mercoledì 4 aprile 2012

Mercoledì Santo 2012



beato Francesco Marto


Mercoledì Santo 4 aprile 2012


Oggi, Mercoledì Santo, è il giorno, secondo la tradizione della Chiesa, della riconciliazione dei pubblici peccatori.

La pagina del Vangelo ci presenta lo svelamento del tradimento di Giuda: «Rabbì, sono forse io?».

Chi di noi può sfuggire da questa possibilità?

Affidiamoci alla “grande bontà” del Signore, così come ci ha fatto pregare il Salmo, perché essa scavi in noi una ferità d’amore che possa solo chiudersi nella vita eterna.

Ci accompagnino in questo, oramai imminente, del Sacro Triduo i santi che la Chiesa oggi, 4 aprile, ricorda:

Francesco Marto, morto il 4 aprile 1919, fanciullo di Fatima: la sua intercessione ci aiuti nel perseverare nelle avversità e nella opere della fede e ci custodisca nella costanza nella preghiera soprattutto davanti a “Gesù nascosto”, così come lui chiamava il SS. Sacramento.

“Gesù Nascosto! Lo amo tanto! Cosa darei per riceverlo in Chiesa! In Cielo non si fa la comunione? Se ci si comunica, farò la comunione tutti i giorni. Quanto sarei contenta se l'Angelo venisse all'ospedale a portarmi un'altra volta la santa Comunione!” (Giacinta)


S. Benedetto il Moro

Gaetano Catanoso, morto il 4 aprile 1963, sacerdote a Reggio Calabria, apostolo del Volto di Cristo: la sua intercessione ci aiuti ad imprimere in noi lineamenti del Volto di Gesù stando come sentinelle presso il Tabernacolo.
Egli affermava:
“Amate Gesù Sacramentato. Non lo dimenticate mai. Non lasciatelo solo, andate a visitarlo”.

Benedetto il Moro, morto 4 aprile 1589, religioso francescano nata in Sicilia da famiglia di ex schiavi. la sua intercessione ci liberi da ogni schiavitù e compromesso con male, per vivere con umiltà e santità il Sacra Triduo.
Amen

San Gaetano Catanoso

I Santi Martiri (S. Agostino)




«Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2, 21). Questo significa fare le medesime cose. Così hanno fatto con ardente amore i santi martiri e, se non vogliamo celebrare inutilmente la loro memoria, se non vogliamo accostarci infruttuosamente alla mensa del Signore, a quel banchetto in cui anch'essi si sono saziati, bisogna che anche noi, come loro, siamo pronti a ricambiare il dono ricevuto.
    A questa mensa del Signore, perciò, noi non commemoriamo i martiri come facciamo con gli altri che ora riposano in pace, cioè non preghiamo per loro, ma chiediamo piuttosto che essi preghino per noi, per ottenerci di seguire le loro orme. Essi, infatti, hanno toccato il vertice di quell'amore che il Signore ha definito come il più grande possibile. Hanno presentato ai loro fratelli quella stessa testimonianza di amore, che essi medesimi avevano ricevuto alla mensa del Signore.
    Non vogliamo dire con questo di poter essere pari a Cristo Signore, qualora giungessimo a rendergli testimonianza fino allo spargimento del sangue. Egli aveva il potere di dare la sua vita e di riprenderla, mentre noi non possiamo vivere finché vogliamo, e dobbiamo morire anche contro nostra voglia. Egli, morendo, uccise subito in sé la morte, mentre noi veniamo liberati dalla morte solo mediante la sua morte. La sua carne non conobbe la corruzione, mentre la nostra, solo dopo aver subito la corruzione, rivestirà per mezzo di lui l'incorruttibilità alla fine del mondo. Egli non ebbe bisogno di noi per salvarci, ma noi, senza di lui, non possiamo far nulla. Egli si è mostrato come vite a noi che siamo i tralci, a noi che, senza di lui, non possiamo avere la vita.
    In fine, anche se i fratelli arrivano a dare la vita per i fratelli, il sangue di un martire non viene sparso per la remissione dei peccati dei fratelli, cosa che invece egli ha fatto per noi. E con questo ci ha dato non un esempio da imitare, ma un dono di cui essergli grati.
    I martiri dunque, in quanto versarono il loro sangue per i fratelli, hanno ricambiato solo quanto hanno ricevuto dalla mensa del Signore.
    Manteniamoci sulla loro scia e amiamoci gli uni gli altri, come Cristo ha amato noi, dando se stesso per noi.

