mercoledì 14 ottobre 2020

Preghiera a Maria Dormiente

 



O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini,

noi crediamo nella tua assunzione in anima e corpo al cielo,

ove sei acclamata da tutti i cori degli angeli e da tutte le schiere dei santi.

E noi ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore che ti ha esaltata sopra

tutte le creature e per offrirti l'anelito della nostra devozione e del nostro amore.

Noi confidiamo che i tuoi occhi misericordiosi si abbassino sulle nostre miserie

e sulle nostre sofferenze; che le tue labbra sorridano alle nostre gioie

e alle nostre vittorie; che tu senta la voce di Gesù ripeterti per ciascuno di noi:

Ecco tuo figlio.

E noi ti invochiamo nostra madre e ti prendiamo, come Giovanni, per guida,

forza e consolazione della nostra vita mortale.

Noi crediamo che nella gloria, dove regni vestita di sole e coronata di stelle,

sei la gioia e la letizia degli angeli e dei santi. 

E noi in questa terra, ove passiamo pellegrini, guardiamo verso di te,

nostra speranza; attiraci con la soavità della tua voce per mostrarci un giorno,

dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del tuo seno, o clemente,

o pia, o dolce Vergine Maria.

(Venerabile Pio XII)


martedì 13 ottobre 2020

San Vincenzo, prega per noi!

 


O glorioso San Vincenzo, giovane forte e generoso, che vivificato dallo Spirito Santo, hai offerto la tua vita, ti supplichiamo con intensa preghiera, di rivolgere a noi il tuo sguardo propizio.

Accoglici sotto la tua protezione, aiutaci a distruggere nel nostro cuore, il germe dell’odio e a liberarci dal peccato e da ogni male, perché riconciliati con il Padre e tra noi, viviamo come fratelli nell’amore di Cristo.

Proteggi e sostieni la fede dei giovani, assisti la trepida esistenza degli anziani e dei malati, conserva nell’unità e nella pace le nostre famiglie. 

La tua intercessione ci conceda di essere esauditi, e di poterti un giorno ringraziare in cielo, e con te lodare Dio nei secoli in eterno. Amen.


mercoledì 7 ottobre 2020

martedì 6 ottobre 2020

Un santo pastore...

 


8 gennaio, sant'Eberardo, missionario irlandese, vescovo di Ratisbona

9 gennaio, beato Eberardo, canonico premonstratense, priore a Schäftlarn

25 marzo, beato Ebeardo VI, conte di Nellenburg, fondatore e poi monaco nel convento di Allerheiligen

22 giugno, sant'Everardo, canonico della cattedrale di Bamberga, monaco benedettino a Prüfening, arcivescovo di Salisburgo

5 luglio, beato Eberardo, monaco laico nell'abbazia di Villers-la-Ville

15 luglio, sant'Eberardo, pastore presso Luzy

31 luglio, beato Everardo Hanse, sacerdote, martire a Londra

12 agosto, beato Eberardo, abate di Breisach

14 agosto, sant'Eberardo, fondatore e primo abate dell'abbazia di Einsiedeln

28 settembre, sant'Eberardo, pastore a Frisinga

30 novembre, beato Eberardo di Stahleck, eremita presso Chumbd sull'Hunsrück

16 dicembre, sant'Eberardo, marchese del Friuli, fondatore di un monastero a Cysoing


lunedì 5 ottobre 2020

"Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo..."

 


“Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno”. (Mt 18,8)

Giacomo Papocchi, "onorificentia populi nostri", come definito in antiche iscrizioni, nacque a Montieri, in provincia di Grosseto, nel 1213. In età giovanile prestò la sua opera nelle argentiere locali proprietà dei vescovi volterrani. Fu accusato di furto di argento lavorato nelle locali fonderie; secondo la giustizia dell'epoca, allora amministrata dai senesi, subentrati al Vescovo nella amministrazione locale, argentiere comprese, fu condannato all'atroce pena della mutilazione della mano destra, nonché del piede sinistro, trovandosi così ridotto all'inabilità.

Il triste evento, fu per lui l'occasione di riscoprire la fede, un po' accantonata in epoca giovanile.

Egli chiese al vescovo diocesano l'autorizzazione a farsi "immurare", cioè a vivere in rigorosa clausura, in una piccola cella adiacente la chiesa di San Giacomo Apostolo, sotto la giurisdizione religiosa dei monaci dell'antica abbazia di San Galgano.

Sottoposto a prove diaboliche, raggiunse tuttavia vette di alto misticismo; visioni e miracoli costellarono la sua vita, tanto che il suo culto è pervenuto ininterrotto fino ai giorni nostri. Narrano gli antichi biografi che egli, dalla sua cella, attraverso lo spesso muro che lo separava dalla adiacente chiesa, riuscisse a vedere il sacerdote celebrante la Messa all'altare della chiesa stessa. Ancora nelle antiche biografie si legge che nel beato Giacomo il desiderio dell'eucaristia era tale che, nei giorni imminenti la morte non essendo il sacerdote potuto salire a celebrare la santa messa alla chiesa di San Giacomo Apostolo a causa di un'abbondante nevicata, Gesù stesso, "sacerdote e vittima al tempo stesso", come si canta in un antico inno, scese a comunicarlo.

Morì ricco di meriti, veneratissimo dal suo popolo, il 28 dicembre del 1289.

Il suo venerato corpo si conserva in un'artistica urna (1768) sopra l'altare maggiore della chiesa parrocchiale dei Santi Paolo e Michele nel centro di Montieri. Il suo nome è iscritto nel catalogo dei Santi della diocesi di Volterra.

venerdì 11 settembre 2020

Reliquie e corpi santi a Piedimonte Matese

 


Basilica di S. Maria Maggiore.

La pieve dell’antica, piccola Piedimonte, sorgeva a Piazzetta, oggi Largo S. Maria Vecchia. Aveva la facciata rivolta a Nord, il coro laterale all’altare maggiore, il campanile innalzato nel ‘200, a sinistra vicino all’ingresso superiore dell’attuale palazzo ducale: era lunga 68 palmi (anteriori alla riforma del 1840), larga alla porta 38 palmi e all’altare, compreso il coro, 60.

