lunedì 10 agosto 2015

Perchè si formi l'unico volto del Cristo!





"Pensiamo a quel ritratto di Gesù raffigurato nel Duomo di Monreale ... ciascuno di noi è come una tessera di questo grande mosaico. Quindi tutti quanti dobbiamo capire qual è il nostro posto e aiutare gli altri a capire qual è il proprio, perché si formi l'unico volto del Cristo."
 
Beato Giuseppe Puglisi (Palermo 1937 - 1993), sacerdote martire

domenica 9 agosto 2015

Beato Flaviano Michele Melki, prega per noi!




8 agosto 2015. Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione a promulgare il decreto riguardante il martirio del Servo di Dio Flaviano Michele Melki (al secolo: Giacomo), della Fraternità di Sant’Efrem, Vescovo di Djézireh dei Siri; nato nel 1858 a Kalaat Mara (attuale Turchia) e ucciso in odio alla fede a Djézireh (attuale Turchia) il 29 agosto 1915.

domenica 2 agosto 2015

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)





«Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

La fame fa mormorare oppure sono le insicurezze che sconvolgono il quieto vivere?

Il popolo di Israele era schiavo, ma sazio; non libero ma appagato nel quieto vivere.

Gli eventi di insicurezza di questo tempo ci fanno mormorare, ci fanno brontolare su tutto, tanto che rimpiangiamo ciò che avevamo anche se era nel male.

Perché per il popolo di Israele vale più il quieto vivere che la felicità conquistata con libertà obbedendo alla verità.

Il nostro quieto vivere ci rende ciechi di fronte alla realtà o forse facciamo i sordi, i ciechi, solo perché accomodati e accomodanti nel nostro quieto vivere.

Eppure la nostra vita ha sempre fame, e quando non è sazia fa guerra!

Afferma Susanna Tamaro in una intervista:

Dobbiamo decidere di combattere l’oscurità. Essere consapevoli del male significa opporvi resistenza; opporre resistenza significa conoscere se stessi. La vita è un combattimento continuo. Molto più divertente una vita in cui si combatte, no? Per diventare buoni bisogna riconoscere il male.

Solo Mosè ebbe il coraggio di combattere il male, lui che aveva, ahimè scoperto l’oscurità nella sua persona e la sua capacità di fare il male (ricordate quanto uccide un egiziano!).

Afferma ancora la Tamaro:

Il mondo della fede affronta le tenebre, non è un mondo fatto di sorrisini e applausi ai funerali.

Sorrisini e applausi: quasi che il vogliamoci bene, vino e taralli, oppure spumante e panettone, seduti intorno al tavolo vincono il male, affrontano il tenebre.

Oppure che gli applausi ad un funerale siano il segno della fede di chi crede in un mondo migliore, di chi crede all’eternità, o come dice qualcuno segno che abbiamo voluto bene al defunto?

Sì, non sapevo io che un dei segni culturali della nostra fede siano gli applausi ai funerali!

Non è invece segno di una assuefazione alla mondanità imperante gettato via lo stile di Cristo?

Gesù alla morte della figlia di Giàiro, a quella di Lazzaro, a quella del figlio della vedova di Nain, fa l’applauso?

Dice San Paolo: vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri. Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù.

Stiamo diventando dei neopagani, pian piano, in modo subodoro, per sfamare la fame che la vita ci propone.

«Signore, dacci sempre questo pane».

Sfamaci Signore, perché non abbiamo a cercare surrogati per la fame che annida nel nostro cuore!

È il confronto tra un risotto fatto con il brodo di carne e un risotto fatto con la busta e un po’ d’acqua!

La nostra vita non deve malamente sfamarsi, deve fare fatica nel nutrirsi, perché il “buon mangiare” non crea rimpianto.

Ma anche è vero che il “buon mangiare” costa fatica!

Capite! Se io mangio tanto e a sazietà ma non sono libero, non sono felice, non sono nel bene, non è un “buon mangiare”.
 