lunedì 2 aprile 2012

domenica 1 aprile 2012

Domenica delle Palme 2012

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo




“… Offriamo ogni giorno a Dio noi stessi e tutte le nostre attività. Facciamo come le parole stesse ci suggeriscono. Con le nostre sofferenze imitiamo le sofferenze, cioè la passione di Cristo. Con il nostro sangue onoriamo il sangue di Cristo. Saliamo anche noi di buon animo sulla sua croce. Dolci sono infatti i suoi chiodi, benché duri.
    Siamo pronti a patire con Cristo e per Cristo, piuttosto che desiderare le allegre compagnie mondane.
    Se sei Simone di Cirene prendi la croce e segui Cristo.
Se sei il ladro e se sarai appeso alla croce, se cioè sarai punito, fai come il buon ladrone e riconosci onestamente Dio, che ti aspettava alla prova. Egli fu annoverato tra i malfattori per te e per il tuo peccato, e tu diventa giusto per lui. Adora colui che è stato crocifisso per te. Se vieni crocifisso per tua colpa, trai profitto dal tuo peccato. Compra con la morte la tua salvezza, entra con Gesù in paradiso e così capirai di quali beni ti eri privato. Contempla quelle bellezze e lascia che il mormoratore, del tutto ignaro del piano divino, muoia fuori con la sua bestemmia.
    Se sei Giuseppe d'Arimatèa, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso, assumi cioè quel corpo e rendi tua propria, così, l'espiazione del mondo.
    Se sei Nicodemo, il notturno adoratore di Dio, seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito, cioè circondalo del tuo culto e della tua adorazione.
    E se tu sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime. Fa' di vedere per prima la pietra rovesciata, vai incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù.
    Ecco che cosa significa rendersi partecipi della Pasqua di Cristo”

sabato 24 marzo 2012

Presentato a Roma il film "Cristiada" - Martiri Messicani del XX secolo

 
 
 
 


"Sarà un riconoscimento ai nostri martiri che lottarono per la fede e libertà di religione"
di H. Sergio Mora

