Tutti i dati e le immagini su questo blog sono [© Copyright 2026 - Ed. D.M.G.]. Dove non sono c'è la fonte, un errore, reclama la dicitura di proprietà. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
lunedì 24 febbraio 2020
venerdì 21 febbraio 2020
mercoledì 19 febbraio 2020
SANTITÀ TRA LE SACRAMENTINE
GIOVANNI ANTONIO BALDESCHI nacque a Ischia di Castro (Viterbo) intorno al 1780. Ordinato presbitero nel 1797, fu incaricato, appena l’anno dopo, di seguire spiritualmente madre MARIA MADDALENA DELL’INCARNAZIONE, monaca professa al monastero del Terz’Ordine Francescano dei Santi Filippo e Giacomo a Ischia di Castro, ispiratrice del nuovo Ordine delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento (“sacramentine”). BALDESCHI sostenne l’autenticità del carisma presso il vescovo del luogo, e l’ordine nacque il 31 maggio 1807, con l’ospitalità in un monastero agostiniano nel centro di Roma. Fu il cardinale DELLA SOMAGLIA, vicario di Roma, a concedere il permesso di esporre il Santissimo Sacramento tutte le domeniche e feste di precetto. Ma il nuovo impegno apostolico fu subito segnato dalla sofferenza, a causa dell’occupazione napoleonica di Roma. Senza nessuna colpa, BALDESCHI fu portato in carcere, sia pure per soli tre giorni, mentre a madre MADDALENA fu ordinato di trasferirsi presso la famiglia a Porto Santo Stefano, e stessa sorte toccò alle postulanti. Terminata la persecuzione napoleonica, il piccolo gruppo poté rientrare a Roma e il 22 luglio 1814 ricevette l’approvazione definitiva da parte di PIO VII.
Nel
1824, poi, morì la beata MARIA MADDALENA; le successe madre GIUSEPPA DEI SACRI
CUORI, che riuscì con padre BALDESCHI a completare la stesura delle
Costituzioni. Intanto, su desiderio di alcuni nobili napoletani, nel 1828
nacque un monastero nella città partenopea; alla fondazione fu inviato anche il
servo di Dio, in quanto membro del clero romano. Quando poi la madre GIUSEPPA
fu mandata a Squillace per fondare un altro monastero, il sacerdote rimase a
Napoli per assestare la comunità, ormai accresciuta di oltre 120 religiose, e
poter seguire la nuova fondazione calabrese. Costante rimase il suo impegno per
consolidare il culto eucaristico e propagandarne l’efficacia.
All’inizio
del 1840 padre BALDESCHI si ammalò di malattia polmonare e, dopo le prime cure
presso il vicino Ospedale degli Incurabili, fu trasferito a Torre del Greco,
dove morì il 10 agosto dello stesso anno. Fu sepolto nel monastero di Santa
Maria delle Grazie; nel 2008 la salma fu tumulata nella chiesa del monastero di
San Giuseppe.
Venerdì
21 febbraio alle ore 12 nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Apostolico
Lateranense si concluderà la sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana
sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni del servo di Dio
GIOVANNI ANTONIO BALDESCHI, sacerdote della diocesi di Roma e cofondatore delle
Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento.
La
Sacramentine annoverano già altri
membri in fama di santità o già riconosciuta della Chiesa, come la fondatrice
Caterina Soderini. Ecco l’elenco per data di morte:
†1824:
Beata MARIA MADDALENA DELL’INCARNAZIONE
(Caterina Sordini), fondatrice
†1840:
servo di Dio Giovanni Antonio Baldeschi, sacerdote diocesano, confondatore
†1844:
serva di Dio MARIA GIUSEPPA DEL SACRI
CUORI (Marianna Fortunata Cherubini), fondatrice a Napoli
†1876:
serva di Dio MARIA SERAFINA DELLA CROCE
(Ancilla Ghezzi), fondatrice a Monza
CATERINA
SORDINI
Caterina
Sordini nacque a Porto Santo Stefano (Grosseto) il 17 aprile 1770; a 16 anni
sembra che fosse stata promessa in sposa ad un marittimo di Sorrento, Alfonso
Capece, ma lei declinò la scelta e dando seguito al suo desiderio, entrò fra le
Terziarie Francescane di Ischia di Castro (Viterbo), ricevendo l’abito
religioso il 26 ottobre 1799.
Ebbe
come guida e padre spirituale don Giovanni Baldeschi e come spesso accade, da
questo profondo legame spirituale, Caterina ricavò l’ideale di fondare un nuovo
Istituto religioso dedito all’adorazione perpetua dell’Eucaristia, centro e
culmine di ogni vita cristiana.
Nel
frattempo nel Capitolo del 20 aprile 1802 delle Terziarie Francescane, fu
eletta badessa a soli 32 anni; aveva cambiato il nome in Maria Maddalena
dell’Incarnazione, si dedicò ad un deciso riordinamento economico della casa e
ad una restaurazione della vita regolare delle Terziarie.
Il
periodo del suo governo fu accompagnato da una serie di fenomeni straordinari e
da un crescente fervore di vita spirituale, per cui in tutta la zona si diffuse
la fama della giovane badessa, la quale comunque non aveva mai abbandonato
l’ideale delle suore adoratici.
