martedì 17 marzo 2020

Santità a Corleone



Madonna di Gibilmanna

Sono stato a Corleone nel 2002. Quando intrapresi il viaggio per la Sicilia nel 2002, dissi ai miei amici palermitani che potevano portarmi dove volevano, ma due posti volevo visitare: Corleone, il paese di San Bernardo (che è sepolto a Palermo); e Gibilmanna, per sciogliere un voto alla Vergine, che avevo fatto a 15 anni.

In questi giorni scopro che la città di Corleone ha dato i natali ad un’altra perla di santità: Maria Antonia Destro (FONTE).

Serva di Dio Suor Maria Cira Destro appartenente all’Ordine di Santa Chiara, nasce a Corleone nel 1782. Nel 1801 entra nel monastero della SS. Annunziata di Corleone e diventa clarissa con la professione religiosa del 7 aprile 1804.
Nella sua vita, caratterizzata dalla sofferenza e dall’amore appassionato per Cristo Crocifisso, si verificano fatti straordinari.
Le inedite lettere che il confessore, decano Benedetto Canzoneri, scrive a monsignor Gabriele Gravina, vicario capitolare di Monreale, descrivono minuziosamente le sue intense esperienze mistiche e le manifestazioni di doni particolari: stimmate, effusioni di sangue, estasi, capacità di predire il futuro e di leggere nel cuore degli altri, visioni, levitazione, guarigioni, obbedienza ai comandi mentali dei Superiori, prevista espulsione di calcoli renali, dominio sugli animali.
Scrive Canzoneri a Gravina: «Il 3 maggio 1810, festa dell'inventio crucis, le si aprì una piaga in forma di croce al braccio sinistro, ma si rimarginarono le piaghe delle braccia e delle mani. Il 24 giugno dello stesso anno comparve un'altra piaga nel braccio destro a forma di cuore».
In particolare durante le estasi spesso mettono tra le mani di Suor Cira dei fiori per presentarli al Signore come offerta e richiesta di grazie, fiori che poi suor Maria Cira riconsegna come segno della preghiera esaudita.

Ma la giovane clarissa, vissuta nel monastero della SS. Annunziata di Corleone, sperimenta anche pesanti vessazioni diaboliche, calunnie e opposizioni da parte delle consorelle e di alcuni membri del clero. Costretta ad uscire dalla clausura, con Breve Apostolico della Santa Sede, per motivi di salute ma soprattutto a causa dei vari tentativi fatti in monastero per avvelenarla, muore dopo pochi mesi nella casa paterna, in fama di santità, il venerdì 24 luglio 1818 all’età di trentasei anni.
Sepolta nel monastero, si verificano vari eventi prodigiosi riportati nelle testimonianze raccolte per l’apertura del processo di beatificazione. Dal 1894 il suo corpo riposa nella Chiesa Madre di Corleone.
L’iter di canonizzazione ha compiuto questi passi:
·         11 febbraio 2019: Il Consiglio direttivo (Don Vincenzo Pizzitola, Presidente; Vincenzo Campo, Segretario; Giuseppe Terrusa, Tesoriere) dell'Associazione "Suor Maria Cira Destro" di Corleone chiede a Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, l'apertura della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Suor Maria Cira Destro (1782-1818), mistica della nostra terra di Corleone, discepola di Cristo Crocifisso e figlia di Santa Chiara d'Assisi, secondo l'iter previsto per le cause antiche.
·         12 marzo 2019: Parere favorevole da parte della Conferenza Episcopale Siciliana (Prot. N. 32/2019).
·         21 marzo 2019: Il Sacerdote Don Francesco Carlino del Clero Diocesano di Monreale viene nominato Postulatore della Causa.
·         31 maggio 2019: il Postulatore, Don Francesco Carlino, presenta all'Arcivescovo di Monreale, Mons. Michele Pennisi, il Supplex libellus a nome dell'Associazione Culturale "Suor Maria Cira Destro" di Corleone riconosciuta come Actor Causae.
·         22 luglio 2019: Editto dell'Arcivescovo di Monreale, Mons. Michele Pennisi, con cui viene reso pubblico il Libello di domanda del Postulatore e si invitano tutti i fedeli a fornire notizie utili riguardanti la Causa (prot. N. 313/19).
·         07 agosto 2019: Richiesta di Nulla Osta da parte dell'Arcivescovo di Monreale, Mons. Michele Pennisi, alla Congregazione delle Cause dei Santi di Roma per l'apertura della Causa.
·         28 novembre 2019: Nulla Osta della Congregazione delle Cause dei Santi di Roma per l'apertura della Causa di Beatificazione e Canonizzazione della Serva di Dio Suor Maria Cira Destro (Prot. N. 3481-1/19).

