domenica 23 settembre 2012

LA PICCOLA VIA (2)





«Qual è la via che vuoi insegnare alle anime?» chiese Madre Agnese alla sorella sul letto di morte.
E lei rispose: «È il cammino della fiducia e del totale abbandono».

Sulla terra c’è sempre un po’ di luce

«La mia vita è fatta tutta di confidenza e di amore
e non capisco le anime
che hanno paura d’un così tenero Amico».
(lettera a P. Roulland, 9.5.1897)

Diventare bambini: liberarsi da tutte le incrostazioni, da tutto ciò che ci rende meno spontanei, più calcolatori, egoisti. Non chiudere gli occhi davanti alle difficoltà della vita, ma guardare la vita con altri occhi.
Ridiventare capaci di fiducia, d’apertura, di Amore.
L’amore dei bambini è senza condizioni come quello di Dio.
Solo lo sguardo puro d’un bambino può intuire che sulla terra –nonostante ogni oscurità- c’è sempre un po’ di luce che scende dal cielo: ciò basta per poter sperare contro ogni possibile delusione.

Testi tratti da “La Piccola Via dell’Infanzia Spirituale”
Santuario di S. Teresa di Gesù Bambino - Verona

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)





"Per arrivare a raggiungere l'ultimo nostro fine bisogna seguire il divin Capo, il quale non per altra via vuol condurre l'anima eletta se non per quella da lui battuta; per quella, dico, dell'abnegazione e della Croce" (San Pio da Pietrelcina)

In questa XXV domenica del tempo per annum abbiamo ancora ascoltato un annuncio di Passione a cui fa eco la prima lettura:

“Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo
e si oppone alle nostre azioni;
… Condanniamolo a una morte infamante…” (Sap 2)

Gesù educa i suoi discepoli al vero volto di Dio, essi però “non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”.

Hanno TIMORE di chiedere, eppure il Signore Gesù gli aveva raccomandato “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. (Mt 7,7)

E loro chiusi nei loro pensieri e nelle loro congetture: “avevano discusso tra loro chi fosse più grande”. (Mc 9)

Vedendo la loro fatica di comprendere, Gesù li conduce alla scoperta del volto di Dio con altre tre categorie: l’ultimo, il servo e il bambino.

Il Dio rivelato da Cristo è colui che da primo si fa ultimo, da Signore si fa servo, da Dio si fa uomo. Ecco il Dio da accogliere, ecco il Dio da comprendere e da annunciare, ma solo nella morte di Croce e nella Resurrezione ci sarà la coscienza che Gesù è il Messia l’inviato dal Padre.

“chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9).

In questa conoscenza di Dio, e nella sua accoglienza, Gesù pone la conoscenza di sé!

Questo volto di Dio, l’ultimo, il servo e il bambino, ci portano alla spiritualità della PICCOLA VIA.

Scrive S. Teresina di Gesù Bambino:
«I fanciulli non si dannano».
(da “Consigli e Ricordi”)

Perciò i fanciulli non si dannano.
Non si dannano perché l’unica loro caratteristica è quell’apertura di cuore che impedisce l’indurimento e il rifiuto.
Non si dannano perché la loro fiducia è tale da superare qualsiasi abisso.
Non si dannano perché portano nelle loro mani innocenti tutto il sangue di Cristo innocente.
Non si dannano perché invocano con la loro stessa esistenza la maternità di Maria.
Non si dannano perché a un bambino Dio può aprire sempre le braccia.

Ma torniamo al Vangelo.
I dodici avevo un desiderio, “discutevano tra loro chi fosse il più grande”, l’apostolo Giacomo ci esorta a conoscersi e a desiderare alla luce delle sapienza che vien dall’alto.

“la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera”. (Gc 3)

La Croce è la chiave attraverso cui comprenderemo il volto di Dio e il volto dell’uomo.

Infine, nell’annuncio di Passione, Gesù afferma: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato” (Mc 9). Gesù vien offerto dal Padre (“colui che mi ha mandato”), questo ci insegna a vivere anche noi l’atteggiamento del dono o meglio dell’offerta.
Un esercizio liturgico: viviamo, sempre, il gesto dell’offertorio come luogo in cui noi ci offriamo con Cristo al Padre, affidandoci alla premura paterna di Dio in Cristo Gesù.


 



Concludendo.
Nel film “La vita è bella” Guido Orefice (Benigni) cameriere alla dipendenze del zio albergatore, cerca di imparare il mestiere. Guido chiede allo zio come ci si deve comportare verso la clientela: “Ma quant’è che ci si deve inchinare?”. Lo zio risponde: “Guarda i girasoli; si inchinano al sole, ma se ne vedi un po’ troppo inchinato, significa che è morto. Tu stai servendo, ma non sei un servo. Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore. Dio serve gli uomini, ma non è servo degli uomini”.

