissima, 
Vergine degna di onore, 
Vergine degna di lode, 
Vergine potente, 
Vergine clemente, 
Vergine fedele, 
Specchio della santità divina, 
Sede della Sapienza, 
Causa della nostra letizia, 
Tempio dello Spirito Santo, 
Tabernacolo dell'eterna gloria, 
Dimora tutta consacrata a Dio, 
Rosa mistica, 
Torre di Davide, 
Torre d'avorio, 
Casa d'oro, 
Arca dell'alleanza, 
Porta del cielo, 
Stella del mattino, 
Salute degli infermi, 
Rifugio dei peccatori, 

Conforto dei migranti,

Consolatrice degli afflitti, 
Aiuto dei cristiani, 
Regina degli Angeli, 
Regina dei Patriarchi, 
Regina dei Profeti, 
Regina degli Apostoli, 
Regina dei Martiri, 
Regina dei Confessori, 
Regina delle Vergini, 
Regina di tutti i Santi, 
Regina concepita senza peccato originale, 
Regina assunta in cielo, 
Regina del santo Rosario, 
Regina della famiglia, 
Regina della pace.

 

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, perdonaci, o Signore.

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, ascoltaci, o Signore.

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

Prega per noi, Santa Madre di Dio. 

E saremo degni delle promesse di Cristo.

 

Preghiamo. 
Concedi ai tuoi fedeli, 
Signore Dio nostro, 
di godere sempre la salute del corpo e dello spirito, 
per la gloriosa intercessione 
di Maria santissima, sempre vergine, 
salvaci dai mali che ora ci rattristano 
e guidaci alla gioia senza fine. 
Per Cristo nostro Signore. 
Amen.

 

venerdì 9 ottobre 2026

Commiato al defunto....

 


un luttino

È la nuova moda che la matrigna Tv ci ha consegnato.

Spesso offerto dalle messe con esequie di drammi o di personaggi … che se anche non sono famosi li rende famosi la Tv!

Alcune volte, lodevoli e cristiani, ma spesso sono molto mondani e insensati.

È raro che i commiati fatti per uomini e donne elogiano la fede e le virtù umane e cristiane.

Non parliamo poi dei santi proclamati in questi commiati, conclusi dall’applauso dei presenti!

Si confonde la carità per una decente umanità.

Poi ci sono i commiati dove si elogia una virtù, un esempio. Non tanto per esaltare il defunto ma per esortare i presenti.

Chissà se qualcuno arriverà a dire che era un fervente e praticante cristiano, impegnato ecclesialmente e civilmente come cristiano per esortare gli astanti?

Va però detto che i commiati non sono dovuti nella messa con esequie.


domenica 4 ottobre 2026

La vigna....

 


Il tema della vigna ricorre nella prima lettura e nel vangelo.

La vigna è la casa, la proprietà del Signore che viene affidata agli uomini perché prosperi.

È del Signore, non è dell'uomo.

La vigna è il Regno di Dio di cui noi partecipiamo e ne gustiamo i frutti.

Noi stessi siamo frutti del Regno e noi stessi produciamo frutti per il Regno!

Liberiamoci dal senso di proprietà, siamo affittuari e non erediti perché affittuari.

L'eredità è donata solo a chi è disposto ad essere frutto e a produrre frutto per il Regno e non per sé.

 

Come custodisci, nutri, e fai fruttificare la vigna del Signore?

Ti senti parte di questa vigna o solo spettatore?

Mangi solo i suoi frutti oppure aiuti a produrre frutti, affidandoti alla Grazia di Dio?

 

Concludo con un racconto della vita di S. Francesco.

 

Un giorno San Francesco camminava alla volta di Rieti, ma quando giunse alle porte della città, la folla era così tanta che egli non volle entrarvi. Se ne andò allora ad una chiesa che si trovava a circa due miglia dalle mura.

La folla che lo seguiva per vederlo e per ascoltare la sua parola, per rifocillarsi, coglieva l'uva dalla vigna che circondava la casa del prete di quella chiesa. Costui era disperato per il danno che subiva e quasi si era pentito di aver dato ospitalità al Santo.