San Bernardo da Corleone (FONTE), al secolo Filippo Latini (Corleone, 6 febbraio 1605; † Palermo, 12 gennaio 1667) religioso dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
Filippo Latini nacque il 6 febbraio 1605 a Corleone, in Sicilia, battezzato con il nome di Filippo, quinto figlio di Leonardo, un calzolaio e conciatore di pelli, e di Domenica. La sua casa era, a detta di popolo, "casa di santi", poiché il padre era misericordioso coi poveri fino a portarseli a casa, lavarli, rivestirli e rifocillarli con squisita carità. Molto virtuosi erano anche i fratelli e le sorelle. Su questo terreno così fertile il giovane Filippo imparò presto a esercitare la carità e a essere devoto del Crocifisso e di Maria Vergine, alla quale ogni sabato rendeva l'omaggio della lampada votiva.
La vita della Sicilia del tempo, sotto la dominazione spagnola, era piena di fermenti politici e religiosi. Così, alla religiosità del calzolaio Filippo corrispondeva la sua vita caritativa. Sono molti coloro che hanno testimoniato di aver visto il giovane che andava cercando l'elemosina per la città in tempo d'inverno per carcerati senza vergognarsene. Filippo, poi, trattava bene i suoi dipendenti, dal momento che gestiva una bottega di calzolaio. Fu anche un bravo e temibile spadaccino, non solo di Corleone, ma di tutto il circondario; i suoi primi biografi affermano che arrivò a essere considerato la prima spada di Sicilia.
Alcuni testimoni precisarono ai processi che nessun difetto si era notato se non la focosità che aveva nel mettere mano alla spada quando era provocato. Questa focosità provocò ansie e timori non indifferenti ai genitori. I testimoni furono comunque tutti concordi nel deporre che se Filippo metteva mano alla spada era per difendere il prossimo da qualche vessazione: in ogni caso, non provocò mai nessuno, ma sempre fu provocato.
L'episodio del duello con Vito Canino del 1624 fu certamente decisivo nella giovinezza di Filippo, anche se è stato colorato con particolari romanzeschi. Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ebbe una vasta risonanza popolare, Filippo aveva avuto delle scaramucce con un non meglio identificato Vinuiacitu, che se l'era cavata con due dita ferite. Vito Canino, il commissario venuto da Palermo a Corleone per carpire il primato della scherma a Filippo, in realtà era un sicario mandato da Vinuiacitu allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dell'umiliazione subita. Nel duello Filippo mutilò per sempre il braccio del Canino, rendendolo inabile. Anche se aveva agito per legittima difesa, Filippo provò dolore e dispiacere vivissimo per aver ferito il Canino e sebbene fosse considerato la prima spada della Sicilia, chiese perdono al ferito e, anche quando divenne cappuccino, lo aiutò economicamente, tramite i benefattori e moralmente, fino al punto che i due divennero amici carissimi.
L'episodio influì molto sulle future decisioni di Filippo che decise di abbracciare la vita religiosa e chiese di poter entrare nell'Ordine cappuccino, dove fu ammesso dopo non poche perplessità da parte dei superiori, che ben conoscevano il suo passato burrascoso. Il 13 dicembre 1631, vestì nel noviziato di Caltanissetta il saio dei cappuccini, i frati più inseriti nelle classi popolari e volle chiamarsi frate Bernardo da Corleone. Terminato il noviziato, emise la professione religiosa e s'incamminò speditamente sulla via della perfezione cristiana. I confratelli che vivevano con lui notavano l'ansia religiosa di un uomo sempre impegnato nel condurre una vita profondamente cristiana e protesa verso la perfezione. Era la coerenza a spingerlo a comportarsi da vero cristiano e buon frate. Senza atteggiarsi a maestro, fra Bernardo voleva coinvolgere tutti nel cammino verso la salvezza attraverso l'amore di Dio e la penitenza.
