mercoledì 29 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (3)


Chiesa di San Pietro extra muros in Bosa

Appena fuori dal centro abitato di uno dei borghi più caratteristici della Sardegna, sorge il più antico edificio di culto romanico dell’Isola, un tempo cattedrale, oggi splendido monumento dal caratteristico colore rossastro

San Pietro è detta extra muros perché si trova fuori dalle mura del castello, di cui è più vecchia di mezzo secolo. Attorno sorgeva il nucleo originario della città, abitato sino a tutto il Cinquecento. Quando poi, sulle pendici del colle, fu completato il rione sa Costa, la popolazione si trasferì. Una migrazione di due secoli: Bosa vetus scomparve.

Il santuario è frutto di un lungo processo. La parte più antica è di metà XI secolo, attestato dall’epigrafe di consacrazione che riporta l’anno MLXIII, mentre al secolo successivo risalgono tribuna con nuova abside, torre campanaria (alta 24 metri e incompiuta) e muri perimetrali. Le esondazioni del Temo compromisero alcune parti, ricostruite a metà XX secolo: il complesso riprese l’aspetto medievale. Oggi ammirerai una chiesa che, perso il titolo di cattedrale, ha mantenuto intatto il fascino. La facciata (del XIII secolo) è decorata da ampie arcate e archetti intrecciati. In cima noterai un’edicola sorretta da colonnine, avvolte da un serpente intrecciato. Un’arcata incornicia il portale, sopra il quale ti colpirà un architrave scolpito con finte logge e sei archetti che ospitano bassorilievi raffiguranti, in composizione gerarchica, la Madonna col Bambino nell’edicola centrale maggiore, a fianco Albero della Vita e santo vescovo (forse Costantino de Castra che consacrò l’edificio), sul lato destro san Pietro e a sinistra san Paolo, con vesti dagli elaborati drappeggi. Il vescovo è nell’edicola minore ma gli si fa occupare un posto accanto alla Vergine. L’abside è divisa in cinque sezioni da lesene che sostengono mensole che a loro volta sorreggono archetti. In tre di esse osserverai monofore che contribuiscono a illuminare l’interno, composto da tre navate: la mediana coperta da capriate lignee, quelle laterali voltate a crociera. Ad esse accederai da nove archi a tutto sesto per lato, sorretti da pilastri quadrangolari. Nel primo a destra troverai un fonte battesimale in calcare bianco.

Cattedrale di Bosa e Santi Emilio e Priamo Martiri

L’edificio, ora intitolato alla B.V. Maria Immacolata, fu costruito lungo la sponda destra del fiume Temo forse già nel XII secolo, ma non ebbe da subito il titolo di cattedrale. Solo col tempo la chiesa divenne sempre più un punto di riferimento importante per la comunità, tanto da essere scelta come sede della nuova cattedrale della città di Bosa. Il primitivo edificio fu così demolito e ne fu costruito un altro più degno di cui resta traccia in un tratto di muro risalente al XIV-XV secolo, visibile dietro la sacrestia. Agli inizi del XIX secolo, per le precarie condizioni delle strutture, si resero necessari urgenti lavori di manutenzione e in parte di totale ricostruzione, che furono affidati all’architetto Salvatore Are, bosano, e che diedero all’edificio l’aspetto attuale: un’unica grande e spaziosa navata nella quale si aprono otto piccole cappelle di cui la prima a destra si sviluppa in un profondo vano, denominato “cappellone”, e la prima a sinistra ospita il magnifico fonte battesimale (XVI-XVIII sec.). L’aula termina con un vasto presbiterio sopraelevato. L’area presbiteriale, molto profonda, coperta da cupola ottagonale (progettata ai primi dell’Ottocento dall’architetto Domenico Franco) e conclusa da un’abside semicircolare, è rialzata e separata dalla navata da una balaustra marmorea. Si accede al presbiterio tramite una gradinata centrale con alla base due leoni marmorei e due laterali. In marmo è anche l’altare maggiore seicentesco, coronato dalle statue dell’Immacolata e dei santi Emilio e Priamo, martiri. Dietro l’altare sono disposti gli stalli intagliati del pregevole coro ligneo. Sull’ingresso principale di contro al presbiterio, domina l’alta tribuna, che occupa tutta la larghezza della grande navata circa 11.50 metri, dove troneggia l’organo contenuto in una grandiosa cassa. Le pitture che decorano le pareti della cattedrale furono realizzate dall’artista parmense Emilio Scherer tra il 1877 e il 1878.

L’interno mostra dipinti del pittore E. Scherer, che operò a Bosa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, insieme con altre opere marmoree e lignee inquadrabili in un arco cronologico tra il XVI e il XIX secolo. La facciata ricostruita agli inizi del XIX secolo è divisa in due ordini da una robusta trabeazione, a somiglianza di quella del Carmine, ed è impreziosita da eleganti decorazioni.

Le cappelle del transetto sono dedicate a San Giuseppe, alla Madonna di Bonaria, alle anime del Purgatorio.

Santi Emilio e Priamo, martiri sardi. Il 28 maggio nel Martirologio Romano leggiamo: “In Sardegna i santi Martiri Emilio, Felice, Priamo e Luciano, i quali, combattendo per Cristo, furono da lui gloriosamente coronati”. Secondo la tradizione furono martirizzati durante la persecuzione neroniana e di loro, i santi Emilio, che si dice fosse prete, e Priamo soldato, sono i Patroni principali della Diocesi di Bosa.

Cappella palatina: Nostra Signora de Sos Regnos Altos in Bosa

All’interno della cinta del Castello di Serravalle, fu costruita nel XIV secolo nella piazza d’armi; negli anni Settanta del secolo scorso un restauro ha portato alla luce uno splendido ciclo affrescato, riferito ad ambiente italo-provenzale - presumibilmente da un pittore di origine toscana - e databile agli anni tra il 1350 e il 1370. Gli affreschi si trovano sulle tre pareti originali della chiesetta, che venne ampliata successivamente con l'aggiunta del presbiterio e dell'abside. Opera di un autore ignoto proveniente dalla scuola spagnola, la serie di affreschi potrebbe essere datata nel periodo precedente al 1370.

Lungo la parete sinistra, procedendo dall'abside verso la porta d'ingresso, si possono osservare, nella parte superiore, le rappresentazioni dell'Adorazione dei magi e dell'Ultima Cena, nella quale sono sequenzialmente rappresentati Gesù, Giovanni, Giuda, Pietro, Andrea, Filippo, Giacomo maggiore, Taddeo, Tommaso, Bartolomeo, Matteo, Simone e Giacomo minore. Seguono le rappresentazioni di dottori della Chiesa e degli evangelisti.

Nella parte inferiore sono rappresentate santa Lucia e Maria Maddalena, alle quali si aggiungono una serie di santi: santa Marta, san Giacomo maggiore, sant'Eulalia, sant'Agata, sant'Agnese, santa Barbara, santa Vittoria, santa Reparata, santa Margherita, santa Cecilia, santa Savina e sant'Orsula.

