giovedì 21 novembre 2013

Presentazione della Beata Vergine Maria - 2013



Madonna della Passione
Parrocchia di S. Bartolomeo
Olera (BG)


«Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 49-50).

"Forse che non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale credette in virtù della fede, concepì in virtù della fede, fu scelta come colei dalla quale doveva nascere la nostra salvezza tra gli uomini, fu creata da Cristo, prima che Cristo in lei fosse creato? Ha fatto, sì, certamente ha fatto la volontà del Padre, Maria santissima, e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. Lo ripetiamo: fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che esser stata madre di Cristo. Perciò Maria era beata, perché, anche prima di dare alla luce il Maestro, lo portò nel suo grembo.

Osserva se non è vero ciò che dico. Mentre il Signore passava, seguito dalle folle, e compiva i suoi divini miracoli, una donna esclamò: «Beato il grembo che ti ha portato!» (Lc 11, 27). Felice il grembo che ti ha portato! E perché la felicità non fosse cercata nella carne, che cosa rispose il Signore? «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,28). Anche Maria proprio per questo è beata, perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata. Ha custodito infatti più la verità nella sua mente, che la carne nel suo grembo. Cristo è verità, Cristo è carne; Cristo è verità nella mente di Maria, Cristo è carne nel grembo di Maria. Conta di più ciò che è nella mente di ciò che è portato nel grembo.

Santa è Maria, beata è Maria, ma è migliore la Chiesa che la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa: un membro santo, un membro eccellente, un membro che tutti sorpassa in dignità, ma tuttavia è sempre un membro rispetto all’intero corpo. Se è membro di tutto il corpo, allora certo vale più il corpo che un suo membro. Il Signore è capo, e il Cristo totale è capo e corpo. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo per capo Dio.

Perché, o carissimi, badate bene: anche voi siete membra di Cristo, anche voi siete corpo di Cristo. Osservate in che modo lo siete, perché egli dice: «Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli» (Mt 12,49). Come potrete essere madre di Cristo? Chiunque ascolta e «chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50).

Quando dico fratelli, quando dico sorelle, è chiaro che intendo parlare di una sola e medesima eredità. Perciò anche nella sua misericordia, Cristo, essendo unico, non volle essere solo, ma fece in modo che fossimo eredi del Padre e suoi coeredi nella medesima sua eredità".

(S. Agostino, Disc. 25, 7-8)

Ecco allora: la Vergine interceda per noi, perché ogni giorno sappiamo compiere la volontà di Dio. Nel sì di Maria in nostro sì! Così da essere eredi, coeredi di Cristo!

Ma come possiamo vivere ogni giorno la volontà di Dio? Come allineare il nostro cuore alla volontà di Dio?

Gesù stesso ci viene in soccorso!

“Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. (Gv 6, 57)

L’Eucarestia è la forza vitale per essere figli nel Figlio Gesù. Così da essere eredi, coeredi di Cristo!

Concludo con le parole del Santo Padre:

“Nella memoria liturgica della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, celebreremo la Giornata pro Orantibus, dedicata al ricordo delle comunità religiose di clausura. È un’occasione opportuna per ringraziare il Signore del dono di tante persone che, nei monasteri e negli eremi, si dedicano a Dio nella preghiera e nel silenzio operoso. Rendiamo grazie al Signore per le testimonianze di vita claustrale e non facciamo mancare a questi nostri fratelli e sorelle il nostro sostegno spirituale e materiale, affinché possano compiere la loro importante missione”.


Amen


mercoledì 20 novembre 2013

Mercoledì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)






Una domanda mi suscita questa Parola di Dio.

Cultura cristiana e identità cristiana. A che livello siamo?

La pagina dei Maccabei ci sprona circa la misura della nostra identità.

La vicenda dei Maccabei è una pagina meravigliosa della Bibbia come quella di Giobbe e di Giona.

Qui però è posta in gioco l’identità religiosa e culturale di una famiglia … di una società!
Dicevano io Maccabei: Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri.

Possiamo noi affermare in realtà: siamo pronti a trasgredire piuttosto che morire?
In Italia non c’è un problema di identità cristiana in cui è messa a rischio la vita, perché spesso le nostre scelte mettono a morte la fede.

Ricercare l’identità cristiana è un problema poco italiano. Perché noi ci reputiamo in una società cristiana. Ma in realtà non è vero, non è tutto oro quello che luccica!

C’è un appiattimento del livello di identità cristiana, con derive e con fraintendimento dell’insegnamento del Vangelo.