Nella preghiera emergeva l'immagine più bella e autentica di fra Bernardo da Corleone. Chi lo vedeva, riteneva che conversasse con Dio, indirizzando a Lui pensieri e affetti; e nello stesso tempo appariva misericordioso con tutti e pacifico. La sua vita fu del tutto semplice, passò attraverso i diversi conventi della provincia, a Bisacquino, Bivona, Castelvetrano, Burgio, Partitico, Agrigento, Chiusa, Caltabellotta, Polizzi e forse a Salemi e Monreale, ma è difficile ricavarne un quadro cronologicamente esatto. Si sa che trascorse gli ultimi quindici anni di vita a Palermo.
Il suo ufficio come fratello fu quello di cuciniere o di aiutante cuciniere. Ma egli sapeva aggiungervi la cura degli ammalati e una quantità di lavori supplementari per essere utile a tutti. Si racconta un episodio tanto bello quanto divertente di questa sua generosità. Trovandosi con i frati di Bivona durante un'epidemia, si prodigò nel curarli in ogni necessità, perché l'unico rimasto sano in comunità era lui. Ma poi venne colto anch'egli dal male: allora, prese da una chiesa una statuetta di san Francesco e se l'infilò in una manica dicendo:
«Adesso tu rimani lì dentro finché non mi fai guarire, perché possa aiutare i confratelli»
La sua opera d'infermiere si estese anche agli animali, in un tempo in cui la morte di un mulo o di un bovino poteva significare rovina per una famiglia. Si fece a suo modo esortatore e predicatore con certi suoi brevi sermoni in rima ancora ricordati, come:
«Momentaneo è il patire sempre eterno è il partire»
Si fermava volentieri di notte in chiesa perché diceva chenon era bene lasciare il Santissimo Sacramento solo ed egli restava presso il tabernacolo finché fossero venuti altri frati. Trovava tempo per aiutare il sacrestano, per restare più vicino possibile al tabernacolo. Contro il costume del tempo egli usava fare la comunione quotidiana. Tanto che i superiori negli ultimi anni di vita, prostrato per le continue penitenze, gli affidarono il compito di stare solo a servizio dell'altare.
Secondo la migliore tradizione dei fratelli laici dell'Ordine, fra Bernardo non esitava a definirsi l'asino dei frati e a chi gli consigliava d'imparare a leggere, rispondeva:
«Le piaghe di Cristo Nostro Signore, queste dobbiamo studiare»
La solidarietà con i suoi confratelli si apriva fino ad assumere una dimensione sociale. A Palermo, in circostanze di calamità naturali, come terremoti e uragani, si fece mediatore davanti al tabernacolo, lottando come Mose:
«Piano, Signore, piano! Usateci misericordia! Signore, la voglio questa grazia, la voglio!»
Due mesi prima della morte fra Bernardo sempre più frequentemente ripeteva: "paradiso, paradiso; presto ci vedremo in paradiso" e lo diceva con allegria straordinaria. Sul letto di morte, ricevuta l'estrema unzione, con gioia ripeté: "Andiamo, andiamo" e spirò nel convento dei Cappuccini a Palermo. Erano le ore 14 di mercoledì, 12 gennaio 1667.
Un suo intimo confratello, fra Antonino da Partanna, lo vide in spirito tutto luminoso che ripeteva con ineffabile gioia:
«Paradiso! Paradiso! Paradiso! Benedette le discipline! Benedette le veglie! Benedette le penitenze! Benedette le rinnegazioni della volontà! Benedetti gli atti di ubbidienza! Benedetti i digiuni! Benedetto l'esercizio di tutte le perfezioni religiose!»
La sua fama di santità era talmente grande che spinse subito i superiori e le autorità ecclesiastiche ad avviare il processo di canonizzazione. La causa venne introdotta nel 1725. Nel 1762 è dichiarato Venerabile. È proclamato beato il 15 maggio 1768, e canonizzato molti anni dopo il 10 giugno 2001.
La sua tomba si trova nella Chiesa dei cappuccini - piazza Cappuccini 1 - a Palermo.