Con
l’accordo del padre Baldeschi e del vescovo di Acquapendente, mons. Pierleone,
iniziò la stesura delle regole del nuovo Istituto. L’8 luglio 1807, lasciò
Isola di Castro e le Terziarie Francescane e con l’incoraggiamento di Pio VII,
inaugurò a Roma la prima casa delle “Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento” in
un ex convento carmelitano alle Quattro Fontane.
Durante
l’occupazione francese di Roma, la Congregazione fu sciolta forzatamente in
base alle leggi napoleoniche e Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, fu
mandata in esilio, prima a Porto Santo Stefano e poi a Firenze.
Ma
in Toscana ebbe l’opportunità di conoscere alcune giovani, che costituirono il
gruppo iniziale delle nuove Adoratrici, quando queste poterono ritornare a Roma
in S. Anna al Quirinale, il 19 marzo 1814.
Quattro
anno dopo, il 13 febbraio 1818, il papa Pio VII approvò definitivamente
l’Istituto, che ormai era dedito alla solenne e pubblica esposizione del SS.
Sacramento, con la continua adorazione.
La
Madre Fondatrice, morì a Roma il 29 novembre 1824, lasciando una fama di
santità e di fenomeni straordinari che l’avevano accompagnata in vita. Fu
sepolta in S. Anna al Quirinale, con il permesso del papa, che allora aveva la
sua residenza nel palazzo del Quirinale, ma nel 1839 le sue spoglie furono
traslate nella chiesa di S. Maria Maddalena a Monte Cavallo, nuova sede di Roma
delle Adoratrici Perpetue e contemporaneamente furono avviati i processi
canonici per la sua beatificazione, che ad oggi sono in fase avanzata.
La
presenza delle suore è attualmente in Europa, America, Africa; solo in Italia
dopo Napoli e Roma che furono le prime, sono presenti in dodici case (anno
2001).
Papa
Giovanni Paolo II l'ha dichiarata "Venerabile" in data 24 aprile
2001. Benedetto XVI il 17 dicembre 2007 ha riconosciuto un miracolo attribuito
alla sua intercessione.
Il
3 maggio 2008 è avvenuta la celebrazione della beatificazione a Roma presso la
Basilica di San Giovanni in Laterano.
MARIANNA
FORTUNATA CHERUBINI
La
Serva di Dio nacque ad Ischia di Castro (VT) il 31 luglio 1788. A circa tre
anni i genitori la collocarono come educanda presso il Monastero delle locali
Terziarie Francescane. La giovane Fortunata desiderava restare nella vita
monastica, ma trovò l’opposizione prima della zia e poi del padre (la madre nel
frattempo era morta), per cui rientrò in famiglia per qualche tempo.
Avendo
manifestato perseveranza nel suo proposito di consacrarsi al Signore, verso i
15 anni di età fece ingresso in qualità di novizia tra le suddette Monache; il
19 agosto 1804 emise la professione prendendo in religione il nome di Clotilde.
Nel
1807 l’allora abbadessa del Monastero, la Beata Maria Maddalena
dell’Incaranazione (nel sec. Caterina Sordini), portò a termine un progetto da
tempo coltivato, fondando un Istituto dedito all’Adorazione Perpetua del SS.
Sacramento; la Serva di Dio fu tra quante, condividendone l’ideale di
consacrazione al Signore, la aiutarono nell’attuazione di tale progetto.
Dopo
lunghe trattative tra il Vescovo di Acquapendente e il Pontefice del tempo, il
gruppo di religiose, accompagnato da P. Giovanni Antonio Baldeschi, direttore
spirituale della Beata Maria Maddalena e zio di Suor Clotilde, partì alla volta
di Roma il 31 maggio 1807.
La
piccola comitiva trovò ospitalità presso il Monastero agostiniano di via
Inselci, in Roma, e dopo un mese passò presso l’ex convento dei carmelitani
scalzi spagnoli accanto al Palazzo del Quirinale.
Dovette
poi affrontare le dure prove derivanti dalla persecuzione napoleonica. Dopo
l’invasione dell’Italia e l’occupazione di Roma, il Papa fu deportato in esilio
in Francia; i Monasteri e le case religiose vennero requisiti e la lotta contro
il clero e la vita monastica esplose con grande forza.
Lo
stesso P. Baldeschi fu imprigionato con accuse calunniose e poi rilasciato; la
B. Maddalena e alcune compagne, tra cui la Serva di Dio, conobbero la via
dell’esilio, prima a Porto S. Stefano e poi a Firenze. Nonostante la situazione
di oggettiva difficoltà, nacquero nuove vocazioni che riempirono poi il
Monastero di Roma e fecero estendere l’Istituto anche in altre città. Terminata
la persecuzione l’approvazione definitiva da parte del Pontefice Pio VII.
Sotto
la solida guida di Mons. Menocchio, Vescovo agostiniano e sacrista del S.
Padre, affidato alle religiose dal Pontefice come guida spirituale,
l’Adorazione Perpetua iniziò ad avere anche una sua fisionomia giuridica:
Regola di S. Agostino e Costituzione legate al proprio carisma specifico. Le
componenti della novella famiglia religiosa adottarono un abito proprio ed
emisero la nuova professione monastica. La Serva di Dio mutò il suo nome in
quello di Maria Giuseppa dei Sacri Cuori
e collaborò alla stesura delle prime Costituzioni.