Cosa fare per rendere un pensiero comune il pensiero evangelico sulla vita?
Bisogna conoscere con sapienza ed intelligenza il messaggio del Vangelo, per poi viverlo, senza compromessi, magari con un po’ fatica, ma viverlo!

Nella pagina dei Maccabei la Madre ricorda al figlio:

«Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».

Preghiamo perché ogni madre e ogni padre esorti i figli a vivere saldamente nella legge di Dio.

“Mentre lei ancora parlava, il giovane disse: «Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. Tu però, che ti sei fatto autore di ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio»”. Amen.

domenica 17 novembre 2013

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)






“Verranno giorni … tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà … Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”

Così la Parola di Dio ci svela un tempo del giudizio finale di Dio.

«Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?».

Gesù non risponde ma apre alla speranza nel dramma degli eventi e richiama solo alla perseveranza nella fede.

“Avrete allora occasione di dare testimonianza. … Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”.

Noi non siamo in balia degli eventi, non siamo nemmeno in balia di noi stessi a causa del nostro peccato, ma siamo sempre nelle mani di Dio:

“Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”

Dove testimoniare? Come perseverare?

La II lettura ci parla di vita ordinata, di vita laboriosa, di vita operosa nel bene.
È nel quotidiano, nella vita di tutti i giorni che siamo chiamati alla testimonianza della fede e alla perseveranza nel bene insegnatoci da Gesù.

Tu sei l’unico Dio vivo e vero:
l’universo è pieno della tua presenza,
ma soprattutto nell’uomo, creato a tua immagine,
hai impresso il segno della tua gloria.

Tu lo chiami a cooperare con il lavoro quotidiano
al progetto della creazione
e gli doni il tuo Spirito,
perché in Cristo, uomo nuovo,
diventi artefice di giustizia e di pace.
(Prefazio Comune IX)

Amen.

venerdì 15 novembre 2013

Padre Leonardo Melki, sacerdote cappuccino martire della fede ad opera dei turchi





Giuseppe Melki è nato a Baabdath in Libano nel 1881 da Habib e Noura Yammine. Entrando nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini ricevette il nome di Leonardo. Fece la professione solenne il 1 luglio 1903 e fu ordinato sacerdote il 4 dicembre 1904. Uomo dotto, infatti conosceva l’arabo, il francese, l’italiano, il siriaco, l’armeno e il latino.

L’obbedienza lo inviò a Mardin in Turchia dove diresse la scuola e le opere dell’Ordine, tra cui l’ordine francescano secolare e la confraternita del Sangue Prezioso di Gesù.

I turchi l’arrestarono nel suo convento e lo gettarono in prigione, dove venne torturato fisicamente e psicologicamente, mentre egli si dedicava ai suoi compagni di prigionia.

A capo di una carovana di più di 400 persone fu deportato a piedi fuori di Mardin e cammin facendo, sotto le sevizie dei soldati, morì martire della fede all’alba di venerdì 11 giugno 1915.

La causa di Canonizzazione introdotta dalla Diocesi di Beirut ha ricevuto il Nulla Obstat il 3 ottobre 2005, ed si è conclusa il 15 dicembre 2011.

Venerdì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)




Sant'Alberto Magno, domenicano
memoria 15 novembre

Ieri avevamo ascoltato:
«Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». (Lc 17)

Oggi il Vangelo continua questo discorso dell’imminenza del Regno di Dio.

Come avvenne … Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. … «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Anche oggi Gesù non risponde al dove o al quando, dice di guardare i segni del Regno di Dio in mezzo a noi, ma anche di essere noi un segno del Regno di Dio.

In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.
Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.

Il Regno di Dio è esigente, pretende una risposta certa, non dice Gesù: Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Nemmeno la vita vale più del Regno. Pensiamo ai Martiri!

Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata».

Signore, eccomi!
Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce: tu vieni!
Ogni volta che tu passi nella mia vita fa che mi accorga del tuo passaggio.
Nulla mi distragga dall’accorgermi del tuo essere presente: né la notte e né il giorno; né la calma e né la confusione; né la pace e né la guerra; né il riposo e né l’operosità.
Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. … e tu vieni!
Amen.

giovedì 14 novembre 2013

Giovedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)




«Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». (Lc 17)