Stiamo attenti a non asservire Dio a nostri desideri e alle nostre discussioni di potere, Gesù infatti ci ricorda: “vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15)

NOVENA AI SANTI MEDICI (7)



Chiesa della S. Famiglia
S. Teresa a Riva (ME)


23 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(Parrocchia dei Santi Medici a Teano)

Eccoci chinati dinanzi a voi con la più grande devozione, o Gloriosi Santi Cosma e Damiano. Dal trono di gloria al quale foste da Dio innalzati, volgete a noi pietosi il vostro sguardo.
Vi supplichiamo di impetrarci tutte le grazie necessarie per l'adempimento dei nostri doveri e per tutti i nostri bisogni. Voi da gelosi custodi di purezza, otteneteci di vivere sempre puri, conformi allo stato nel quale Dio ci ha chiamati. Voi celesti Medici, liberateci da tante terribili infermità. Voi invitti martiri della nostra Fede, impetrateci fede viva, fortezza cristiana, perfetta conformità alla volontà di Dio.
Proteggete l'Augusto Pontefice Romano, il nostro Vescovo, i Sacerdoti e tutti quelli che ricorrono alla vostra intercessione. Impetrateci, infine, quella filiale e costante devozione che voi stessi nutriste verso la tenerissima Madre nostra Maria e verso Gesù Sacramentato; così siamo certi di raggiungervi nel Cielo per cantare sempre le ineffabili misericordie del Signore.
Amen.

Segno del vanto nella croce del Signore...






"Quanto a me... non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo" (Gal 6, 14).

Non è forse proprio il "vanto della Croce" ciò che maggiormente risplende in Padre Pio? Quanto attuale è la spiritualità della Croce vissuta dall'umile Cappuccino di Pietrelcina! Il nostro tempo ha bisogno di riscoprirne il valore per aprire il cuore alla speranza.




In tutta la sua esistenza, egli ha cercato una sempre maggiore conformità al Crocifisso, avendo ben chiara coscienza di essere stato chiamato a collaborare in modo peculiare all'opera della redenzione. Senza questo costante riferimento alla Croce non si comprende la sua santità.

Nel piano di Dio, la Croce costituisce il vero strumento di salvezza per l'intera umanità e la via esplicitamente proposta dal Signore a quanti vogliono mettersi alla sua sequela (cfr Mc 16, 24). Lo ha ben compreso il Santo Frate del Gargano, il quale, nella festa dell'Assunta del 1914, scriveva:




"Per arrivare a raggiungere l'ultimo nostro fine bisogna seguire il divin Capo, il quale non per altra via vuol condurre l'anima eletta se non per quella da lui battuta; per quella, dico, dell'abnegazione e della Croce" (Epistolario II, p. 155).

(Beato Giovanni Paolo II)

sabato 22 settembre 2012

LA PICCOLA VIA (1)





«Qual è la via che vuoi insegnare alle anime?» chiese Madre Agnese alla sorella sul letto di morte.
E lei rispose: «È il cammino della fiducia e del totale abbandono».

Betlemme: prima tappa della Piccola Via

«Farsi piccoli vuol dire riconoscere il proprio nulla,
tutto aspettare da Dio ...
non cercare ricchezze, non inquietarsi di nulla ...
non attribuire a se stessi le virtù che si praticano».
(da “Consigli e Ricordi”)

Se noi potessimo stringere tra le braccia il Bambino di Betlemme, come ci sarebbe più facile comprendere Dio, il suo amore e la sua volontà nei nostri riguardi.
Teresa l’ha intuito: il suo cammino di santità partì da lì, dalla capanna di Betlemme.
Non c’è un fanciullo in quella mangiatoia? Dio non ha scelto di farsi bambino per venirci incontro?
Ebbene, Teresa seguirà lo stesso cammino: ha compreso che per incontrare un Dio Bambino non c ‘è altra strada che farsi piccoli.
Non ricordavamo più le parole di Cristo: «Se non vi farete piccoli ... non entrerete nel regno dei cieli»?

Testi tratti da “La Piccola Via dell’Infanzia Spirituale”
Santuario di S. Teresa di Gesù Bambino - Verona

NOVENA AI SANTI MEDICI (6)



Chiesa di San Michele Arcangelo
Castellaneta (TA)


22 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(Parrocchia di San Gerolamo a Castrovillari, CS)

Con tutta l'umiltà del nostro cuore vi onoriamo e veneriamo, o Santi Martiri di Gesù Cristo, Cosma e Damiano. Con la Chiesa universale greca e latina vi rendiamo tributo di lode e di onore e non cesseremo di invocarvi in ogni nostro bisogno spirituale e temporale.