Nel
1824 morì la Fondatrice e sorsero alcune divisioni all’interno della Cominità
di Roma. La Serva di Dio fu eletta Superiora di quella casa e la governò con
saggezza e prudenza, riuscendo anche a completare le Regole, ancora incomplete
nella precedente stesura.
Nell’ottobre
1828 si recò a Napoli per erigere una nuova Casa dell’Istituto. La fondazione,
lungamente voluta e preparata da alcuni nobili di napoletani, trovò il suo
pioniere nel cavalier Buonocore, ottenne la benedizione del Card. Ruffo Scilla
e fu accompagnata anche dalla benevolenza del Re Francesco I e della Regina
Madre.
Non
mancarono tuttavia le difficoltà, causate da alcune divisioni interne. La
stessa Serva di Dio venne fatta oggetto di rilevanti opposizioni e dovette
superare non poche difficoltà. Per affrontare tali prove trovò forza nella
preghiera fervorosa; spronò le consorelle a raggiungere un sempre maggiore
livello di perfezione ed ella stessa costituì per loro un esempio attraverso
l’esercizio della virtù cristiane.
Con
amorevole sollecitudine assistette spiritualmente e materialmente alcune
famiglie povere e mostrò particolare sollecitudine per le anime in pericolo.
Divenne così modello di condotta virtuosa per quanti l’accostavano: re, regine,
cardinali, vescovi, fedeli di ogni rango e sesso.
Nel
1836, su richiesta del Vescovo di Squillace, Mons. Rispoli, si recò a fondare
un nuovo Monastero nella regione calabra. Dopo circa sei anni fece ritorno nel
Monastero di Napoli. Al rientro si accentuarono le fazioni interne alla
Comunità e la Serva di Dio dovette affrontare un periodo difficile anche dal
punto di vista spirituale.
Chiamata
in Roma dalla Sede Apostolica per porre fine alla profonda divisione presente
in quella Comunità portò a termine il proprio compito con grande umiltà e
cercando sempre di facilitare la pace reciproca.
Eletta
Priora della Comunità romana, morì in concetto di santità la notte tra il 5 ed
il 6 ottobre 1844 per gravi problemi cardiologici. Volle morire attaccata al
suo crocifisso.
Nel
1898 il Papa Leone XIII, mediante la Bolla
Pium Institutum estese tutto ciò che era stato previsto nella riforma
redatta dalla Serva di Dio come stile di vita dell’intero Istituto della
Adorazione Perpetua.
Nel novembre 1844 viene aperta la causa di canonizzazione, ma
per varie vicende viene riaperta il 16 settembre 2008. Il 22 ottobre 2013 vie è
l’apertura della sessione dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche
e la fama di santità e di segni della serva di Dio; che si conclude il 30
settembre 2014.
ALCILLA
GHEZZI
1808: 24 ottobre: Ancilla
Ghezzi nasce da Carlo e Teresa Galbiati e viene battezzata lo stesso giorno
nella basilica di S. Giovanni Battista. Il padre è operaio, la madre presta
servizi a ore come domestica.
1816 ca.: a causa della povertà della famiglia (i
figli sono cinque), va a lavorare alla Bottega dei Francesi, dove
deve confezionare colletti, bretelle e altre piccole cose del genere.
1817: Riceve la prima Comunione.
1819: Riceve la Cresima dall’arcivescovo di Milano,
Card. Gaetano Gaysruck.
1820: Le muore il padre, stremato dalla
miseria.
1822: Va a Milano a servizio presso una
famiglia, ma se ne allontana subito, perché la sua virtù è insidiata. Presta
poi servizi saltuari presso varie famiglie.
1823: Fa promessa di castità, povertà e obbedienza.
1826: è’ assunta come operaia in un negozio di
manifatture presso la Casa d’Industria.
1830 ca.: è assunta come operaia alla Filanda Corti.
Non molto tempo dopo, per la sua diligenza e capacità, è nominata assistente
1831: Dal suo confessore viene fatta conoscere a Don
Marco Passi, di Brescia, e questi, giudicandola molto positivamente, le propone
di farsi monaca nel monastero che egli ha in animo di fondare; allo scopo
si dichiara disposto a pagare una maestra che le insegni a leggere e a
scrivere, dato che non era riuscita a farlo da bambina, benché non mancasse
affatto di intelligenza. Ella, dopo un primo assenso, rifiuta l’offerta, perché
sente di essere chiamata ad altra via. Rifiuta pure delle proposte di
matrimonio, anche vantaggiose.
1836-1843: Lavora come inserviente al Collegio
Bianconi. E’ molto stimata. Ha frequenti estasi che vengono giudicate sintomo
di malattia, ma il medico non sa curarle.
1843: Torna a casa sua, dove vive con la madre. Per
vivere confeziona fiori di carta e stoffa. Continuano le estasi. Il
confessore, Don Albonico, consulta l’Arciprete, msg. Zanzi; poiché intanto si è
sparsa la notizia di questi fatti straordinari e se ne interessa anche la
polizia; monsignore informa l’Arcivescovo e si fa garante della serietà di
Ancilla; ne diventa direttore spirituale.