Ma ricercando materiale per questo piccola raccolta di dati sui santi di Corleone emerge anche Leoluca.

San Leoluca (FONTE) nacque a Corleone, intorno all' 815-818, alla vigilia dell'invasione saracena della Sicilia. Al battesimo, i genitori gli imposero il nome di Leone. Cresciuto in seno ad una agiata famiglia di possidenti, ricevette una buona formazione religiosa e civile. Rimasto orfano ancor giovinetto, Leone dovette dedicarsi alla gestione del suo patrimonio e alla sorveglianza dei suoi armenti. Nella solitudine dei campi e nella contemplazione della natura, sentì nel suo cuore la chiamata del Signore. Ormai ventenne, Leone vendette tutti i suoi averi, distribuendo il ricavato ai poveri del paese.
Quindi lasciò Corleone e si ritirò nel monastero basiliano di San Filippo d'Agira, in territorio di Enna, dove si fermò per un breve periodo. Avendo intenzione di condurre vita eremitica, passò in Calabria. Prima però volle sciogliere un voto fatto alla partenza da Corleone, recandosi a Roma in pellegrinaggio, in visita alla tomba dei santi apostoli Pietro e Paolo. Ritornato in Calabria, chiese di essere accolto nel monastero basiliano di Santa Maria di Vena, presso l'attuale Vibo Valentia, dove l'abate Cristoforo gli impose il nome di Luca. Qui condusse una vita esemplare ed austera, fatta di umiltà e di obbedienza, non cessando mai di pregare e digiunare.
Alla morte di frate Cristoforo, gli fu affidata la guida della comunità, divenendone abate. Sotto la sua guida la comunità si accrebbe sempre di più; fondò altri conventi, adunando sotto la sua personale disciplina circa cento frati. L'elevatezza del suo sentimento religioso, la fama della sua santità e la vigoria fattiva del suo spirito si diffusero in tutta la regione, dando un impulso non indifferente al rinnovamento della sua nuova patria, la Calabria; a lui accorrevano quanti erano nel bisogno dello spirito e del corpo, ottenendo per mezzo della sua preghiera, grazie e guarigioni.
Leoluca si spense il 1º marzo del 915 (per alcuni 917) all'età di cento anni dopo una forte febbre e dopo aver scelto Teodoro come suo successore. Si narra che visse gli ultimi giorni della sua vita in meditazione, digiuni e rapimenti estatici. La notizia della morte rapidamente si diffuse e una gran folla raggiunse il monastero; gli storiografi del santo asseriscono che Leoluca è stato sepolto a Monteleone nella chiesa di Santa Maria Maggiore, altri invece pensano che il suo corpo è rimasto a Vena Inferiore. Il Falcone nel suo scritto dice: “la salma fu deposta nella chiesa di S. Maria in quel luogo dove appunto fu la di lui cella e oggi è duomo di Monteleone”, ma non si è certi. Si dice infatti che dietro il duomo vi fosse un monastero basiliano.
La notizia della morte del santo compaesano arrivò timidamente a Corleone. Il suo culto si fece strada lentamente e solo nel XIII secolo si hanno riscontri di una chiesa a lui dedicata nel luogo in cui secondo la tradizione era la sua casa natia. Don Giovanni Colletto nella sua opera asserisca che la chiesa originaria si trovava nell'attuale piazza sant'Agostino laddove oggi vi è la cappella della Madonna della cintura. Nel 1420 si hanno notizie di una confraternita di San Leoluca. Il culto del santo viene ancor più accentuato nel 1575, anno in cui si ritenne l'intercessione del santo fondamentale a salvare la città dall'ondata di peste e così in quell'anno San Leoluca viene eletto protettore della città di Corleone. Il culto si sviluppa ancora durante la seconda ondata pestilente del 1624 ed è così che viene deciso di costruire una chiesa più grande da dedicare al Santo patrono. Viene così venduta la chiesetta agli Agostiniani e viene costruita l'attuale chiesa più a valle della presunta sede originale. All'interno della chiesa vi è l'antico venerato simulacro di San Leoluca.
La festa di San Leoluca si celebra il 1° marzo, mentre l’ultima domenica di maggio si ricorda il miracolo operato dal Santo, che nel lontano 27 maggio 1860 apparve alle porte della città, risparmiando Corleone dall’assedio delle truppe borboniche.
La commemorazione è da tempo immemorabile presente nel Martirologio Romano: Nel monastero di Avena tra i pendii del monte Mercurio in Calabria, san Leone Luca, abate di Monte Mula, che rifulse nella vita eremitica come in quella cenobitica seguendo le regole dei monaci orientali.

Concludo con un pensiero di Madre Anna Maria Cànopi, benedettina:

“Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle – disse il Signore ad Abramo -. Tale sarà la tua discendenza” (Gn 15,5). Nessuno è mai riuscito a contare le stelle e mai nessuno potrà contare i discendenti di Abramo: i credenti in Dio, i santi brillano nel cielo spirituale. Ma come gli astronomi continuamente scrutando il firmamento mettono in evidenza corpi celesti eccezionale splendore, così la Chiesa continuamente mostra nuovi e antichi santi all’ammirazione e all’imitazione dei fedeli.
Amen.

“Ite ad Joseph” - OTTAVO GIORNO



“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020


Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)

lunedì 16 marzo 2020

Egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino!






In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret: 
«In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. 
C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo, 
ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

(Lc 4, 24-30)

Mio Gesù! Mi ha sempre rasserenato 
questo passo del tuo soggiorno a Nazareth.
Immagino lo strepito e la rabbia, 
immagino le urla e gli spintoni,
immagino le tensioni e l'ansia:
ma Tu che fai?
Passi in mezzo a loro e continui il tuo cammino!
Rendi, mio Gesù, il nostro cuore saldo.
Tu affidato al Padre e noi in te affidati al Padre.
Passerà e il cammino che già in atto, riprenderà!
Amen.