ROMA, sabato, 24 marzo 2012 (ZENIT.org) - Tre giorni prima della partenza del Papa per il suo viaggio apostolico a Cuba e in Messico, martedì 20 marzo, è stato presentato il film messicano Cristiada, che racconta i terribili fatti della guerra civile messicana (1926–1929), conosciuta come cristera, della quale diversi dei suoi protagonisti sono stati beatificati da Benedetto XVI e altri canonizzati da Giovanni Paolo II.
Nell’auditorium dell’Istituto Patristico Augustinianum – di fronte alla colonnata del Bernini a Piazza San Pietro – gli invitati, quasi tutti giornalisti o rappresentanti del mondo della comunicazione e dello spettacolo,  hanno partecipato all’anteprima del colossal messicano, nell’evento organizzato dall’agenzia H2O e presentato dal produttore messicano del film Pablo Josè Barroso.
Il produttore del film ha indicato ai presenti: “Questa domenica il Santo Padre celebrerà la messa nel monte Cubilete, dove c’è la statua di Cristo Re, centro geografico e spirituale del Messico”.
Questo significa, ha detto, “un riconoscimento ai nostri martiri che hanno lottato per la fede e libertà di religione”.
Il produttore ha ricordato che uno dei principali personaggi del film è un ragazzo, “il beato Josè Sànchez del Rio, che è stato martirizzato ad appena 14 anni e beatificato da Benedetto XVI, assieme con Anacleto Gonzàlez Flores, Miguel Gòmez Loza e i fratelli Vargas”.
“Voi gli vedrete in questo film – ha detto – e conoscerete la loro storia, come quella di Cristòbal Magallanes, interpretato da Peter O' Toole, e quella del padre Jose Maria Robles, canonizzato da Giovanni Paolo II.
Nel centro di Cubillete, dove 90 anni fa il delegato apostolico Ernesto Filippo era andato a consacrare la prima pietra del monumento a Cristo Re, fatto che gli costò la deportazione, “il papa celebrerà la Santa Messa con più di 400 mila persone”.
“Con Cristiada vogliamo che il mondo sappia e non dimentichi questi martiri che sono morte per Gesù, la sua fede e per difendere la sua libertà di religione. Sempre con le parole: Viva Cristo Rey y la Virgen de Guadalupe!”. E ha concluso chiedendo “l’appoggio di tutti voi e di tutti coloro che credono nella libertà per poter rimanere nei cinema”.
Il film sarà presentato nei cinema del Messico il 20 aprile, negli Stati Uniti il 1° giugno ed in settembre arriverà in Spagna.
È la produzione messicana più recente girata da tecnici e talenti del Paese azteca, in grado di competere con le migliori del mercato mondiale, interpretata da attori di fama mondiale come Andy Garcia, Peter O’Toole. Il registra è Dean Wright, i cui effetti speciali sono famosi nei film come Titanic, Il Signore degli Anelli e Le cronache di Narnia. È stato scritto da Michael Love, basandosi su fatti storici, ed è stato girata in inglese.
“È stata più che una coincidenza, direi una Dioincidenza -. ha detto Barroso a Zenit -. Questo film lo abbiamo pianificato tre anni fa. Chi ne avrebbe pensato che il Papa sarebbe andato in Messico e, per di più, a Cubilete, dove celebrerà una messa. Tutto questo ci arriva dall’Alto”.
“Noi della Dos Corazones Film abbiamo realizzato altri tre film e ci accorgiamo che alla gente interessano le storie con valori positivi. Prima ne abbiamo fatto uno sulla storia della Madonna di Guadalupe, poi un altro sulla grande leggenda del Sole e, infine, uno chiamato El Gran Milagro, primo nella classifica del Messico per cinque settimane.
In realtà non volevo fare più film, ma quando Dio vuole qualcosa, questa avviene, ed è il più insistente di tutti. Lui ci ha ispirato e condotto, abbiamo trovato attori molto bravi, che hanno funzionato e il risultato lo possiamo vedere: ha superato le mie aspettative”.
I cristeros sono importante per il Messico e per tutto il nostro continente. Sono persone che si sono offerte per quello che credevano e grazie a loro, oggi, c’è libertà di religione in Messico, con un imminente viaggio del Papa.

La trama del film
Il film basandosi in fatti reali della guerra cristera, inizia  con i divieti del presidente Plutarco Calles. Una richiesta di un milione di firme presentata per protesta è rigettata dal governo: partono quindi una serie di intimidazioni, con fucilazioni di sacerdoti, messe interrotte dal’esercito e un crescendo di violenza che porta a molta gente semplice dei paesi a prendere le armi. I cattolici si dividono: alcuni si uniscono ai cristeros, altri no, molti servono la causa con le armi e l’appoggio logistico. Inizia anche un boicottaggio economico popolare evitando qualsiasi consumo.
Il film che racconta una guerra di tre anni, attraverso una serie di personaggi, ed è ricco di effetti speciali. Ricorda che non sono mancate brutalità come quando un treno viene attaccato dai cristeros con 51 vittime bruciate vive. I ribelli ricevono l’aiuto di un generale, Enrique Gorostieta, si disciplinano e la rivolta prende corpo. Mettono in seria difficoltà il governo di Calles e l’esercito federale, ma non accettano la mediazione di Roma per mettere fine al conflitto.
Il film è ricco di dettagli importanti che mostrano la trasformazione interiore dei personaggi, a partire dal generale Gorostienta, che accetta il comando per lottare per la libertà della religione anche se ostile alla Chiesa, ma il susseguirsi dei fatti preparano la sua conversione, nella quale è determinante il ruolo del giovane José Sanchez Del Rio, uno dei principali personaggi, assassinato dopo essere stato torturato per non aver rinnegato la sua fede e aver proclamato viva Cristo Re.

venerdì 2 marzo 2012

SULLA VIA DELLA CROCE (3)

3 giorno
I piedi di Giovanni

Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. (Gv 13, 21-30)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa. (Gv 20, 1-10)


Meditazione “I piedi di Giovanni” (T. Bello)

Carissimi,
è proprio un arrampicarsi sugli specchi
voler trovare nei singoli beneficiari della lavanda dei piedi operata da Gesù,
la sera del giovedì santo,
altrettanti simboli delle diverse condizioni umane sulle quali egli,
per impegnarci in un servizio preferenziale di amore, ha inteso richiamare la nostra attenzione?