In un mondo dove sfamarsi, almeno per noi, non costa fatica, e dove lo spreco del cibo non tiene conto della fatica della fame altrui, ricordaci Signore: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Sfamaci Signore, perché a nostra volta possiamo essere dispensatori di Verità, di Vita e di Eternità.

Amen.

martedì 14 luglio 2015

Martedì della XV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) – San Camillo de Lellis




“Concepì e partorì un figlio…”
Camilla de Compellis, che lo aveva partorito a quasi 60 anni di età e morì quando Camillo aveva 13 anni.
Il padre, Giovanni, era un ufficiale al servizio della Spagna.
Camillo, giovane pigro e rissoso, il padre decise di avviarlo alla carriera militare. Ma, nel 1570, un'ulcera al piede lo costrinse ad abbandonare la compagnia.
Per farsi curare fu costretto a recarsi a Roma, nell'Ospedale di san Giacomo degli Incurabili. Dopo la guarigione venne assunto come inserviente presso l'ospedale, ma l'esperienza fu breve: per la sua scarsa propensione al lavoro, venne allontanato.
Intanto il padre era morto. Tornò a dedicarsi alle armi, come soldato di ventura, mettendosi a servizio, prima di Venezia, poi della Spagna. Ma presto tornò a condurre una vita dissoluta.

Così infatti prega il salmista:
“Affondo in un abisso di fango, non ho nessun sostegno; sono caduto in acque profonde e la corrente mi travolge”.
 
“Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo”.

Come Mosè, anche Camillo, è nella Misericordia di Dio, affidato.
Iniziò a vagabondare per l'Italia, fino a quando non venne assunto dai Cappuccini del convento di Manfredonia. È qui che iniziò il suo percorso verso la conversione.

“Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite”

Scrive il Cardinal Giacomo Biffi nella piccolo opuscolo l’ABC della fede:
Nel pomeriggio del Venerdì Santo sulla collina del Calvario ci sono tre crocifissi …. La raffigurazione più eloquente dell’intera vicenda umana.
C’è appeso alla croce il Figlio di Dio fatto uomo, che porta a compimento la sua missione e viene costituito così principio di rinnovamento del mondo.
C’è il malfattore pentito che con un breve ma intenso atto di fede, si assimila interiormente a Cristo e raggiunge una salvezza insperata.
Ma c’è anche il malfattore ribelle … siamo tutti rappresentati in questa scena… possiamo decidere di credere, vale a dire affidarci al disegno del Padre che ci vuole conformi all’immagine del Figlio suo; e così, nelle nostre immancabili sofferenze, diventiamo in Gesù comprincipio della redenzione.
 

Ma torniamo a Camillo.
A Manfredonia nel 1575 decise di abbracciare la vita religiosa e di diventare un frate cappuccino …. Ma l'antica piaga al piede tornò a dargli problemi: fu così costretto a tornare a Roma per curarsi.
 

“Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l’ho tratto dalle acque!»”.
Camillo, malato dalla piaga, rimase nell'ospedale degli Incurabili per ben quattro anni. Qui maturò definitivamente la sua vocazione all'assistenza dei malati e, insieme con i primi cinque compagni che, seguendo il suo esempio, si erano consacrati alla cura degli infermi, decise di dare vita, nell'agosto del 1582 alla "Compagnia dei Ministri degli Infermi", detti popolarmente “Camilliani”, quella con l’abito nero ed una grande croce di panno rosso cucita sul petto.