1844: settembre: Ancilla e la madre vanno ad abitare
in due stanze al Carrobiolo, sperando di poter godere un po’ di pace.
1845: Continuano i fenomeni mistici .- Nella
Quaresima è visitata da una commissione di medici venuti da Milano, i quali
danno un giudizio vago, ma globalmente negativo.
Il 22 maggio, solennità del Corpus Domini, si
sente ispirata da Dio a fondare in Monza un monastero di Adoratrici Perpetue
del SS. Sacramento, conforme a quello già esistente in Roma - è fatta oggetto
di pesanti accuse presso l’Arcivescovo di Milano, che decide di farla esaminare
da medici in ospedale.
1846: dal 3 febbraio al 24 aprile deve rimanere
all’Ospedale di Porta Nuova in Milano, per essere sottoposta a esami e
osservazioni dei medici: il giudizio finale è sfavorevole. Al ritorno a Monza
deve sottostare a nuove calunnie e all’interdizione ai sacerdoti di ascoltarla.
Ma il Barnabita Padre Giampietro Curti accetta di diventare suo confessore e la
sostiene nelle difficoltà e nelle dure lotte contro il demonio.
1849: 3 novembre sera: con tre compagne (Giuseppina
Lampugnani, Pasqualina Viganò, Mansueta Pirola) si ritira in un piccolo
appartamento preso in affitto al Carrobiolo: qui vivono secondo un regolamento
dato loro da P. Curti. Fanno turni di adorazione alla Croce, finché, ottenuto
il permesso di conservare l’Eucaristia, danno inizio all’adorazione
dell’Eucaristia. Il governo della piccola Comunità viene affidato ad Ancilla.
Sono poste così le basi del futuro
Monastero.
1852: Un decreto dell’Imperial Regia Luogotenenza
riconosce e autorizza la “Pia Società di vergini dette Sacramentine esistente
nella città di Monza”, di cui è dichiarato reponsabile msg. Zanzi.
Per le continue, false accuse mosse ad Ancilla e alle compagne, i
superiori dei Barnabiti, trasferiscono P. Curti a Milano.
1854: Dal principio di quest’anno la piccola
Comunità (22 membri) osserva la Regola dell’Ordine delle Adoratrici Perpetue,
mandata dalla Superiora di Roma su richiesta di P. Curti.
1854: Grazie alle doti di due sorelle si acquista
l’antico monastero di S. Maddalena, che però ha bisogno di molti restauri.
1855: 15 settembre: muore P.
Curti.
Il 24 settembre la
comunità si trasferisce dal Ritiro del Carrobiolo nel monastero.
1856: Si acquista la chiesa, anch’essa da restaurare
perché era stata adibita a uso profano. Poco dopo si completa l’acquisto
dell’intero caseggiato di via S. Maddalena.
4 novembre: Ancilla e una Sorella partono per Roma,
per compiere nel monastero delle Adoratrici Perpetue la loro formazione alla
Regola dell’Ordine. Fanno la Vestizione il 5 dicembre.
1857: Il Papa Pio IX concede alle due Monzesi di
abbreviare il periodo di formazione: perciò il 29 settembre possono
fare la Professione. Ancilla prende il nome di Serafina della Croce. Il 5
ottobre, con altre due Sorelle monzesi, che già avevano professato
l’anno precedente nel monastero di Roma, partono per Monza. Sr. Maria Serafina
ha l’incarico di Vicaria e di Maestra delle novizie. Arrivano a Monza l’11
ottobre. Il 15 dicembre l’arcivescovo Romilli nella chiesa del monastero
presiede alla Vestizione delle prime dodici probande.
1859: 4 marzo: ultimato il
restauro, la chiesa viene benedetta da msg. Zanzi e il 19 giugno è aperta al
pubblico con la solenne Esposizione, continuata per 13 giorni consecutivi.
1861: 15 novembre: Pio IX firma il
Decreto per l’erezione canonica del monastero, la clausura papale e la
Professione delle Novizie.
1862: 23 gennaio: il Vicario
Capitolare di Milano, msg. Caccia Dominioni notifica ufficialmente alla
comunità il Decreto del S. Padre. Diciotto novizie fanno la Professione
solenne. - Il 13 novembre msg. Caccia consacra la
chiesa.
1863: 3 marzo: si tiene il primo Capitolo e Sr. Serafina
della Croce viene eletta superiora: le sarà rinnovata tale carica fino alla
morte.
1866: Si temono le conseguenze della legge eversiva
della proprietà ecclesiastica emanta il 7 luglio; Madre
Serafina dà esempio di totale fiducia in Dio; il monastero non viene soppresso.
1870: Si fonda un nuovo monastero a Innsbruck per la
donazione di una nobile del luogo, Sofia degli Angelini, divenuta Adoratrice
col nome di Sr. M. Pia del Divino Amore.
1871: Madre Serafina si reca a Innsbruck per sanare
dissapori sorti fra le tre monzesi mandate per la fondazione e le Suore native
del luogo. Dopo un breve soggiorno, ristabilita la pace, torna a Monza con le
tre sorelle italiane.
1876: 8 febbraio: Madre Serafina
muore.
1907: 26 marzo: Traslazione, nella
chiesa delle Sacramentine, dei resti mortali della Madre e di quelli di msg.
Zanzi, giustamente considerato confondatore del monastero.