“È venuto quindi il Figlio, mandato dal Padre, il quale ci ha scelti in lui prima della fondazione del mondo e ci ha predestinati ad essere adottati in figli, perché in lui volle accentrare tutte le cose (cfr. Ef 1,4-5 e 10). Perciò Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ci ha rivelato il mistero di lui, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione. La Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza di Dio cresce visibilmente nel mondo. Questo inizio e questa crescita sono significati dal sangue e dall'acqua, che uscirono dal costato aperto di Gesù crocifisso (cfr. Gv 19,34), e sono preannunziati dalle parole del Signore circa la sua morte in croce: « Ed io, quando sarò levato in alto da terra, tutti attirerò a me » (Gv 12,32). Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor 5,7), viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata ed effettuata l'unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor 10,17). Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per mezzo suo viviamo, a lui siamo diretti”. (LG 3)

Dio infatti non ama se non chi vive con la sapienza. (Sap 7)
Signore Gesù, donaci questa sapienza di vita!
Amen.

mercoledì 13 novembre 2013

Un pensiero ...





“La nostra santa fede è cossì certa e cossì vera, che io non più la credo, ma la so; anzi sì,che io la so”

“Fa, fa pur quello che ti commanda Dio che altro non puoi fare”.

(Beato Tommaso da Olera)

domenica 10 novembre 2013

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)






Quali pensieri suscitano queste letture questa domenica?
Ci sono delle domande che nascono alla luce di queste letture.

·        Cultura cristiana e identità cristiana. A che livello siamo?
·        Comunione, uguaglianza e omologazione: cosa pensiamo? Qual è la loro misura?
·        La fede, siamo oramai alla fine dell’Anno della Fede, cosa produce in me?
·        Il bene e il male: qual è il criterio di discernimento?
·        Vita eterna e resurrezione della carne: credo?

Cultura cristiana e identità cristiana. A che livello siamo?
La pagina dei Maccabei ci sprona circa la misura della nostra identità.
La vicenda dei Maccabei è una pagina meravigliosa della Bibbia come quella di Giobbe e di Giona.

Qui però è posta in gioco l’identità religiosa e culturale di una famiglia.
Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri.

Possiamo noi affermare in realtà: siamo pronti a trasgredire piuttosto che morire?
In Italia non c’è un problema di identità cristiana che è messa a rischio la vita, perché spesso le nostre scelte a morte la fede.

Ricercare l’identità cristiana è un problema poco italiano. Perché noi ci reputiamo in una società cristiana. Ma in realtà non è vero, non è tutto oro quello che luccica!

C’è un appiattimento del livello di identità cristiana, con derive e con fraintendimento dell’insegnamento del Vangelo.

Cosa fare per rendere pensiero comune il pensiero evangelico sulla vita?
Bisogna conoscere con sapienza ed intelligenza il messaggio del Vangelo, per poi viverlo, senza compromessi, magari con un po’ fatica, ma viverlo!
I Maccabei ricordavano ai loro carnefici:
«Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo».

Comunione, uguaglianza e omologazione: cosa pensiamo? Qual è la loro misura?
La cultura odierna ci vuole omologati! Eppure il Vangelo ci insegna ad essere uomini e donne, se pur diversi, cioè non uguali, ma in comunione.

La Chiesa è un popolo non omologato – non si può incatenare lo Spirito Santo – ma per di più la comunità dei credenti è popolo in comunione, che vive la misura della sua diversità, come dono dello Spirito, nella potenza della Carità: l’amore per Dio e per il prossimo è ciò che ci unisce.

In questo momento storico, in nome dell’esasperazione della libertà individuale si vuole creare un popolo di non liberi, differenti, ma omologati!

Non facciamo omologare culturalmente, da scellerati correnti di pensiero che ci vengono propinante da omogeneizzati culturali proposti della Tv, radio ecc…

Ricordiamoci le parole dell’Apostolo Paolo: “Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”.

La fede, siamo oramai alla fine dell’Anno della Fede, cosa produce in me?

Tutti ricevano il dono della fede, la fede è in tutti, la dice l’Apostolo: La fede infatti non è di tutti.
Cioè non tutti rispondo al dono ricevuto?
Da quanto detto fin ora: come vuol dire per me credere?
Vuol dire praticarla? Andare a Messa, pregare, confessarsi, ecc. essere un praticante. Certo. Ma non solo.
Credere in Gesù Cristo chiede una meta finale: il compimento del Regno di Dio. Noi siamo moralmente impiegati a vivere il Regno di Dio per il Regno di Dio sia visibile in mezzo a noi.
È la dimensione culturale della fede! Afferma il Concilio Vaticano II:
“Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane”. (GS 11)

Il bene e il male: qual è il criterio di discernimento?