Vi preghiamo, o Santi e gloriosi Martiri, che come in vita, esercitando l'arte sanitaria con ammirevole carità e dedizione curaste le infermità più insanabili e le malattie più pericolose, non tanto per mezzo di medicamenti quanto con l'invocazione del nome di Gesù Cristo, così ora volgete su di noi i vostri occhi pietosi e vedendo quanti mali spirituali e corporali ci affliggono venite in nostro soccorso. Assisteteci, vi preghiamo, nelle malattie ed in ogni nostra tribolazione.

Non lo chiediamo solamente per noi, ma per tutti i nostri parenti, per le nostre famiglie, per i nostri amici e nemici, affinché, guariti nel corpo e nell'anima, possiamo dare gloria a Dio ed onore a voi, nostri Santi avvocati e protettori. Amen.

SAN FORTUNATO MARTIRE ROMANO, E NON TEBEO (2)



San Fortuanto martire romano
venerato a Lonate Pozzolo

Vita di S. Fortunato
----------- INVENZIONE -----------------------------------------------
Egli visse alla fine del terzo secolo ed all'inizio del quarto dopo Cristo. Era soldato della Legione Tebea, cosi chiamata perché risiedente nella Tebaide o alto Egitto, ed era composta di oltre diecimila uomini. Era pure detta Legione Fulminante, per i grandi prodigi di valore compiuti in Oriente. Il principale comandante era S. Maurizio il quale non vi accettava che dei cristiani, ragion per cui era composta, nella quasi totalità, di seguaci di Gesù Cristo.
Verso l'anno 303, l'imperatore Diocleziano richiamò in Roma la legione perchè si erano sollevati i Bagaudi della Gallia ed egli la mandò in aiuto di Massimiano, suo socio nell'impero, affinché debellasse tali nemici. Avendo Massimiano valicato le Alpi, accordò qualche giorno di riposo alla sua armata onde potesse ristorarsi dalle fatiche di un cammino così penoso e si accampò ad Ottoduro (oggi Martinac), nel Vallese.
Per ottenere poi buon successo alle armi dell'impero, ordinò che tutta l'armata facesse sacrificio agli dei.
La Legione cercò allora di allontanarsi e si portò ad Agaune, alle falde del Gran San Bernardo, dove arrivò il comando di Massimiano di fermarsi in attesa di ordini. E gli ordini furono che dovessero andare agli accampamenti per offrire il sacrificio.
Tutti rifiutarono e dissero: « Siamo cristiani e sacrifichiamo a Dio solo. »
Massimiano rinnovò l'intimazione di sacrificare, minacciandoli in caso contrario delta decimazione.
La risposta di Maurizio, Esuperio, Fortunato, Candido, Vittore e compagni fu questa: « Siamo tuoi soldati, o Cesare, ma servi di Dio. Da te riceviamo lo stipendio, da Dio avemmo la vita. A te dobbiamo il valore delle armi, a Dio la nostra fede. Ti sia dunque noto che non ti è lecito imporci un sacrilegio e l'apostasia ».
Non rispose il tiranno, ma nel cieco suo furore comandò che la Legione fosse decimata sperando che, alla vista del sangue, gli altri soldati si sarebbero sottomessi. E compiuta la decimazione rinnovò la minaccia, ma i Tebani risposero che la fede loro vietava di obbedire. Sdegnato Massimiano del rifiuto, comandò una seconda e forse una terza decimazione. Invano!... Disperando allora di poter vincere la costanza di quegli eroi, li fece circondare dalle truppe pagane con l'ordine di trucidarli tutti.
Fortunato ed i suoi compagni gettarono immediatamente le armi, si inginocchiarono, levarono le mani al cielo e cosi pregarono: « A Te, o Dio grande, offriamo la nostra vita e la nostra fede. A Te, o Gesù, che ci hai redenti col Tuo sangue offriamo tutto il nostro ».
E caddero quei prodi trafitti e sgozzati senza che un lamento uscisse dalle loro labbra o che una lagrima velasse i loro occhi. Il suolo fu coperto di cadaveri, il sangue scorse a ruscelli ed una ecatombe di circa settemila soldati venne ammonticchiata nella vallata del Rodano.
Tra questi trovò la gloria del martirio San Fortunato, il cui venerato Corpo fu, più tardi, portato a Roma
Un falso storico! Ciò non avveniva nell’antichità ed è la solita pia bugia per dire che quel corpo che viene da Roma è un tebeo.
unitamente a quelli di moltissimi altri compagni di lotta e di gloria.
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Peregrinazioni del corpo attraverso i secoli
Come sopra abbiamo detto, subito dopo il martirio, tutti i soldati uccisi trovarono sepoltura nella valle del Rodano.
Come prescrivevano però gli ordini dei Pontefici, vennero esumati non appena la Chiesa godette un poco di libertà e trasportati a Roma.
Cosi anche il Corpo di S. Fortunato venne sepolto a Roma nel Cimitero di S. Priscilla fuori di Porta Salaria.