Nel 1581, secondo la bolla dell’arcipretura, appariva decora, venuta ac ampla forma aedificata, ma nel 1734, secondo un ricorso del clero di Vallata, appariva piccola, rustica, dal soffitto cadente: antiquata, rustico pariete ad intra et extra, parva et incapax populi parochiae propriae, absque architectura confecta cum lacunari et campanaria turri pene labentibus.

In effetti fu chiusa al culto nel 1753; nel 1772 fu abbattuta.

In S. Maria fu predicata la Crociata, e si riunì il clero in capitoli generali.

Dalla fine del ‘500 si intitolò Maggiore, cioè la chiesa principale dedicata alla Madonna, e fu per secoli il sepolcreto di Piedimonte.

L’attuale S. Maria sorse sotto la rupe del Migliarulo coronata dalle mura fortificate ricavando il materiale dal posto.

Il 7 Aprile 1725 fu benedetta la prima pietra dal vescovo Porfirio, presenti i personaggi di Casa Gaetani e un popolo plaudente come si sa dalla cronaca in latino del curato G. Pagano nel IV registro dei battezzati di S. Maria Maggiore.

Dopo qualche anno, raffreddatosi l’entusiasmo, le fabbriche furono abbandonate.

Abbattuta S. Maria vecchia furono ripigliate, e si giunse al 7 Agosto 1773, quando fu aperta al culto dal vescovo Sanseverino, uscito processionalmente da palazzo ducale col capitolo, il clero e il seminario.

I canonici si recarono a S. Giovanni e di lì portarono il Venerabile, si cantò la messa pontificale dopodiché il sindaco Vincenzo d’Amore consegnò le chiavi al Capitolo (atto del notaio Pasquale Paterno in 7 articoli).

Il gesto veniva a dire che la chiesa, fatta con sottoscrizione popolare, era di patronato comunale, tanto che il comune accantonò 20 Ducati l’anno per accomodi, come da lettera dell’arciprete Ragucci del 20 Maggio 1817 al sindaco.

La chiesa ebbe il campanile nel 1827, progetto dell’Ing. Brunelli, e nel 1858 la facciata, progetto Ing. Garzia, con la sottoscrizione di Piedimontesi per lo scampato regicidio di Re Ferdinando II, l’8 Dicembre 1856.

All’interno è lunga m 45,65, larga m 24,10 alta al centro della cupola m 26 circa.

Oltre all’altare maggiore in fabbrica, rivestito di intagli, a sinistra entrando sorge il battistero e le cappelle di S. Raffaele (dei Pertusio), della Natività (dei Giorgio), della Pietà, detta del Rosario (dei Gaetani d’Aragona), e in fondo S. Marcellino. A destra entrando stanno le cappelle del Crocifisso, con altare del 1916, di S. Anna (dei d’Agnese), di S. Giuseppe (dei D’Amore), del S. Volto, e in fondo del Sacramento. Le tele raffiguranti i titoli degli altari sono state levate, e al loro posto stanno dal 1934 le tavole portate da S. Giovanni che non corrispondono alla dedica degli altari.

Il Tesoro, prima nella cappella di S. Marcellino, al posto attuale dal 1645 conserva statue e reliquie.

Al 1° piano, da sinistra: S. Felice prete e martire, † 30 Agosto 304; nel Gennaio 1799 i Francesi rubarono la testa d’argento, e frantumarono il carnio sotto i piedi; dopo ricomposta in un vaso di cristallo; aveva antico culto a Piedimonte di rito doppio: S. Francesco di Sales † 28 Dicembre 1622, di patronato dei Giorgio, piccola reliquia nella croce pettorale (autentica del vescovo di Nardò, del 21 Gennaio 1721); S. Filippo Neri † 26 Maggio 1595, compatrono di Piedimonte con festa di rito doppio, statua fatta scolpire da Filippo Mastrodomenico nell’ultimo ‘600, con al collo piccola reliquia dono del canonico C. G. Iacobelli; S. Bonaventura martire, con teschio sotto la statua; 2° piano da sinistra S. Marciano martire † 17 Giugno 304, a Roma sulla via Ostiense a 2 miglia dalla città, con interessanti particolari, che insieme a S. Casta stava in un cappella in via Petrara dirimpetto al vico Pimpinella; S. Casta martire † 29 Ottobre 304 (?), se ne diceva l’ufficio insieme a S. Marciano; S. Vittorina di cui non si sa niente, con reliquia del braccio donata da don Carlo Gaetani d’Aragona, come la reliquia si S. Silvia, (strumento notaio Giovanni Antonio de Angelis, 9 Maggio 1650); 3° piano, da sinistra 3 ostensori con reliquie dei sS. Genziano, Claudio e Giusta; scarabattola con reliquie di S. Salvato martire, donate da don Lotario della Cinia, a lui donate dal card. Gaspare di Carpegna (autentica nell’urna, 11 Aprile 1706); scarabattola con teschio di S. Callisto martire non conosciuto; ultimo scompartimento a destra 3 ostensori con reliquie dei sS. Antonina, Concordio e Teodoro: in alto, sul frontone: scheletro intero di S. Giuseppe martire samaritano, pare di Antiochia, † 19 Marzo…, reliquia di grande interesse, se autentica. Dal martirio di lui, per erore prese origine la festa di S. Giuseppe. Il martire era figlio di S. Fotina, e fratello di S. Vittore, tutti uccisi per la fede.

Il Tesoro viene aperto di Natale, Pasqua, S. Marcellino e Ognissanti.

Quanto al latte della Madonna, pure conservato in S. Maria, si avverte che si tratta di una polvere bianca che si portava da Tera Santa, ricavata dalla polverizzazione di una tipica rupe.

Da quando fu aperta al culto è servita anche alle cerimonie ufficiali.