Ci scrive l’Apostolo Paolo:
“Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno”.

Il criterio di discernimento è il Vangelo di Gesù Cristo.
In esso troviamo ogni misura: perché Gesù, per noi credenti, è lo specchio con cui guardarci e la lente con cui osservare il Creato.

Afferma il Concilio Vaticano II:
“Infatti l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono.
Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l'armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione.
Così l'uomo si trova diviso in se stesso.
Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.
Anzi l'uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato.
Ma il Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell'intimo e scacciando fuori « il principe di questo mondo » (Gv12,31), che lo teneva schiavo del peccato”. (GS 13).

Vita eterna e resurrezione della carne: credo?
Sia nella prima lettura che nel Vangelo abbiamo questa domenica un richiamo a questo tema. Un contenuto della nostra fede molto importante. Facente parte del primo annuncio apostolico. È uno degli elementi del nostro Credo. È forse scontato dire se credo!
Forse non è scontato se mi chiedo come questo tema entra nella mia vita di ogni giorno.

Un tema – vita eterna e resurrezione della carne – che ci fa riflettere sulla vita dopo la morte, ma anche sulla vita in senso lato.

Una vita che custodisce già ora il senso dell’Eternità è una vita capace di produrre atti d’amore.
Quando leggiamo nei Maccabei: “per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita”, in riferimento al tiranno che li martirizza, possiamo scorgere che senza atti di amore, ma con atti di morte, non è destino dopo la morte di una “risurrezione per la vita”.
Così anche nel Vangelo in quel “non possono più morire” sembra dirci che la vita è atto d’amore che perpetua la vita … in eterno.
Per cui vivere, vita eterna e risurrezione della carne sono dati che si richiamano a vicenda e che sussistono per mezzo di un ‘unico elemento: l’Amore.

“Puoi decidere le strade che farai
puoi scalare le montagne oltre i limiti che hai
potrai essere qualcuno se ti va
ma se non ami
se non ami
non hai un vero motivo
motivo per vivere
se non ami
non ti ami e non ci sei
se non ami
non ha senso tutto quello che fai
puoi creare un grande impero intorno a te
costruire grattaceli e contare un po' di più
puoi comprare tutto quello che vuoi tu
ma se non ami
se non ami
non hai un vero motivo per vivere
se non ami
non ti ami e non ci sei
senza amore noi non siamo niente mai...”

(Filippo Neviani alias Nek, Se non ami)

sabato 9 novembre 2013

Pellegrinaggio a Olera (BG)







"Sabato 21 Settembre è stato beatificato nella Cattedrale di Bergamo l'umile cappuccino Tommaso da Olera.

La cerimonia è stata presieduta dal Card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco e concelebrata dal vescovo di Bergamo mons. Francesco Beschi, dal vescovo di Innsbruck mons. Manfred Scheuer e da altri numerosi vescovi e rappresentanti della famiglia dei Frati Cappuccini.

All'altare è stata portata la reliquia del Beato Tommaso, una vertebra, riesumata nel marzo del 2012 mentre il volto che è stato scoperto è opera del maestro bergamasco Francesco Parimbelli".

Link per approfondire la figura del BEATO TOMMASO ACERBIS DA OLERA:

1. SITO SUL BEATO
2. FACEBOOK
3. SITO DEL BORGO



 

Fra Tommaso da Olera
SANTI SENZA IL SAN
tratto 30Giorni n. 02 - 2003

Nonostante non sia ancora salito agli onori degli altari, questo frate del Cinquecento è ancora ricordato e invocato nelle vallate della Bergamasca. Tommaso era un illetterato, ma il popolo ne riconosceva la straordinaria umiltà e bontà, e i potenti la sapienza infusa dalla grazia. La raccolta delle sue opere era una delle letture preferite di Giovanni Roncalli



