mercoledì 19 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (3)






19 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
(dal prefazio dei Santi)

Noi ti lodiamo, Signore, per la testimonianza dei tuoi San­ti Martiri Cosma e Damiano. Nella loro vita ci offri un esempio, nell'intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un vincolo d'amore fraterno. Attraverso la loro te­stimonianza tu manifesti l'azione meravigliosa e feconda del tuo Spirito nella nostra storia; insieme, doni a noi tuoi figli un segno sicuro del tuo amore. Confortati e spinti dal loro esempio e dalla loro intercessione, riprendiamo con fiducia il cammino della vita perché anche in noi si compia il tuo mistero di salvezza e, liberati da ogni male, possiamo godere per sempre la tua gloria. Amen.

martedì 18 settembre 2012

Unione di fatto...






OGGI è partito il registro delle unioni di fatto presso il comune di Milano!

PURA PUTTANATA senza valore, soprattutto x soddisfare il purito di qualcuno... le cose si fanno serie o non si fanno!

In Tv aveva detto una consigliera che se poi si lasciano, vanno all'ufficio e si cancellano.. ma usano  la gomma perchè è pure scritto in matita?

Vuoi fare le unioni gay falle!! ma seriemente, ma null'altro, il matrimonio civile è per le coppie etero, in caso contrario diamo spazio all'anarchia legalizzata!

Il Cantico del Bene





Chi fa ben sol per paura
non fa niente e poco dura.
Chi fa ben sol per usanza
se non perde, poco avanza.
Chi fa ben come per forza
lascia il frutto e tien la scorza.
Chi fa ben qual sciocco a caso
va per l'acqua senza vaso.
Chi fa ben per parer buono
non acquista altro che suono.
Chi fa ben per vanagloria
non avrà già mai vittoria.
Chi fa ben per avarizia
cresce sempre più in malizia.
Chi fa ben con negligenza
perde il frutto e la semenza.
Chi fa bene all'indiscreta
senza frutto mai s'acquieta.
Chi fa ben per solo gusto
mai sarà santo né giusto.
Chi fa ben sol per salvarsi
troppo s'ama e non sa amarsi.
Chi fa ben per puro amore
dona a Dio l'anima e il cuore e qual figlio servitore
sarà unito al suo Signore.
Gesù dolce Salvatore
sia lodato a tutte l'ore il supremo e
gran Motore d'ogni grazia donatore.
Amen.

S. Giuseppe da Copertino

Un "fratel Asino" dalla profonda sapienza teologica

di Pietro Barbini
FONTE 18 settembre 2012 (ZENIT.org)





Nel 2003 cadeva il IV centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino, del quale oggi si festeggia la memoria liturgica.
In questo santo “risplende la sapienza dei piccoli e lo spirito delle Beatitudini evangeliche”, colui che ci “indica la strada che conduce all’autentica gioia, pur in mezzo a fatiche e tribolazioni”, “una gioia che viene dall’alto e nasce dall’amore per Dio e per i fratelli”: queste furono le parole che in quell’occasione pronunciò il beato Giovanni Paolo II. Mai parole furono più adatte per descrivere la vita del Santo pugliese che ancor oggi contagia del suo amore chi ne viene a contatto.
Nato da una famiglia dalle umili origini, il 17 giugno 1603, Giuseppe Desa – questo il suo nome anagrafico - a 25 anni fu ordinato sacerdote e accolto nell’ordine dei Frati Minori Conventuali di Puglia. Amore, semplicità, umiltà e sacrificio contraddistinsero la vita di questo frate che trascorreva le sue giornate tra incessanti preghiere e lunghe meditazioni. Qualsiasi compito svolgesse il suo sguardo era sempre rivolto al cielo ed ogni sua azione mirava al conseguimento delle virtù celesti.