Nella parte alta della controfacciata sono rappresentati san Martino ed il povero e san Giorgio che uccide il drago. Nella parte bassa sono visibili santa Scolastica, san Costantino imperatore, sant'Elena, l'arcangelo Gabriele e la Vergine annunziata. Accanto alla porta d'ingresso è rappresentato san Cristoforo.

Nella parte alta della parete destra sono raffigurati una serie di santi ignoti mentre nella parte bassa è rappresentato l'Incontro dei tre morti e dei tre vivi ed il martirio di san Lorenzo.

Nei registri catastali la prima intitolazione della chiesa era a Sant'Andrea apostolo e solo intorno alla fine del XIX secolo ha assunto il nome odierno. Non si hanno menzioni della struttura originaria dell'edificio, che nei secoli ha subito interventi pesanti. Oggi si presenta come una chiesa ad aula unica, dove la zona presbiteriale è stata interamente rifatta. Gli studi più recenti hanno comunque proposto una datazione dell'edificio al XII secolo e una serie di interventi successivi nel corso del XIV. Fra questi interventi vi è anche la realizzazione del ciclo di affreschi che si può ammirare in tre delle quattro pareti della chiesa. Questi si collocano in controfacciata e nei due lati lunghi e sono stati pesantemente mutilati dalla ricostruzione dell'abside, in periodo non documentato.

Il culto mariano. Da più di 150 anni a Bosa, città regia nel nord ovest della Sardegna, il secondo fine settimana di settembre è dedicato ai festeggiamenti in onore di Nostra Signora de sos Regnos Altos, tradotto letteralmente la festa del Regno dei Cieli.

La festa ha origine nel 1847, quando una piccola statua di legno raffigurante la Madonna fu ritrovata da un bambino tra le rovine del suggestivo castello dei Malaspina, che domina la cittadina. La statuetta fu denominata di Regnos Altos e custodita all’interno delle mura del castello, nella chiesa inizialmente dedicata a S. Andrea che conserva splendidi affreschi a sfondo religioso risalenti al 1300 circa.

Alla Madonna viene dedicata una festa e una processione, che si snoda per le strade del paese addobbate con fiori, frasche e bandierine colorate.  La processione è guidata dalla confraternita e da numerosi gruppi folcloristici, che accompagnano la statua della Madonna nell santuario all’interno delle mura del castello. Lungo le viuzze che si arrampicano dal fiume Temo, tra il castello e la Cattedrale dell’Immacolata, gli spazi a corte e le vie vengono trasformati in passaggi verdi, ottenuti piegando ad arco lo stuolo di migliaia di canne. I fedeli del quartiere medioevale di Sa Costa allestiscono “sos altarittos”, piccoli altari ornati di filigrana d’oro, coralli, fiori e pizzi preziosi in filet (il ricamo al telaio per cui le donne bosane sono famose) davanti ai quali la Madonna si ferma per una preghiera.

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (3)


S. Maria di Betlem in Sassari

 
Tra il secondo e il terzo decennio del XIII secolo, la comunità francescana si insediò a Sassari, dopo aver ricevuto in dono il monastero di Santa Maria di Campulongu, che nel 1106 era stato donato ai benedettini di S. Vittore di Marsiglia dal giudice di Torres Costantino I di lacon-Gunale. Negli anni 70 – 80 del XIII secolo fu ampiamente modificato l’impianto preesistente della chiesa e del convento.

Il primo intervento consistente è quello collocato tra il 1440 e il 1465 quando la chiesa venne ampliata e praticamente rifondata, con la realizzazione tra l’altro di alcune cappelle in stile tardogotico e una enorme volta a crociera nel presbiterio. Alla fine del XVI secolo vi fu educato e vi divenne sacerdote Francesco Zirano, frate francescano martire e poi beato. Nel XVII secolo fu aggiunta l’abside semicircolare ad ingrandimento del coro. Le capriate lignee della copertura della navata vennero sostituite nel XVIII secolo con volte a crociera. Tra il 1829 e il 1834 la chiesa venne restaurata su progetto del frate architetto Antonio Cano, che introdusse nella fabbrica elementi architettonici e decorativi dello stile rococò e neoclassico; tra gli altri interventi, venne realizzata la struttura cupolata, a pianta ellittica, che andò a sostituire il transetto a volta gotica del precedente impianto. Lo stesso Cano, nel 1813 aveva curato il restauro del convento attiguo. Nel 1846, l’architetto Antonio Cherosu realizzò la torre campanaria a canna cilindrica che sostituì il campanile gotico catalano a pianta ottaganale del XIV secolo, crollato improvvisamente dopo i lavori del frate Cano. Nel 2014, a seguito della beatificazione di padre Francesco Zirano, all’esterno della chiesa è stata collocata una statua che ne rappresenta il martirio. Vandalizzata poco tempo dopo, è ora conservata nel convento.

La facciata, nella parte bassa, conserva ancora la vecchia struttura del monastero costruito nel 1106 su disposizione del Giudice Costantino di Torres. Si possono ammirare l'arco strombato sopra il quale, separato da una cornice modanata, giace un grande rosone anch'esso strombato e risalente al '400. Ancora sopra, un'ulteriore luce costruita intorno al '700, conferisce all'interno della chiesa un'ottima illuminazione. La chiesa, che venne più volte ampliata e rimaneggiata nel corso dei secoli, presenta le influenze dei vari periodi storici; è caratterizzata dallo stile romanico con la presenza di elementi del periodo gotico e aragonese ed è sormonata da una grande cupola, con altre luci e una statua della Madonna, sotto la quale è inciso: fermati passegger e il capo inchina a salutar del ciel la gran regina

L'interno è caratterizzato da una navata unica. E' impreziosito da elementi architettonici di pregio, da colonne con capitelli a foglie a crochet, affreschi, statue e bassorilievi. Sono presenti diverse cappelle in diversi stili, dal barocco al gotico, raffiguranti i vari gremi cittadini (Muratori, Sarti, Falegnami, ecc.). La chiesa è sede di sette gremi cittadini: il gremio dei Muratori, quello dei Sarti, degli Ortolani, dei Falegnami, dei Contadini, dei Piccapietre e degli Autoferrotranvieri.
Gli altari sono in legno intagliato, risalgono al '700 e furono costruiti per mano degli artigiani sassaresi. Nella chiesa sono inoltre custoditi i Candelieri votivi, anch'essi in legno intagliato, utilizzati durante la processione del 14 agosto, conosciuta come la Discesa dei Candelieri.
All'interno del Santuario, sono presenti altre bellissime opere, come ad esempio la statua lignea risalente al '400 raffigurante la Madonna della Rosa, i dipinti del pittore modenese Giacomo Cavedoni, ed infine un pulpito e un retablo, sempre in legno, opere di Giovanni Antonio Contena.

Davanti alla chiesa si apre un grande chiostro con pavimentazione in pietra, ove giace la fontana risalente al '500, chiamata fontana del Brigliadore, dal catalano brillador che significa zampillo, impreziosita da decorazioni di mostri bronzacei e tre stemmi. 

La chiesa venne menzionata nel tempo da diversi personaggi illustri, come il generale Alberto Della Marmora e Vittorio Angius.

Come arrivare: giunti a Sassari, procedere verso il centro e la stazione. Superata la stazione procedere ancora dritti. La chiesa apparirà dinnanzi a voi sulla sinistra, dopo il semaforo.