1943: 13 marzo, apertura
della sessione dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama
di santità e di segni della serva di Dio.
martedì 18 febbraio 2020
San Donaziano, Alghero: 1913
Quando si pensa al Alghero, subito viene in mente la canzone di Giuni Russo.
Il
ritornello recita Voglio andare ad
Alghero - In compagnia di uno straniero.
Eppure
la città dalle spiagge assolate, ha
il suo straniero custodito dentro un’urna nella cattedrale di S. Maria.
Seppur
nel cristianesimo più nessuno è straniero, e come dice l’Apostolo Paolo: Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o
incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti
(Col 3,11), e anche: Non c'è Giudeo né
Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi
siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).
Ma
giocando sulle parole della cantante, lo straniero di Alghero, si chiama Donaziano.
Straniero
di dove?
Nel
libro degli Atti degli Apostoli (CEI 1974), leggiamo nell’elenco delle presenze
a Gerusalemme in occasione della Pentecoste: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è che li
sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, … stranieri di
Roma … ».
Il
martire venerato ad Alghero in S. Maria è Donaziano
di Roma.
Scrive
Raffaele Sari Bozzolo:
Chi entra nella cattedrale di Santa
Maria ad Alghero, ammira una chiesa monumentale, ricca di storia e di arte in ogni
suo più recondito particolare. Oltrepassato il presbiterio ed il pulpito,
andando verso il lato destro ci si imbatte in un’ampia cappella dedicata allo
Spirito Santo; qui, sotto la mensa di questo altare, vi è un particolare
loculo, dove – protette da un cristallo – vi si possono ammirare, in una luce
tenue e suggestiva, le fattezze delicate di un giovane vestito d’una elegante
tunica bianca e rossa, impreziosita da fini ricami in filo d’oro. Il pallido
volto del giovane quasi impietosisce chi si sofferma ad osservarne
l’espressione innocente e malinconica, chi ne scruta la tristezza degli occhi.
Se poi ci si china sul vetro ad osservarne tutto il corpo disteso, si scorge
che indossa sandali romani e che vicino a sé ha un’ampolla colma di sangue. I
tratti di quel viso tradiscono una mai del tutto trascorsa fanciullezza e
l’ampia ferita che gli apre un vistoso squarcio sul collo racconta com’è che
quella mai poté trascorrere. Ci si rialza scossi.
Il
misterioso martire è uno dai tanti martiri delle catacombe traslati dall’Urbe
all’Orbe, ed anche la Sardegna ebbe la sua porzione.
Da
quale catacomba proviene S. Donaziano?
Un’antica stampa devozionale incisa
su rame e custodita dalla Biblioteca della Confraternita della Misericordia,
sappiamo che quei resti provengono dalla catacomba Ciriaca in Roma.
Come
S. Donaziano arrivò ad Alghero, non tanto come uno straniero, ma come figlio di
quella Chiesa madre, Roma, che già in Sardegna aveva visto generare la fede
cristiana ad opera dei cristiani esiliati ad
metalla e che fu imporporata dal sangue di suoi numerosi martiri?
Ci
racconta Raffaele Sari Bozzolo:
Fu il cardinale Vicario di Sua
Santità Costantino Patrizi, nel 1845, a Donare la reliquia di S. Donaziano a
Carlino Garibaldi, un agiato e colto negoziante di ceppo ligure, figlio di
Giambattista, clavario della città, marito di Gerolama Piccinelli; questa era
la figlia di Stefano Piccinelli (1778-1843), facoltoso mercante, nativo di
Sestri Levante, e di Agnese Vitelli (1784-1871), figlia di Carmine Vitelli,
agiato commerciante originario di Torre del Greco. Morendo il Piccinelli aveva
lasciato alla vedova, alla figlia e al genero un lussuoso palazzo in Piazza
Civica che ospitava un oratorio privato dove - grazie ad un’autorizzazione
concessa proprio in quello stesso 1845 dal vescovo di Alghero Pier Raffaele
Arduino - veniva celebrata la messa nelle principali festività.
I coniugi Garibaldi-Piccinelli non
ebbero figli, così che il S. Donaziano passò a un loro nipote, l’avvocato
Stefano Bolasco Piccinelli; costui, a sua volta, defunto celibe, volle legarlo
alla madre Camilla. Alla morte di Donaziano Bolasco Piccinelli, figlio di
quest’ultima, fu la nobildonna Giovannina Bolasco, maritata Guillot, a
ereditarne i suoi beni, e tra questi la reliquia che continuò a custodire nella
cappella del palazzo attiguo all’archivolto di Porto Salve, fino al 1913,
quando decise di cederla al vescovo di Alghero Ernesto Maria Piovella. Con una
breve processione, l’urna venne trasportata in cattedrale e sistemata nella
cappella della Cattedrale dedicata allo Spirito Santo (già dell’altare
privilegiato), dove tuttora si trova.
Così
S. Donaziano, giunse ad Alghero.
Il
simulacro assomiglia ad altri come: S. Adiutore venerato a Wexford (Irlanda),
dono di Pio IX a Thomas Devereux (1); S. Augustale, venerato a Viterbo (2); S.
Candido venerato a Roma (3); S. Ischilacio venerato in Francia (4); S. Liberale
venerata a Crea (5); S. Lupercilla venerata a Crodo (6), e certamente altri.