San Giuseppe da Copertino è noto ai più per le frequenti estasi che lo portavano a lievitare da terra, rimanendo sollevato anche per lungo tempo; per questo fu accusato di messianismo e sottoposto al tribunale dell’inquisizione che lo ritenne poi innocente, ma, per una sorta di prudenza da parte dei suoi superiori, fu allontanato dal suo ordine per circa vent’anni e trasferito prima ad Assisi, poi nel Convento dei Capuccini di Pietrarubbia ed infine Fossombrone.
Solamente nel 1657 poté tornare all’interno del suo ordine, vivendo serenamente gli ultimi anni della sua vita nel convento di Osimo, dove morì e dove tuttora viene conservato il suo corpo all’interno di una teca. San Giuseppe da Copertino ebbe una vita semplice, ma non facile, ed anche il saio, come si suol dire, dovette conquistarselo con molta fatica.




Diventare sacerdote, allora come oggi, richiedeva il possesso di un’adeguata istruzione che il futuro santo assolutamente non aveva (gli agiografi raccontano che non era proprio portato per lo studio), anche a causa di una malattia che lo costrinse ad abbandonare gli studi, appena cominciati, a soli sette anni (la sua guarigione, all’età di 15 anni, fu attribuita alla Madonna delle Grazie di Galatone, alla quale rimarrà devoto per tutta la vita); fu proprio in questo periodo che nel cuore di Giuseppe si instaurò il desiderio di consacrare la sua vita a Cristo, servendolo come sacerdote francescano.
La mancanza d’istruzione, comunque, non intimidì il giovane Giuseppe nel rispondere alla “chiamata” di Dio e con molta umiltà, impegno ed estenuanti ore di studio, coadiuvato dallo zio, anch’egli frate francescano e noto teologo dell’epoca, riuscì a superare con successo tutti gli esami, grazie anche alle prodigiose intercessioni della Madonna, che Giuseppe pregava assiduamente. Si racconta, infatti, che, prima di sostenere l’esame per diventare diacono, la Madonna gli apparve in sogno consegnandogli il brano delle Sacre Scritture sul quale venne poi interrogato.
L’aneddoto più noto, invece, riferisce di come Giuseppe riuscì a passare l’ultimo difficile esame, prima di essere ordinato sacerdote, senza nemmeno essere interrogato, in quanto il Vescovo decise di promuovere tutti in massa dopo aver constatato la buona preparazione dei primi allievi; la cosa fu provvidenziale, visto che tutti conoscevano il programma alla perfezione, tranne Giuseppe. Per questi e molti altri fatti nel 1753, anno della sua beatificazione, gli studenti cattolici lo scelsero come loro Patrono.
È interessante notare che nonostante San Giuseppe da Copertino non fu mai un uomo di cultura, lui stesso usava definirsi “fratel Asino”, nel corso della sua vita si confrontò frequentemente con brillanti teologi, professori ed intellettuali, i quali rimanevano puntualmente colpiti dalle risposte di questo frate che, per quanto semplici, possedevano in sé una profonda sapienza teologica di un’efficacia senza pari. Non a caso moltissimi lo scelsero come maestro spirituale: principi, nobili, regnanti, sacerdoti, religiosi, cardinali, vescovi e addirittura papi, come Urbano VIII e Innocenzo X.
“San Giuseppe da Copertino incoraggia il mondo della cultura, in particolare della scuola, a fondare il sapere umano sulla sapienza di Dio”, disse Giovanni Paolo II, ricordando, con queste parole, che proprio questo amore per Dio e questa sua continua tensione verso il divino, portarono l’umile frate “illetterato” a comporre poesie, “parabole” e cantici, il più noto dei quali fu Il Cantico del bene, che nemmeno lui avrebbe mai sognato di scrivere.
San Giuseppe da Copertino, in sostanza, è la dimostrazione che a Dio nulla è impossibile. Un esempio di come il Signore possa realizzare cose considerate irrealizzabili e umanamente impensabili. La prova che se uno fa la volontà di Dio e si affida pienamente a Lui, non avrà nulla di che temere e che il Signore donerà la forza per affrontare qualsiasi tipo di “impresa”.