Durante il reame di Napoli, il vescovo, alla presenza del sottintendente e delle altre autorità distrettuali, vi ha celebrato i lieti e luttosi avvenimenti di Casa Borbone.

Col mutare degli eventi, dal 1860, il vescovo Di Giacomo vi cominciò a far lo stesso per la nuova Italia.

Il 4 Novembre 1860 ci fu solenne rendimento di grazie col Te Deum, per la raggiunta unificazione nazionale, mentre ancora si combatteva a Gaeta.

La prima festa dello Stato (1° domenica di Giugno), fu solennizzata al Mercato, ma il 28 Giugno, il vescovo celebrò in questa chiesa il solenne suffragio per il conte di Cavour, al quale erano stati proibiti i Sacramenti e i funerali religiosi, perché aveva fatto incamerare dallo Stato il patrimonio della Chiesa. Il vescovo liberale, devoto all’Italia sabauda ed una, vi continuò i solenni rendimenti di grazie, ogni 14 Marzo, genetliaco del sovrano unificatore, fino al ’72. Poi la questione romana non permise che si continuasse.

Le cerimonie patriottiche ripigliarono nel periodo fascista specie con quelle imponenti del 4 Novembre, officiate dai vescovi Del Sordo e Noviello.

 


Solitudine di S. Maria degli Angeli

Fu ideata dal provinciale fr. Giovanni di S. Maria.

Il primo sentiero nel bosco fu tracciato dal boscaiolo, di Castello, Ferrantone, e si arrivò alla rupe.

Il progetto dei frati era che l’eremo ricordasse loro la Verna in Toscana e il Pedroso in Estremadura.

La piccola grotta in alto, sotto la rupe fu dedicata a S. Michele del Gargano, le fabbriche della chiesa e del piccolo convento terminarono dopo circa quattro anni, e la chiesa fu consacrata dal vescovo De Lazzara:

CONSACRATA FUIT BASILICA ISTA AB ILL.MO ET REV.MO DOMINO JOSEPH LAZARA EPISCOPO ALLIPHANO / DIE II AUGUSTI MDCLXXVIII.

Sul cancello d’ingresso, la lapide in alto è attribuita alla religiosa poetessa arcade, principessa Aurora Sanseverino.

TACITURNI ROMITI, O PASSEGGERO, / VIVON LIETI IN QUEST’EREMO BEATO, / CHE NON SENZA PROFETICO MISTERO, / NE’ TEMPI ANDATI IL MUTO FU APPELLATO. / QUI SI CONVERSA IN CIEL, QUI IN SPIRTO VERO, / DA MUTI E MORTI AL MONDO E’ DIO LODATO: / QUI PARLA IL VERBO AL CORE. ENTRI CHI TACE / PERCHE’ ‘L SOLO SILENZIO E’ QUI LOQUACE.


Un viale ombroso, affiancato da una Via Crucis, porta al grazioso santuario e alle cappelle sparse nel bosco. Sono: S. Michele, in alto S. Antonio, fatta costruire dalla duchessa C. Acquaviva; S. Pietro di Alcàntara, edificata per lascito di monS. G. Munos, dopo il 1715; Natività, oggi diruta; S. Giuseppe, oggi diruta, edificata nel 1781 dal P. Gaetano di S. Pietro, Provinciale, e custodiva una copia di Fr. De Mura; quella dedicata a S. Giovan Giuseppe, dove cadde il masso che stava per schiacciarlo, come ricorda la lapide:

D.O.M. SACRUM / IN QUO LOCO B. JOHANNES JOSEPHUS A CRUCE / AB EXTREMO DISCRIMINE COELESTI OPE SERVATU EST…

Nel 1779 fecero il lastricato innanzi alla chiesa e il giardino sottostante; altri restauri vennero inaugurati il 2 Aprile 1905 fino agli ultimi, curati nel 1975-76 dal padre Nicola Borretti o.f.m., coi quali sono state rifatte tutte le strutture interne.

Mettendo da parte qualche cimelio inaccettabile, e le imitazioni (S. Sindone, S. Chiodi, Veronica), fra i cimeli ricordiamo quelli riguardanti S. Giovan Giuseppe (la maschera di cera fatta da Maria de Matteis, il bastone che volò nel duomo di Napoli, dove l’aveva perduto), e il velo di monacazione di S. M. Maddalena de’ Pazzi; fra le relique insigni ricordiamo i corpi dei santi martiri Petronio (a sinistra) Flaviano (sotto), e Vincenzo (a destra). Il Provinciale fr. Gaetano scrive di averli avuti a Roma nel 1777, furono rivestiti di porpora data dalla Regina M. Carolina; a Piedimonte furono fermati al casino del duca, e la domenica 16 Settembre 1720 una processione, preceduta dal duca e da tutti i galantuomini, si diresse all’Annunziata, poi a S. Maria Maggiore, e il giorno seguente da S. Sebastiano le urne salirono a S. Maria Occorrevole; nel 1782 si aggiunsero altre reliquie di S. Vito martire, S. Donato vescovo e martire, e del beato Matteo da Girgenti. Su tutte emerge per la singolarità, il sangue di S. Teresa di Avila † 5 Ottobre 1582 (per la riforma del calendario calcolata al 15 Ottobre): la reliquia, portata a Napoli, era passata dal vescovo di Pozzuoli Nicola de Rosa, al protonotario apostolico Nicola de Bony, al principe di Piedimonte: il sangue era aggrumato, entrando nella solitudine si sarebbe liquefatto, dal Dopoguerra è tornato aggrumato; manca l’analisi chimica.

FONTE

mercoledì 19 agosto 2020

Gesù, t'appartengo ...