“per tre ragioni piacque al padre nostro che portassimo la Croce né vestimenti, tenendola per nostra impresa e insegna. La prima per far distinzione dall’abito della Compagnia di Gesù. La seconda per far conoscere al mondo che tutti noi segnati di questo impronto di Croce siamo come schiavi venduti e dedicati per servigio dè poveri infermi. E la terza per dimostrare che questa è religione di croce, cioè di morte, di patimenti e di fatica, acciò quelli che vorranno seguitar il nostro modo di vita, si presuppongano di venir ad abbracciare la Croce, di abnegar se stessi e di seguitar Giesù Cristo fino alla morte”. (1620, Padre Sanzio Cicatelli)

La croce era per distinguersi dagli altri religiosi; la croce era per dire che il Camilliano è segnato dalla Croce e come Gesù venduto per la salvezza degli uomini, che nei Camilliani si eprime nell’opera di Misericordia al servizio degli infermi; la croce sul petto è memoria di morire a se stessi per far vivere in se Cristo in Lui essere Samaritani delle umane sofferenze.

Scrive ancora il Cardinal Biffi:
“… purtroppo possiamo anche decidere di non credere perché siamo liberi di fronte all’atto di fede. Non siamo invece di schiodarci dalla croce di un’esistenza che non è mai senza pena”.

Abbiamo pregato con il Salmo:
Io sono povero e sofferente: la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro. Loderò il nome di Dio con un canto, lo magnificherò con un ringraziamento.

Camillo servi i poveri infermi fino alla morte. Il suo cuore– il cuore che è tanto ha amato – è conversato intatto e incorrotto nel suo paese di Bucchianico.
Come per Camillo di Lellis
“Il Signore ci aiuti a scegliere bene.
Allora il nostro Venerdì Santo sfocerà nella Pasqua di gioia e di gloria.
Perché questa è la fede: ripercorrere sino in fondo, sino al lieto fine, la vicenda salvifica del Crocifisso Risorto”. (Card. Biffi). Amen.

lunedì 13 luglio 2015

Mater humani generis, ora pro nobis!





Progettato dall’arch. Piacentino Carlo Felice Cattadori, fu eretto nel 1958, per volere dell’allora parroco Don Andrea Mutti, e consacrato il 7 maggio 1961, costruito su due piani, sorge sul luogo dell’eccidio di nove civili inermi, il 30 luglio 1944, da appartenenti alle forze armate tedesche.
 
 
 

 La cripta sottostante è dedicata alle vittime civili della seconda guerra mondiale della provincia di Piacenza, i cui nomi sono scolpiti su lastre di marmo, arde perennemente una fiaccola che fu accesa a Roma nelle Fosse Ardeatine.

Nella parte superiore del Santuario è collocata la statua della Madonna “Madre delle Genti” che fu benedetta nel 1958 in San Pietro dal Pontefice Pio XII e solennemente incoronata nel 1962. La statua lignea, scolpita ad Ortisei dallo scultore Giuseppe Runggaldier, rappresenta la Madonna nell’atto di stendere le mani, in segno di protezione, su una famiglia inginocchiata ai suoi piedi.
 
Interessante è leggere l'Enciclica del Venerabile Pio XII "Humani generis" del 12 agosto 1950, per capire l'edificazione del Santuario di Stra'.
 

giovedì 9 luglio 2015

Apostolo del Prezioso Sangue!



acquistabile presso Primavera Missionaria


Non posso, non debbo, non voglio!

Prima parte





Seconda parte


mercoledì 8 luglio 2015

La vita di S. Maria Goretti (un video)











Un documentario per approfondire gli aspetti della vita di Santa Maria Goretti, venerata nel Santuario di Nettuno.

martedì 7 luglio 2015

I piedi di Maria

 
 
 

La Madonna Miracolosa, detta "dei viandanti". La chiesetta è posta in una zona dominata da prati e piante, a ridosso di una ripa e si affaccia sulla strada principale.
 
La pianta del piccolo tempio è a croce greca ed i due bracci fungono da campatine laterali dove si aprono gli ingressi.
 
 
 
 
La facciata è preceduta da un portico con sei arcate e da altre due arcate laterali, tutto in muratura, su colonne in pietra di Sarnico che poggiano su un muretto.
Alla chiesa si accede mediante due porte situate ai lati di una grande finestra trifora, contornata in pietra viva e protetta da un'inferriata seicentesca.
Sotto il presbiterio si accede allo scurolo, dove, sopra ad una pietra protetta da vetro, sono visibili due impronte attribuite alla Vergine.
 