Concludo
con la Colletta dal comune di Martiri del Messale Romano:
Dio onnipotente e misericordioso,
che hai dato a san Donaziano un’invitta costanza
fra i tormenti del martirio,
rendici sereni nelle prove della vita
e salvaci dalle insidie del maligno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità
dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen. Così sia!
venerdì 14 febbraio 2020
Due grandi uomini della Chiesa del primo millennio!
A causa del S. Valentin
Day anche i cattolici si dimenticano dei grandi e santi fratelli Cirillo e
Metodio.
Se su San Valentino ci
sono problemi agiografici di identificazione, con i due fratelli apostoli degli
slavi, c’è una certezza!
Il Martirologio Romano li ricorda così:
Memoria
dei santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo. Questi due fratelli di
Salonicco, mandati in Moravia dal vescovo di Costantinopoli Fozio, vi
predicarono la fede cristiana e crearono un alfabeto per tradurre i libri sacri
dal greco in lingua slava. Venuti a Roma, Cirillo, il cui nome prima era
Costantino, colpito da malattia, si fece monaco e in questo giorno si
addormentò nel Signore. Metodio, invece, ordinato da papa Adriano II vescovo di
Srijem, nell’odierna Croazia, evangelizzò la Pannonia senza lesinare fatiche,
dovendo sopportare molti dissidi rivolti contro di lui, ma venendo sempre
sostenuto dai Romani Pontefici; a Staré Mešto in Moravia, il 6 aprile,
ricevette il compenso delle sue fatiche.
La memoria liturgica, al
grado di festa da quando sono patroni d’Europa (1980 – 2020), cade nel giorno
della nascita al Cielo di Cirillo, che con il fratello Metodio, era a Roma per
chiedere conferma e appoggio al papa per la loro opera di evangelizzazione, e
fu sepolto in S. Clemente.
Un’opera che a tratti
anticipa di 1100 anni, circa, il Concilio Vaticano II: ad esempio per la scelta
di usare le lingue nazionali nella liturgia.
Patrono dei malati di epilessia, dei bambini e degli innamorati: S. Valentino
il 14 FEBBRAIO si venera
San Valentino prete e martire (1)*
San Valentino vescovo di Terni e martire (2)*
* secondo alcuni è il medesimo, nativo di Terni, martire a Roma. La questione prete o vescovo è spiegata dall'uso della parola presbitero nella Chiesa dei primi secoli.
* la questione del patronato per il fidanzati è leggendaria e successiva al culto, che sostituisce il patronato per il mal di San Valentino o epilessia. In molti luoghi del nord-est d'Italia questo è legato al simbolo della chiave; in alcune iconografie l'epilettico è raffigurato con la fascia sulla fronte, forse per ricordare che ai malati di epilessia veniva imposta sulla fronte la chiave di ferro della chiesa del Santo.
San Valentino vescovo di Terni e martire (2)*
* secondo alcuni è il medesimo, nativo di Terni, martire a Roma. La questione prete o vescovo è spiegata dall'uso della parola presbitero nella Chiesa dei primi secoli.
* la questione del patronato per il fidanzati è leggendaria e successiva al culto, che sostituisce il patronato per il mal di San Valentino o epilessia. In molti luoghi del nord-est d'Italia questo è legato al simbolo della chiave; in alcune iconografie l'epilettico è raffigurato con la fascia sulla fronte, forse per ricordare che ai malati di epilessia veniva imposta sulla fronte la chiave di ferro della chiesa del Santo.
Questo patronato veniva poi esteso in modo particolare ai bambini, trasformando il Santo in patrono dei bambini.
San Valentino vescovo e martire di Terracina con San Damiano diacono e martire (3)
E altri 34 omonimi, appunto di nome “Valentino” (4), tutti martiri estratti dalle catacombe di Roma.
San Valentino vescovo e martire di Terracina con San Damiano diacono e martire (3)
E altri 34 omonimi, appunto di nome “Valentino” (4), tutti martiri estratti dalle catacombe di Roma.
lunedì 10 febbraio 2020
IL MIO SANREMO 2020
Tu non lo dici ed io non lo vedo
L'amore è cieco o siamo noi di sbieco?
Un battibecco nato su un letto
Un diluvio universale
Un giudizio sotto il tetto
Up con un po' di down
Silenzio rotto per un grande sound
Semplici eppure complessi
Libri aperti in equilibrio tra segreti e compromessi
Facili occasioni per difficili concetti
Anime purissime in sporchissimi difetti
Fragili combinazioni tra ragione ed emozioni
Solitudini e condivisioni
Ma se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l'armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
E detto questo che cosa ci resta
Dopo una vita al centro della festa?
Protagonisti e numeri uno
Invidiabili da tutti e indispensabili a nessuno
Madre che dice del padre:
"Avrei voluto solo realizzare
Il mio ideale, una vita normale"
Ma l'amore di normale non ha neanche le parole
Parlano di pace e fanno la rivoluzione
Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore
Non c'è soluzione che non sia l'accettazione
Di lasciarsi abbandonati all'emozione
Ma se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l'armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
È la paura dietro all'arroganza
È tutto l'universo chiuso in una stanza
È l'abbondanza dentro alla mancanza
Ti amo e basta!