 

dagli scritti di S. Giovanni Eudes


San Giovanni Eudes, sacerdote, si dedicò per molti anni alla predicazione nelle parrocchie e fondò poi la Congregazione di Gesù e Maria per la formazione dei sacerdoti nei seminari e quella delle monache di Nostra Signora della Carità per confermare nella vita cristiana le donne penitenti; incrementò moltissimo la devozione verso i sacri Cuori di Gesù e di Maria, morì a Caen nella Normandia in Francia il 19 agosto 1680


lunedì 3 agosto 2020

S. Eleuterio, prega per noi!



Adagiata sul fianco di un colle, dominata dalla Rocca d'Arce, in bella posizione presso lo sbocco del Valle del Liri, Arce conserva nelle ripide e strette vie del suo centro storico l'aspetto medievale. Gran parte dell'abitato moderno invece si è sviluppato lungo la sottostante via Casilina e qui la laboriosità di suoi abitanti ha concentrato molte sue attività.

In due epistole, una al fratello Quinto, l'altra all'amico Tito Pomponio Attico, Cicerone parla del territorio "Arcanum" e di una Villa Arcana, descritta e magnificata. Certo del periodo romano restano iscrizioni e alcuni reperti. Non dimentichiamo che nel territorio di Arce era sita la colonia latina di Fregellae fondata dai Romani nel 328 a.C.

Oggi è un importantissimo parco archeologico, che, con scavi scientifici a livello universitario, sta rinvenendo alla luce ed è visitabile in qualunque momento dell'anno. Nel medioevo Arce ha conosciuto vicende storiche travagliate: occupata nel Vl sec. dai Goti di Totila, guerra con i Bizantini, venne devastata in seguito dalle orde saracene.

Fu luogo strategico di notevole importanza, situato al confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli. Tra le sue chiese citiamo: SS. Pietro e Paolo (XVII sec.) con due torri campanarie e l'interno a croce greca; Santa Maria che conserva un crocefisso ligneo pregiato e "miracoloso"; Sant' Antonio con un magnifico portale del XII secolo.

 

La chiesa parrocchiale di Arce, Arcipretale e Collegiata, è dedicata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo.

È a forma di croce greca, da un’iscrizione nell’abside apprendiamo come la chiesa fu edificata tra il 1702 e il 1744; consacrata il 17 dicembre di quell’anno dal Vescovo diocesano S.E. Mons. Antonio SPADEA.

La tradizione vuole che fosse stata costruita con il lavoro spontaneo di tutta la popolazione.

Si hanno notizie frammentarie su di un’antica chiesa dedicata al solo San Pietro e che doveva trovarsi in quel luogo.

L’attuale complesso architettonico domina maestosamente piazza Umberto I (che si trova a 245,46 metri s.l.m.); ha una superficie di 540 mq ed una cupola alta 24 metri, una capienza di 1500-1800 persone; è di stile barocco con molti stucchi e dipinti.

Di epoca più antica sono i dipinti del secondo cornicione, gli altri furono effettuati con i restauri generali del 1910, quando era parroco Don Giuseppe MARROCCO e Vescovo diocesano S.E. Mons. Antonio Maria JANNOTTA.Il pittore che realizzò queste opere fu Edoardo RIGHI con l’aiuto di decoratori locali, fra cui Eleuterio PELILLO e di stuccatori fatti venire appositamente da Firenze.

 

L’altare successivo è quello dedicato al Sacro Cuore di Gesù, fino alla metà del secolo era dedicato al Santissimo Sacramento, l’attuale statua a sostituito una pala raffigurante l’ultima cena negli anni ’50; sono da notare i due angeli ai lati dello stesso con le seguenti frasi: “VENITE ET COMEDITE PANEM MEUM – Prov. 9-5” cioè “Venite e mangiate il mio pane”; “SI QUIS MANDUCAVERIT EX HOC PANE VIVET IN ATERNUM – Num. 90-10” cioè “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giovanni VI, 58), in questo altare si celebravano i matrimoni e vi si conservava l’olio degli infermi in un tabernacolo nella parete. Nei due rosoni sovrapposti si possono ammirare due scene, in stucco, del Nuovo Testamento. Poste nella parte superiore dell’altare ci sono due statue la Vigilanza e il Magistero. Altre particolarità di quest’altare sono le due mensole semicircolari sorrette da figure maschili a mezzo busto sui lati; nel paliotto centrale due scene dell’Antico Testamento. Belli anche gli stucchi delle pareti laterali, ed in particolare quello sopra il tabernacolo dell’olio degli infermi che rappresenta un Santo che entra in un paese da una torre (o chiesa) esterna; l’altro nella parete destra, rappresenta la morte dello stesso.

Proseguendo si incontra una lapide funeraria, l’unica, datata 1859, essa ci fa capire come nella metà dell’800 i morti si seppellissero ancora nella chiesa. Continuando la nostra visita incontriamo due amboni in marmo, quest’opera offerta dal Geom. SERA Don Carlo in memoria della consorte defunta N.D. Maria BARTOLOMEI, furono realizzati nel 1965 dov’erano gli altari dell’Immacolata e di San Giuseppe da una ditta di Ceprano. Il primo altare, cioè quello dell’Immacolata, all’epoca della costruzione della chiesa, era di patronato del canonico Germani, come si può notare vi sono due stucchi al lato di esso che rappresentano lo stemma della famiglia del canonico, l’attuale tela raffigurante l’Immacolata è stata realizzata dall’artista locale Alberto PELAGALLI ed ha sostituito quella precedente che è stata rubata che rappresentava l’Immacolata opera dell’artista locale Raffaele QUATTRUCCI che era una copia del quadro del MURILLO.  Nel cartiglio è contenuta la seguente iscrizione: “IN CONCEPTIONE TUA VIRGO IMMACOLATA FUISTI ORA PRO NOBIS PATREM CUIUS FILIUM JESU PEPERISTI” cioè “Nel tuo concepimento fosti Vergine Immacolata prega per noi il Padre di cui generasti il Figlio Gesù”. L’altro, cioè quello di San Giuseppe agli inizi dell’800 era di patronato della famiglia PESCOSOLIDO; la pala rappresenta la Sacra Famiglia con San Giovanni Battista. Nel rosone che sovrasta l’altare, a stucco, è raffigurato San Vincenzo Ferreri nel cartiglio vi è la seguente iscrizione: “CUM ESSET DESPONSATA MATER JESU MARIA JOSEPH” cioè “Essendo Maria la Madre di Gesù promessa in matrimonio a Giuseppe” (ufficio votivo di S. Giuseppe sposo della B.V.M., Antifona I).