Sopra, la chiesa parrocchiale di Olera 
dov’è conservata la tela (nella foto a destra), attribuita a Giacomo Gritti (1819-1891) raffigurante fra Tommaso 
in ginocchio davanti all’Immacolata
Sopra, la chiesa parrocchiale di Olera dov’è conservata la tela (nella foto a destra), attribuita a Giacomo Gritti (1819-1891) raffigurante fra Tommaso in ginocchio davanti all’Immacolata
I santi, anche prima di essere canonizzati, godono sovente di una spontanea venerazione nel popolo cristiano. Non sempre la loro fama è universale, come quella di padre Pio o di papa Giovanni XXIII: ma la dinamica non cambia, sia pure su scala ridotta. Può accadere, così, che un umile frate nato nel Cinquecento venga ancora ricordato, pregato e invocato nelle vallate della Bergamasca, benché non sia ancora salito all’onore degli altari: è il caso di fra Tommaso Acerbis, di Olera, un piccolo borgo della Val Seriana.
«Olera: un grappolo di povere case a 523 metri di altezza, attorniato da monti e rallegrato dal canto di un torrentello. Una straducola, stretta come un corridoio, a scalini di pietra, mi condusse nel cuore del paese. A due donne ravvolte, infreddolite, negli scialli, chiesi se avessero mai sentito parlare di fra’ Tommaso. “Oh, il beato Tommaso!”, mi risposero con calore. Me ne parlavano come se fosse uno di casa; ed io, con commozione crescente, le ascoltavo».
Ad appuntare queste note è il padre cappuccino Fernando da Riese, che giunse a Olera nel 1962 per raccogliere notizie su fra Tommaso. Mancava un anno al quarto centenario della nascita e i cappuccini pensavano a introdurre la causa di beatificazione. Padre Fernando restò sorpreso dalla vivida memoria che di lui serbava la sua gente, a distanza di quattro secoli dal suo passaggio.
«Non avrei mai creduto che ad Olera ci si ricordasse ancora del cappuccino bergamasco fra’ Tommaso Acerbis, che a 17 anni (nel 1580) partì dal paese natìo, per continuare il resto della sua vita nei conventi dei Cappuccini, coniugando in modo mirabile la vita del chiostro con quella sulle strade del nord Italia e del Tirolo».
A Olera, un edificio antico, ancora abitato dai discendenti degli Acerbis, famiglia di antica nobiltà decaduta, conserva sulla facciata lo stemma gentilizio. In questa casa nacque, sul finire del 1563, il futuro fra Tommaso. Negli stessi giorni si chiudeva il Concilio di Trento, l’Europa era ancora attraversata dal vento della Riforma. Bergamo e la Val Seriana facevano allora parte del territorio della Repubblica di Venezia. Il diciassettenne Tommaso bussò nel 1580 al convento dei frati cappuccini di Verona – la sua provincia ecclesiastica – per vestire il saio di san Francesco. Privo d’istruzione, Tommaso aveva maturato la vocazione, pascolando le pecore e vivendo in povertà con la famiglia. Altra scuola non ebbe, se non i tre anni di noviziato trascorsi a Verona, durante i quali i superiori gli insegnarono a leggere e scrivere, facendo eccezione alla regola di san Francesco che vieta espressamente a «quelli che non sanno lettere, d’impararle».
Eppure, da illetterato qual era, compose trattati di mistica e ascetica che furono raccolti, parecchi anni dopo la sua morte, sotto il titolo Fuoco d’amore e pubblicati nel 1682. Un testo che non ha mai avuto una vera e propria edizione critica, oggi in via di preparazione. Un volume amato e letto assiduamente da un altro grande bergamasco: Angelo Roncalli.
«Ricordo ancora l’impressione che mi fece, la gioia provata da papa Giovanni quando il 24 novembre 1959 ricevette in dono da un signore d’Innsbruck (dott. Giuseppe Mitterstiller) il libro Fuoco d’amore di fra’ Tommaso da Olera».
Chi scrive è monsignor Loris Capovilla, allora segretario di papa Giovanni:
«Rammento bene che il Papa asserì di ritrovare in esso una sua vecchia conoscenza, cioè questo laico cappuccino, di cui dalla sua giovinezza conosceva la vita, le opere, ed inoltre la fama di santità che godeva in Alto Adige […]. Papa Giovanni rileggeva frequentemente le pagine di questo Fuoco d’amore, che tenne sempre in evidenza sul suo tavolo, assieme ai libri di preghiera e di meditazione; anzi più volte me ne lesse copiose pagine, commentandole e pronunciando giudizi di alta stima e venerazione per il pio scrittore. […] Diceva che fra’ Tommaso doveva essere stato condotto certamente dallo Spirito del Signore a stendere pagine così limpide ed in conformità con l’ortodossa dottrina».
