martedì 15 settembre 2026

Il prete*: un uomo?

 

L’umanità del prete

Da Settimananews.it di Chiara D'Urbano

 

Ma un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come tutti gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi… e un grande grazie. Chiara D’Urbano, psicologa e psicoterapeuta EMDR, si occupa in particolare di formazione e di accompagnamento psicoterapeutico della vita sacerdotale e consacrata e di problematiche di coppia. Articolo ripreso dal sito della rivista Città Nuova, 18 agosto 2026.

Un sacerdote, già in là negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è che, fino ad un recente passato, il prete veniva compreso come un uomo eletto, privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e, di conseguenza, anche l’onere di mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità: emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni.

Il simpatico aneddoto non vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere «diversi» dalla comune umanità. Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie aldi fuori del «lavoro».

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Poi arriva la cronaca cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente la rotta, e forse la fede.

Ogni storia è a sé, cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però,

condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista per il ruolo che avevano.

Rimaniamo, come si diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente - «bolla» che poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta ordinato.

Normalizzare la formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e di uomini come gli altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche.

Tutte le dimensioni meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni, l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere.

Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali.

Arriva all’ordinazione non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità, senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena, all’interno di quella vocazione.

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C’è dunque una responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa riuscire al meglio.

La responsabilità è della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento?

La responsabilità è di chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo.

La responsabilità è dell’istituzione: quale «format» di sacerdote ha in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono a quale «modello sacerdotale»?

Il sacerdote ben integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua diocesi, e della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché, alla lunga, la sola «immagine» non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo.

Infine, la responsabilità è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire «il prete in vacanza», o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che deve aiutare altri?».

Appunto! Come i professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura.

È una consapevolezza da acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso la formazione non equivale allo «stare a posto per sempre».

È innanzitutto una persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori, data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose.

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La domanda si potrebbe leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente «allenati» alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il presbiterio), o di una medesima comunità.

Conosco sacerdoti che si sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta.

A tutti, proprio a tutti voi sacerdoti, gratitudine, perché innumerevoli volte siete stati accanto a noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di lutto. Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne abbiate bisogno.


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Il prete e i suoi inimmaginabili inferni

(S)punti di vista di Don Marco Pozza, 7 Luglio 2025

 

Li vedi consacrare e alzare l’Ostia durante la messa, abbelliti da vesti che li rendono diversamente umani. Li vedi seduti ad ascoltare chi si avvicina loro per una parola di ristoro, un gesto d’umanità, una benedizione che drizzi ciò ch’è sviato. Li vedi all’opera: imbarcarsi con flotte di ragazzi per i campi scuola, incamminarsi verso i santuari con la comunità, “farsi in quattro” perchè nessuno si senta foresto nella Chiesa e possa godere di una parola che, pronunciata dal sacerdote, riaccenda l’eco del Dio che l’ha pensata. Li vedi così: all’ombra del campanile o in oratorio, dentro le galere o nello schermo della televisione, in confessionale come dentro i luoghi di lavoro, nel silenzio di un chiostro o nella baraonda della sagra paesana. Li vedi così e, malauguratamente, pensi: “Che problemi vuoi che abbiano? Hanno sempre il sorriso sul volto”. Ci si dimentica, vedendoli, della doppia personalità del prete: uomo come tutti, forse anche il più misero – san Paolo si definì «un aborto» (1Cor 15,8) – che nello scafandro della sua vita accetta l’invito di Dio che chiede di calarsi dentro come un palombaro. Li si vede preti e raramente ci si ricorda dell’uomo celato dietro questa missione al limite del possibile: l’uomo che piange e ride, riflette e s’interroga, che di giorno ti parla di Dio con il cuore dopo che la notte ha alzato la voce con lo stesso suo Dio: «Maestro, non ti importa che noi moriamo?» (Mc 4,38) Lo chiamano “Alter Christus” il sacerdote, ma «talvolta, leggendo il Vangelo, ho come l’impressione che il Figlio dell’Uomo, durante la sua vita, non sia mai stato riconosciuto veramente all’infuori di sua madre, del cieco nato e del ladrone sulla croce» (F. Mauriac). I restanti? Quattro di picche.