Ed è proprio fuori posto vedere in Giovanni l’emblema di quel mondo ad alto rischio che si chiama gioventù,
e che oggi, nonostante il grande parlare che se ne fa
e nonostante il timore non sempre reverenziale che esso incute,
tarda ancora a divenire il referente privilegiato della nostra diaconia ecclesiale?

Ed è proprio una forzatura concludere che il Maestro,
piegato sui piedi di Giovanni, il più giovane della compagnia,
è l’icona splendida di ciò che dovrebbe essere la Chiesa,
invitata dal quel gesto a considerare i giovani come “ultimi”,
non tanto perché ai gradini più bassi della scala cronologica della vita,
quanto perché ai livelli più insignificanti nelle graduatorie di coloro che contano?

Penso proprio di no.
Gesù ha espresso tenerezze verso quel mondo che ha sempre fatto fatica a farsi ascoltare.

La figlia di Giairo, il servo del centurione, l’ unigenito della vedova di Nain,
il giovane ricco il figliol prodigo…
sono indice di uno sbilanciamento del Signore nei confronti di coloro che,
pur essendo oggetto di invidia struggente,
hanno da sempre accusato un deficit pesantissimo in fatto di accoglienza.

Ma torniamo ai piedi di Giovanni.
Come motivo iconografico, ma anche come suggestione omiletica, non hanno avuto molto fortuna.
E dire che la mattina di Pasqua,
nella corsa verso il sepolcro,
si sono dimostrati di gran lunga più veloci di quelli di Pietro,
aggiudicandosi, a un palmo della tomba vuota,
la prima edizione del trofeo “fede, speranza e carità”.
Ma al di là dello scatto irresistibile del giovane sull'affanno impacciato del vecchio,
quei piedi non sono entrati nell'immaginario della gente.

La spiegazione è semplice:
la testa del discepolo ricurva sul petto del Maestro
ha distratto l'attenzione dal capo del Maestro chino sui piedi del discepolo.

Noi ci affanniamo, sì, a organizzare convegni per i giovani,
facciamo la vivisezione dei loro problemi su interminabili tavole rotonde,
li frastorniamo con l'abbaglio del meeting,
li mettiamo anche al centro dei programmi pastorali,
ma poi resta il sospetto che, sia pure a fin di bene, più che servili, ci si voglia servire di loro.
Perché diciamocelo con franchezza, i giovani rappresentano sempre un buon investimento.
Perché se sul piano economico il loro favore rende in termini di denaro,
sul piano religioso il loro consenso paga in termini di immagine.
Servire i giovani, invece, è tutt'altra cosa.
Significa considerarli poveri con cui giocare in perdita,
non potenziali ricchi da blandire furbescamente in anticipo.
Significa ascoltarli.
Deporre i panneggi del nostro insopportabile paternalismo.
Cingersi l'asciugatoio della discrezione per andare all'essenziale.
Far tintinnare nel catino le lacrime della condivisione,
e non quelle del disappunto per le nostre sicurezze predicatorie messe in crisi.
Asciugare i loro piedi, non come fossero la pròtesi dei nostri,
ma accettando con fiducia che percorrano altri sentieri,
imprevedibili, e comunque non tracciati da noi.
Significa far credito sul futuro,
senza garanzie e senza avalli.
Scommettere sull'inedito di un Dio che non invecchia.
Rinunciare alla pretesa di contenerne la fantasia.
Camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove
a cui si sono sempre diretti i piedi di Giovanni, l'apostolo dagli occhi di aquila,
che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere nell'amore.

Servire i giovani significa entrare con essi nell'orto degli ulivi,
senza addormentarsi sulla loro solitudine,
ma ascoltandone il respiro faticoso e sorvegliandone il sudore di sangue.

Significa seguire, sia pur da lontano, la loro via crucis e intuire, come il Cireneo ha fatto con Gesù, che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una croce che salva.