Nonostante gli studi compiuti con fervore e diligenza durante gli anni del noviziato veronese, il suo italiano rimase elementare e sgrammaticato. Eppure i suoi scritti rivelano una profondità spirituale e un’esattezza dottrinale sorprendenti. E un suo confratello, fra Ilarione da Mantova, annotava, a questo proposito:
«L’ho veduto molte volte doppo la Comunione ritirarsi in cella a scrivere cose di meditazioni della vita et passione del Signore; et havendomi egli alquante volte lette quelle sue opere spirituali doppo scritte, confidentemente mi affermava […] ch’egli per se stesso non poteva capire come havesse poste quelle cose in carta».
Per tutta la vita svolse lavori umili, «cercando l’elemosina, lavando le scudelle, facendo cucina et horto», come scrisse una volta. Sembra di rivedere in lui quel fra Galdino di manzoniana memoria che, in quella stessa terra lombarda, tra Bergamo e Lecco, bussa alla porta di Lucia per la questua e racconta la graziosa “parabola” del “miracolo delle noci”. Ma fra Galdino è soltanto un personaggio secondario nel grande affresco dei Promessi sposi. Fra Tommaso invece diventerà, a dispetto del suo ruolo di semplice frate cercatore, una personalità straordinaria per la sua epoca.
Dopo il suo definitivo ingresso nell’ordine cappuccino, a partire dal 1583, rimane a Verona fino al 1605, poi si sposta in diverse città del Veneto: Vicenza, Padova, Rovereto, fino al 1619. Ovunque si diffonde la fama di santità di questo “apostolo senza stola”. Visita malati, porta pace nelle contese, bussa alle porte dei poveri e dei ricchi per diffondere il Vangelo: il popolo ne riconosce la straordinaria umiltà e bontà, i potenti la sapienza infusa dalla grazia, di un illetterato capace di consigliare e correggere, guidare e confortare. La fonte di questa sapienza non era altro se non lo sguardo continuamente rivolto al crocifisso, com’è nella più schietta tradizione francescana. «Né ho mai letto una sillaba de’ libri» ebbe a scrivere, «ma bene mi fatico a leggere il passionato Christo».
Colpito dalla fama di santità di fra Tommaso, l’arciduca Leopoldo V, nel 1619, lo chiamò nel Tirolo, perché arginasse con il suo esempio e la sua predicazione la diffusione del luteranesimo nelle sue terre. Fra Tommaso, trasferito a Innsbruck, per dodici anni, fino al 1631, l’anno della morte, fu il più ascoltato consigliere dell’arciduca e venne ricevuto più volte dallo stesso imperatore Ferdinando II. Fu inoltre consigliere spirituale degli arcivescovi di Trento e di Salisburgo, ai quali suggeriva il modo migliore per applicare le riforme del Concilio Tridentino nelle loro diocesi. Tutto questo, senza mai trascurare i propri doveri, la questua quotidiana, il lavoro manuale, il contatto con la povera gente del Tirolo. “Der Bruder von Tirol”, il frate del Tirolo, era il soprannome che gli avevano dato. In questi anni fra Tommaso non rivide più la sua terra natale. Ma in Val Seriana, più che altrove, non ha mancato di far sentire, anche in tempi recenti, la sua intercessione.
«Come rintocco di campane fra le vallate» scrive ancora padre Fernando da Riese «così ad ogni generazione e per oltre quattro secoli, gli abitanti di Olera si trasmisero la devozione al loro conterraneo: invocandolo ad ogni stagione sia dell’anno che della vita e pregandolo di intercedere per tutto il borgo a difesa da ogni male fisico e morale. Lo ritenevano il loro miglior amico, “come un angelo da Dio mandato”, commenta uno scrittore antico».
Padre Fernando da Riese, che è stato il primo vicepostulatore della sua causa di beatificazione, raccolse molte testimonianze sulla intercessione di fra Tommaso a favore dei suoi conterranei.
«La signora Renata Zanchi, ventiquattrenne, nel settembre 1962 si trovò in condizioni disperate per una flebite da parto. I medici non sapevano più cosa fare e l’inferma si era oramai rassegnata a morire. I familiari corsero da me, mi fecero celebrare una messa in onore di fra’ Tommaso e, giorni dopo, la signora guarì perfettamente».
È, in breve, una delle testimonianze raccolte dalla viva voce dell’allora parroco di Olera don Franco Cavalieri. Nella chiesa, accanto alla tela che rappresenta la “vera effigie del gran servo di Dio fra’ Tommaso, cappuccino laico di Olera” inginocchiato dinanzi all’Immacolata, sono appesi cuori e tavolette votive.
Nella sua quotidiana fatica per difendere il credo cattolico e contrastare il calvinismo e il luteranesimo, a corte come tra la gente, fra Tommaso giungeva a intuire le profondità del mistero di Maria, di cui sono pervasi i suoi scritti. In essi, fra l’altro, è anticipata in modo limpido la formulazione del dogma dell’Immacolata concezione. E non solo negli scritti.