Ma il Signore rivelò il dispiacere del povero prete a Francesco e questi chiamò a sé il prete e gli chiese:

"Carissimo Padre, quante botticelle di vino ti rende questa vigna negli anni migliori?"

"Dodici" rispose il prete.

"Io ti prego allora - disse il Santo - di sopportare pazientemente, per i giorni che io desidero rimanere qui, che tutti possano cogliere quest'uva. Da parte di Gesù, ti prometto che la vigna ti renderà non dodici, ma venti botticelle!"

Per diversi giorni fu un andare e venire di gente. Tutti coglievano l'uva e, alla fine, quando S. Francesco se ne andò, rimasero sui tralci solo pochi grappoli. Venuto il tempo della vendemmia, il prete raccolse quel poco o nulla che era rimasto, lo mise nel tino e lo pigiò. Quando fu il tempo della spillatura, il buon prete cavò il vino nuovo e, come gli aveva promesso il grande Santo, riempì venti botticelle di vino squisito.

 

Per cui fratelli e sorelle

non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.

 

Ricordiamoci che la Vigna, il Regno… sono di Dio!

Amen.


sabato 3 ottobre 2026

Patrono della provincia di Monza

 


Urna con le reliquie del beato - Duomo di Monza


Per la provincia di Monza: lo Spirito di sapienza e di consiglio che animò la vita e le opere del BEATO LUIGI TALAMONI, sacerdote, si effonda e fecondi la vita ecclesiale e civile di questo territorio perché ogni suo figlio e ogni sua figlia siano sale della terra e luce del mondo, preghiamo.


domenica 20 settembre 2026

Il buono è sempre ingiusto ...

 


Il buono è sempre ingiusto secondo lo schema della giustizia del mondo.

 

Nella Chiesa il servizio per il Regno è pagato nello stesso modo.

Non c'è diversità, non c'è casta, non c'è giustizia umana che tenga.

 

La stessa paga è segno della stessa dignità.

 

Come far convivere giustizia umana e bontà divina?

La giustizia divina è disarmante.

Elimina ogni misura perché l'amore è senza misura.

È nella Croce…. Ci ha amato per primo!

Amen.


giovedì 17 settembre 2026

Santa Comunione e celiachia

 


Comunicato dell'Ufficio Liturgico

Conferenza Episcopale Italiana

La comunione dei celiaci in Italia

1. In questi ultimi anni è notevolmente aumentato in Italia il numero di fedeli affetti da celiachia, patologia che determina un'intolleranza assoluta al glutine, sostanza proteica contenuta nel frumento e in alcuni altri cereali. Il celiaco, perciò, deve in modo permanente e tassativo astenersi dal mangiare alimenti che contengono, anche in misura molto ridotta, del glutine. Infatti, non esistendo per il momento farmaci curativi, l'unica terapia valida è una dieta scrupolosa. In questo stato di cose il celiaco non può neppure accostarsi alla Comunione eucaristica, in quanto le ostie utilizzate comunemente nella celebrazione dell'Eucaristia sono prodotte con farina di frumento e di conseguenza contengono glutine.

2. La Congregazione per la Dottrina della Fede, in risposta alle richieste fatte da alcuni Episcopati in merito all'aggiornamento delle disposizioni date il 29 ottobre 1982 riguardo alla comunione dei celiaci, il 19 giugno 1995 inviò una lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, puntualizzando le condizioni di validità della materia e precisando le modalità per accostarsi alla Comunione. Le riassumiamo:

a) Condizioni di validità della materia:

- le ostie speciali nelle quali il glutine è completamente assente ("quibus glutinum ablatum est") sono materia invalida per l'Eucaristia;

- sono invece materia valida le ostie nelle quali è presente la quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di materie estranee e purché il procedimento usato per la loro confezione non sia tale da snaturare la sostanza del pane.

b) Modalità di accostarsi alla comunione:

- l'Ordinario, accertata la presenza della patologia attraverso certificazione medica e verificato che il prodotto usato è conforme alla esigenze di cui sopra, può concedere ai celiaci di ricevere la Comunione con ostie a contenuto minimo di glutine, tale in ogni caso da non nuocere alla salute.