Avvenuta verso la fine del 1600 la ricostruzione della Chiesa di Turbigo, ad opera e ad interessamento degli Agostiniani Scalzi, essendo nel 1605 divenuto papa Paolo V della famiglia Borghese, dietro richiesta di donna Ortensia di Santacroce, moglie di Francesco Borghese fratello del Papa, Paolo V con regolare Bolla in data 9 Gennaio 1614 concedeva alla Chiesa Parrocchiale di S. Maria Assunta di Turbigo i Corpi di S. Fortunato Martire, di S. Felicita Martire ed altri tre Corpi pure di Martiri che vennero cosi trasferiti a Turbigo dove, due anni dopo, e precisamente il 29 Ottobre 1616, il Vicario Generale della Diocesi di Milano Mons. Mario Antonino, ne faceva solenne ricognizione e conferma.
Quando nel 1943 il nostro Parroco Sac. Antonio Tagliabue poté vedere tali Corpi di Martiri, provando vivissimo desiderio di poterne avere qualcuno, cominciò a supplicare il Parroco di Turbigo stesso, Rev. Don Edoardo Riboni, perché gliene cedesse uno e finalmente, nel 1950, poté dal medesimo ottenere quello di S. Fortunato. Bisognò portare però tutte le ossa del Martire a Milano da Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo che ne volle fare la ricognizione e che, nella fatidica serata del 27 Settembre 1951, consegnava il Corpo di S. Fortunato al Parroco nostro nel Palazzo Arcivescovile, alla presenza di Mons. Alfonso Beretta, delle Autorità Religiose e Civili e dei rappresentanti della popolazione Lonatese, portatisi a Milano per farne la prelevazione.
Prelevamento in Arcivescovado del Martire
Tutto ormai era stato diligentemente preparato. L'urna meravigliosa di bronzo massiccio argentato (opera dei Sigg. Frat. Bertarelli di Milano) contenente il Martire nel corpo di cera riccamente abbigliato, i cancelli artistici di bronzo sotto l'Altare maggiore della Chiesa parrocchiale pronti per racchiudervi l'urna ed il paese che si era completamente trasformato in un giardino di addobbi, di verde e di luce che, grazie alla sfarzosa illuminazione, irradiava in ogni contrada, da ogni arcata, dal campanile e nell'esterno ed interno della Chiesa.
La giornata del 27 Settembre 1951 rimarrà, nella storia della nostra Parrocchia, come una delle date più memorande della vita religiosa di un paese. Da 15 giorni le campane a festa, scuotendo i cuori, preparavano l'evento.
Alle cinque del pomeriggio una colonna motorizzata (composta di 33 moto e di 10 automobili), sotto la direzione del Moto Club locale, tra il festoso suono delle campane e la gioiosa festività del popolo che già aveva abbandonato il lavoro, prende il via portando a Milano le Autorità Religiose e Civili.
Alle ore 19 tutto l'Arcivescovado e in movimento e gli incaricati della Questura e della Polizia compiono a perfezione il loro lavoro di ricevimento e di direzione della colonna motorizzata.
Nel cortile dell'Episcopio il furgoncino addobbato del Sig. De Tomasi Alfredo già racchiude il Corpo di S. Fortunato.
Nelle sale arcivescovili, in attesa del Cardinale, si danno convegno tutti i partecipanti alla consegna.
Notiamo, tra le Autorità Religiose, Sua Ecc. Mons. Alfonso Beretta vescovo di Hyderabad in India, il parroco nostro Rev. Sac. Don Antonio Tagliabue, il Rev. P. Enrico Bottini nostro concittadino, i RR. Padri del Pontificio Istituto Missioni Estere P. Carlo Galbiati, P. Pietro Costa, P. Nazzareno Ciattaglia, P. Rinaldo Bossi, P. Cristiano Penner, il Rev. Don Giuseppe Camagni parroco di Brugherio, il Rev. Don Franco Brambilla pure di Brugherio ed il Rev. Don Carlo Colombo assistente all' Ospedale Maggiore di Milano.
Tra le Autorità Civili vediamo il Sig. Angelo Rag. Turri sindaco di Lonate Pozzolo, il Sig. Antonio Sacconaghi vice sindaco, il Sig. Alberto Santangelo segretario comunale, gli assessori Sig. Zocchi Umberto, Sig. Pietro Gelosa e Sig. Giacomo Negri, i consiglieri Sig. Pier Giulio Ing. Dott. Bosisio, Sig. Francesco Simontacchi e Sig. Franco Rag. Grassini.
Notiamo ancora tra i presenti : il Sig. Antonio Spezzibottiani presidente degli Uomini Cattolici, il pittore Sig. Angelo Galloni autore del quadro ad olio e nostro concittadino, il Sig. Rossetti in rappresentanza dei Sigg. Fratelli Bertarelli di Milano, etc.