La chiesa dedicata all’Immacolata concezione di Maria, a Volders, in Tirolo, voluta da fra Tommaso Acerbis
La chiesa dedicata all’Immacolata concezione di Maria, a Volders, in Tirolo, voluta da fra Tommaso Acerbis
A Volders, sulle rive del fiume Inn, nel Tirolo, sorge una chiesa dedicata all’Immacolata concezione di Maria, che fu voluta da fra Tommaso e portata a termine, ventitré anni dopo la sua morte, da Ippolito Guarinoni, medico di corte a Innsbruck, figlio spirituale e grande amico di fra Tommaso. Era il 1654, esattamente duecento anni prima della proclamazione del dogma da parte di Pio IX.
Forse anche per questo papa Giovanni amava tanto gli scritti di fra Tommaso, tanto da volerli ascoltare come lettura spirituale, anche sul letto di morte. Scrive ancora monsignor Capovilla:
«Negli ultimi giorni di sua vita, specie da quando cominciò a restare a letto – il 20 maggio 1963 – papa Giovanni volle che a turno – il sottoscritto, l’infermiere fra’ Federico Bellotti, e i giovani aiutanti Guido e Giampaolo Gusso – gli leggessimo oltre a pagine dell’Imitazione di Cristo, del breviario, e di altri libri di pietà, copiosi brani del Fuoco d’amore. Della delizia che riceveva da questa lettura egli ne parlava con tutti i visitatori, a cominciare dal suo confessore monsignor Cavagna, addirittura con i medici, sino alle suore e al personale di servizio».
Sono molti i motivi di interesse dei trattati raccolti nel Fuoco d’amore di fra Tommaso. Ad esempio, i sette capitoli dedicati al Cuore di Gesù, che anticipano di trent’anni le rivelazioni di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, che tanta parte avranno nella spiritualità occidentale degli ultimi secoli.
Le lunghe meditazioni sul cuore trafitto di Gesù richiamano alla memoria L’incredulità di Tommaso, opera di un altro grande bergamasco, Caravaggio, che fu contemporaneo di fra Tommaso e con lui ebbe in comune, oltre che la nascita, la frequentazione costante degli ambienti più umili così come delle case dei potenti.
Sono questi, insieme a molti altri, i motivi che hanno spinto il vescovo di Bergamo, Roberto Amadei, a richiamare, nel 2000, con una lettera aperta al Papa, la speranza che fra Tommaso – di cui nel 1987 sono state proclamate le “virtù eroiche” – sia presto beatificato. Si attende ora una guarigione prodigiosa, supportata da riscontri scientifici. Ma la gente di Olera non ha dubbi che la sua intercessione sia, da più di quattro secoli, operante e potente.
«A colloquio con le persone del borgo» scrive ancora padre Fernando da Riese «alle quali chiedemmo di fra’ Tommaso, le riposte furono sempre piene di venerazione e di fede nel suo patrocinio. E, invariabilmente, al nome di fra’ Tommaso premettevano l’appellativo di beato. Rimasi piacevolmente sorpreso da questa memoria viva. La mattina seguente, mentre stavo per partire, il parroco mi presentò la signora Orsola Acerbis in Schiavi che, con piacere evidente, mi disse: “Da diciassette anni, ogni giorno, io recito nove Gloria Patri al beato Tommaso. Il beato Tommaso m’ha salvato un figlio. Si chiama Romano e ora conta vent’anni. Nel gennaio 1960 fu sorpreso da emiplegia: non poteva più muovere né braccio né gamba sinistri. Quando lo portarono all’ospedale di Bergamo, io corsi nella nostra chiesa e m’inginocchiai all’altare dove si conserva la tela del beato Tommaso in ginocchio davanti all’Immacolata. Alzando verso la sacra immagine una camicia di mio figlio, pregai il beato che mi facesse la grazia. Poi andai anch’io all’ospedale, portando con me la camicia benedetta. Romano la indossò e notò in lui una cosa “strana”. S’accorse che riusciva a muovere la mano sinistra, poi il braccio, poi la gamba. In pochi giorni me lo son visto tornare a casa completamente guarito. Da allora sta bene, lavora e non accusa il benché minimo disturbo. Per provare quanto mi stava raccontando, chiamò il figlio e me lo mostrò. Era un giovanottone alto e dal colorito pieno. Lui stesso mi disse che ogni giorno pregava il suo potente benefattore. Tornando verso il mio convento del Veneto, a Padova, mi riconfermai ancor di più che il venerabile fra’ Tommaso da Olera non solo merita d’essere fatto conoscere come un personaggio illustre di un tempo lontano […], ma anche – e soprattutto – farlo amare ed invocare: come si fa con un santo, sicuri di essere da lui ascoltati ed esauditi».