“Ite ad Joseph” - SETTIMO GIORNO



“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020


Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)

domenica 15 marzo 2020

Santa Viviana: martire delle catacombe venerata nelle Marche



Una cartina di una terra meravigliosa, la Regione Marche, che non smetterò mai di elogiare!

Un tratto di questa regione che, da come si vede dalle sottolineature, custodisce la presenza di molti martiri delle catacombe.

Tra questi Santa Viviana, che dà il nome alla chiesa, denominata anche "delle icone", edificata appena fuori dal perimetro urbano di Rotella (AP).

La sua costruzione si deve alla devozione e fede di Mons. Ariodante Ciccolini, sul finire del XVIII secolo. Sorge su una preesistente chiesetta rurale dedicata a Santa Maria a Piè di Monte, cioè quello dell'Ascensione.

L'edificio presenta una facciata singolare sulla quale spiccano le due torri gemelle, che inglobano i locali della canonica.

L'interno è a tre navate, e sotto l'altare maggiore è custodita l'urna di legno e vetro contenente il simulacro in ceroplastica, di grande espressività, con all'interno le spoglie mortali e il vaso di sangue di Santa Viviana, di nome proprio: viene festeggiata con devozione nell'ultima domenica di agosto con una solenne processione per le vie del centro storico.


Concludo con l’orazione tratta dal Comune dei Martiri del Messale Romano:


Dio onnipotente ed eterno, che hai dato ai santi martiri la grazia di comunicare alla passione del Cristo, vieni in aiuto alla nostra debolezza, e come essi non esitarono a morire per te, concedi anche a noi di vivere da forti nella confessione del tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen 


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Purtroppo la Chiesa e la Santa hanno subito il dramma del terremoto del Centro Italia del 2016 e del 2017.




“Ite ad Joseph” - SESTO GIORNO



“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020


Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)

sabato 14 marzo 2020

San Vincenzo: il martire romano venerato a Tavoleto (PU)


panorama di Tavoleto (PU)
La regione Marche…. Terra meravigliosa! Dai monti Sibillini scende verso l’Adriatico con i suoi bellissimi colli armoniosi, belli per come li ha voluti il Creatore, ma belli anche per l’opera dell’uomo.

Nella provincia di Pesaro-Urbino, ma in diocesi di Rimini, al confine con la Romagna, su un colle spicca Tavoleto con il suo castello.
Il nome di questo antico borgo deriva dal latino Tabularum laetus cioè luogo ricco di tavole. Prima dell’anno mille le nostre zone collinari avevano sicuramente un aspetto selvo-pastorale ed erano disseminate di piccoli agglomerati, vicus e qualche centro di dimensioni più grandi, pagus, tutti gravitanti verso la città di Rimini a valle e di Urbino a monte. È da ritenere che i primi insediamenti risalgono al periodo bizantino (VII-VIII sec), con l’apertura della strada carrozzabile Flaminia Conca che era considerata strada regalis, cioè a grande traffico, il Castrum Trapole venne scelto come luogo di edificazione della Pieve di S. Lorenzo in barco, il termine barco sta ad indicare gli ammassi di legname che venivano raccolti ed inviati via Tevere a Roma per la costruzione delle grandi basiliche romane. La pieve era sotto la giurisdizione dell’abbazia di S. Gregorio in conca, fondata da S. Pier Damiani.
L’attuale parrocchia di San Lorenzo di Tavoleto è l’erede diretta dell’antica pieve di San Lorenzo in Barco, presso il castello di Trapole.
Il primo scritto che ricorda la Pieve (insieme a quella di Saludecio) è datato 17 giugno 1069, ed è l’atto di donazione di vari possedimenti fatto da Pietro, figlio di Benno, potente signore di Rimini, a San Pier Damiani e all'abazia di San Giorgio in Conca.
Successivamente, nel 1144 con la Bolla di papa Lucio II, la Pieve viene enumerata fra le chiese soggette alla giurisdizione del Vescovo di Rimini.
Nella storia civile, gli anni che vanno indicativamente dal 1250 al 1500 vedono alternarsi dominazioni diverse e sempre in lotta fra di loro: il Comune di Rimini, la Chiesa di Ravenna, il Ducato di Urbino, i Malatesta.
Finalmente nel 1473 Tavoleto e tutta la zona della sua giurisdizione, per volontà del papa, passa sotto Urbino, ma ecclesiasticamente rimane legata alla diocesi di Rimini. Situazione che resterà sostanzialmente immutata fino ai giorni nostri.
Sorprendentemente non c’è nessun cenno a Tavoleto o Auditore nella visita pastorale di monsignor Castelli, probabilmente perché non giunse fino a queste lontane parrocchie.
Nel 1775 una disposizione della Sacra Congregazione dei Riti stabilì che si dovessero rivedere i criteri di divisione dei Vicariati, restituendo alle antiche Pievi i loro diritti. Così anche a Tavoleto nel 1780 fu restituita la sede di Vicariato a causa della chiesa matrice di San Lorenzo.
La chiesa parrocchiale attuale, che ha raccolto in sé titoli e privilegi di tutte le chiese un tempo esistenti a Tavoleto, ha subito vari interventi di restauro e ristrutturazione. Nel 1915 è stata ampliata dal parroco don Bacchini, mentre nell'anno successivo è stata eretta la torre campanaria.
Nella comunità cristiana di Tavoleto è custodito e venerato il corpo santo di Vincenzo: un bel simulacro (forse) in ceroplastica, un martire delle catacombe.
Per raffigurare un Santo ci sono delle caratteristiche precise. Ci sono dei modi per raffigurare: un Apostolo, un Vescovo, una Vergine e un Martire.
In certi casi è posta una scritta sull’immagine che definisce il santo dipinto. Questo è tipico delle icone e di una certa iconografia dei secoli scorsi.
Nella specifico quali sono i simboli che ci fanno identificare un martire?
Ascoltiamo dal capitolo 7 dell’Apocalisse di San Giovanni, la seguente descrizione:
“Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro”. (Ap 7,9-15)
C’è uno specifico nel raffigurare i singoli martiri?
Senza entrare nello specifico dei singoli martiri che spesso vengono raffigurati con lo strumento della morte o delle torture subite, i simboli comuni che richiamano il martirio sono: la palma; la corona di metallo o di alloro o di fiori; la croce; la veste bianca o\e rossa; l’armatura.