La soluzione adottata veniva incontro in linea di principio alle esigenze dei celiaci; tuttavia l'impossibilità di trovare ostie adatte ha comportato fino ad oggi che i celiaci continuassero a poter comunicare solo al calice. Ciò non era privo di gravi difficoltà per gli astemi e, soprattutto, per i bambini.

3. Contestualmente l'Associazione Italiana Celiaci (AIC) si è attivata per ricercare una soluzione più agevole al problema. Si è così appreso che vengono prodotte ostie di frumento contenenti una quantità di glutine decisamente bassa, attestata da indagine di laboratorio, che, pur permettendo la panificazione (e ciò le rende materia valida per la consacrazione), non rende le ostie nocive alla salute dei celiaci.

Il risultato della ricerca è stato comunicato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale con lettera del Segretario S.E. Mons. Tarcisio Bertone al Presidente dell'AIC in data 17 agosto 2001 (Prot. 89/78-1354), ha fatto presente che questo tipo di ostie rispetta "le decisioni a suo tempo assunte dal Dicastero circa l'uso del pane con poca quantità di glutine" e pertanto ha giudicato "favorevolmente l'iniziativa intrapresa ed i conseguenti risultati, conformi alle disposizioni in ordine alla materia valida per la Consacrazione ed ai necessari parametri che salvaguardino la salute del fedele celiaco". Inoltre S.E. Mons. Bertone ha assicurato la disponibilità della Congregazione a prendere in considerazione l'abolizione della disposizione che impone la presentazione del certificato medico da parte dei fedeli celiaci per potersi avvalere della facoltà di ricevere la comunione nelle modalità a loro consentite.

4. È sembrato opportuno pertanto rendere noti gli aggiornamenti della disciplina, invitando a darne ampia diffusione, a sensibilizzare sacerdoti e fedeli al problema e a disporre l'acquisizione di tali ostie da parte dei parroci, seguendo le indicazioni riportate di seguito, in modo da rendere facilmente accessibile ai celiaci la comunione al pane eucaristico.

a) I parroci siano esortati ad assumere informazioni sulla celiachìa e sui disturbi che provoca; siano spronati a conoscere i propri parrocchiani celiaci e ad aiutarli perché siano alleviate le difficoltà e i disagi che incontrano nella vita quotidiana e nella partecipazione all'Eucaristia; siano particolarmente diligenti nel riconoscere bambini celiaci tra quelli che si preparano alla messa di prima comunione, coinvolgendo opportunamente anche i catechisti.

b) Ove si presenti il problema, la parrocchia si procuri presso i distributori indicati in calce le ostie confezionate con amido di frumento contenente una quantità minima di glutine, e perciò idonee per la comunione dei celiaci. Tali ostie debbono essere conservate in un contenitore a parte, in modo da evitare qualsiasi forma di contatto con ostie normali o con altri prodotti confezionati con farine contenenti glutine (frumento, orzo, segale, farro…). Può essere opportuno che nei santuari, nelle chiese interessate dai flussi turistici o in occasione di celebrazioni con partecipazione di un grande numero di fedeli, siano disponibili ostie adatte ai celiaci.

c) Nella celebrazione eucaristica si tengano presenti in particolare le seguenti precauzioni:

- per la preparazione delle ostie si raccomanda vivamente a chi predispone quanto è necessario per la celebrazione di prendere in mano le ostie speciali per celiaci prima di preparare le ostie normali; in caso contrario abbia cura di lavarsi precedentemente le mani;

- per la consacrazione le ostie siano poste in una pisside collocata tra i doni da portare all'altare, distinta dalle altre, chiusa, facilmente riconoscibile in modo tale da evitare ogni forma di contatto con le ostie comuni;

- per la distribuzione della comunione il ministro (sacerdote, diacono, ministro straordinario), prima di dare la comunione ai celiaci, abbia cura di lavarsi le mani se precedentemente ha preso le altre ostie; (ndr QUINDI NON SI FA PREDERE CON LE MANI AL FEDELE LA PARTICOLA!!!)