Dedicazione della Basilica Lateranense



Sotto il titolo “Liberi per credere” sono racchiuse tutte le iniziative ideate della nostra Arcidiocesi che tra il 6 dicembre 2012 e il 6 dicembre 2013 celebra il XVII centenario dell’Editto di Milano.

Quando l’imperatore romano Costantino si convertì alla religione cristiana, verso il 312, donò al papa Milziade il palazzo del Laterano, dove verso il 320, vi si aggiunse una chiesa, la chiesa del Laterano, la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.

Consacrata dal papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Luogo della sede per più di dieci secoli dei papi e nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall’abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.

Cattedrale di Roma, chiesa madre di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della libertà di culto per i cristiani ed edificio di pietre, costruito per onorare il Salvatore del mondo, era il simbolo della vittoria, fino ad allora nascosta, della testimonianza dei numerosi martiri. Segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano, l a festa odierna ci esorta a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto, vive nell’eternità.
L’anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora in tutta la Chiesa d’Occidente.




Questa festa deve far sì che si rinnovi in noi l’amore e l’attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa.

La Chiesa. Abbiamo ascoltato nel profeta Ezechiele: “vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua … dove giungono quelle acque, risanano”.
La Chiesa sposa di Cristo, è il suo corpo dal cui costato uscì  sangue ed acqua: segno di salvezza.
La Chiesa se pur fragile è resa edificio eterno per Grazia: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gesù parla del suo corpo umano, profezia della risurrezione, ma qui possiamo leggere la vicenda del suo corpo spirituale, al Chiesa, noi: essa si regge ad opere del suo Maestro, Signore, Redentore e Fondatore, Gesù.

Preghiamo per la Chiesa tutta ed edifichiamolo con una vita santa. Concludo ricordando cosa afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica:
“La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, « verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo ». È nella Chiesa che si trova « tutta la pienezza dei mezzi di salvezza ». 296 È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità»”. (CCC 824)
« La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. « Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste »” (CCC 825)
“La carità è l'anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa « dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine »” (CCC 826)
«Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d'Amore. Capii che solo l'Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l'Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue... Capii che l'Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l'Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!... Insomma che è Eterno!... » (S. Teresa di Lisieux) (CCC 826)

“Ricordati, Padre, della tua Chiesa
diffusa su tutta la terra:
rendila perfetta nell'amore” (PE II)
Amen.

mercoledì 6 novembre 2013

Mercoledì della XXXI settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)






“Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità”.

L’Apostolo Paolo con queste parole è entusiasmante!

Una vita piena, concreta, traboccante di vita, che non è debito con nessuno è una vita piena d’amore.

Infatti ogni opere di male è mancanza d’amore! L’amore risponde ad ogni esigenza.
«Amerai il tuo prossimo come te stesso».

Abbiamo pregato con il Salmo:
Felice l’uomo pietoso, che dona ai poveri.

A cosa è dovuta la felicità dell’uomo pietoso? Cos’è la pietà?
La Pietà è uno dei sette doni dello Spirito Santo, cioè una di quelle disposizioni abituali che qualificano il rapporto del credente con Dio, rendendolo capace di desiderare quello che Dio desidera, e raggiungere quella confidenza che gli permette di rivolgersi alla divinità chiamandolo Padre.
La felicità dell’uomo pietoso è vivere nel desiderio di Dio Padre: perché la Pietà descrive l'affetto, il rispetto e l'obbedienza che il credente ha per Dio Padre e da qui per ogni uomo.

La legge dell’amore si fonda sull’amore per Dio: solo chi conosce questa legge è capace di vivere il monito di San Paolo: “non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole”.

Detto questo si capisce il richiamo di Gesù a chi lo stavo seguendo:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. …».
L’amore è la misura della sequela cristiana. Tutto è fatto per amore! Per Dio e per ogni fratello. Se manca l’amore manca l’essenza del cristiano, manca la linfa vitale che rende vivi ora e per l’eternità.

Alla fine della vita rimarrà solo l’amore! “La carità non avrà mai fine” Amen.