Beato Francesco Zirano martire

Francesco Zirano nacque a Sassari attorno all'anno 1564 in una famiglia contadina. Si trovò presto orfano di padre. La famiglia era devota ai protomartiri Gavino, Proto e Gianuario e da Sassari due volte all'anno era usanza partire in pellegrinaggio al santuario di Porto Torres. Ricevette un'istruzione di base dai frati di Santa Maria di Betlem e, devoto alla Madonna, già a quindici anni seguiva le regole del convento e a ventidue nel 1586 fu ordinato sacerdote dall'arcivescovo Alfonso de Lorca, alla presenza del cugino Francesco Serra, figlio di una sorella della madre, che da poco aveva vestito l'abito.

Svolse normali incarichi sacerdotali. Nel 1590 suo cugino Francesco Serra fu rapito da corsari turchi e condotto ad Algeri. Per otto anni pregò per lui e decise infine di andarlo a liberare pagando il riscatto, avvalendosi dei Mercedari. Fu autorizzato il 19 marzo 1599 da papa Clemente VIII per la durata di un triennio. Raccolse denaro in giro per la Sardegna, impegnandosi anche per altri schiavi catturati; infine partì nella primavera del 1602. Fece tappa in Spagna dove il re Filippo III gli affiancò fra Matteo de Aguirre, che in segreto e ad insaputa di Francesco Zirano aveva una missione politica segreta a favore del regno di Kuku (centro della Cabilia, scritto anche Koukou) contro Algeri.

Giunto a Cuco, ne partì il 18 agosto travestito da mercante e con un interprete, arrivando ad Algeri il 21.

La situazione politica con la Spagna era tesa e un bando limitava la libertà dei cristiani, inoltre vi fu l'arresto di un rinnegato proveniente da Cuco che portava alcune lettere di fra Matteo a padre Zirano e ad altri cristiani, che riportavano la rinuncia a occuparsi del riscatto degli schiavi; padre Zirano restò prudentemente lontano dalla città. Tornò a Cuco portando con sé quattro cristiani liberati nei dintorni di Algeri e, impossibilitato ad agire, divenne aiutante di fra Matteo. Il cugino rimaneva in carcere, dove aveva tra l'altro imparato l'arabo.

Quando il re di Cuco conseguì una vittoria ritenne opportuno comunicarlo al re di Spagna suo alleato e proprio padre Zirano fu incaricato di portare la lettera, ma fu catturato, forse a seguito di una manovra premeditata di tradimento. Francesco fu spogliato, percosso, incatenato e condotto ad Algeri il 6 gennaio 1603; in carcere trovò altri cristiani. Padre Zirano era stato scambiato per fra Matteo de Aguirre; venne isolato e fu stabilito un enorme riscatto. Finalmente rivide il cugino Francesco Serra che purtroppo dovette comunicargli la condanna a morte. Padre Zirano chiese un confessore ma non fu accontentato. Si tentò il suo invio a Istanbul, capitale dell'Impero turco da cui dipendeva anche Algeri, cogliendo l'occasione della partenza di una nave inglese, per rassicurare i turchi, attraverso la consegna del prigioniero, che la guerra contro il re di Cuco non ne aveva intaccato il potere politico. Il tentativo fallì a causa del consistente riscatto richiesto.

Il 24 gennaio venne radunato il Gran Consiglio della città per decidere senza interrogatorio la condanna, nonostante si fosse reso conto dello scambio di persona, e giunse senza successo a proporre a padre Zirano l'abiura. Un banditore proclamò per le vie della città che il condannato aveva "rubato" quattro schiavi ed era "una spia". L'esecuzione venne eseguita il 25 gennaio 1603. Vestito con una tunica e con una catena al collo, attraversò l'affollata strada centrale di Algeri tra urla e insulti, mentre pregava ad alta voce recitando il canto biblico dei tre fanciulli. Fu scorticato vivo e tuttavia come Gesù Cristo crocefisso invocò perdono per i carnefici con le parole "Padre, perdonali!". Dopo la morte la pelle, imbottita di paglia, fu esposta presso una porta della città, la porta di Babason.

I cristiani si appropriarono di alcuni lembi della pelle del martire, custodendoli. Alcuni giunsero in Italia; in Sicilia venne portata una mano e la pelle di un braccio, tuttavia di queste reliquie si persero successivamente le tracce.

Il cugino Francesco Serra, trovata la libertà, riscattò a sua volta alcuni schiavi cristiani, e riuscì in seguito anche a dare al corpo straziato una sepoltura. La fede di padre Zirano suscitò un'ammirazione commossa e la fama del suo martirio è stata tramandata.

La fama del martirio fu subito evidente al frate osservante Antonio Daça, il quale nel 1606 a Valladolid raccolse la deposizione dei due testimoni oculari cristiani, Giovanni Andrea di Cagliari e l'ex schiavo spagnolo Joan Ramirez; successivamente la pubblicò.

Nel 1731 sia i frati minori conventuali sia i frati osservanti, controversamente convinti dell'appartenenza di padre Zirano alla propria famiglia francescana, richiesero alla Congregazione dei Riti di aprire un processo canonico di beatificazione; i due ordini vennero invitati ad accordarsi e a risolvere la controversia. La situazione rimase bloccata; storici di quel secolo e del successivo conclusero a favore dei conventuali, che tuttavia furono ostacolati nel riprendere l'iniziativa in quanto la loro sopravvivenza come ordine era minacciata da diffuse politiche avverse al clero regolare.

Nel 1926 il postulatore generale padre Giuseppe Vicari richiese al ministro provinciale della Sardegna una documentazione il più possibile completa su tutta la questione e il frate Costantino Devilla fu incaricato della ricerca storica.

Dopo la seconda guerra mondiale il frate Antonio Ricciardi, nuovo postulatore, tentò di introdurre la causa presso la Congregazione dei Riti, ma il relatore della sezione storica gli consigliò la ricerca di ulteriore documentazione.

Nel 1977 padre Umberto Zucca, storico dei conventuali sardi, avviò un lavoro di ricerca tra archivi vaticani, italiani e spagnoli (soprattutto a Simancas, Madrid, Palma di Maiorca e Barcellona) che in otto anni gli consentì la raccolta di una documentazione esauriente e inoppugnabile: nel corso di tale lavoro furono scoperte altre sette relazioni sul martirio oltre alle due già note, il numero di segnalazioni di storici e agiografi sulla fama del martirio lungo i secoli giunse a centotrenta e alla più antica raffigurazione già nota del martirio risalente solo al 1924, olio su tela di Vincenzo Carotti presso Santa Maria di Betlem a Sassari, se ne aggiunsero altre a partire da quella più antica del 1646 a Taurano in Campania (le altre sono a Falerone nelle Marche, a Venezia, a Cagliari, a Vienna e a Monaco di Baviera).