È l'abitudine nella sorpresa
È una vittoria poco prima dell'arresa
È solamente tutto quello che ci manca e
Che cerchiamo per poterti dire che "ti amo!"
Ma se dovessimo spiegare in pochissime parole
Il complesso meccanismo che governa l'armonia del nostro amore
Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa
Sembra sempre inverno
Oggi è un mese che non so… non riconosco
Ci ringhiamo da lontano come i cani,
E ci pensiamo ancora più vicini
È così
È così… è così… è così
Che se ti tiro come un sasso poi ritorni qui
È così
È così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Sembra sempre inverno
Questo cielo che fa buio troppo presto
Questo senso di buttarci troppo sale
Questa voglia… voglia di sapore
È così… è così
Tu sei quello che proteggo dentro me
Ancora adesso che ti leggo senza scrivere
Sei in ogni volta che non penso e penso a te
Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine
Baciami, baciami… baciami adesso
Fermarmi qui, in mezzo a tutta questa gente
E senza dire niente baciami adesso
Baciami, baciami… baciami adesso
…Che poi fa buio presto…
A volte penso che a quelli come me
Il mondo non abbia mai voluto bene
Il cerchio della vita impone che per
Un re leone vivano almeno tre iene
Gli amici ormai si sposano alla mia età
Ed io mi incazzo se non indovino all'eredità (ah-ah)
Forse dovrei partire, andarmene via di qua
E cambiare la mia vita in toto tipo andando in Africa
Ma questa sera ho solo voglia di ballare
Di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale
E forse alla fine c'hai ragione tu (Perché)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Uooh oooh
Tu eri Robin, poi hai trovato me
Pensavi che fossi il tuo Batman ma ero solo il tuo Ted eh eh
E quando dico che spero che trovi un ragazzo migliore di me (Fingo)
Che i migliori alla fine se ne vanno sempre e che cosa rimane? (Ringo)
Ma questa sera ho solo voglia di ballare
Di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale
E forse alla fine c'hai ragione tu (Perché)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Ooh oooh, oooh oooh
Ringo, Ringo
Ringo, Ringo
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr
Ma questa sera ho solo voglia di ballare
Di perdere la testa e non pensare più
Che la mia vita non è niente di speciale
E forse alla fine c'hai ragione tu (Perché)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr (Ringo)
Uooh oooh ooh, uooh oooh
domenica 9 febbraio 2020
lunedì 3 febbraio 2020
san Biagio: vita, reliquie, iconografia e culto
La vita. Biagio, medico armeno vissuto nel IV
secolo, divenne vescovo della città di Sebaste, odierna Sivas, per acclamazione del popolo, ma all’insorgere delle persecuzioni,
fu costretto a fuggire sui monti in una grotta e molte animali selvatici gli si
avvicinavano per chiedere la sua benedizione. Alcuni soldati videro la scena e
fecero rapporto al governatore imperiale. Arrestato, fu imprigionato, e siccome
non voleva abiurare la fede cristiana fu lungamente picchiato e sospeso ad un
legno, dove con pettini di ferro gli fu scorticata la pelle e quindi lacerate
le carni. Dopo un nuovo periodo di prigionia, Biagio fu gettato in un lago, dal
quale uscì salvo, quindi per ordine dello stesso giudice, subì il martirio
decapitato, insieme con due fanciulli, nel 316 d. C.
La sua storia è giunta fino a noi
attraverso il libro de La Leggenda Aurea, scritta da Jacopo da Varagine
intorno al 1260, che ebbe grande diffusione nel Medioevo.
Biagio è invocato contro i mali di
gola, perché durante la sua prigionia, un ragazzo che aveva una lisca di pesce
conficcata nella gola, fu salvato dopo il segno di croce compiuto del santo
vescovo. Alla morte, il corpo di Biagio viene deposto nella sua cattedrale a Sebaste,
ma nel 732, mentre gli arabi
incalzano nella loro guerra di espansione e conquista, le sue spoglie vengono
imbarcate da alcuni armeni alla volta di Roma. Secondo la tradizione,
un’improvvisa tempesta costrinse la nave ad interrompere il viaggio nelle acque
di Maratea presso l'isolotto di Santojanni.
I profughi pensarono che quella
fosse la sede definitiva del santo.
La popolazione di Maratea accolse
con entusiasmo le reliquie di S. Biagio e costruì in cima al colle che sovrasta
la cittadina, che prese poi il nome del S. Martire, una cappella sulle rovine
di un tempio dedicato alla dea Minerva. Nel corso dei secoli la cappellina si è
ampliata raggiungendo le dimensioni dell'attuale basilica fin dal XIII secolo.
Nel XVII il re di Spagna Filippo IV volle costruire all'interno del santuario
la cosiddetta Cappella reale dove
tuttora sono custodite le reliquie in un cofanetto di marmo posto sotto
l'altare sopra il quale campeggia il busto d'argento del patrono Biagio che non
è più l'originale, modellato nel 1706 e rubato nel 1976, ma una copia fedele
che risale al 1979. Il 3 maggio 1941 fu fatta una ricognizione ufficiale
per il riconoscimento di quanto contenuto nell’urna: il torace, una parte del
cranio, un osso di un braccio e un femore.