Passando ad ammirare l’altare maggiore possiamo dire che la parte anteriore è stata costruita con pregevole marmo policromo dalla ditta Rubino di Napoli nel 1949; da ammirare il bassorilievo del paliotto raffigurante l’ultima cena, agli inizi degli anni ’70, per adattarlo alla nuova liturgia, fu costruita la parte anteriore (mensa) e la balaustra. Celato dall’altare vi è il coro in legno, la semplicità dello stile lo fa apprezzare per la sua eleganza. Alle pareti di lato sono rappresentati: a sinistra, la consegna delle chiavi del paradiso a San Pietro (Mt. XVI, 17-19) e a destra la conversazione di San Paolo sulla strada di Damasco (Atti IX, 1-9).

Nel cielo, sopra questo braccio, l’Eterno Padre nella creazione del mondo, negli angoli: la Giustizia, la Pace, la Carità e la Verità; nelle lunette i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele. Nel catino dell’abside vediamo in un coro angelico San Pietro e San Paolo con sotto l’iscrizione: “PETRUS ET PAULUS IPSI NON DOCUERUNT LEGEM TUAM DOMINE” cioè “Pietro e Paolo quegli stessi che insegnarono a noi la tua legge o Signore”. Qui è anche riprodotto lo stemma del Comune di Arce e vi è l’iscrizione relativa al restauro della chiesa; che attualmente non è visibile a causa dell’installazione del nuovo organo da parte della ditta BEVILACQUA di Torre dei Nolfi (AQ), in occasione del 25° anniversario di vita sacerdotale di Don. Antonio MARCIANO, qui vi è l’iscrizione: “LAUDATE DEUM CHORDIS ET ORGANO” cioè “lodate Dio con le corde e con l’organo”.

Il sesto altare è quello dedicato a San Rocco, comprotettore della città di Arce. Anch’esso ha subito dei restauri nel 1956 con l’offerta di tutta la popolazione, vi è la statua del santo, non ha cartiglio ma vi è ugualmente l’iscrizione che è la seguente: “PESTE LABORANTE  ROCHE PATRONUS ERIS” cioè “mentre imperversa la peste o Rocco sarai Patrono”, come è noto protegge dalla peste. Sovrasta l’altare una piccola tela raffigurante l’Assunzione della Madonna al Cielo.

Il settimo ed ultimo altare è quello dedicato alla Madonna di Pompei; questo fino alla metà di questo secolo era denominato del Crocifisso e/o della Morte perché vi si celebravano i funerali. Il rosone che sovrasta l’altare rappresenta la Madonna Addolorata, nel cartiglio l’iscrizione: “CUJUS ANIMA GEMENTE CONTRISTATA ET DOLENTE PERTRANSIVIT GLAUDIUS” cioè “una spada a Te gemente tenerissima e dolente trapassava l’anima”; sovrasta l’intero altare uno stemma turrito con il monogramma “PAX”. A quest’altare venne cambiata denominazione da altare del Crocifisso, nome dovuto alla pala raffigurante un Crocifisso, a Madonna di Pompei perché vi si tenevano i “sabati” a Lei dedicati, ed essendo la tela logora e abolita la funzione principale dell’altare, cioè la celebrazione die funerali nel 1956 fu realizzato il mosaico e l’altare in marmo come appare attualmente, il quadro della Madonna è opera dell’artista locale Marco D’EMILIA, ed ha sostituito la stampa rubata. Il cielo è affrescato con l’offerta di Giuda il Maccabeo al tempio di Gerusalemme perché si offrisse un sacrificio per i suoi soldati morti (II Maccabeo XII, 43). Proseguendo si passa vicino alla nicchia contenente le statue dell’Addolorata e dell’Immacolata, passando oltre si ammira il grande Crocifisso; il cielo è affrescato con degli angeli ovali che contengono angeli con i simboli della passione. Tornati al centro della chiesa e voltandoci a guardare sopra l’ingresso principale possiamo ammirare l’organo antico, opera del celebre organaro CATARINOZZI e l’affresco nel cielo del braccio che rappresenta il trasporto dell’arca dell’alleanza intorno alle mura di Gerico, che con squilli di trombe fecero cadere le mura della città (Giosuè VI, 1-27).

I quadri della Via Crucis sono stati messi l’8 marzo 1957.

La pavimentazione, in pietra “perlato d’Ausonia”, è opera della ditta IACOBUCCI di Frosinone.

Le attuali acquasantiere hanno sostituito quelle rubate nel 1986, le quali erano state donate da Olga SANTORO per lascito di Alfonso TRONCONI.


SANT'ELEUTERIO PELLEGRINO

Sant’Eleuterio nacque a Silions in Bretagna,  nella seconda metà del VII secolo, dalla famiglia apprese i primi insegnamenti cristiani.

Egli cresceva pieno di vita, di gentilezza e di altruismo con una semplicità che gli veniva dal cuore.

Ancora molto giovane rimase colpito dagli insegnamenti dei monaci benedettini mandati dal Papa Gregorio I per evangelizzare quelle terre.

Ricevette il battesimo ed aderì con slancio ed ardore alla fede e alla dottrina cristiana.

Il suo carattere era affabile ma celava una più autentica virtù di forza, una volontà senza incrinature, che Lo avrebbe avvicinato sempre di più all’Altissimo.

Dal padre imparò sicuramente l’antica arte delle armi, che sapeva condurre con intelligenza e profitto, tuttavia preferiva condurre una vita spensierata in compagnia degli amici.

Mai però usava parole volgari, mai commetteva villanie.

Al padre che si lamentava della spensieratezza del figlio la madre rispondeva “vedrai, Eleuterio, non si perderà: ama tanto il Signore ed è troppo buono!”.