Già il 18 maggio 1984 c'era una documentazione sufficiente che diede luogo da parte della Congregazione dei Riti all'approvazione dell'istruzione della causa di beatificazione, mantenendo tuttavia un certo riserbo. Il 25 novembre dello stesso anno l'arcivescovo di Sassari Salvatore Isgrò istituì la commissione diocesana per l'esame della documentazione raccolta e il 15 agosto 1990 autorizzò con decreto l'inchiesta diocesana sull'asserito martirio, aprendo così il processo diocesano, e il successivo 22 settembre nella chiesa di Santa Maria di Betlem presiedette la prima sessione pubblica. La fase sassarese della causa durò dal 1985 alla chiusura del processo diocesano l'8 settembre 1991. Postulatore è stato padre Ambrogio Sanna e vicepostulatore è stato padre Umberto Zucca; essi tra il 1993 e il 1996 misero assieme ufficialmente la vasta documentazione, e in seguito la ampliarono ulteriormente, e infine il 2 ottobre 2001 venne presentata la Positio super martyrio, risultato della ricerca complessiva su vita e martirio di padre Zirano.

La fase romana della causa durò dal 2002 al 2014. La documentazione presentata fu approvata il 4 marzo 2003 dal congresso dei consultori storici e il 16 maggio 2013 dai consultori teologici. Nella sessione ordinaria del 4 febbraio 2014, presieduta dal cardinale Angelo Amato, cardinali e vescovi considerarono vero martirio la morte di padre Zirano e il 7 febbraio papa Francesco fu informato sulle conclusioni della Congregazione per le Cause dei Santi. Il papa riconobbe lo stesso giorno il martirio e autorizzò la beatificazione; firmò la relativa lettera apostolica il 4 ottobre.

La beatificazione è avvenuta a Sassari il 12 ottobre 2014, celebrata dal cardinale Angelo Amato delegato pontificio, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Hanno partecipato l'arcivescovo di Sassari padre Paolo Atzei e l'arcivescovo di Algeri monsignor Ghaleb Moussa Abdalla Bader. La memoria liturgica stata inizialmente stabilita per il 25 gennaio nell'arcidiocesi di Sassari e nelle chiese sarde; il 10 dicembre 2014, su istanza del procuratore generale dell'Ordine dei Frati Minori conventuali, appoggiata dall'arcivescovo di Sassari Paolo Atzei, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha emanato un Decreto per celebrare la memoria del beato il 29 gennaio, tenuto conto che il 25 gennaio si celebra la Conversione di Paolo e la conclusione dell'Ottavario di preghiera per l'unità dei cristiani; il beato sarà comunque ricordato a Santa Maria di Betlem anche in tale data. Padre Zirano sarà proposto come patrono e protettore delle p ersone rapite, schiavizzate e degli immigrati che attraversano deserti e mari in cerca di libertà. È il sesto beato nella storia della Chiesa sarda (quarto tra i conventuali) e la sua è stata la seconda beatificazione effettuata in Sardegna dopo quella di suor Giuseppina Nicoli nel 2008 a Cagliari. L’ultima beatificazione in Sardegna è quella del 15 giugno 2019 a Pozzomaggiore (SS) di Edvige Carboni, laica e mistica.

martedì 28 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (2)


Codrongianos: paese natale della beata Elisabetta Sanna

Beata E lisabetta Sanna, sposa, madre, vedova e terziaria. Non può avvenire un processo di trasformazione se non avviene una relazione prima con Dio e poi con il mondo. La proposta della penitenza evangelica e la proposta di essere nel mondo come una soluzione per rendere il mondo migliore secondo la logica del Vangelo.

È stata beatificata, in Sardegna, Elisabetta Sanna, sposa e madre di sette figli. Il rito è stato presieduto dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, nella Basilica della Santissima Trinità di Saccargia (nel comune di Codrongianos) in provincia di Sassari. "Mama Sanna", come viene affettuosamente chiamata, è vissuta a cavallo tra due secoli, il 1700 e il 1800: rimasta vedova, divenne terziaria professa dell'Ordine dei Minimi di San Francesco, del Sodalizio dell'Unione dell'Apostolato Cattolico fondato da San Vincenzo Pallotti.

 R. - Elisabetta, nata a Codrongianos (Sassari) il 23 aprile 1788, a sette anni fu vittima di una epidemia di vaiolo, che la rese invalida alle braccia, tanto che non riusciva a sollevarle per lavarsi la faccia o pettinarsi. Pur sentendosi attratta alla vita religiosa, seguì la volontà della madre, che la esortava a sposarsi. Il matrimonio fu celebrato il 13 settembre 1807 e la famiglia fu allietata da sette figli. Morto il marito nel 1825, Elisabetta continuò ad occuparsi dei suoi figli e ad amministrare i beni della sua famiglia facoltosa.

D. - Cosa dire della sua permanenza a Roma?

 R. - Nel 1831 era partita per un pellegrinaggio in Terra Santa, per la mancanza del visto per l'Oriente, non riuscì a proseguire. Si fermò quindi a Roma, senza più fare ritorno in patria. Ma non potè tornare in Sardegna, su consiglio dei medici, perché gravemente sofferente di cuore. A Roma rimase 25 anni, lavorando, pregando e visitando i poveri e gli ammalati. Morì il 17 febbraio 1857. Aggiungiamo subito, soprattutto tenendo conto dell'odierna mentalità, che sorprende la vicenda di questo suo allontanamento dai figli. Ma a Roma riceveva notizie tranquillizzanti sulla loro crescita e formazione in casa del fratello sacerdote Don Antonio Luigi. Inoltre, san Vincenzo Pallotti la rassicurava continuamente dicendole: «Coraggio, figlia; la vostra famiglia non ha bisogno di voi; anzi, sarà la meraviglia e l'invidia di tutto il paese». Queste parole le davano una grande serenità di spirito. Era finalmente giunta a vivere la vocazione, avuta fin da piccola, di consacrarsi totalmente a Dio.

D. - Cosa pensa di tutto ciò?

 R. - Dobbiamo ricordare la parola di Gesù che dice: «Se uno viene a me e non mi preferisce a suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino alla propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). È lungo l'elenco di coloro che hanno preso alla lettera la parola del Signore. Qui ricordo, come esempio, l'esperienza della suora orsolina francese, Santa Maria dell'Incarnazione, al secolo Marie Guyart (1599-1672), canonizzata da Papa Francesco nel 2014. Rimasta vedova giovanissima, affidò al collegio dei gesuiti il figlio Claudio per farsi religiosa. Il bambino, che all'inizio piangeva implorando il ritorno a casa della mamma, non solo non subì alcuna conseguenza psicologica nella sua crescita, ma divenne monaco benedettino e il più fervido ammiratore della madre, che, nel frattempo, era andata missionaria in Canada, pioniera dell'evangelizzazione in quelle terre. Lo stesso si può dire di Santa Giovanna Francesca Frémyot de Chantal (1572­1641), madre di sei figli. Rimasta vedova a ventinove anni, dopo un po' di tempo, il 29 marzo 1610, lasciò la famiglia per fondare le Visitandine e — dice la storia ­passò sul corpo del figlio Celso Benigno, di 14 anni, che si era disteso sulla soglia, implorando che non partisse.

 D. - Si tratta, in ogni caso, di vocazioni speciali, rare e riservate a pochi. Immagino che siano scelte fondate su un fortissimo amore per Gesù...