Significa, soprattutto, essere certi che dopo i giorni dell'amarezza
c'è un'alba di risurrezione pure per loro.
E c'è anche una pentecoste.
La quale farà un rogo di tutte le scorie di peccato che invecchiano il mondo.
Saremo capaci di essere una chiesa così serva dei giovani,
da investire tutto sulla fragilità dei sogni?

* * *

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. (Lc 2, 41-52)


Riflessione

  • Giovanni, il giovane tra gli apostoli, che morì ultracentenario. Il cammino sulla via della croce è segnato dal passaggio generazionale. Come avviene e quali sono le fatiche? “Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8)

  • Sappiamo ancora sognare o siamo schiacciati dagli eventi?

  • Rileggi le letture che sono state proposte e fa che parlino al tuo cuore.

mercoledì 29 febbraio 2012

SULLA VIA DELLA CROCE (2)

2 giorno
I piedi di Giuda

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d'ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». (Gv 13, 12-20)

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato «Campo di sangue» fino al giorno d'oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d'Israele, e le diedero per il campo del vasaio,come mi aveva ordinato il Signore. (Mt 27, 1-10)


Meditazione “I piedi di Giuda” (T. Bello)

Carissimi,
è più facile parlare delle labbra di Giuda che dei suoi piedi.
Tutto a causa di quel famoso bacio.
Infatti dagli affreschi di Giotto alle tele di Salvatore Fiume, gli artisti hanno adoperato quelle labbra come simbolo del tradimento. Anche usiamo la memoria di quel bacio per smascherare un gesto di tradimento.

Un tradimento che suscita reazioni emotive.
Una vigliaccata che non lascia estraneo nessuno.
Un mistero d’iniquità che provoca processi di identificazione e che comunque induce a riflettere. Non c’è che dire: quelle di Giuda sono labbra scomode per tutti.
Se non altro perché stanno a ricordarci che anche noi ci portiamo sulla bocca la possibilità di darlo ogni giorno, un bacio infame del genere.

I suoi piedi invece benché sospesi sul vuoto di un crepaccio non destano emozioni.
Provocano solo ribrezzo. Gonfi nella tragedia del suicida,
sembrano il punto fermo di un discorso che ha finito di coinvolgere l’interlocutore.
Più che l’ultima propaggine di un corpo ancora caldo di vita,
sono l’epilogo di una esistenza sbagliata.
Il fotogramma finale di una storia infelice, l’estremo dettaglio di una prova fallita.

Eppure quei piedi sono stati lavati da Gesù.
Con la stessa tenerezza usata per Pietro, Giovanni, Giacomo.
Sono stati asciugati dalle sue mani col medesimo trasporto d’amore espresso per tutti.

I piedi di Giuda come i piedi degli altri.
Anche se più degli altri per paura o per imbarazzo hanno vibrato sotto lo scroscio dell’acqua.
Gesù se n’è dovuto accorgere.
Tant’è che qualche istante più tardi ha fatto riferimento a quei piedi:
“colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno”.

Ebbene, quel calcagno già levato nell’atteggiamento del calcio e ciononostante investito dell’acqua ristoratrice del maestro,
rimane per tutti un emblema di angoscioso bisogno di redenzione
che chiede il nostro servizio e non il rigore della nostra condanna.
Non importa quale sia l’esito della lavanda.

Così come non importa sapere se il destino finale di Giuda sia stato di salvezza o di perdizione. Sono affari del Signore: l’unico capace di accogliere fino in fondo il mistero della libertà umana e di comporne le scelte, anche le più assurde, nell’oceano della sua misericordia.
A noi tocca solo entrare nella logica del servizio, di fronte alla quale non esiste ambiguità di calcagni che possa legittimare il rifiuto o la discriminazione.