SAN EUSTORGIO I, vescovo di Milano





18 settembre
SAN EUSTORGIO I, vescovo
MEMORIA

Eustorgio fu il nono vescovo di Milano. La tradizione lo ricorda di origine greca, mandato a Milano dall’imperatore come governatore. Alla morte di Protasio fu eletto vescovo. Recatosi a Costantinopoli, al ritorno avrebbe eretto la chiesa che porta il suo nome, presso il luogo della primitiva comunità cristiana in zona porta Ticinese. In essa collocò l’arca con le reliquie dei Magi, poi trafugate dal Barbarossa e portate a Colonia. Eustorgio morì un 18 settembre poco prima dell'anno 355 e fu sepolto nella basilica “dei Re”, poi a lui dedicata.





Martirologio Romano, 18 settembre: A Milano, sant’Eustorgio, vescovo, di cui sant’Atanasio loda la professione della vera fede contro l’eresia ariana.

NOVENA AI SANTI MEDICI (2)





18 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI
PER CHIEDERE FEDE e LIBERTà

Noi ti lodiamo e ti adoriamo, Signore, re del martiri, che per noi offristi la tua vita nella cena pasquale e nella oblazione cruenta sulla croce. Per i santi martiri Cosma e Da­miano, uccisi a causa del vange­lo e per testimoniare la loro fe­de in te, ti preghiamo, donaci la vera libertà di spirito, da' a noi pure una fede pura e coerente, fa che sosteniamo con fortezza le prove della vita e do­naci di vincere le seduzioni del mondo, perché possiamo piacerti e meritare come loro di essere un giorno par­tecipi della tua gloria. Amen.


IMMAGINE FONTE

lunedì 17 settembre 2012

NOVENA AI SANTI MEDICI (1)



Santi Cosma e Damiano
Chiesa in San Damiano di Brugherio (MB)


17 settembre
PREGHIERA AI SANTI MEDICI

O insigni Medici, Martiri Cosma e Damiano, voi che in vita, esercitando l'arte medica con ammi­rabile carità e disinteresse, spargeste a piene mani tesori di bontà e di misericordia, ora che siete presso Dio, volgete i vostri sguardi pietosi su di noi. Mirate, o gloriosi Santi, quanti mali spirituali e temporali ci op­primono, e stendeteci benigni la vostra mano soccorritrice. Libe­rateci dai giusti castighi che ci possono giungere a causa dei nostri peccati. Difendeteci da tanti nemici visibili e in­visibili, che insidiano la nostra eterna salvezza. Allontanate da noi tante infermità che amareggiano la vi­ta. Confortateci nelle angustie; confermateci nei santi de­sideri e mantenete ben radicata e ferma nei nostri cuori la fede vera, l'umiltà, l'intrepida fortezza, la rassegnazione alla divina volontà e la perseveranza nel santo proposito di vivere e morire per Gesù Cristo. Queste grazie, o Santi nostri intercessori, ottenete dal Si­gnore non solo per noi, ma anche per le nostre famiglie, per i nostri amici e per i nemici. Così protetti nell'anima e nel corpo, potremo qui in terra dare gloria a Dio, ono­re a voi, e venire un giorno lassù nel cielo a godere la vi­sione beatifica di Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

L'impressione delle Sacre Stimmate






L’antico Martirologio Romano e l’odierno santorale francescano in data 17 settembre si ricorda: “La memoria del’impressione delle sacre stimmate, che meravigliosa grazia di Dio sul Monte de La Verna in Toscana furono impresse nelle mani, nei piedi e nel costato di San Francesco, istitutore dell’Ordine dei Minori”.