SAN FORTUNATO MARTIRE ROMANO, E NON TEBEO (1)



San Fortunato martire romano
venerato a Casei Gerola (PV)


San Fortunato di Casei Martire

16 ottobre e III domenica di ottobre


Patronato: Pantelleria
qui il patrono è un san Fortunato vescovo e martire

San Fortunato vescovo e martire
patrono di Pantelleria

San Fortunato è un legionario romano, africano, originario dell’Alto Egitto al confine con la Nubia, che poco più che ventenne, nel 286, coronò la sua fede col martirio in quello che oggi è il Vallese svizzero.
(FANTASIA!) dal 1765 il suo corpo fu traslato a Casei Gerola, in provincia di Pavia, importante borgo della diocesi di Tortona.
---------------- QUESTA PARTE e’ FASULLA -----------------
Nelle valli alpine settembre regala ancora giornate luminose, che profumano d’estate l’azzurro intenso del cielo terso, e insieme annunciano gli imminenti rigori dell’inverno, che incombe nell’aria via via più frizzante. Così doveva essere anche nella tarda estate dell’anno 286 nella valle di Agaunum, dove aveva posto il campo la legione Tebea, nelle aspre gole di monti selvaggi, confine della civiltà romana e via che univa la pianura padana alla valle del Reno: in quella che per noi oggi è la Svizzera meridionale, più precisamente il Vallese e la conca di Saint Moritz. Avvolti nella rossa clamide per difendersi dai venti autunnali e appoggiate al pilum, le sentinelle scrutavano le creste dei monti da cui avrebbero potuto scendere improvvisi e feroci i Bagaudi. Dalla primavera dell’anno precedente infatti i Bagaudi, agricoltori e pastori immiseriti dalla voracità dei governatori, riuniti in grosse bande percorrevano le campagne incendiando, saccheggiando, distruggendo; erano guidati da Amando ed Eliano, che sognavano di costituire sotto di sé un impero celtico, avevano sconvolto le Gallie ed ora minacciavano l’Italia. L’imperatore Diocleziano per combatterli aveva scelto fra i suoi generali uno dei più valorosi, Marco Aurelio Massimiano, illirico come lui, e lo aveva nominato “Cesare”, associandolo a sé nel governo dell’impero. Dall’Egitto era stata trasferita in fretta anche la legione Tebea, costituita da uomini valorosi, abituati a combattere per la gloria di Roma; erano i fedeli custodi dei confini meridionali dell’impero ed ora si trovavano nelle fredde terre del nord a fronteggiare barbari sanguinari. Venivano dalla valle del Nilo, erano stati arruolati nei villaggi attorno a Tebe d’Egitto, nei deserti della Nubia e giù fino alle cateratte del grande fiume e agli altipiani d’Etiopia. Erano figli dell’Africa e ne portavano i segni caratteristici nel colore della pelle e nei tratti del volto, erano figli della grande civiltà egizia che si esprimeva in loro in nobiltà e fierezza, erano soprattutto figli della Chiesa, Cristiani di una delle terre di più antica evangelizzazione, dove il Vangelo già era risuonato in età apostolica. Maurizio era il comandante in capo, Candido, Vittore ed Essuperio erano gli alti ufficiali, Alessandro custodiva, come signifero, le insegne da battaglia della legione; tra i militi vi era anche Fortunato. Il vento soffiava dalle cime delle Alpi, gelido e sinistro quasi fosse un presagio di morte, mentre i legionari ripensavano alle assolate distese del deserto nubiano, alle acque solenni del Nilo che scendevano a fecondare il loro paese, ai tanti volti cari lasciati al di là del mare. L’araldo giunse al campo con l’ordine di marcia, si dovevano levare le tende e partire, perché Massimiano aveva deciso di sferrare l’ultimo definitivo attacco volto a spezzare la resistenza dei ribelli, prima che le nevi dell’inverno coprissero i valichi e rendessero impraticabili i passi. Per propiziarsi l’esito della battaglia il comandante supremo ordinava a tutte le sue legioni di offrire sacrifici agli dei di Roma, ciascuna nel proprio campo, quella sera stessa prima della partenza. Un silenzio gravido di attesa scese su quei soldati, si guardarono uno ad uno, compagni di cento battaglie, qualcuno toccò sotto il giustacuore le cicatrici delle ferite ricevute nella difesa dell’impero; alla fine il silenzio fu rotto dalla voce del comandante: “Nessuno può dubitare in terra della nostra fedeltà a Roma e al suo imperatore: le zagaglie etiopiche e le lance numide, le spade nabatee e le asce barbariche non ci hanno mai fermato. Nessuno deve però dubitare in Cielo della nostra fedeltà a Cristo Signore: siamo Cristiani e non sacrificheremo mai agli idoli, agli dei falsi e bugiardi, che altro non sono che demoni oscuri!”. A quelle parole seguì un frastuono di spade che battevano sugli scudi; col consueto grido di guerra i legionari Tebei si preparavano all’ultima battaglia, quella del martirio; poi deposero le armi e attesero il carnefice. Caddero per primi gli ufficiali, poi venne l’ordine della prima decimazione, a cui seguì una seconda ed infine lo sterminio a colpi di clava dell’intera legione. Fortunato pregava con gli occhi levati in alto, guardava l’azzurro luminoso che in quel giorno era così simile al suo cielo africano: fra poco sarebbe entrato al cospetto del suo Signore; lui, giovane legionario egiziano, avrebbe ricevuto la corona dei martiri, avrebbe stretto in pugno la palma della vittoria.
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Non sappiamo come il corpo di San Fortunato venne trasferito dal luogo del martirio ad Agaunum nelle Alpi svizzere fino a Roma.
Un falso storico! Ciò non avveniva nell’antichità ed è la solita pia bugia per dire che quel corpo che viene da Roma è un tebeo.
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Forse lo raccolse e lo custodì un commilitone. Di certo sappiamo che fu venerato (sepolto!) nelle catacombe romane di San Callisto fino al 1746, quando il cardinale Guadagni, vicario di Papa Benedetto XIV per la città di Roma, ne ordinò la riesumazione e l’esposizione nella Collegiata romana di Santa Maria in Via Lata. Da Santa Maria in Via Lata le reliquie di San Fortunato giunsero a Casei nel 1765, come dono della Santa Sede al Prevosto dell’Insigne Collegiata, ai canonici e alla comunità casellese, tramite il vescovo di Tortona mons. Giuseppe Ludovico de Anduxar. Non deve meravigliare questo gesto, se si considera che la Parrocchia di Casei, fino al Prevosto don Bianchi agli inizi del 1900, fu di “collazione papale”, cioè il suo parroco era nominato direttamente da Roma con bolla papale e per potervi essere designato un sacerdote doveva esibire un titolo accademico in teologia conseguito presso una facoltà romana, come attesta un documento dell’archivio parrocchiale, datato 1806. All’epoca della traslazione a Casei di San Fortunato risale la preziosa urna che custodisce le reliquie e in quell’occasione le ossa del capo frantumate (indizio del martirio avvenuto a colpi di clava, come si usava fare presso l’esercito romano in occasione delle decimazioni) vennero inserite nella sagoma in gesso del teschio, poi rivestito con l’elmo.