Uno di questi preti, don Matteo Balzano di Novara, 35 anni, si è suicidato. Si è tolto quella vita che, quasi certamente, avrà aiutato gli altri a colorare di un senso, di un significato: a qualsiasi età si è disposti a sopportare anche la stanchezza più assurda, a non mollare il tentativo a patto di riuscire a trovare un significato alla fatica. «Nessuno sa l’inferno che uno ha dentro per arrivare a un gesto estremo» disse don Matteo ad un’amica. Si è suicidato in canonica, casa che nell’immaginario è il “pronto soccorso” dell’anima: la casa in cui, certi giorni, ci la varca «nell’andare se ne va e piange, portando la sua semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni» (Sal 125,6). La casa in cui il prete, con la grazia di Dio, diventa profeta di un futuro nuovo per la tua vita; luogo in cui il peccato viene riciclato e la consolazione diventa olio per un motore che ha acceso la spia rossa. Li vedi all’opera: mai ti immagineresti che dietro quel volto ci fosse un uomo che, qualche sera, avrebbe bisogno lui di un gesto di tenerezza, di consolazione, di un abbraccio che lo stringesse forte al posto di quel maledetto cuscino che abbraccerà nelle notti insonni, come un’ostrica sta stretta sullo scoglio per non cadere. Lui, il don Matteo che avrà distribuito la pietà più bella porgendo l’olio dell’estrema unzione sul capo di chi stava morendo, è morto da solo. Dentro una casa che s’è fatta prigione.

Il prete (chi scrive lo è per grazia di Dio) è confortatore per vocazione, per scelta: ma chi conforta i confortatori? Da medico fascia le ferite: le sue ferite, però, chi le cura? Dio scommette sul suo potere di guarire: ma chi guarisce i guaritori? La cosa più scontata: “Hanno Dio con loro, preghino invece che lamentarsi!” Ma certe sere la preghiera, per incunearsi nelle crepe della carne, ha bisogno di un vestito umano che si avvicini all’orecchio perchè attecchisca, perchè non sia il soliloquio del condannato a morte ma il grido dell’innamorato che si sente perduto da solo: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?» (Mc 4,38). Noi preti siamo gente da trincea: anche muli da soma, asini da battaglia. Basterebbe così poco, certe sere, per tenerci in ordine il cuore e la missione: una parola, una telefonata, un: “Come stai?” Quando il cuore è in subbuglio e l’anima singhiozza, le cose e le parole non sono mai solamente cose e parole. Non scandalizza che anche un prete, certe volte, pensi al suicidio: la consolazione è che una parola, quelle stesse volte, abbia la forza di annullare quest’idea. Consolando chi accetta di spendere la vita per consolare.

(da Il Sussidiario, 7 luglio 2025)


*memoria del martirio del sacerdote Giuseppe Puglisi


lunedì 14 settembre 2026

Litanie al Signore Gesù, misericordia di Dio*

 


Ecce Homo, Firenze - Basilica Di San Marco - foto M. Maisini


 Signore, pietà.

Cristo, pietà.

Signore, pietà.

Santa Trinità, unico Dio, abbi pietà di noi.

 

Signore Gesù, che scaturisci dal seno del Padre, abbi pietà di noi.