 R. - Esattamente. Gesù aveva conquistato totalmente il loro cuore. Per quanto riguarda Elisabetta Sanna, né la terra natia, né la famiglia, né le afflizioni della vita la separarono mai dalla carità di Dio. Venne da Dio l'ispirazione di andare in pellegrinaggio in Terra Santa e di rimanere per sempre a Roma. Non si trattò di un impulso arbitrario, ma di una vocazione seria, vagliata e approvata da padri spirituali saggi e prudenti, ai quali la Beata si affidava con obbedienza e umiltà. Di lei i testimoni affermano: «Iddio le era più caro di tutti i beni terreni messi insieme e di qualunque persona più diletta». L'amore di Dio le fece superare contrasti, dicerie, offese e soprattutto il peccato. Il male non fece breccia nel suo cuore, che rifuggiva il peccato come i bambini temono il buio. L'Eucaristia era l'approdo della sua anima, adoratrice instancabile del SS. Sacramento dell'altare. Da lei stessa apprendiamo che ascoltava anche cinque o sei messe al giorno.

D. - Quale fu il suo apostolato a Roma?

 R. - Elisabetta era una donna di quotidiana adorazione eucaristica. Questo fervore spirituale lo riversava nell'amore del prossimo con un cuore aperto a tutti nel consiglio e nel servizio. A Roma era nota la sua disponibilità verso chi si rivolgeva a lei, nobili e plebei, amici e nemici, ricchi e poveri, romani e forestieri, grandi e piccoli. Con le sue parole metteva pace nelle famiglie e ristabiliva la concordia tra i coniugi. Un suo biografo scrive: «Aveva una grazia particolare per consolare gli afflitti, che, parlando con lei, sentivano tornare nei loro cuori pace e tranquillità. Inculcava a tutti carità e perdono dei torti ricevuti».

D. - Come possiamo definire la nuova beata Elisabetta Sanna?

 R. - Elisabetta era la donna della misericordia. La sua vita fu una pratica continua delle opere di misericordia corporale e spirituale. Nonostante il freddo, la fatica del cammino e le braccia rattrappite, si recava all'ospedale san Giacomo o in case private per servire le ammalate. Delle elemosine che riceveva, toltone quel poco che serviva per il suo misero vitto, ne faceva elemosina agli altri. Non si turbava per gli insulti ricevuti. Non permetteva che si parlasse male del prossimo. Pregava e faceva pregare per i condannati a morte. Le opere di san Vincenzo Pallotti furono il principale destinatario della sua carità: per esse lavorava di maglia e cucito e ad esse mandava oggetti e denaro. Il Pallotti soleva dire che due erano i grandi benefattori dell'Istituto: una donna povera, Elisabetta Sanna, e il Cardinale Luigi Lambruschini (1776-1854). Alla sua morte, avvenuta il 19 febbraio 1857, nella sua stamberga nei pressi della Basilica Vaticana, la gente sussurrava: «È morta la Santa, la donna che stava sempre a pregare in S. Pietro».
 

Basilica di Santissima Trinità di Saccargia

Il santuario Santissima Trinità di Saccargia è una delle chiese più spettacolari della Sardegna. Situata nella zona campestre di Saccargia, nella cittadina di Codrongianos in provincia di Sassari, la struttura religiosa rientra fra le chiese risalenti all’epoca del medioevo, una tra le poche dell’isola ed ora appartenenti ai monaci camaldolesi.

È immersa nella natura circostante ed ha un campanile altissimo che richiama l’attenzione dei passanti che in molte occasioni sono venuti a far visita al santuario.

L’importanza della chiesa è data oltre che dalla grandezza, anche dagli affreschi situati sull’abside, un gioiello decorato a regola d’arte in epoca romana.

La chiesa è stata costruita in due momenti diversi, ai quali corrispondono delle parti strutturali precise. Inizialmente, si risale al periodo che va tra l’XI e il XII secolo, vi era un’aula molto corta e un transetto con volta a crociera.

In un secondo momento, dalla seconda metà dell’XII secolo, l’aula interna fu allungata e sopraelevata, costruendo una nuova facciata strutturata su tre ordini, il portico presente ancora oggi, la sagrestia e il campanile.

Attualmente, anche se ha subito dei restauri che hanno intaccato l’originalità del tempio, la chiesa rimane comunque un luogo di culto.

 
 “Vorrei pieno il Cielo, svuotato il Purgatorio, chiuso l’Inferno”.
Beata Elisabetta Sanna Porcu

lunedì 27 maggio 2019

Fede e arte da Porto Torres, passando per Oristano fino in Barbagia (1)


Basilica dei Santi Gavino, Proto e Gianuario in Porto Torres

La parrocchia sorge sul Mons Agellus, che fu il centro della prima comunità cristiana della città.

Le sue origini, quindi, sono molto antiche e dai resti del cimitero del IV secolo possiamo avere una descrizione delle attività di chi ci ha preceduto e che, a 1700 anni di distanza deve essere per noi un esempio. Prima fra tutte Matera, che fu un faro guida dei primi cristiani di Porto Torres (in epoca romana Turris Libisonis). Nel suo epitaffio leggiamo che aiutava tutti come se fossero sui figli: si occupava degli stranieri, delle madri e degli indigenti. Fu un modello anche dal punto di vista spirituale, perché anche nei momenti più difficili non ebbe paura della morte violenta (forse scampò alle persecuzioni di Diocleziano) e confidò sempre in Cristo.

Abbiamo il dovere morale e spirituale di continuare il percorso iniziato dai primi cristiani di Turris ed è questo che la comunità parrocchiale di San Gavino tenta di fare con le numerose attività che la animano: la Caritas, il gruppo Scout, la catechesi per bambini e adulti. Nel fare ciò, teniamo sempre presente la vita dei Santi Martiri Turritani Gavino, Proto e Gianuario a cui la basilica è dedicata e che sono i patroni di Porto Torres e dell’Arcidiocesi Turritana.

La basilica di San Gavino fu eretta in stile romanico dal 1030 al 1080 da maestranze pisane chiamate da Comita, Re e Giudice del Regno di Torres e Arborea. L’edificio sorge all’interno del complesso monumentale di Monte Agellu, un giacimento culturale di eccezionale importanza. La Pontificia Accademia Romana di Archeologia ha decretato l’estremo interesse per questo sito, veramente unico per quanto concerne la nascita e la diffusione del cristianesimo in tutte le epoche storiche. Monte Agellu era la vasta area collinare della città corrispondente in antico alla necropoli meridionale della colonia romana di Turris Libisonis che, a partire dal IV secolo, divenne un’area funeraria monumentale di rilevanza straordinaria. Gli scavi effettuati nelle due piazze adiacenti alla basilica, denominate Atrio Metropoli e Atrio Comita, hanno restituito numerosi reperti archeologici provenienti da corredi di sepolture, alcune delle quali mosaicate e affrescate, una cisterna romana e resti di strutture murarie appartenenti ad almeno tre edifici di culto antecedenti la basilica romanica.