venerdì 21 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (5)




21 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(dal Messale Mozarabico)

O Dio, nostro guaritore e medico eterno, che facesti Cosma e Damiano incrollabili nella fede, invincibili per il coraggio, affinché con le loro ferite portassero rimedio alle ferite umane, essi, che prima del loro martirio, con una terapeutica terrena, operarono la salute dei popoli, costituiscili, te ne preghiamo, nostri custodi e medici delle nostre infermità. Per essi sia guarito quanto in noi vi è d'infermo, per essi sia la guarigione senza ricadute, per essi trovino rimedio i corpi e le anime. Mettano essi termine alle segrete malattie dell'anima, ai visibili languori concedano pronta salute. Con la loro intercessione spremano il pus delle ferite, con le dita della loro preghiera le detergano fino in fondo, vadano essi incontro alle miserie umane per portare ad esse rimedio. Sorreggano il peso che schiaccia gli uomini e possano quaggiù custodirci immuni dalla malattia del peccato per condurci ad essere coronati nella celeste patria. Amen


IMMAGINE FONTE

Un pensiero ...





«Tra tutte le preghiere il Padre Nostro occupa certamente il primo posto, perché possiede i cinque più importanti requisiti che ogni preghiera deve possedere. Innanzitutto infonde molta fiducia perché ci è stata consegnata da Gesù Cristo, che è intercessore sapientissimo nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3) e che è nostro avvocato presso il Padre (1 Gv 2,1). È una preghiera retta perché in essa chiediamo a Dio le cose che lui stesso ci ha insegnato a chiedere. È umile perché chi prega non presume assolutamente nulla, ma aspetta di ottenere tutto dall’onnipotenza divina».