Signore Gesù, misericordia di Dio, mistero incomprensibile,

Signore Gesù, da cui proviene ogni vita e felicità,

Signore Gesù, sublime più dei cieli,

Signore Gesù, misericordia di Dio, sorgente di stupende meraviglie,

Signore Gesù, che abbracci tutto l’universo,

Signore Gesù, misericordia di Dio, che scaturisci dalla ferita aperta del Cuore trafitto

Signore Gesù, imperscrutabile nell’istituzione dell’Eucaristia,

Signore Gesù, che fondasti la santa Chiesa,

Signore Gesù, che istituisti il Sacramento del Battesimo,

Signore Gesù, misericordia di Dio, che ci giustifichi presso il Padre

Signore Gesù, che per tutta la vita ci accompagni,

Signore Gesù, misericordia di Dio, che ci abbracci nell’ora della morte,

Signore Gesù, che ci doni la vita immortale,

Signore Gesù, che ci proteggi dal fuoco dell’inferno,

Signore Gesù, gloria per gli angeli, sorgente della santità,

Signore Gesù, presente in tutti i divini misteri,

Signore Gesù, misericordia di Dio, che ci sollevi da ogni miseria,

Signore Gesù, sorgente d’ogni nostra gioia,

Signore Gesù, che dal nulla ci chiamasti all’esistenza,

Signore Gesù, che abbracci tutte le opere nelle tue mani,

Signore Gesù, che coroni tutto ciò che esiste ed esisterà,

Signore Gesù, misericordia di Dio, in cui siamo immersi,

Signore Gesù, amabile conforto dei cuori,

Signore Gesù, in cui i cuori riposano e trovano pace,

Signore Gesù, misericordia di Dio, speranza contro ogni speranza.

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, o Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, o Signore.

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

 

Orazione

O Dio, che nel mistero della Croce hai manifestato il tuo amore infinito per l’umanità, guarda con benevolenza questa tua comunità riunita in preghiera davanti al Santo Crocifisso.

Fa’ che, sostenuti dalla forza della tua grazia, sappiamo portare ogni giorno la nostra croce con fede e speranza, diventando segno di riconciliazione, di pace e di carità per tutti.

Benedici le nostre famiglie, la nostra città e quanti sono nel bisogno.

Donaci di seguire sempre il tuo Figlio Gesù, che vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

 

Tutti: Amen.

 

 

 

*Ispirate alle Litanie della Divina Misericordia, composte il 14 settembre 2026.


sabato 12 settembre 2026

Santità sconosciuta .... ANNE-VICTOIRE TAILLEUR

 


FONTI

it.wikipedia

AHP

SSCH

ANNE-VICTOIRE TAILLEUR nacque a Distroff (Diocesi di Metz) il 11 Maggio 1762, e manifestò fin dall'infanzia lo zelo e la carità che avrebbero caratterizzato tutta la sua vita. « Vorrei essere una regina, diceva, per poter fare l'elemosina tutto il giorno... Che felicità poter guadagnare anime per il Cielo! Non c'è niente di più bello. »

Dopo una giovinezza edificante, sposò il Tenente ALEXIS DE MÉJANÈS, e seppe ricondurlo alla pratica della religione. Senza trascurare i suoi doveri di padrona di casa, li conciliò con la dedizione alle opere di carità; poi, rimasta vedova, fondò, sotto il patrocinio di Santa Cristiana, apostola dell'Iberia (IV secolo), la Congregazione delle SUORE della SANTA INFANZIA di GESÙ e di MARIA, al contempo insegnanti e ospedaliere (1807).

MADRE DE MÉJANÈS, con il suo esempio e i suoi insegnamenti, guidò le sue Figlie sulla via della perfezione. Non cercando altro che la gloria di Dio, diceva:

 

«Che io sia umiliata, confusa, disprezzata, acconsento. Che importa, dopotutto, purché Dio sia glorificato!

«Amiamo le nostre croci. Quando non ho nulla da soffrire, mi sento sulle spine; e quando soffro molto, mi sembra di non avere più nulla da desiderare. Con queste sofferenze, pago i miei debiti e do al Buon Dio una prova del mio amore.

«Ho un bel cercare il Buon Dio, lo trovo solo nelle croci; e sono ben costretta ad amarle, poiché vi trovo colui che il mio cuore ama.»

«Nulla va bene se non ciò che si appoggia sulla croce.»

«Fiducia in Dio senza limiti: volere tutto ciò che ci accade, perché è Dio che lo ordina o lo permette per il nostro bene, per quanto opposto possa sembrarci.»

«Tutta la mia devozione è nell'obbedienza e nella dipendenza.»