Nel caso specifico di SanVincenzo Martire venerato a Tavoleto prenderemo in considerazione: la palma e la veste bianca o/e rossa.

La Palma.
“Vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani” (Ap 7,9)
La palma risulta essere uno degli attributi peculiari che identificano un martire. Tale raffigurazione era già in uso nell’era paleocristiana per identificare una persona che per causa della fede aveva dato la vita per Cristo.
L'antica simbologia della palma del martirio e, in generale, la palma intesa come simbolo del Cristianesimo, si collega all'Oriente, terra di questo albero della famiglie delle Arecaceae, che conta 202 differenti generi con circa 2.600 specie, la maggior parte delle quali diffuse nelle aree a clima tropicale o subtropicale.
Il suo significato è quello della vittoria, dell'elezione, della rinascita e dell'immortalità. Si collega anche alla fenice e ha la funzione di albero della vita.
Un albero slanciato e vigoroso con possenti pennacchi di foglie disposti a raggio come quelli del sole. Si pensava che la pianta morisse nel fiorire e generare i frutti (e quindi i semi): il legame con il martirio è quindi dovuto a una simbologia di sacrificio.
Difatti proprio la persecuzione diventa, secondo la celebre frase di Tertulliano, fonte di missione per i nuovi cristiani. Ecco le sue parole: «Noi ci moltiplichiamo ogni volta che da voi siamo mietuti: è un seme il sangue dei cristiani» (Apologetico 50,13)
Nella domenica detta appunto delle Palme la simbologia rimanda all'entrata trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme (cfr i Vangeli) prefigurando in anticipo la Resurrezione dopo la morte. Ugualmente, la palma ha lo stesso valore di simbolo della resurrezione dei martiri (Ap 7, 9).
Alcune volte la stessa Madre di Dio è raffigurata con un ramo di palma per ricordarci la sua assunzione; ciò che Dio in Cristo ha vinto in lei la morte.
La leggenda del ramo di palma alla morte di Maria non è raffigurazione frequente: si narra che l'arcangelo Michele, o l'Arcangelo Gabriele, reca dal paradiso un ramo di palma alla Madre di Dio come segno della sua morte imminente. Maria lo porge a Giovanni Evangelista che a sua volta lo porta davanti alla bara il giorno della sua sepoltura.
Il ramo a volte è raffigurato con sette punte, simbologia che si evolverà nelle Sette spade dei dolori di Maria.
Concludendo. Nei Martiri la palma è simbolo della loro vittoria-fedeltà. “Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. (2 Tm 4, 6-8)

La veste bianca.
“Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi cammineranno con me in vesti bianche, perché ne sono degni” (Ap 3,4).
Cos’è la dignità descritta dal libro dell’Apocalisse?
Questo simbolo ci riporta subito al nostro Battesimo, quando il sacerdote donandoci la veste bianca e chiamando per nome il battezzato, presenta il gesto dicendo:
“sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall'esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna”.
La veste bianca nel Martire è segno della sua fedeltà alle promesse battesimali - è nuova creatura ed è rimasto fedele a Cristo - ed ora la sua anima dimora presso Dio, nella vita eterna.
Alcune volte è accompagnata da una sopravveste rossa o da un mantello rosso. La simbologia è chiara: richiama il martirio, quindi la fedeltà alle promesse battesimali fino al dono della vita, del sangue, e richiama il famoso passo dell’Apocalisse:
“Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell'Agnello”.