La basilica è la chiesa romanica più grande della Sardegna (lunga ben 58,26 metri e larga 17,36 metri) e una delle più antiche dell’isola. Fu cattedrale dell’Arcivescovo di Torres fino al 1441, quando il seggio episcopale fu trasferito a Sassari. Essa presenta l’originalità di avere due absidi affrontate da progetto ed il suo interno è diviso in tre navate, separate da due colonnati per un totale di ventidue colonne e tre coppie di pilastri cruciformi. Colonne e capitelli sono di spoglio, provengono infatti dalle rovine della colonia Iulia Turris Libisonis, secondo Plinio il Vecchio (Nat.Hist. III, 85) l’unica colonia romana della Sardegna, fondata presumibilmente da Giulio Cesare intorno al 46 a.C. All’interno della chiesa sono custoditi alcuni dipinti e statue di pregio e una lapide trionfale bizantina databile in una arco di tempo compreso tra il VII e l’VIII sec.

La basilica è dedicata ai Santi Gavino, Proto e Gianuario, martirizzati a Turris Libisonis nel 303 durante le persecuzioni degli imperatori Diocleziano e Massimiano. Il racconto più antico della loro condanna e del loro martirio è la Passio Sanctorum Martyrum Gavini Proti et Januarii, della seconda metà del XII sec., proveniente da Montpellier (Francia). Le loro reliquie sono custodite nella cripta secentesca, grande quanto la navata centrale e realizzata dopo il poderoso scavo condotto nel 1614 dall’Arcivescovo di Sassari, Gavino Manca de Cedrelles, per ricercare il luogo di sepoltura dei tre santi, del quale al tempo si era persa memoria. Ritrovate le reliquie, si decise di edificare la lunga galleria-santuario per custodirle in modo conveniente. Nella cripta-antiquarium sono presenti cinque splendidi sarcofagi dei secc. III-IV appartenenti alla necropoli di Turris Libisonis, un sarcofago medievale, i resti di una cappella funeraria del IV secolo, cinque statue settecentesche in marmo di Carrara, tre delle quali, realizzate dallo scultore genovese Giacomo Antonio Ponzanelli, raffigurano i tre Martiri Turritani, ed altre dodici realizzate in terracotta smaltata nel XIX sec.

Attorno alla basilica vi sono le cumbessìas, ovvero le ‘case dei pellegrini’, costruite nel XVI-XVII sec. per accogliere le tante persone che accorrevano da tutta la Sardegna in occasione delle feste dedicate ai tre Martiri Turritani.

sabato 25 maggio 2019

Maria, Regina dei martiri!




Maria, Regina dei martiri,
associata al Figlio in un unico martirio,
accompagni ciascuno di noi
nelle piccole e grandi occasioni
in cui è richiesta
la nostra fedele testimonianza evangelica.
Ci conforti con il tuo amore di Madre
nel quotidiano impegno a seguire Cristo,
specialmente nelle situazioni complesse e difficili.
L'amore per Cristo,
che animò il martire Stefano,
alimenti come linfa vitale
la nostra esistenza di ogni giorno.


San Giovanni Paolo II

venerdì 24 maggio 2019

Santità e santini in Sicilia



 
 
 
 
La Sicilia è certamente la regione italiana dove l'uso dei santini o holy card o immaginette sacre è maggiormente in uso e diffuso.
 
Ecco un esempio.
 
 
 
 
Santa Rosalia
venerata a Castanea delle Furie
Messina

domenica 12 maggio 2019

S. Tommaso, prega con noi!







Martirologio Romano, 28 gennaio: Memoria di san Tommaso d’Aquino, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e dottore della Chiesa, che, dotato di grandissimi doni d’intelletto, trasmise agli altri con discorsi e scritti la sua straordinaria sapienza. Invitato dal beato papa Gregorio X a partecipare al secondo Concilio Ecumenico di Lione, morì il 7 marzo lungo il viaggio nel monastero di Fossanova nel Lazio e dopo molti anni il suo corpo fu in questo giorno traslato a Tolosa.

(7 marzo: Nel monastero cistercense di Fossanova nel Lazio, transito di san Tommaso d’Aquino, la cui memoria si celebra il 28 gennaio).
 
 
 
 
 
1. ADORO TE DEVOTE, LATENS DEITAS,

QUAE SUB HIS FIGURIS VERE LATITAS;

TIBI SE COR MEUM TOTUM SUBIICIT,

QUIA TE CONTEMPLANS, TOTUM DEFICIT.

2. VISUS, TACTUS, GUSTUS IN TE FALLITUR,

SED AUDITU SOLO TUTO CREDITUR;

CREDO QUIDQUID DIXIT DEI FILIUS,

NIL HOC VERBO VERITATIS VERIUS.

3. IN CRUCE LATEBAT SOLA DEITAS.

AT HIC LATET SIMUL ET HUMANITAS:

AMBO TAMEN CREDENS, ATQUE CONFITENS,

PETO QUOD PETIVIT LATRO PAENITENS.

4. PLAGAS, SICUT THOMAS, NON INTUEOR,

DEUM TAMEN MEUM TE CONFITEOR:

FAC ME TIBI SEMPER MAGIS CREDERE,

IN TE SPEM HABERE, TE DILIGERE.

5. O MEMORIALE MORTIS DOMINI,

PANIS VIVUS VITAM PRAESTANS HOMINI:

PRAESTA MEAE MENTI DE TE VIVERE,

ET TE ILLI SEMPER DULCE SAPERE.

6. PIE PELLICANE IESU DOMINE,

ME IMMUNDUM MUNDA TUO SANGUINE:

CUIUS UNA STILLA SALVUM FACERE

TOTUM MUNDUM QUIT AB OMNI SCELERE.

7. IESU, QUEM VELATUM NUNC ASPICIO,

ORO, FIAT ILLUD, QUOD TAM SITIO,

UT TE REVELATA CERNENS FACIE,

VISU SIM BEATUS TUAE GLORIAE.

AMEN.

venerdì 10 maggio 2019

Santi fratelli!



Santi Giuliano e Giulio
Parrocchia S. Giuliano
Gozzano (NO)
All’epoca dell’imperatore Teodosio si aggiravano per l’Italia due religiosi: Giulio il sacerdote e Giuliano il diacono. Erano due fratelli proveniente dalla Grecia, uomini tutt’altro che ordinari, la fede li muoveva e presto li portò al cospetto dell’imperatore.

Giunti alla presenza di Teodosio i fratelli si inginocchiarono invocando il permesso di recarsi come missionari in ogni angolo del suo vasto impero, il loro scopo era quello di diffondere il cristianesimo, divulgare il vangelo e convertire il popolo pagano. L’imperatore, che aveva udito le incredibili storie dei due fratelli, senza alcune esitazione accordò il suo permesso e scrisse una lettera che li avrebbe aiutati a risolvere qualsiasi difficoltà, appose il suo sigillo e gli augurò buon viaggio.

La prima meta dei due fratelli era a Nord ovest, laddove i templi pagani proliferavano e c’era grande bisogno del loro intervento.

Arrivarono a Brebbia e subito si diressero al tempio di Minerva. Iniziarono lì la loro opera di conversione invitando il popolo ad abbandonare i falsi dei e ad abbracciare il Signore. Gli abitanti li guardavano con circospezione, alcuni si fermavano ad ascoltare le loro parole, altre camminavano svelti lontano dai due.