"Non siamo degni di chiederti
che le tue stimmate si imprimano visibilmente nel nostro corpo,
come già sul corpo
Né osiamo desiderare
di portarle segretamente,
favore che accordasti
alla tua sposa Caterina da Siena,
come ella per umiltà
te ne aveva pregato.
Questi sono doni e favori specialissimi,
conferiti soltanto a coloro che con l’esercizio delle più esimie virtù
e con una carità
intensissima si disposero a riceverli.
Ma ti supplichiamo almeno di questo:
che tu infiammi
del tuo amore i nostri cuori, […]
Cosicché, portando nel nostro corpo la tua morte,
anche la tua vita si manifesti in noi
e, partecipando alla tua Passione,
meritiamo di partecipare alla tua gloria". Amen.

(San Carlo Borromeo, Duomo, 9 marzo 1584)

San Satiro di Milano

fratello e collaboratore di S. P. Ambrogio




Confessore del IV secolo San Satiro, fratello di Sant'Ambrogio. Fratello amato e devoto, servizievole e utile. Sentiamo che cosa dice di lui Sant'Ambrogio, nell'elogio funebre del fratello:

«Che cosa farò ora che ho perduto tutta la dolcezza, tutto il conforto, tutta la bellezza della mia esistenza! Tu solo eri il mio conforto nell'intimità, e fuori di questa il mio orgoglio. Eri tu a decidere quando dovevo deliberare; eri tu che partecipavi ai miei affanni, allontanavi le mie inquietudini, scacciavi le mie pene. Tu eri l'avvocato delle mie azioni, il difensore delle mie intenzioni. E grazie a te che potevano placarsi le mie inquietudini private e le mie preoccupazioni pubbliche... Potrei forse non pensare a te, o pensarti senza piangere?».

C'era infatti molto affetto tra i figli del Prefetto del pretorio della Gallia: Marcellina, sorella primogenita, e i fratelli Satiro e Ambrogio. Un affetto che si traduceva in una comunanza di intenti e di opere, in un reciproco e tacito aiutarsi l'uno con l'altro, secondo le necessità e i tempi. Dei tre fratelli Satiro fu forse il più brillante d'ingegno. Quando la famiglia si stabilì a Roma, dopo la morte del padre, il ricco pagano Simmaco prese Satiro sotto la propria protezione, trattandolo come un figlio - un figlio di cui poteva andar fiero. Avviato alla carriera di giurista e di amministratore, Satiro infatti brillò nei tribunali, si distinse nelle cariche pubbliche, fu governatore di una provincia, e, cosa piuttosto rara seppe farsi amare dalla popolazione da lui governata con giustizia e generosità. Frugale, schivo, virtuoso, non si sposò mai, per dedicarsi con piena libertà al suo lavoro e anche per non separarsi, creandosi una famiglia propria, dal affetto della sorella e del fratello. Padrone di molti beni, visse come un povero, in ammirevole semplicità. Anima naturalmente cristiana, visse a lungo come catecumeno, in attesa cioè del Battesimo. Del resto anche il fratello minore non era ancora battezzato quando, a voce di popolo fu eletto Vescovo di Milano, verso il 374. Da allora, il fratello Vescovo affidò al maggiore la cura dei beni temporali della diocesi: né avrebbe potuto trovare amministratore più saggio, fedele e disinteressato. Proprio per recuperare certi beni, indebitamente sottratti da un certo Prospero alla Chiesa milanese, Satiro intraprese un faticoso viaggio in Africa, che per poco non gli fu fatale. La nave sulla quale viaggiava fece infatti naufragio, e Satiro si salvò a nuoto, portando, appese al suo collo di catecumeno, le specie eucaristiche che alcuni cristiani avevano a bordo. Pare che in quell'occasione facesse voto a San Lorenzo di prendere il Battesimo se si fosse salvato. Infatti, giunto in Africa, Satiro ricevette il sacramento che lo faceva compiutamente cristiano. Poi, portata a termine la sua missione, rientrò altrettanto avventurosamente a Roma salutò Simmaco, e procedette per Milano, nonostante che la città fosse minacciata dai barbari. Dolcissimo fu l'incontro con il fratello Ambrogio e con la sorella Marcellina. Dolcissimo, ma breve. Poco dopo, infatti, forse nel 379, egli morì nelle loro braccia, lasciando tutti i suoi beni al fratello Vescovo, il quale li passò ai poveri.

domenica 16 settembre 2012

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)





“il tuo Spirito Santo ci aiuti
a credere con il cuore,
e a confessare con le opere”.