Il Santuario ricorda il fatto miracoloso avvenuto il 2 luglio 1533, quando la Vergine apparve ai carbonai ed ai boscaioli assaliti dai briganti. Secondo la tradizione, una luce splendente mise in fuga i malviventi. Il Santuario fu eretto per espressa richiesta della Vergine nel 1544. All'interno del Santuario è custodito un affresco del '400 con l'immagine della Madonna che tiene tra le braccia il Bambino; ai lati vi sono San Sebastiano e San Rocco, protettori degli appestati.
 

lunedì 6 luglio 2015

Santa Maria Goretti, prega per noi!





Dal Discorso del Papa ai giovani di Torino (21 giugno 2015):

Così Chiara, risponderò a quella tua domanda: “Spesso ci sentiamo delusi proprio nell’amore. In che cosa consiste la grandezza dell’amore di Gesù? Come possiamo sperimentare il suo amore?”. E adesso, io so che voi siete buoni e mi permetterete di parlare con sincerità. Io non vorrei fare il moralista ma vorrei dire una parola che non piace, una parola impopolare. Anche il Papa alcune volte deve rischiare sulle cose per dire la verità. L’amore è nelle opere, nel comunicare, ma l’amore è molto rispettoso delle persone, non usa le persone e cioè l’amore è casto. E a voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarsela bene, fare la bella vita, io vi dico: siate casti, siate casti.

Tutti noi nella vita siamo passati per momenti in cui questa virtù è molto difficile, ma è proprio la via di un amore genuino, di un amore che sa dare la vita, che non cerca di usare l’altro per il proprio piacere. E’ un amore che considera sacra la vita dell’altra persona: io ti rispetto, io non voglio usarti, io non voglio usarti. Non è facile. Tutti sappiamo le difficoltà per superare questa concezione “facilista” ed edonista dell’amore. Perdonatemi se dico una cosa che voi non vi aspettavate, ma vi chiedo: fate lo sforzo di vivere l’amore castamente.

E da questo ricaviamo una conseguenza: se l’amore è rispettoso, se l’amore è nelle opere, se l’amore è nel comunicare, l’amore si sacrifica per gli altri. Guardate l’amore dei genitori, di tante mamme, di tanti papà che al mattino arrivano al lavoro stanchi perché non hanno dormito bene per curare il proprio figlio ammalato, questo è amore! Questo è rispetto. Questo non è passarsela bene. Questo è - andiamo su un’altra parola chiave – questo è “servizio”. L’amore è servizio. E’ servire gli altri. Quando Gesù dopo la lavanda dei piedi ha spiegato il gesto agli Apostoli, ha insegnato che noi siamo fatti per servirci l’uno all’altro, e se io dico che amo e non servo l’altro, non aiuto l’altro, non lo faccio andare avanti, non mi sacrifico per l’altro, questo non è amore. Avete portato la Croce [la Croce delle G.M.G.]: lì è il segno dell’amore. Quella storia di amore di Dio coinvolto con le opere e con il dialogo, con il rispetto, col perdono, con la pazienza durante tanti secoli di storia col suo popolo, finisce lì: suo Figlio sulla croce, il servizio più grande, che è dare la vita, sacrificarsi, aiutare gli altri. Non è facile parlare d’amore, non è facile vivere l’amore. Ma con queste cose che ho risposto, Chiara, credo che ti ho aiutato in qualcosa, nelle domande che tu mi facevi. Non so, spero che ti siano di utilità.

domenica 5 luglio 2015

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)






«Figlio dell’uomo, io ti mando … a una razza di ribelli, … Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro». (Ez 2)

Sapranno … non ha la pretesa - il Signore - di fare i conti subito!

Il cristiano nel mondo – come il suo Signore - è presenza, non è esattore, ma è profezia di una Presenza.