La lettera dell’imperatore, come promesso, si rivelò molto utile. Leggendo gli ordini impartiti dal sommo sovrano, molti si misero a distruggere il tempio di Minerva, (Atena per i romani), dea della guerra e dell’intelletto, e ad ergere al suo posto una chiesa dedicata alla Vergine Maria.

Lavoravano tutti di buona lena, ma non si può nascondere che qualcuno, in cuor suo, nutriva ancora dei dubbi, convinto che presto l’ira degli dei si sarebbe scagliata su di loro.

Difatti la sventura presto sopraggiunse, i muratori continuavano ad infortunarsi, a lamentare malori, uno di loro si tranciò di netto un dito. Il sangue sgorgava copioso dalla ferita, la falange del pollice giaceva a terra e le grida si propagarono per tutto il paese. Giulio il sacerdote, richiamato da tanto baccano, arrivò a placare gli animi. Senza indugio raccolse il dito da terra, strinse la mano del muratore infortunato e con un segno della croce ricompose la ferita. Il sangue smise di scorrere e i lembi di carne si ricongiunsero, la mano del carpentiere presto tornò alle normali funzionalità. Gli occhi sbalorditi dei presenti si muovevano frenetici dalla mano al sacerdote, gridarono al miracolo e iniziarono tutti a farsi battezzare.

I lavori della chiesa continuarono ma un altro nemico giunse a Brebbia: il demonio.

Più pericoloso di qualsiasi dio pagano, il demonio non era affatto contento dell’opera dei due giovani fedeli. Assunse le sembianze di un prete e in una sola notte, accanto alla chiesa commissionata da Giulio e Giuliano, costruì una chiesa magnifica. Era una chiesa di ghiaccio dal fascino innegabile.

Il mattino seguente gli abitanti, vedendo la nuova chiesa, persero la voglia di costruirne una nuova e smisero di lavorare.

Giulio allora, sicuro della sua fede, non si fece intimorire, ordinò che la messa fosse celebrata nella chiesa di ghiaccio e più di una volta si recò al suo interno per pregare.

Il diavolo si infuriò, soffio fuoco sulla chiesa di ghiaccio e questa si sciolse, diresse allora la sua ira sulla chiesa in mattoni che con tanta fatica Giulio e Giuliano avevano cercato di costruire ma questa, molto più resistente, non cedette alla sua furia. Il diavolo non poté far altro che maledire tutti, e a colpi di corna andò via.

I due fratelli presto terminarono la loro missione a Brebbia e continuarono il loro viaggio.

Durante il cammino verso la sponda orientale del lago si imbatterono in una scena assai triste. Un carro era fermo in mezzo alla strada, un solo bue vi era aggiogato e il contadino sedeva piangente lì vicino. Quando i due fratelli si furono avvicinati scoprirono che motivo di tanta disperazione era un lupo che aveva mangiato il secondo bue del contadino, quest’ultimo era disperato poiché aveva perso una grande fonte di guadagno e sostentamento per la sua povera famiglia.

Giulio non perse animo, si addentrò nel bosco e trovò il lupo, lo catturò e lo lego al carro. Promise al contadino che da quel momento in avanti il lupo avrebbe svolto il lavoro del bue e così fu.

Giulio e Giuliano passarono per Angera, poi per Omegna sul Lago d’Orta ma in questi luoghi non ebbero fortuna e furono scacciati a colpi di pietra.

Due ultime chiese i due giovani dovevano costruire prima di arrivare al loro obiettivo di cento chiese.

Giunsero a Gozzano per costruire la novantanovesima chiesa. Anche qui incontrarono la reticenza degli abitanti.

Pur di non costruire la chiesa e riposare ancora i muratori escogitarono un trucchetto: finsero che uno di loro era morto, lo adagiarono sul carretto e chiesero a Giulio e Giuliano di recarsi al cimitero.

Sulla strada fuori del paese risero per essere riusciti ad imbrogliare i due fratelli e cercarono di svegliare l’amico sul carretto. Questo però non ne voleva sapere di svegliarsi: era morto davvero. Spaventati tornarono da Giulio, confessarono la malefatta e supplicarono perdono. Giulio impose le sue mani sull’uomo e lo risvegliò. Insieme costruirono la chiesa che dedicarono a San Lorenzo e tutti gli abitanti di Gozzano si convertirono. Giuliano decise di rimanere lì a predicare la parola del Signore.

Giulio giunse da solo sulle rive del lago d’Orta deciso a continuare la sua missione e a costruire la centesima chiesa. Osservando le acque del lago fu colto da un’improvvisa ispirazione: avrebbe costruito la chiesa sull’isola in mezzo al lago. A quel punto chiese ai barcaioli aiuto per raggiungere l’isola ma questi si rifiutarono terrorizzati di mettere piede su quella terra deserta infestata da rettili mostruosi.

Giulio non perse le speranze, pregò Dio di rendere solido e impermeabile il suo mantello, e così traghetto verso l’isola.

Una volta lì trovo centinaia di serpenti e draghi che scacciò con un colpo di bastone verso il monte Camosino.

Dalla riva di fronte i contadini avevano osservato gli incredibili prodigi: il mantello trasformato in barca e la cacciata dei mostri. Si affrettarono a raggiungere Giulio sull’isola, non c’era più nulla da temere, lo pregarono di convertirli e insieme costruirono l’ultima chiesa.

L’isola prese il nome del sacerdote e proprio lì lui giace, sotto la vertebra di un drago appesa al soffitto a ricordare a tutti il suo coraggio e la sua fede.

FONTE

mercoledì 8 maggio 2019

Mai perdere la memoria della prima chiamata!



Per rinnovare noi stessi, tante volte dobbiamo andare indietro e incontrare il Signore, riprendere la memoria della prima chiamata.

L’autore della Lettera agli Ebrei dice ai cristiani: “Ricordate i primi giorni”. Ricordare la bellezza di quell’incontro con Gesù che ci ha chiamato, e da quell’incontro con lo sguardo di Gesù prendere la forza per andare avanti. Mai perdere la memoria della prima chiamata! La memoria della prima chiamata è un “sacramentale”. In effetti, le difficoltà del lavoro apostolico potrei dire che ci “guastano” la vita, e si può perdere l’entusiasmo. Si può perdere anche la voglia di pregare, di incontrare il Signore. Se ti trovi così, fermati! Torna indietro e incontrati con il Signore della prima chiamata. Questa memoria ti salverà.

Molte volte spendiamo le nostre energie e risorse, le nostre riunioni, discussioni e programmazioni per conservare approcci, ritmi, prospettive che non solo non entusiasmano nessuno, ma che sono incapaci di portare un po’ di quell’aroma evangelico in grado di confortare e di aprire vie di speranza, e ci privano dell’incontro personale con gli altri. Come sono giuste le parole di Madre Teresa: «Ciò che non mi serve, mi pesa»! Lasciamo tutti i pesi che ci separano dalla missione e impediscono al profumo della misericordia di raggiungere il volto dei nostri fratelli. Una libbra di nardo è stata capace di impregnare tutto e di lasciare un’impronta inconfondibile. Non priviamoci del meglio della nostra missione, non spegniamo i battiti dello spirito.