- si conservi nel tabernacolo una pisside chiusa e facilmente distinguibile contenente ostie speciali consacrate e destinate alla comunione fuori della Messa per celiaci ammalati e anziani.

d) Quando i fedeli, in conformità alle disposizioni liturgiche, sono ammessi alla comunione sotto le due specie e nei casi in cui i celiaci accedono alla comunione al calice, il sacerdote celebrante o gli altri ministri osservino con diligenza le seguenti precauzioni:

- evitare di far comunicare il celiaco al calice nel quale è stata fatta la "immixtio" con un frammento del pane eucaristico comune;

- consacrare il vino per la comunione dei celiaci in un calice distinto, coperto, nel quale non si farà la immixtio

e) In considerazione dei rilevanti risvolti teologici e pastorali del problema (validità della consacrazione e precauzioni da osservare nei confronti dei celiaci), si raccomanda vivamente agli Uffici liturgici diocesani di vigilare sulla corretta applicazione delle presenti indicazioni e di promuovere in merito un'informazione corretta ai sacerdoti, ai diaconi e agli operatori pastorali.

Roma, 18 ottobre 2001.

 


martedì 15 settembre 2026

Il prete*: un uomo?

 

L’umanità del prete

Da Settimananews.it di Chiara D'Urbano

 

Ma un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come tutti gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi… e un grande grazie. Chiara D’Urbano, psicologa e psicoterapeuta EMDR, si occupa in particolare di formazione e di accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Articolo ripreso dal sito della rivista Città Nuova, 18 agosto 2026.

Un sacerdote, già in là negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è che, fino ad un recente passato, il prete veniva compreso come un uomo eletto, privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e, di conseguenza, anche l’onere di mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità: emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni.

Il simpatico aneddoto non vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere «diversi» dalla comune umanità. Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie aldi fuori del «lavoro».

***


Poi arriva la cronaca cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente la rotta, e forse la fede.

Ogni storia è a sé, cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però,

condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista per il ruolo che avevano.

Rimaniamo, come si diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente - «bolla» che poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta ordinato.

Normalizzare la formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e di uomini come gli altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche.

Tutte le dimensioni meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni, l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere.

Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali.

Arriva all’ordinazione non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità, senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena, all’interno di quella vocazione.

***

C’è dunque una responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa riuscire al meglio.

La responsabilità è della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento?

La responsabilità è di chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo.

La responsabilità è dell’istituzione: quale «format» di sacerdote ha in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono a quale «modello sacerdotale»?

Il sacerdote ben integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua diocesi, e della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché, alla lunga, la sola «immagine» non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo.

Infine, la responsabilità è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire «il prete in vacanza», o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che deve aiutare altri?».

Appunto! Come i professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura.

È una consapevolezza da acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso la formazione non equivale allo «stare a posto per sempre».

È innanzitutto una persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori, data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose.

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La domanda si potrebbe leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente «allenati» alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il presbiterio), o di una medesima comunità.

Conosco sacerdoti che si sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta.

A tutti, proprio a tutti voi sacerdoti, gratitudine, perché innumerevoli volte siete stati accanto a noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di lutto. Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne abbiate bisogno.


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Il prete e i suoi inimmaginabili inferni

(S)punti di vista di Don Marco Pozza, 7 Luglio 2025

 