La bontà, l’amore erano la sua caratteristica, il fondamento della sua personalità.

Aveva appena venti anni; la vita era tutto uno sbocciare di sogni e di speranza. La sua intima gioia e la sua ardita consapevolezza si manifestavano nella irrequietezza   gaudiosa, nel   portamento aitante.

Egli ardiva di vivere e di lottare per un grande ideale al servizio di Cristo. Ecco l’occasione propizia: il viaggio di alcuni suoi compagni in Terra Santa.

Essi decidono di partire per suggellare la loro conversione, il Sacro Legno della Croce, dopo alterne vicende, è stato riportato a Gerusalemme.

Essi vogliono partire e venerare la tomba di Cristo e conoscere i luoghi che avevano visto la predicazione, i miracoli e la Passione del Signore.

Eleuterio è ardente ed entusiasta del viaggio che gli si prospetta, i Luoghi Santi sono di nuovo nelle mani della cristianità, la via per Gerusalemme è libera; finalmente il suo sogno si sta per realizzare.

La madre spaventata non vuole che parta, ma Lui ricco di Spirito Santo decide di partire, abbandona tutto e nella pienezza del suo spirito giovanile parte dalla sua casa per la sua meta: Gerusalemme.

Eleuterio si prepara per affrontare il viaggio, indossato un semplice saio, e preso un ampio mantello, senza maniche in modo che gli possa servire sia da riparo per la pioggia che da coperta, mette un cappello a larga tesa, per proteggersi il viso dal sole e per impedire alla pioggia di scendere lungo la schiena, prende il bastone, servirà lungo il viaggio ad offrire sicuro appoggio sulle montagne e nell’attraversamento dei fiumi, parte per la sua meta.

Il nostro Eleuterio è impaziente di vedere la Santa Gerusalemme e la Terra Promessa.

Si incammina, lascia la sua terra e attraversa il mare, va in  Francia, segue la via Domitia, supera le Alpi al passo del Moncesio. 

Giunto in Italia, da Torino si diresse verso oriente sino ad Aquilea seguendo un tratto della via Postumia, toccando Tortona, Piacenza, Cremona, Verona e Vicenza da qui finalmente giunge a Venezia.

Qui si imbarca su una delle navi dirette in Palestina.

La nave segue il tratto della costa dalmata passando dai depositi mercantili veneziani in Grecia, a Rodi e a Cipro, fino ad arrivare a Giaffa, sulla costa asiatica, da qui poi a piedi va a Gerusalemme.

Il viaggio durò circa 40 giorni, le difficoltà incontrate vennero affrontate e superate con la fede e la preghiera.

Finalmente giungono in Terra Santa; appena avvistata la costa della Palestina Eleuterio e i suoi compagni ringraziano il Signore che ha concesso loro di vedere la Santa Gerusalemme e la Terra Promessa.

Visitò con grande trasporto la città di Gerusalemme e i luoghi Santi; girò per la Galilea e pregò sulla terra che Cristo aveva calpestato con i Suoi Piedi e dove si manifestò in Corpo e Spirito.

Pregò con fervore sul Santo Sepolcro, ormai liberato dagli infedeli, il Cenacolo ed il Golgota.

Quanto tempo si sia fermato nei luoghi santi non ci è dato a sapere ma, quasi certamente, dopo essersi recato a Nazareth e rinnovato il suo “fiat” iniziò il suo ritorno verso casa non prima, però, di aver visitato altre località sedi di Santuari e di avvenimenti legati al cammino di Cristo e dei Suoi Apostoli  o comunque connessi alla professione di fede.

Decise che giunto infine in Italia prima di dirigersi verso Roma si sarebbe recato, per trascorrere ancora un pò di tempo in solitudine e preghiera, sui luoghi dove apparve l’Arcangelo Michele: il monte Gargano

Partito da Nazareth, si diresse verso Antiochia, la città da dove partirono gli Apostoli per evangelizzare il mondo, da qui a Tarso, città che diede i natali a San Paolo, proseguì verso Costantinopoli dove poté venerare la corona di spine e il perizoma di Gesù, il suo viaggio lo portò a Tessalonica, infine si diresse a Durazzo dove si imbarcò per raggiungere Otranto. 

Giunto così al porto di Otranto, Eleuterio si diresse verso Brindisi e da qui sul Gargano fino a salire sul sacro monte.

Qui al di sotto di un unico masso roccioso c’è la chiesa di San Michele, che, come è noto, è stata Consacrata proprio da Lui.

In questo luogo, trovò rifugio in una grotta ed in digiuno, solitudine e preghiera trascorse le sue giornate.

Dopo del tempo, certamente dopo la festa dell’Arcangelo, l’8 maggio, decise di riprendere il viaggio verso casa non senza però essere passato per Roma e aver pregato sulla tomba del Principe degli Apostoli.

La strada che si prospettava era lunga e faticosa.

Eleuterio, ed i suoi compagni, si misero in viaggio verso Roma, seguirono la strada pedegarganica che passava per la valle di Carbonara, da qui sull’altipiano di San Giovanni Rotondo, il pantano di S. Egidio, S. Matteo, S. Marco in Lamis e da qui S. Severo.

Da quest’ultima località la strada si immetteva sulla via Litoranea passando per la contrada Branca, dove sorge tuttora un casale dedicato a Sant’Eleuterio, attraversava il Candelaro prendendo verso nord-ovest per Civitate e seguendo la via Traiana verso Benevento e Montecassino.

La tradizione ci dice che furono non meno di sette questi amici che in stretta concomitanza raggiunsero la Valle del Liri. 

Il viaggio fu sicuramente lungo e faticoso, pieno di insidie e di pericoli; i compagni che lo avevano accompagnato durante il viaggio muiono lungo la strada, dopo circa venti giorni il giovane Eleuterio sopraffatto dalla fatica, dalle privazioni, ma felice per aver espiato i propri peccati, giunge ad Arce, è il 28 maggio.