Nella cappella è conservata anche
una coppa d'argento in stile gotico che raccoglieva la cosiddetta manna,
un liquido acquoso di color biondo, gocciolante dall'urna, ma anche dalle
colonne e dalle pareti della cappella, e talvolta persino dagli altari e dai
muri di tutta la chiesa. Fu papa Pio IV, all’epoca vescovo di Cassano, che nel
1563 riconobbe il liquido come “manna
celeste”. Ma dal 1620, circa, il fenomeno si è attenuato e si è ripetuto
sporadicamente.
In varie altre città sono custoditi
reliquie di S. Biagio: a Carosino
(un pezzo della lingua), a Caramagna Piemonte (un pezzo del cranio), nel
santuario di Cardito (un ossicino del braccio), a Palomonte, a Penne (il cranio?!),
Giulianova (il braccio), a Lanzara (due piccole ossa della mano), a Ruvo (una
reliquia del braccio), a Dubrovnik in Croazia (il cranio?!), a Ostuni (un pezzo
di osso), a San Piero Patti (un molare), a Mercato Vecchio di Montebelluna (un
pezzo di veste).
La più antica testimonianza del
culto di S. Biagio
e del potere a lui attribuito contro i mali di gola la fornisce uno dei più
rinomati medici fiorito verso la metà del sec. VI: Aezio di Amida.
Questi nell'opera medica intitolata Tetrabiblion
riporta non solo le cure mediche propriamente dette, ma anche altri metodi in
uso nella comune pratica terapeutica ed accettati dalla medicina dell’epoca.
Ebbene nel paragrafo dove tratta «Delle
spine ingoiate e conficcatesi nelle tonsille», dopo aver esposto i vari
rimedi di cura, accenna alla potenza di S. Biagio in questi termini: «si tocchi la gola del paziente e si dica:
come Gesù fece uscire Lazzaro dal sepolcro e Giona dal ventre del cetaceo, così
anche tu osso o scheggia; S. Biagio martire e servo di Cristo ti comanda: esci
o discendi».
Da questa notizia, datata verso la
metà del sec. VI, si può intuire che il culto di S. Biagio era praticato da almeno
50 anni. Quindi si può concludere, sempre con le debite precauzioni, che alla
fine del V secolo S. Biagio in Oriente era venerato ed invocato.
Nei secoli successivi (VIII-XI) i
libri liturgici ci parlano di una chiesa (martyrion)
dedicata a S. Biagio a Costantinopoli, situata nel quartiere detto Tà Miltiàdu, presso la chiesa di S.
Filippo apostolo.
L’iconografia. Il santo vescovo e martire è raffigurato come un uomo anziano con barba
bianca e le tipiche insegne episcopali (mitria, pastorale, e a volte un libro);
con la palma dei martiri; con il pettine da cardatore con cui fu torturato; con
due ceri a croce; con il bimbo e la madre o due bambini o solo un bambino, per
ricordare il celebre miracolo; con gli animali selvatici e fantastici, per
ricordare il suo rifugio tra i monti durante le persecuzioni; con il maialino e
il lupo, per ricordare il miracolo della restituzione del piccolo suino nero
alla povera vedova; con un felino con un bocca un pesce e un bimbo che si tocca
la gola, forse perché, dice il proverbio: “A
san Blâs la gjate si leche il nâs” (Il giorno della festa di S. Biagio la
gatta si lecca il naso), un legame tra lisca di pesce, gatto e bimbo salvato;
con il vaso delle medicine; con il corno da caccia per una fortuita connessione
del nome Blasius con il verbo tedesco
«blasen» che significa soffiare, da
qui deriva il patronato, nei paesi germanici e scandinavi, dei suonatori di
strumenti a fiato e per estensione anche dei venti.
La benedizione. Due ceri benedetti nel giorno della Candelora (perché è Cristo che salva
e benedice), sono uniti in croce (segno della salvezza), con un nastro rosso
(segno della Passione di Gesù e del martirio di Biagio), e sono imposti al di
sotto del mento contro la gola di ogni fedele (come segno esplicativo!), dopo
che il sacerdote ha benedetto i fedeli invocando l’intercessione del Santo.
lunedì 27 gennaio 2020
Mai più!
Ricorre
il 75° anniversario della liberazione del campo di sterminio di
Auschwitz-Birkenau. Davanti a questa immane tragedia, a questa atrocità, non è
ammissibile l’indifferenza ed è doverosa la memoria. Domani siamo tutti
invitati a fare un momento di preghiera e di raccoglimento, dicendo ciascuno
nel proprio cuore: mai più, mai più!
Papa
Francesco
mercoledì 15 gennaio 2020
Santità istriana!
Beato
Ottone di Pola dell’ordine de’ minori conventuali di S. Francesco fiorì all’incirca
verso il 1300, fu sepolto in Pola ed in quella cattedrale si conservano le di
lui reliquie. Il Waddingo lo chiama
illirico e dice che al di lui sepolcro Iddio fece molti e grandi miracoli Il martirologio francescano ha di esso: Die 14 decembris Polae in Istria B Othonis
confessoris gloria miraculorum celeberrimi.
da Biografia Degli Uomini Distinti
Dell'Istria (con ritratti) di Pietro Stankovic
Iscriviti a:
Post (Atom)