S. Tommaso d'Aquino



da:
Tommaso d’Aquino
La preghiera cristiana
Il Padre Nostro, l’Ave Maria e altre preghiere
Collana «Le frecce», Vol. 29, ESD
pp. 128 - formato mm 115 x 190 brossura -  € 10,00
ISBN 9788870948042

giovedì 20 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (4)




20 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(Inno di Scilla, RC)

O Gloriosi Martiri che entrambi in Ciel splendete\ il devoto accogliete inno del vostro amor.
Per voi, gloriosi atleti, s'accresca in noi la Fede \ e s'avviva in due credi: Speranza e Carità!
Voi medici pietosi sanaste i corpi infermi \ e a noi, languenti, germi spargeste di virtù.
A voi, germani invitti, niun ricorse invano!
Per voi la vera Pace ci addita in quest'esilio \ e sia d'ogni periglio salva la nostra Età!
Oh! Cosma e Damiano, Martiri di Gesù! Amen

“Dunque, sia io che loro, ...

così predichiamo e così avete creduto”. (1 Cor 15)



San Andrea Kim Tai-gon sacerdote
martire in Corea



Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Memoria dei Santi Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e compagni


Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”.

La prima lettura, nel racconto di San Paolo, narra come si è diffusa la buona notizia che Gesù “morì per i nostri peccati secondo le Scritture” e che sempre “secondo le Scritture” è risorto da morte e poi apparve a Cefa (Simon Pietro), a Giacomo, a tutti i Dodici e poi “a più di cinquecento fratelli in una sola volta”; infine l’Apostolo afferma: “Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”.

Il dire “secondo le Scritture” è perché vuole farci notare che Gesù è l’atteso, annunciato da secoli, il promesso ad Abramo.

San Paolo racconta la fatica di custodire la grazia di quell’incontro, ma “la sua grazia in me non è stata vana”.

Quando il Signore mi ha incontrato? La sua grazia opera in me, ed io se pur lottando devo farla operare in me…

La lettura si conclude: “Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto”.

Questa racconto non è finito con loro, ma prosegue con noi.
Oggi celebriamo l’azione dello Spirito, che soffia dove vuole, con l’apostolato di un generoso manipolo di laici che è alla radice della santa Chiesa di Dio in terra coreana. Il primo germe della fede cattolica, portato da un laico coreano nel 1784 al suo ritorno in Patria da Pechino, fu fecondato sulla metà del secolo XIX dal martirio che vide associati 103 membri della giovane comunità:

Agata Chon Kyong-Hyob, laica
Agata Kim A-gi, laica sposata
Agata Kwon Chin-i, giovane laica sposata
Agata Yi Kan-nan, vedova laica
Agata Yi Kyong-i, laica
Agata Yi So-sa, laica sposata
Agata Yi, giovane laica
Agnese Kim Hyo-Ch’u, giovane laica
Agostino Pak Chong-won, laico sposato e catechista
Agostino Yi Kwang-hon, laico sposato e catechista
Agostino Yu Chin-Kil, laico sposato
Alessio U Se-Yong, giovane laico
Andrea Chong Hwa-Gyong, laico e catechista
Andrea Kim Tae-gon, sacerdote
Anna Kim Chang-gum, laica sposata
Anna Pak A-gi, laica sposata
Antonio Daveluy, sacerdote
Antonio Kim Song-u, laico sposato e catechista
Barbara Ch’oe Yong-i, giovane laica sposata
Barbara Cho Chung-i, laica sposata
Barbara Han A-gi, laica sposata
Barbara Kim, laica sposata
Barbara Ko Sun-i, laica sposata
Barbara Kwon Hui, laica sposata
Barbara Yi Chong-Hui, laica sposata
Barbara Yi, adolescente
Bartolomeo Chong Mun-ho, laico
Benedetta Hyong Kyong-nyon, laica sposata e catechista
Bernardo Luigi Beaulieu, sacerdote
Carlo Cho Shin Ch’ol, laico
Carlo Hyon Song-mun, laico e catechista
Caterina Chong Ch’or-yom, laica sposata
Caterina Yi, vedova
Cecilia Yu So-sa, laica sposata
Colomba Kim Hyo-im, laica
Damiano Nam Myong-hyok, laico sposato e catechista
Elisabetta Chong Chong-hye, laica
Francesco Ch’Oe Kyong-hwan, laico e catechista
Giacomo Onorato Chastan, sacerdote
Giovanni Battista Chon Chang-Un, laico
Giovanni Battista Nam Chong-Sam, laico
Giovanni Battista Yi Kwang-hon, laico e catechista
Giovanni Pak Hu-Jae, laico sposato
Giovanni Yi Mun-u, laico sposato
Giovanni Yi Yun-Il, laico sposato
Giulitta Kim, laica
Giuseppe Chang Chu-Gi, laico e catechista
Giuseppe Chang Song-jib, laico sposato
Giuseppe Cho Yun-ho, giovane laico e catechista
Giuseppe Han Won-so, laico e catechista
Giuseppe Im Ch’i-p’ek, laico sposato
Ignazio Kim Che-Jun, laico sposato
Lorenzo Han I-hyong, laico sposato e catechista
Lorenzo Maria Giuseppe Imbert, sacerdote
Luca Hwang Sok-Tu, laico sposato e catechista
Lucia Kim Nu-sia, giovane laica
Lucia Kim, laica sposata
Lucia Pak Hui-sun, laica
Maddalena Cho, laica, figlia di Caterina Yi
Maddalena Han Yong-i, laica sposata
Maddalena Ho Kye-Im, laica sposata
Maddalena Kim Ob-i, laica sposata
Maddalena Pak Pong-Son, laica sposata
Maddalena Son So-byok, laica sposata
Maddalena Yi Yong-dok, laica
Maddalena Yi Yong-hui, laica
Marco Chong Ui-Bae, laico, vedovo e catechista
Maria Pak K’un-agi, laica
Maria Won Kwi-im, giovane laica
Maria Yi In-dok, giovane laica
Maria Yi Yon-Hui, laica sposata
Marta Kim Song-im, laica sposata
Martino Luca Huin, sacerdote
Paolo Chong Ha-Sang, laico e catechista
Paolo Ho Hyob, laico
Paolo Hong Yong-ju, laico e catechista
Perpetua Hong Kum-Ju, laica sposata
Pietro Aumaître, sacerdote
Pietro Ch’oe Ch’ang-hub, laico sposato e catechista
Pietro Ch’oe Hyong, laico e catechista
Pietro Cho Hwa-so, laico sposato
Pietro Chong Won-ji, giovane laico sposato
Pietro Enrico Dorie, sacerdote
Pietro Filiberto Maubant, sacerdote
Pietro Hong Pyong-ju, laico e catechista
Pietro Kwon Tug-in, laico sposato
Pietro Nam Kyong-mun, laico sposato e catechista
Pietro Son Son-j, laico sposato e catechista
Pietro Yi Ho-yong, laico
Pietro Yi Myong-so, laico sposato
Pietro Yu Chong-Nyul, laico sposato