 

Ella raccomandava frequentemente la pace, l'umiltà, la carità, legandosi lei stessa a queste virtù così necessarie nell'apostolato dei bambini e dei malati.

Madre di MÉJANÈS fu richiamata a Dio il 2 ottobre 1837. I suoi preziosi resti, conservati nella cripta della cappella della Casa Madre a Metz, sono circondati dalla venerazione di tutte le sue Figlie.

 


giovedì 10 settembre 2026

Santi del 10 settembre



San Sostene di Calcedonia è venerato come martire del IV secolo. Secondo la tradizione agiografica, era originario di Calcedonia, in Bitinia, l'odierna Kadıköy, e inizialmente apparteneva all'ambiente pagano e militare dell'Impero romano. La sua conversione sarebbe avvenuta dopo aver assistito alla fermezza con cui Santa Eufemia di Calcedonia affrontò il martirio. Sostene è ricordato insieme a San Vittore di Calcedonia e la sua memoria ricorre il 10 settembre.

Le notizie sulla vita di Sostene provengono soprattutto dalla tradizione agiografica e non consentono di ricostruire con certezza storica tutti gli episodi della sua esistenza. 

Secondo il racconto tradizionale, Sostene era originario di Calcedonia e aveva intrapreso la carriera militare. Sarebbe stato un uomo di particolare forza e coraggio e avrebbe prestato servizio nell'esercito romano sotto l'imperatore Massimiano.

La svolta decisiva della sua vita sarebbe avvenuta durante la persecuzione contro i cristiani. Sostene ricevette l'ordine di occuparsi di Eufemia, giovane di Calcedonia che si rifiutava di rinnegare la propria fede.

Secondo la tradizione, Sostene rimase profondamente colpito dalla serenità e dalla fermezza con cui Eufemia affrontava le sofferenze. La giovane, pur essendo sottoposta a torture, continuava a professare la fede in Cristo.

Quella testimonianza avrebbe provocato in Sostene una profonda trasformazione interiore. Colpito dalla fede della martire, abbandonò le proprie convinzioni precedenti e si convertì al cristianesimo

La conversione di Sostene non rimase segreta. Egli avrebbe confessato pubblicamente di essere diventato cristiano, attirando così su di sé l'ostilità delle autorità.

Il console Prisco, secondo la tradizione, cercò di convincerlo a rinunciare alla nuova fede. Sostene però rimase fermo nella professione di Cristo e rifiutò le promesse di ricompense e di salvezza personale.

Fu quindi arrestato e sottoposto a interrogatori e torture. Le fonti agiografiche raccontano che venne flagellato e torturato con uncini, ma che sopportò le sofferenze senza rinnegare la fede appena abbracciata.

Non riuscendo a ottenere la sua apostasia, le autorità decisero di condannarlo a morte. Secondo la tradizione, Sostene fu destinato ad essere gettato alle belve nell'anfiteatro.

Il racconto agiografico narra però che le belve non lo assalirono. Questo episodio venne interpretato dai cristiani come un miracolo della protezione divina.

La mancata esecuzione della condanna non comportò tuttavia la liberazione del martire. Le autorità decisero infatti di ricorrere a un'altra forma di esecuzione.

Il martirio

Sostene venne infine condannato al rogo. Secondo la tradizione, fu bruciato vivo insieme a San Vittore di Calcedonia, anch'egli ricordato come martire. 

LeggiTesti Cristiani

Il martirio viene collocato nel IV secolo, in un periodo nel quale le comunità cristiane dell'Asia Minore furono più volte sottoposte a persecuzione. La tradizione locale di Calcedonia conserva il ricordo di numerosi martiri appartenenti a questo periodo.

Il culto a Calcedonia

Il culto di Sostene si sviluppò nella Chiesa antica e rimase legato soprattutto a Calcedonia. Il suo nome compare nei calendari e nei martirologi insieme a quello di altri martiri della città.

Il 10 settembre è il giorno tradizionalmente dedicato a Sostene e Vittore. La stessa data è tuttora indicata nel calendario dei santi per San Sostene di Calcedonia. 