Carissimi fratelli se Giuda è il simbolo di chi nella vita ha sbagliato in modo pesante,
il gesto di Cristo curvo sui suoi piedi ci richiama a rivedere giudizi e comportamenti nei riguardi di coloro che secondo gli schemi mentali in commercio sono andati a finire sui binari morti di una esistenza fallimentare.
Di chi è finito fuori strada per colpa propria o per malizia altrui.
Di chi ha calpestato i sentimenti più puri.
Di chi ha ripagato la tenerezza con l’ingratitudine più nera.
Di chi ha deviato dalle rotte della fedeltà promessa.
Di chi ha infranto le regole di una amicizia giurata.
Di chi ha spezzato i legami di una comunione antica.
Di chi non ce l’ha fatta a seguire Gesù fino al calvario.
Di chi dai chiarori del cenacolo è precipitato nella notte della strada.
Di chi non ha avuto fortuna ed ha abdicato per debolezza o per ingenuità ai progetti della gioventù.

Sui piedi di questi fratelli col divieto assoluto di sollevare lo sguardo al di sopra dei loro polpacci, noi, i protagonisti di tradimento al dettaglio e all’ingrosso, abbiamo l’obbligo di versare l’acqua tiepida della preghiera, dell’accoglienza e dell’accredito generoso di mille possibilità di ravvedimento.

Purificati da un lavacro di amore quei piedi sia pur per carreggiate sconosciute non potranno fare a meno di orientarsi verso la casa del Padre.

Ringraziamo il Signore perché al cappio della disperazione che stringe la gola ci fa sostituire il cappio di un asciugamano che stringe i fianchi col nodo scorsoio della speranza.

* * *

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»». (Lc 15, 1-3. 11-32)


Riflessione

  • Gesù lavò i piedi anche a Giuda, ma già in cuor suo sapeva. Che abisso tra noi e Lui nel guadare l’uomo, eppure noi non possiamo leggere il cuore dell’uomo! Come educare il nostro cuore dal giudizio alla misericordia?

  • Sappiamo darci e dare una nuova possibilità di redenzione?

  • Rileggi le letture che sono state proposte e fa che parlino al tuo cuore.

lunedì 27 febbraio 2012

SULLA VIA DELLA CROCE (1)

Questi tre pomeriggi della prima settimana di Quaresima li vivremo insieme e in comunione di preghiera con tutta la Comunità pastorale.

Il titolo scelto quest’anno è SULLA VIA DELLA CROCE.

Il cammino della croce è segnato dalle orme dei piedi di Gesù che già nel suo percorso dalla Galilea alla Giudea preparava il cammino della Via Dolorosa.

Un cammino sulla via della Croce segnato anche dai passi dei suo discepoli, che quasi per dargli un attimo di sollievo furono lavati in quella notte, prima della salita al Calvario.

Un cammino sulla via della croce che ci precede e che fa parte dell’essenza cristiana: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.

Difatti il cammino sulla via della croce segna il quotidiano del discepolo. Vogliamo farlo partendo dalla Galilea, per poi scendere in Giudea, entrando nel cenacolo, preparato per celebrare la Pasqua, dove Gesù, deciso, di amare fino alla fine “prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi”.

Entreremo in preghiera con la liturgia delle ore, e reciteremo l’ora nona, unendoci agli apostoli
nella lode perenne, camminando insieme a loro sulle orme di Cristo sulla via della Croce.


1 giorno
Dalla testa ai piedi

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». (Mc 1,15)

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. (Gv 13, 1-15)


MEDItazione “DALLA TESTA AI PIEDI” (T. Bello)

Carissimi,
cenere in testa e acqua sui piedi.
Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima che sale fino al Monte Calvario, il Golgota.

Una strada, apparentemente, poco meno di due metri (dipende quanto si è alti!)
Ma, in verità, molto più lunga e faticosa.

Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri.

A percorrerla non bastano i quaranta giorni
che vanno da mercoledì delle ceneri al giovedì santo.
Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio.

Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole.
Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche.

Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito.
Queste, invece, no: perché espresse con i simboli,
che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”.

È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere.
Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine.
E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta:
“Convertiti e credi al Vangelo”.

Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme.
Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero
itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.

Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre:
ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente,
sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.

Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino.
È la predica più antica che ognuno di noi ricordi.
Da bambini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore,
dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.

Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi:
ma senza monotonia. Difatti è sempre lo stesso gesto ripetuto dodici volte.
Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione.
Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati:
l’offertorio di un piede, il lavarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana.
Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana,
è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.

Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo?
“Una tantum” per la sera dei paradossi, oppure prontuario per le nostre scelte quotidiane?
Potenza evocatrice dei segni!

Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano.
Per spegnere l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare sui piedi degli altri.

Pentimento e servizio.
Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua.
Ingredienti primordiali del bucato di un tempo.
Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

* * *

Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! (1 Cor 12, 27-31. 13, 1-13)


Riflessione

  • Solo alla fine della vita il Signore vedrà se abbiamo percorso veramente il cammino che va dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo con le sue dinamiche spirituali. Ma ad oggi quali sono i passi che in questa direzione hanno fatto i miei piedi?

  • Iniziando il cammino della quaresima che ti condurrà alla salita del Monte Calvario, quale conversione devi chiedere al Signore che coinvolga tutta la tua persona “dalla testa ai piedi”?

  • Rileggi le letture che sono state proposte e fa che parlino al tuo cuore.

mercoledì 15 febbraio 2012

Santa Iris vergine (di Gerapoli o di Efeso) ... ERMIONE

4 settembre


San Filippo Diacono e la figlia Iris
(iconografia ricavata da altre icone)


Deriva dal nome proprio greco antico ρις che a sua volta proviene dal sostantivo ρις, che significa arcobaleno.

Santa Iris è secondo la tradizione una delle quattro figlie di San Filippo il Diacono.

In Atti 21, 1-9 si legge:
Appena ci fummo separati da loro, salpammo e per la via diretta giungemmo a Cos, il giorno seguente a Rodi e di qui a Pàtara. Trovata una nave che faceva la traversata per la Fenicia, vi salimmo e prendemmo il largo. Giunti in vista di Cipro, la lasciammo a sinistra e, navigando verso la Siria, sbarcammo a Tiro, dove la nave doveva scaricare. Avendo trovato i discepoli, rimanemmo là una settimana, ed essi, per impulso dello Spirito, dicevano a Paolo di non salire a Gerusalemme. Ma, quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con mogli e figli, fino all'uscita della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, 6poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case. Terminata la navigazione, da Tiro approdammo a Tolemàide; andammo a salutare i fratelli e restammo un giorno con loro. Ripartiti il giorno seguente, giungemmo a Cesarèa; entrati nella casa di Filippo l'evangelista, che era uno dei Sette, restammo presso di lui. Egli aveva quattro figlie nubili, che avevano il dono della profezia.

Il testo lucano non definisce però i nomi. Il vescovo di Efeso Policrate, in una sua lettera a papa Vittore (189-199) sulla questione della Pasqua, si appellava alla presenza in Asia Minore dei sepolcri di San Giovanni, di San Policarpo, di San Filippo e di due sue figlie sepolte con lui a Gerapoli. Aggiungeva poi: “Un'altra sua figlia, che era profetessa durante la vita, animata dallo Spirito Santo, riposa ora precisamente in Efeso”. Da fonti più tardive si sa che la santa profetessa si chiamava Ermione.

La Biblioteca Sanctorum (Enciclopedia dei Santi), editrice Città Nuova, riporta i nomi delle quattro figlie di San Filippo diacono ed evangelista, che sono, dopo Ermione: Caritina, Iraide ed Eutichiana.

Secondo alcuni fonti le figlie Caritina, Eutichiana, morirono martiri, mentre Iraide, dopo la morte del padre Filippo, che accompagnava nella sua missione apostolica, si dedicò alla predicazione del Vangelo in Gerapoli, dove morì nel 103 e dove fu sepolta.

La stessa Biblioteca Sanctorum, riporta un altro nome, Irais vergine figlia di S. Filippo, e dice che corrisponde alla figlia Ermione.

Detto questo il nome Iris, può derivare da Irais o da Iraide, ma è comunque una delle figlie del diacono san Filippo.

Le sante sorelle, figlie del diacono S. Filippo vengono ricordate il 4 settembre.

Preghiera
Padre di Misericordia, fonte di ogni dono, che nella potenza dello Spirito Santo doni ai semplici il dono della profezia e l’ardore per annunciare Cristo “Via, Verità e Vita”, concedici per i meriti e l’intercessione di Santa Iris, figlia del diacono ed evangelista San Filippo, le grazie necessarie per il nostro stato, affinché nella nostra vita “sia santificato il tuo nome”. Amen.


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