Li vedi consacrare e alzare l’Ostia durante la messa, abbelliti da vesti che li rendono diversamente umani. Li vedi seduti ad ascoltare chi si avvicina loro per una parola di ristoro, un gesto d’umanità, una benedizione che drizzi ciò ch’è sviato. Li vedi all’opera: imbarcarsi con flotte di ragazzi per i campi scuola, incamminarsi verso i santuari con la comunità, “farsi in quattro” perchè nessuno si senta foresto nella Chiesa e possa godere di una parola che, pronunciata dal sacerdote, riaccenda l’eco del Dio che l’ha pensata. Li vedi così: all’ombra del campanile o in oratorio, dentro le galere o nello schermo della televisione, in confessionale come dentro i luoghi di lavoro, nel silenzio di un chiostro o nella baraonda della sagra paesana. Li vedi così e, malauguratamente, pensi: “Che problemi vuoi che abbiano? Hanno sempre il sorriso sul volto”. Ci si dimentica, vedendoli, della doppia personalità del prete: uomo come tutti, forse anche il più misero – san Paolo si definì «un aborto» (1Cor 15,8) – che nello scafandro della sua vita accetta l’invito di Dio che chiede di calarsi dentro come un palombaro. Li si vede preti e raramente ci si ricorda dell’uomo celato dietro questa missione al limite del possibile: l’uomo che piange e ride, riflette e s’interroga, che di giorno ti parla di Dio con il cuore dopo che la notte ha alzato la voce con lo stesso suo Dio: «Maestro, non ti importa che noi moriamo?» (Mc 4,38) Lo chiamano “Alter Christus” il sacerdote, ma «talvolta, leggendo il Vangelo, ho come l’impressione che il Figlio dell’Uomo, durante la sua vita, non sia mai stato riconosciuto veramente all’infuori di sua madre, del cieco nato e del ladrone sulla croce» (F. Mauriac). I restanti? Quattro di picche.


Uno di questi preti, don Matteo Balzano di Novara, 35 anni, si è suicidato. Si è tolto quella vita che, quasi certamente, avrà aiutato gli altri a colorare di un senso, di un significato: a qualsiasi età si è disposti a sopportare anche la stanchezza più assurda, a non mollare il tentativo a patto di riuscire a trovare un significato alla fatica. «Nessuno sa l’inferno che uno ha dentro per arrivare a un gesto estremo» disse don Matteo ad un’amica. Si è suicidato in canonica, casa che nell’immaginario è il “pronto soccorso” dell’anima: la casa in cui, certi giorni, ci la varca «nell’andare se ne va e piange, portando la sua semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni» (Sal 125,6). La casa in cui il prete, con la grazia di Dio, diventa profeta di un futuro nuovo per la tua vita; luogo in cui il peccato viene riciclato e la consolazione diventa olio per un motore che ha acceso la spia rossa. Li vedi all’opera: mai ti immagineresti che dietro quel volto ci fosse un uomo che, qualche sera, avrebbe bisogno lui di un gesto di tenerezza, di consolazione, di un abbraccio che lo stringesse forte al posto di quel maledetto cuscino che abbraccerà nelle notti insonni, come un’ostrica sta stretta sullo scoglio per non cadere. Lui, il don Matteo che avrà distribuito la pietà più bella porgendo l’olio dell’estrema unzione sul capo di chi stava morendo, è morto da solo. Dentro una casa che s’è fatta prigione.

Il prete (chi scrive lo è per grazia di Dio) è confortatore per vocazione, per scelta: ma chi conforta i confortatori? Da medico fascia le ferite: le sue ferite, però, chi le cura? Dio scommette sul suo potere di guarire: ma chi guarisce i guaritori? La cosa più scontata: “Hanno Dio con loro, preghino invece che lamentarsi!” Ma certe sere la preghiera, per incunearsi nelle crepe della carne, ha bisogno di un vestito umano che si avvicini all’orecchio perchè attecchisca, perchè non sia il soliloquio del condannato a morte ma il grido dell’innamorato che si sente perduto da solo: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» (Mc 4,38). Noi preti siamo gente da trincea: anche muli da soma, asini da battaglia. Basterebbe così poco, certe sere, per tenerci in ordine il cuore e la missione: una parola, una telefonata, un: “Come stai?” Quando il cuore è in subbuglio e l’anima singhiozza, le cose e le parole non sono mai solamente cose e parole. Non scandalizza che anche un prete, certe volte, pensi al suicidio: la consolazione è che una parola, quelle stesse volte, abbia la forza di annullare quest’idea. Consolando chi accetta di spendere la vita per consolare.

(da Il Sussidiario, 7 luglio 2025)


*memoria del martirio del sacerdote Giuseppe Puglisi