Papa Francesco, 7 maggio 2019

martedì 7 maggio 2019

118 anni di vita, 103 di vita religiosa!!



È la Beato Gregorio Celli.
È uno dei quattro Beati nativi nella città di Verucchio, cioè: Bionda Foschi, Galeotto Roberto Malatesta e Giovanni Gueruli.



Gregorio Celli nacque verso il 1225 a Verucchio e venne battezzato nell’antica pieve di S. Martino.
Era figlio di Giovanni, “giureconsulto di chiaro nome” e nipote di Tommaso de’ Celli, e di Anna “figlia del Dottor Alberto Corradi”.
Aveva tre anni quando rimase orfano del padre e verso i quindici anni vestì da laico l’abito degli Eremiti di S. Agostino nel convento del suo paese.
Trascorsero una decina d’anni nei quali Gregorio Celli dimostrò tutta la sua perfezione di vita evangelica. Anche la madre Anna, all’età di 45 anni, prese la vesta di terziaria e si diede a sostenere il convento con i suoi beni.
Però, insorse una non meglio specificata “invidia” nei confronti di Gregorio e proprio da parte dei religiosi del suo convento, che presero a rendergli la permanenza insopportabile.
Allora si allontanò da Verucchio e si rifugiò in un eremo sul Monte Carnerio, nei pressi di Fonte Colombo (Rieti), dove visse molti anni. Secondo il Tonini,passò alla gloria del Cielo nel 1343 adì 4 maggio”. Ma  nel calendario canonico la sua festa è l’11 maggio.
Il sant’uomo avrebbe così battuto in età e di gran lunga un suo celebre contemporaneo e concittadino, quel Malatesta da Verucchio nato nel 1212 e morto a 100 anni esatti, dopo aver fondato la potenza della sua famiglia prendendo il controllo di Rimini, Pesaro, Fano e molto altro.
Si narra che le sue spoglie siano prodigiosamente ritornate a Verucchio, dove sono venerate attualmente nella Chiesa di S. Agostino.
Sempre il Tonini: “I Confratelli chiusero il Sacro Corpo in una Cassa di legno; e questa, come egli stesso vivendo ebbe comandato, posero sopra una mula non anco doma, la quale, Dio così volente, di per se stessa erasi presentata: ed essa mossasi in via senza guida d’alcuno portò il sacro pegno nella Terra di Verucchio, sonando le campane ovunque fu di passaggio; ove pervenuta si fermò dinanzi alla porta della Chiesa di S. Agostino. Per la qual cosa i paesani trassero in folla; e dai Religiosi apertasi l’arca e trovatovi il Sacro cadavere, giubilando e benedicendo il Signore, lo collocarono nella Chiesa; da ove prese a compartir grazie ed operare miracoli. La mula, appena sgravata del suo peso, morì”.
Essendosi perso ogni documento autentico circa il suo culto, compreso il decreto di beatificazione emanato nel 1357 da papa Innocenzo VI, fu istruito un processo presso la Curia di Rimini nel 1757, per ribadire l’autenticità del culto, che fu confermato il 6 settembre 1769 da papa Clemente XIV, il santarcangiolese che era cresciuto in giovinezza proprio a Verucchio.
Il beato Gregorio Celli è invocato nelle grandi calamità; il ‘Martyrologium Romanum’ lo riporta all’11 maggio, ma veniva ricordato anche il 23 ottobre.
 
FONTE
 



domenica 5 maggio 2019

«Mi vuoi bene?», «Seguimi»




I discepoli sono riconciliati, da quel pace a voi a Gerusalemme, sono riconciliati con se stessi, tra loro e con Gesù.

Ora, seguendo l’indicazione di Gesù, sono in Galilea.

Qui fanno quello che – alcuni di loro - sanno fare: Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te».

Ma come, può capire chi compie un lavoro simile, quel giorno è no!

Non appare dal Vangelo che per questo motivo sono nervosi, e nemmeno dal dialogo con lo sconosciuto che vuole insegnare a loro, esperti, il mestiere del pescatore, quasi, si potrebbe dire, li prende in giro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete».

Ed ecco il segno…. la rete piena di centocinquantatré grossi pesci.

Un segno nel segno. In esso lo riconoscono, nell’arte cristiana antica il pesce è un simbolo che ricorda Gesù, perché la parola pesce in greco nel suo acronimo ΙΧΘΥΣ (Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr) significa: “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”.

Ma in questo segno possiamo rivedere la prima chiamata di Gesù ai suoi discepoli: vi farò diventare pescatori di uomini.

E dal quel giorno molte cose sono accadute, ed allora Gesù rinnova la chiamata, è per Pietro, ma in essa per tutti i discepoli fino ad arrivare ad oggi, a ciascuno di noi.

«Simone, figlio di Giovanni, mi ami?»

È una chiamata nominale. Non è una chiamata di massa.

È una chiamata insistente. Bene tre volte. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?»

Potremmo rileggere: come tre erano stati i rinnegamenti, che significa, io sono un Dio fedele, per cui ti scelgo comunque!

È una chiamata che invia a compiere a nome di Gesù, il buon Pastore, l’opera di pascolare le pecore, però è dentro un percorso, non gli dice, va, ma «Seguimi».

Chi si mette a servizio di Gesù, che fa parte dei suoi discepoli non è un battitore libero, non è inviato a fare qualcosa, ma ha come misura lo stesso Gesù: «Seguimi».

Ecco che si capisce l’affermazione di Pietro nella prima lettura: obbedire a Dio invece che agli uomini.

È una obbedienza dentro la comune chiamata, e dentro il continuo discernimento: in quello che faccio sto seguendo Gesù? Non come oggi si dice: non faccio nulla di male. Ma sto facendo il bene che Gesù mi insegna. Sono o non sono un suo discepolo?

 «Mi vuoi bene?», «Seguimi».

Cioè metti i tuoi piedi nelle mie orme!

giovedì 25 aprile 2019

Oggi è la festa di San Marco







Dal Diario di don Massimo

Monastero della Visitazione,

S. Maria di Salò
25/4/97


Oggi è la festa di San Marco.

Dicono che ancora ragazzino ebbe il coraggio di rimanere accanto a Gesù nell’orto degli Ulivi, più a lungo di tutti gli altri, che scappavano pieni di paura.

Non bisogna avere paura di stare vicino a Gesù.

Ha parole importanti da dire a tutti. Marco l’aveva capito e per questo poi ha sentito l’esigenza, come evangelista, di raccontare Gesù ad altri.

Ascoltare Gesù non è come una nostra visita ad un museo, dal quale si corre via in fretta per andare a comperare il gelato. Stare con Gesù significa fare con Lui un cammino di esplorazione dentro di noi. Non è un viaggio in senso fisico, ma una illuminazione che ci dona una conoscenza vera di noi e del mondo, come la possiedono e la gustano queste suore di clausura che ci ospitano.

Quando si incontra Gesù, si comprende anzitutto questo: per Lui si può donare tutto.

 

Don Massimo Bignetti († 25 aprile 1997)