Eleuterio decide di fermarsi ad Arce prima di passare nello Stato Pontificio.

Non abbiamo una cronaca con i particolari di come avvenne, visto che i pellegrini non erano seguiti da cronisti, ma la tradizione orale ci racconta che Eleuterio aspettando l’alba per passare nello Stato Pontificio trovandosi al confine, vede che lì vicino al ponte c’è una locanda, è notte, bussa alla locanda e l’oste vedendolo sporco e senza soldi gli rifiuta l’ospitalità, gli aizza contro i cani, lo scaccia.

Ormai stanco, sente che presto sarà nella gloria degli Angeli, trova un riparo di fortuna nella vicina Campolato. Qui il Signore lo chiama a sé.

Gli abitanti del luogo lo trovano all’alba del 29 maggio con i cani, che l’oste gli aveva aizzato contro, a guardia e con un groviglio di serpenti ai piedi.

Immediatamente viene seppellito, sulla sua tomba eretta una chiesa; è invocato contro il morso dei cani rabbiosi e degli animali velenosi.

La fama della sua santità non ha confini e da ogni parte vengono a chiedergli grazie, che Lui ricolma ancora oggi dal cielo.

* * *

Leggendario è quindi il nostro Eleuterio, le varie versioni della sua vita sono state tutte tramandate oralmente nel corso dei secoli e qualche volta ci appaiono contraddittorie perché arricchite da una buona dose di fantasia popolare. Nessun documento, infatti, esiste per fissare l’epoca in cui egli sia vissuto.

Quella precedentemente narrata è una delle versioni della vita. È probabile che al Santo Pellegrino - sconosciuto agli arcesi - sia stato attribuito il nome Eleuterio traendolo, forse dalla località ove fu rinvenuto il suo corpo: sappiamo infatti, che nella zona vi era una villa di Quinto Cicerone denominata «Laterium». Nel dialetto arcese il nome del Santo viene pronunziato «Lautèrie», che appare foneticamente molto vicino al termine «Laterium».

Le scarse notizie storiche fanno collocare l’origine del culto nella seconda metà del XVI secolo. Il primo accenno relativo all’esistenza del santuario risale al 1564, quando tutte le chiese della diocesi d’Aquino (di cui il nostro paese faceva parte) furono tassate per l’erezione del seminario. In tale occasione il santuario fu esentato dal pagamento perché in costruzione. La data d’ultimazione dei lavori potrebbe essere 1582 incisa sul portale. Della fine del XVI secolo sono anche le raffigurazioni pittoriche note. In tutte Sant’Eleuterio è riconoscibile dall’abito di pellegrino che indossa, dai due cani alla catena e dal groviglio di serpenti ai suoi piedi: motivi questi che caratterizzano tutte le altre immagini fino ai giorni nostri. Il documento iconografico più antico è databile intorno al 1590 riguarda un’opera attribuita a Marco Mazzaroppi ed è visibile in copia nel santuario; di un decennio successivo è il dipinto custodito a Ferentino nella chiesa extra moenia di S. Maria delle Grazie più nota come San Rocco; la terza tela è quella posta sull’altare dedicato al Santo nella chiesa parrocchiale, essa risale alla prima metà del XVIII secolo. In entrambe le tele arcesi si nota, alle spalle del Santo, un paesaggio nel quale emergono elementi architettonici effettivamente presenti nell’area del santuario. Se nella prima è visibile un nucleo abitato, nell’altra sono ben evidenti i luoghi canonici del Santo: il ponte sul Liri e la torre di Campolato. Quest’ultima ben visibile in un foglio devozionale della fine del XVII secolo. Attualmente sono note tre statue del Santo: una lignea risalente al 1830 circa, conservata nella cattedrale di Aquino; due in cartapesta rispettivamente custodite presso il santuario e la parrocchiale di Arce.

Altre due icone che rappresentano il Santo si trovano nella chiesa parrocchiale di Arce, infatti, ai lati dell’altare del Sacro Cuore vi sono due stucchi a rilievo, il primo a sinistra si suppone rappresenti l’arrivo di S. Eleuterio a Gerusalemme, è ben visibile la mezza luna, simbolo dell’ISLAM, una torre alle spalle, la sua casa, il mare e le mura della città Santa, il secondo a destra la sua morte, qui si vede il nostro Santo accolto dagli angeli in paradiso.

La devozione per S. Eleuterio è rivolta essenzialmente alla protezione e alla guarigione dai morsi di cani e di serpenti. Intorno alla sua figura taumaturgica, proprio perché relativamente «recente» sono confluiti non soltanto rituali e usanze ma anche espressioni e modi di dire già presenti per altri Santi con analogo patronato ma di più antica venerazione. Comunque a tutte le leggende è comune la circostanza del rinvenimento del cilicio in ferro indosso al pellegrino. Fuso in epoca imprecisata, se ne ricavarono due chiavi: una rivestita d’argento, rimase ad Arce, l’altra fu destinata alla sede vescovile d’Aquino, in seguito vedremo l’esistenza di altre chiavi non citate nella tradizione arcese ma comunque riferite al culto del nostro S. Eleuterio.

Per quanto riguarda i modi di dire legati al Santo ne riportiamo alcuni dei più comuni: «N’n vid’ la serpa e ‘nvoche Sant’ Lautèrie» si usa rivolgendosi a chi si spaventa prima di un pericolo reale mentre «Và a bacia la chiav’ d’ Sant’ Lautèrie» si usa con chiunque dimostri una fame «arrabiata».

 

Le reliquie del santo sono conservate in un'urna sotto l'altare a lui dedicato nella chiesa parrocchiale dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Arce.


La memoria liturgica ricorre il 29 maggio, quando la statua del Santo Patrono, insieme a quella di santa Rita, viene portata in solenne processione per le vie del centro storico del comune.