La Casa del sì di Maria
Loreto (AN)
Il Martire è colui che risponde “sì” alla salvezza operata da Gesù, per opera della sua passione, morte e risurrezione, una risposta che rimane fedele fino al dono della vita.
“Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. (2 Tm 4, 6-8).
Concludo con l’orazione tratta dal Comune dei Martiri del Messale Romano:
Dio onnipotente ed eterno, che hai dato ai santi martiri la grazia di comunicare alla passione del Cristo, vieni in aiuto alla nostra debolezza, e come essi non esitarono a morire per te, concedi anche a noi di vivere da forti nella confessione del tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

“Ite ad Joseph” - QUINTO GIORNO



“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020


Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)


venerdì 13 marzo 2020

Un altro S. Espedito!



Questo è un bellissimo santino, che riproduce S. Espedito, ma si legge: "STATUA … con le Sante Reliquie".

Credo che si tratti di reliquie di un omonimo. Quindi un corpo santo o martire delle catacombe.

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Il culto si è sviluppato a Napoli nel XIX secolo. In Piazza Banchi Nuovi n° 5 sorgeva, circa un secolo fa, una chiesa dove si venerava il santo. Le fonti parlano, inoltre, dell’esistenza di un quadro appartenuto a mons. Gargiulo, vescovo di Sansevero, e di un libretto “pubblicato per devozione d’una monaca domenicana del monastero di S. Giovanni di via Costantinopoli” (Sul culto di S. Espedito martire, Napoli, 1905, p. 100). Viene anche citata un’incisione in pietra del Cattaneo, nella quale il santo è rappresentato con lo sguardo rivolto verso il simbolo della Santissima Trinità, mentre trafigge con la spada il corvo che ha sotto il piede (Intorno al culto di S. Espedito Martire, Nota, cit., p. 574) .

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In La Civiltà cattolica (visibile su Google!), rivista erudita dei Gesuiti, ben è spiegato il culto e l'origine dei simboli. Semplificando: il culto è già del Martirologio geronimiano. I simboli hanno due origini: Corvo con Cras è presente fin dall'introduzione della fiera dei mercanti ad Acireale (secolo XVIII), con un preciso richiamo alle "dilazioni ingiustificate, forse nei pagamenti e nell'osservanza dei contratti"; va detto che l’iconografia acese non presenta il santo con croce e corvo, ma solo con il corvo.
La presenza di Croce e Corvo, cioè Hodie e Cras è successiva e fa parte della devozione per le grazie urgenti che nacque in Germania. L’iconografia fu costruita in quest’ambito e poi, successivamente, ebbe una grande diffusione, facendo diventare il Santo (sic!) della grazia veloce: oggi e non domani o poi.
Diciamo in conclusione che il culto primitivo è quello di Acireale e poi c'è' la “bizzocata” tedesca.


Infine che esistono corpi santi chiamati Espedito è totalmente possibile, perché spesso i martiri estratti dalle catacombe erano senza nome, per cui venivano “battezzati” anche con nomi di altri martiri già conosciuti e venerati, alcune volte oppiatamene, per dare al luogo che lo venerava il corpo del patrono (sic!), creando così un doppio pasticcio.

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Dalla lanuovabq.it questo interessante articolo che da una bella e interessante lettura spirituale sull'iconografia del Martire Espedito.