Così abbiamo pregato, or ora con l’orazione Colletta.
È chiaro cosa vuol dire credere; con il cuore, è un rafforzativo che dice con tutta la persona e in profondità; una fede non di superficie, ma reale.

Un po’ più difficile il termine confessare, perché fa pensare al sacramento della confessione e quindi dà un senso di segreto e di intimità, in realtà, è qualcosa di opposto: il confessore, in questo caso, è il testimone della fede che vive pubblicamente il suo credere, concretizzandola attraverso le opere, cioè i gesti che dicono il segreto del cuore.

Il Vangelo di questa domenica coglie questi punti: credere e confessare in opere.

«Ma voi, chi dite che io sia?». Chiede Gesù hai dodici?

Dal cuore di Pietro sgorga la professione di fede. «Tu sei il Cristo».

La fede non è uno slogan, ma deve compie un cammino, come racconta l’evangelista Marco:

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.

La fede obbedisce ad una volontà, come racconta l’evangelista Marco e il profeta Isaia:

“E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”.

“Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso”.

La fede diventa vita, come ci ricorda l’apostolo Giacomo:

“A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta”.

Alla luce della Parola di Dio di questa domenica potremmo dire anche noi come il salmista, in una verifica di vita:“Io camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi”. Amen!

Il fiele e l'aceto






“Gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. (Mt 27,34)
E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. (Mt 27,48)
e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. (Mc 15,23)
Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». (Mc 15,36)
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca”. (Gv 19,29)

Ecco i versetti,
Si parla di aceto, e una volta di vino e fiele e di vino e mirra.

L’evangelista Marco è più preciso nel riferire la miscela, composta da vino e mirra.

L’evangelista Matteo, invece, riferisce di vino e fiele. Può darsi che “Matteo”, parlando di fiele, intendesse rimarcare il sapore amaro della mirra. Molto più probabile è che il traduttore in greco da un testo originale semitico abbia confuso il termine aramaico mōrā, “mirra”, con mērorāh, “fiele” (Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, nota al par. 605; 1941).

L’antico Trattato giudaico sul Sinedrio (Sanhedrin, 43 a) riporta: “Quando un uomo deve essere giustiziato, gli si permette di prendere un grano di incenso in un calice di vino per perdere la coscienza (…). Le nobildonne di Gerusalemme si incaricano di questo compito” (Messori, Patì sotto Ponzio Pilato?, cap. XXVI, 1992).

Avrà un nome questa bevanda? Certamente era una bevanda per far perdere la coscienza.
Il rifiuto di Gesù è segno che Egli vuole vivere fino in fondo la Passione con coscienza, perché non subisce, ma accoglie la volontà del Padre.

Una curiosità. Scrive la beata Caterina Emmerick, nelle sue rivelazioni sulla Passione:
“I carnefici avevano portato due vasi di color bruno, dei quali uno conteneva aceto e fiele e un altro vino mescolato a fiele. Da quest'ultimo ne presentarono una coppa a Gesù, che bagnò appena le labbra riarse, ma non bevve”.


sabato 15 settembre 2012

Ave Maria, piena di dolori ...



Beata Vergine Maria Addolorata
Parrocchia S. Maria
Cascia (PG)


"Ave Maria, piena di dolori,
il Crocifisso è con Te,
addolorata sei Tu fra le donne
e addolorato è il frutto del tuo seno Gesù!
Santa Maria, Madre del Crocifisso,
ottieni lacrime di compunzione a noi,
crocifissori del Figlio tuo,
adesso e nell’ora della nostra morte.
Amen”.