Il cristiano nel mondo cammina con gli occhi rivolti al Signore.

Solo con lo sguardo in Dio ci si può trasfigurare in Colui che si contempla per poi essere una Presenza.

Solo con lo sguardo in Dio si può essere profezia che attende, senza la pretesa di fare i conti, ma essere in mezzo agli uomini come una profezia del Regno!

Profezia? Ma cosa è profezia?

La piccolezza e l’umiltà di essere segno del Regno, questa è già profezia.

Perché il cristiano-profezia sa che « basta la grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Quante volte invece il cristiano ha cercato di essere segno del Regno, profezia, senza piccolezza e senza umiltà.

Quante volte in questa ricerca di presenza senza umiltà e piccolezza, rischiamo di non essere presenza.

L’Apostolo Paolo raggiunge questa consapevolezza quando dice:

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo.

Dimori in me la potenza di Cristo.

Il cristiano è profezia quando dimora in lui Cristo.

Mi piace ridire questo con una affermazione del Venerabile Giuseppe Michele Ghezzi:

Il Sacratissimo Cuore di Gesù si degni di svuotare

il mio cuore dell’amore disordinato di me stesso,

perché solo nei cuori vuoti di amor proprio

Iddio mette il suo amore.

Ecco la via della profezia.

Pensate a Madre Teresa, a Don Tonino Bello, a fratel Ettore, ed ai tanti sconosciuti dal cuore svuotato e riordinato, ma traboccante dell’amore di Cristo. Ecco la profezia per il Regno!

Da qui nasce lo stupore che deve stupirci per stupire!

«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?

Solo in questo stupirci della propria debolezza che il cristiano diventa profezia, segno del Regno in questo tempo. Senza altra pretesa, solo di essere presenza.

Certo, non faremo miracoli, nemmeno pochi, come Gesù a Nazareth, ci meravigliamo dell’incredulità del tempo, degli uomini, dei nostri cari, ma non scomponiamoci, non perdiamoci d’animo, ma come Gesù, cerchiamo di piacere al Padre, con umiltà e piccolezza.

Concludo con le parole di San Gaspare del Bufalo in Mese dedicato al Prezioso Sangue:

O Sangue di Gesù Cristo, balsamo delle nostre anime, sorgente di ogni misericordia, fa che la mia lingua imporporata di sangue nella quotidiana celebrazione della Messa, ti benedica adesso e sempre. Amen.

La "Maria Goretti" di Macerata


Madonna della Misericordia
Macerata

Anna

Le truppe francesi il 5 luglio 1799, attraverso Porta Romano, come un “torrente di furibondi soldati, quali affamati leoni, si precipita dentro l’abbattuta città. Si tempestano colle fucilate le finestre e le porte delle abitazioni, e chiunque si mostra per le strade e le piazze viene ucciso. Atterrano a colpi di cannone la statua di San Giuliano esposta sulla piazza, e i frantumi danno alle fiamme; appiccano il fuoco alle case … scaricano un cannone a mitraia e sparano molte fucilate contro la chiesa della Misericordia e 14 individui di un popolo inerme, atterrito, che imploravano presso gli altari, cadono spenti … l’onestà delle vergini, delle spose, delle matrone, delle consacrate nei chiostri e perfino le vecchie viene lacerata col più sozzo e crudele abbrutimento. Tutto si pone a ferro e fuoco; si atterrano le porte delle chiese, si rapiscono i vasi sacri, i scari paramenti … si fracassano con il calcio di fucile i cibori, si spargono per terra e si calpestano le sacrosante particole …”. La giovane Anna per aver tentato di difendersi, viene trucidata selvaggiamente: “aveva mancante il mento e le mandibole e non si ravvisava in alcun modo la lingue, e parea che le avessero pestato la faccia, o sbalzate vie le suddette parti con il moschetto. Faceva raccapriccio. Il rimanete lo ricoperse la modestia di chi si avvide il primo di tale strage mossa dalla dissolutezza”.