Se san Giuda Taddeo e santa Rita da Cascia sono particolarmente invocati per le cause impossibili, in modo simile sant’Espedito, il più popolare dei martiri di Melitene, è venerato come il santo delle cause urgenti per antonomasia. Dal Martirologio Geronimiano, che nella sua originaria redazione risale alla prima metà del V secolo, si ricavano le principali informazioni certe su di lui, vale a dire il giorno del martirio, il 19 aprile, e il luogo, appunto Melitene (l’odierna Malatya, in Turchia), sede di un’antica fortezza legionaria, dove Espedito venne martirizzato con sant’Ermogene e altri cristiani (In Arminia Militana civitate Hermogeni, Gagi, Expediti, Aristonici, Rufi, Galatae una die coronatorum, si legge nel Martirologio Geronimiano).
La tradizione più diffusa riferisce che era contemporaneo di santa Filomena (c. 290-302), la giovanissima cristiana martirizzata per volere di Diocleziano e lei stessa patrona delle cause impossibili, e lo indica quale comandante della XII Legione Romana, detta la Fulminata (era stata costituita da Giulio Cesare e fu attiva fino al V secolo), posta a guardia dell’attraversamento dell’Eufrate a Melitene. L’iconografia lo rappresenta sempre vestito da soldato romano e il suo nome, Expeditus, che in latino significa “libero da impacci, libero da carichi” (in greco sta invece per “ingegnoso”), ha verosimilmente ispirato i tratti essenziali delle sue raffigurazioni, prive di armi e corazze pesanti, poiché nella terminologia militare gli expediti erano i fanti leggeri.
La sua iconografia ha inoltre reso con simboli molto suggestivi quanto riferito dai diversi racconti agiografici. Si tramanda che Espedito conoscesse bene da tempo la storia di Gesù. Eppure - nonostante gli insegnamenti sulla vita eterna, la via della croce e la Risurrezione lo commuovessero - il soldato aveva di volta in volta rimandato la propria conversione, forse perché in conflitto con quanto di volta in volta l’impero andava richiedendo ai soldati nei tempi delle persecuzioni. Quando Espedito si decise finalmente a seguire Cristo, il diavolo gli apparve sotto forma di corvo invitandolo a rimandare la sua conversione all’indomani. Ma il santo rispose deciso: “Io sarò cristiano oggi!”. Ecco perché in diverse icone è rappresentato nell’atto di calpestare un corvo che grida cras (“domani”, in latino), mentre in una mano tiene una croce recante la scritta hodie (“oggi”) e nell’altra la palma del martirio, avvenuto presumibilmente per decapitazione intorno al 303.

Il suo culto era già diffuso nel Medioevo, come dimostra il fatto che a Torino esisteva già una contrada dedicata a sant’Espedito, e dal XVI secolo in avanti abbiamo molteplici attestazioni della sua venerazione, oggi presente in diversi Paesi tra l’Europa e l’Asia e sentitissima in America Latina. Il suo nome, che richiama la rapidità, ha favorito la diffusione del patrocinio sulle cause urgenti e nei secoli lo si è invocato anche per risolvere le controversie legali e la buona riuscita degli esami. Sulla base della consolidata tradizione, nel 1781 Pio VI lo proclamò protettore dei mercanti e dei navigatori (perché alle prese con la necessità di sbrigare celermente gli affari o salvarsi da improvvisi pericoli). Ma la sua figura è importante soprattutto per il bellissimo esempio di conversione, che sant’Espedito si decise a compiere senza prestare ascolto alle voci che tentavano di dissuaderlo, magari ispirato dall’insegnamento finale di Gesù nella parabola sulle dieci vergini: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 13).

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Dio onnipotente ed eterno, che hai dato ai santi martiri la grazia di comunicare alla passione del Cristo, vieni in aiuto alla nostra debolezza, e come essi non esitarono a morire per te, concedi anche a noi di vivere da forti nella confessione del tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen


(Comune dei Martiri, Messale Romano)

NELL'EPIDEMIA, INVOCHIAMO IL SIGNORE, CON SAN ROCCO



Tutta la folla cercava di toccarlo, 
perché da lui usciva una forza 
che guariva tutti. (Lc 6,19)

A SAN ROCCO 
(CARD. ANGELO COMASTRI)

O San Rocco, tu hai mirabilmente vissuto il comandamento nuovo che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli; tu hai amato i fratelli fino al dono di te stesso e sei diventato immagine viva di Gesù, che ha piantato la Croce dell’Amore Divino nei solchi dell’odio e dell’egoismo umano.

Tu ci ricordi che la carità è indispensabile per essere veramente cristiani perché, al termine della vita , saremo giudicati sulla carità.

Prega per noi, o san Rocco, discepolo fedele del Signore! Prega perché finisca l’indifferenza che chiude i cuori e ci rende estranei gli uni agli altri.

Prega perché noi cristiani diventiamo sempre di più lievito di misericordia, invito al dono della vita, esempio di attenzione e di gioioso servizio ai piccoli, agli ultimi, agli ammalati, agli emarginati.

Prega per noi, o san Rocco, apostolo della carità! Prega perché la nostra fede sia limpida e coerente; prega perché ogni nostro giorno si trasformi in bontà vissuta e prepari la festa dei figli di Dio, completamente risorti con Gesù nello spirito dell’Amore.
Amen.

“Ite ad Joseph” - QUARTO GIORNO




“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020

Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)

giovedì 12 marzo 2020

“Ite ad Joseph” - TERZO GIORNO



“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020

Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)