Per tale occasione, la domenica successiva al 5 maggio, giorno che la popolazione arcese dedica al digiuno, le statue di sant'Eleuterio e di santa Rita da Cascia vengono traslate in solenne processione, in un tripudio di canti e fuochi d'artificio, lungo un percorso di quattro chilometri, dal Santuario dedicato al Santo alla Chiesa parrocchiale dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Qui restano sino alla metà di giugno, quando sempre in solenne processione, vengono riportate nel Santuario.

Altra festività legata al santo è il 3 agosto; qui i festeggiamenti si svolgono nel Santuario, situato in località sant'Eleuterio.

La chiesa-santuario è dedicata a Sant’Eleuterio Pellegrino e Confessore, Patrono della città; essa si trova quasi al confine con Fontana Liri nei pressi della torre detta “del Pedaggio” o di “S. Eleuterio". La costruzione attuale risulta molto modificata da quella che doveva essere la costruzione originaria, si noti infatti nella parte posteriore dell’edificio la torre campanaria, a forma quadrangolare, più simile ad una torre di difesa che ad una campanaria.

Le prime notizie dell’esistenza di questa chiesa le troviamo già a partire dal 1574, allorché veniva costruito il seminario vescovile di Aquino, questa chiesa non venne sottoposta ad alcuna tassazione perché si trovava in costruzione. Notizie successive ci fanno sapere di una controversia tra l’Università di Arce (ovvero l’allora Comune) ed il clero della Parrocchia di San Pietro (l’attuale SS. AA. Pietro e Paolo), entrambi sostenevano di essere i proprietari dell’edificio e dei beni legati alla chiesa; notizia certa è comunque che nel 1603 essa apparteneva all’Università.

Una testimonianza ben precisa sull’importanza del culto di questo Santo l’apprendiamo nel libro “Il Ceprano ravvivato”, quando l’autore descrivendo il corso del fiume Liri arrivato ad Arce afferma: “…… e di Capo Lato, hoggi di S. Eleuterio Heremita, per la vicinanza di un suo Tempio notabile non meno per la sua deuozione, che per la ricchezza, e abondanza de voti; che si fa ammirare da tutti li riguardanti, oltre che pre risiedervi il suo benedetto corpo sotto dell’altare maggiore, apre la strada ad ogni nazione di concorrervi; li cittadini naturali di Arce, e le speranze, e se vogliamo rapportare il vero, non so se vi fù mai tepio maggiore à quello per la diuotione ……”; questa descrizione ci fa comprendere quale importanza abbia avuto questo santuario nel corso degli anni.

Nel ‘900 la chiesa ha subito l’ultimo restauro ed è stata ampliata la casa canonica.

La chiesa ha tre navate di cui una maggiore centrale e due più piccole laterali, la struttura statica dell’edificio è buona, come detto questa chiesa è dedicata la Protettore della città, infatti, nel presbiterio è esposta una copia fotografica della tela raffigurante il Santo opera del pittore cassinate Marco Marzaroppi .

Come detto la chiesa ha due navate minori, al termine delle stesse vi sono due piccoli altari non più utilizzati i quali hanno come pala degli affreschi su quello di destra è raffigurato San Rocco, comprotettore della città, su quello di sinistra è raffigurata la Madonna del Carmine e San Giuseppe.

La chiesa originariamente aveva 10 grandi finestre ma nei restauri del 1982 due di esse furono richiuse per così diventare le nicchie dove vengono conservate le statue di Sant’Eleuterio e Santa Rita da Cascia. Di recente sono state istallate delle vetrate artistiche nelle finestre sopra la porta, raffigurante la Santissima Trinità ed una nella finestra dell’abside raffigurante lo Spirito Santo. Quest’anno (1998) sono state sostituite le finestre della chiesa con delle vetrate istoriate che raffigurano i misteri principali della Redenzione.

La parte più interessante dell’intero edificio è comunque l’abside in quanto il materiale usato per costruire sia la mensa sia il leggio sono dei reperti archeologici di epoca romana rinvenuti nei pressi della chiesa. Nell’abside come in sacrestia sono ben visibile resti di affreschi della chiesa originaria, sono databili intorno al XIII – XIV secolo. Concludendo nell’abside, durante i lavori di pavimentazione è stata trovata una piccola nicchia in pietra, oggi visibile attraverso una grata, che doveva contenere i resti mortali di Sant’Eleuterio.


Festa 3 agosto 2020

domenica 2 agosto 2020

Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?


Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».

(Vangelo secondo Giovanni, cap 13)

Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

(Vangelo secondo Giovanni, cap. 14)



Gerusalemme è la mia casa

Guidami

Portami con te

Non lasciarmi qui

Gerusalemme è la mia casa

Guidami

Portami con te

Non lasciarmi qui

Il mio posto non è qui

Il mio regno non è qui

Guidami

Portami con te

Il mio posto non è qui

Il mio regno non è qui

Guidami

Portami con te

Guidami

Guidami

Guidami

Non lasciarmi qui

Guidami

Guidami

Guidami

Non lasciarmi qui

(TESTO ITALIANO UFFICIALE DI MANUEL E CLAUDIA B. JOY REGISTRATO ALLA SIAE)


Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, dal mio Dio, insieme al mio nome nuovo.

(Apocalisse di Giovanni, cap. 3)


martedì 28 luglio 2020

Vescovo e martire


Il Martirologio Romano, 28 luglio: A Mileto in Caria, nell’odierna Turchia, sant’Acacio, martire, sotto l’imperatore Licinio. L’iconografia lo raffigura quale vescovo. 



Subì il martirio durante la persecuzione di Licinio (308 - 311) a Mileto in Caria. I frammenti dei suoi atti greci, che ci sono pervenuti, hanno caratteri piuttosto favolosi. Stando alla narrazione, Acacio avrebbe superato incolume tutti i più diversi supplizi riservati ai cristiani, percosse, sevizie, bestie feroci e terribili tormenti col fuoco, durante i quali sarebbe perito in sua vece lo stesso tribuno incaricato dell'esecuzione; infine sarebbe stato decapitato. Nel Martirologio Romano la sua festa si celebra il 28 luglio, mentre nei sinassari greci il 28 o il 29 luglio.