Santi Pietro Yu Tae-chol e Agostino Yu Chin-gil,
martiri in Corea

Pietro Yu Tae-Ch’ol, adolescente
Protasio Chong Kuk-bo, laico sposato
Rosa Kim No-sa, laica sposata
Sebastiano Nam I-Gwan, laico e catechista
Simeone Francesco Berneux, sacerdote
Simone Maria Giusto Ranfer de Bretenières, sacerdote
Stefano Min Kuk-Ka, vedovo laico e catechista
Susanna U Sur-im, vedova laica
Teresa Kim Im-i, laica
Teresa Kim, vedova
Teresa Yi Mae-im, laica
Tommaso Son Cha-Son, laico

Fra essi si segnalano Andrea Kim Taegŏn, il primo presbitero coreano e l’apostolo laico Paolo Chŏng Hasang. Le persecuzioni che infuriarono in ondate successive dal 1839 al 1867, anziché soffocare la fede dei neofini, suscitarono una primavera dello Spirito a immagine della Chiesa nascente.

L’impronta apostolica di questa comunità dell’Estremo Oriente fu resa, con linguaggio semplice ed efficace, ispirato alla parabola del buon seminatore, dal presbitero Andrea alla vigilia del martirio che esortava dicendo:

“Guardate l'agricoltore che semina nel campo: a tempo opportuno ara la terra, poi la concima e stimando un niente la fatica portata sotto il sole, coltiva il seme prezioso. Quando le spighe sono mature e giunge il tempo della mietitura, il suo cuore, dimenticando fatica e sudore, si rallegra ed esulta per la felicità. Se invece le spighe sono vuote e non gli resta altro che paglia e pula, il contadino, ricordando il duro lavoro e il sudore, quanto più aveva coltivato quel campo, tanto più lo lascerà in abbandono.
Similmente ha fatto il Signore con noi: la terra è il suo campo, noi uomini i germogli, la grazia il concime. Mediante la sua incarnazione e redenzione egli ci ha irrigato con il suo sangue, perché potessimo crescere e giungere a maturazione.
Quando nel giorno del giudizio verrà il tempo di raccogliere, colui che sarà trovato maturo nella grazia, godrà nel regno dei cieli come figlio adottivo di Dio…”

Nel suo viaggio pastorale in quella terra lontana il beato Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1984, iscrisse i martiri coreani nel calendario dei santi. La loro memoria si celebra nella data odierna in tutta la Chiesa, segno di come il racconto di San Paolo è continuato e continuerà nei secoli.