San Sostene di Calcedonia, soldato martire
San Nicola da Tolentino, sac. agostiniano
Beato Giovanni Mazzucconi, sac. martire



Il culto

Una particolare devozione a San Sostene si è sviluppata in Calabria. Il comune di San Sostene, in provincia di Catanzaro, porta il suo nome e lo venera come patrono.

Secondo la tradizione locale, la reliquia del martire sarebbero state portate nel territorio dai monaci basiliani che vi si stabilirono nel corso dell'alto Medioevo. La devozione al Santo si è mantenuta nei secoli e la festa patronale viene celebrata la domenica successiva al 10 settembre.

Altro luogo di particolare devozione è nella città metropolita di Messina: Mili S. Pietro.

Secondo la tradizione locale il culto fu portato dal monachesimo orientale ed in posizione soprelevata rispetto alla località, che guarda il mare e la costa ionica calabrese, c’è un piccolo santuario.

Infine tracce di culto si trovano a Piacenza presso la Basilica di S. Eufemia.

 

San Sostene e San Sostene da Corinto

È importante non confondere questo martire con San Sostene da Corinto, personaggio del I secolo ricordato nel Nuovo Testamento e venerato il 28 novembre. Quest'ultimo viene identificato dalla tradizione con il capo della sinagoga di Corinto menzionato negli Atti degli Apostoli e con il Sostene che Paolo presenta come suo collaboratore all'inizio della Prima Lettera ai Corinzi.

Si tratta quindi di due figure distinte: Sostene di Corinto appartiene all'età apostolica, mentre Sostene di Calcedonia è venerato come martire del IV secolo.

 

FONTE: questo BLOG e altro


 

mercoledì 9 settembre 2026

Novena a San Sostene 9

 


dal Salmo 44 (45)

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;

il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.

Entra la figlia del re: è tutta splendore,
tessuto d’oro è il suo vestito.
È condotta al re in broccati preziosi;
dietro a lei le vergini, sue compagne,
a te sono presentate.

Condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.
Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli;
li farai prìncipi di tutta la terra.

Gloria …


martedì 8 settembre 2026

Novena a San Sostene 8

 


dal Salmo 12

Guarda, rispondimi, 

Signore, mio Dio,

conserva la luce

ai miei occhi.

Io nella tua fedeltà 

ho confidato;

esulterà il mio cuore 

nella tua salvezza,

canterò al Signore, 

che mi ha beneficato.

Gloria …


lunedì 7 settembre 2026

Novena a San Sostene 7

 


dal Salmo 5

Tu non sei un Dio

che gode del male,

non è tuo ospite il malvagio;

gli stolti non resistono

al tuo sguardo.

Tu hai in odio 

tutti i malfattori,

tu distruggi chi

dice menzogne.

Sanguinari e ingannatori, 

il Signore li detesta.

Gioiscano quanti 

in te si rifugiano,

esultino senza fine.

Proteggili, 

perché in te si allietino

quanti amano il tuo nome.

Gloria…


domenica 6 settembre 2026

Novena a San Sostene 6

 


dal Salmo 94 (95)

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova 

pur avendo visto le mie opere».

Gloria …


sabato 5 settembre 2026

Novena a San Sostene 5

 


dal Salmo 33 (34)

Benedirò il Signore in ogni tempo, 

sulla mia bocca sempre la sua lode. 

Io mi glorio nel Signore: 

i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore, 

esaltiamo insieme il suo nome. 

Ho cercato il Signore: mi ha risposto 

e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti, 

i vostri volti non dovranno arrossire. 

Questo povero grida e il Signore lo ascolta, 

lo salva da tutte le sue angosce.

L’angelo del Signore si accampa 

attorno a quelli che lo temono, e li libera. 

Gustate e vedete com’è buono il Signore; 

beato l’uomo che in lui si rifugia.

Temete il Signore, suoi santi: 

nulla manca a coloro che lo temono. 

I leoni sono miseri e affamati, 

ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.

Gloria …