mercoledì 11 marzo 2020

La Santa di Monacilioni: Benedetta


La santità è sempre stupore. Quando guardiamo i santi ci rendiamo conto che la vita secondo il Vangelo è possibile.
Nei Martiri poi ci accorgiamo che la Parola di Dio: quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell'ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo (Mc 13,11), si è realizzata!
Deboli, fragili creature che vivono con un coraggio e una fortezza il martirio, sembra di sentire la Parola di Dio: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre (Gv 14,12).

Nel Martirologio romano antico si commemorava al 4 gennaio:
A Roma i santi Martiri Prisco Prete, Priscilliano Chierico, e Benedetta, donna religiosa, i quali compirono con la spada il martirio al tempo dell'empissimo Giuliano.
Romae sanctorum Martyrum Prisci Presbyteri, et Priscilliani Clerici, ac Benedictae, religiosae feminae; qui, tempore impiissimi Juliani, gladio martyrium compleverunt.
L’odierno martirologio, edizione tipica 2004, tradotta in italiano nel 2007, non contiene questa commemorazione.
La motivazione è semplice, come dice il Sicari: la loro esistenza è messa in dubbio da alcuni studiosi.
Le reliquie insigni di S. Prisco, martire di Roma, nel XVIII secolo si trovavano in S. Maria del Popolo. Mentre le reliquie dei Santi Priscilliano e Benedetta si trovavano in varie chiese romane. S. Benedetta era particolarmente venerata a S. Lucia in Selci.
Per cui se già le reliquie di S. Benedetta erano in una chiesa non potevano essere estratte dalla catacomba di Priscilla ed essere donate, per poi giungere, nel 1752 a Monacilioni.
Con questo non voglio demolire il culto verso la gloriosa martire, ma affermare che S. Benedetta di Monacilioni è un unicum rispetto alle altre con lo stesso nome, rispetto alla martire Benedetta del 4 gennaio, socia di Santi Prisco e Priscilliano.

La santa di Monacilioni è una martire del cimitero di Priscilla dove rimane sepolta fino al 1752, anno nel quale viene traslata a Monacilioni. Il corpo santo viene richiesto dal parroco don Giuseppe Giuliano, dal Sindaco e dagli eletti, legati da stima con l'abate don Gennaro de Simone di S. Elia a Pianisi, amico del Segretario di Stato, Cardinale Giovanni Antonio Guadagni, custode delle reliquie, il quale il 27 novembre 1751 concede il corpo santo. Giunge a Monacilioni sabato 23 aprile 1752 e
viene collocata nella cappella di S. Reparata. Successivamente, è il 29 ottobre 1752, avviene la traslazione dell'urna nella cappella della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta. Il 29 giugno 1753, l'arcivescovo di Benevento, Mons. Francesco Pacca, effettua la ricognizione canonica del corpo santo. Il 24 giugno 1873 avviene il prelievo di un frammento dell'osso occipitale della Martire, che sarà in seguito portato in processione in un reliquiario, che il 3 gennaio 1991 viene donata ai cittadini di Monacilioni residenti in Argentina e venerata nella Parrocchia di Nostra Signora in Bernal (Buenos Aires).

Recentemente dal Museo diocesano di Brindisi è stata donata un reliquiario contenete varie reliquie, tra cui una che ha il cartiglio: S. Benedicte Mart.
Per quanto detto sopra sulla questione del corpo santo questo frammento osseo se pur di una omonima non fa di questa reliquia una parte del corpo santo di nome Benedetta venerata a Monacilioni, anche se la ricognizione sulle ossa comprova la mancanza di quel frammento nel corpo santo di Monaciloni, è puramente un caso fortuito. Unica prova sarebbe l’analisi delle ossa o un documento che attesta il prelievo del frammento, poi traslato a Brindisi.


Il paese di Monacilioni celebra la patrona, S. Benedetta, il 4 gennaio (sic!) e la terza domenica di maggio.

“Ite ad Joseph” - SECONDO GIORNO


“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020

Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)

martedì 10 marzo 2020

“Ite ad Joseph” - PRIMO GIORNO




“Ite ad Joseph”
«Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». (Gen 41,55)
NOVENA A S. GIUSEPPE,
SPOSO DI MARIA
Patrono universale della Chiesa
150 anniversario della proclamazione
1870 – 2020

Novena 10 – 18 marzo 2020

O San Giuseppe,
Patrono della Chiesa,
Tu che accanto al Verbo incarnato
lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane, traendo da Lui la forza di vivere e faticare;

Tu che hai provato l’ansia del domani, l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro;

Tu che irradi oggi l’esempio della tua figura, umile davanti agli uomini, ma grandissima davanti a Dio; guarda alla immensa famiglia che ti è affidata!

Benedici la Chiesa, sospingendola sempre più sulle vie della fedeltà evangelica, e custodisci la pace nel mondo, quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli e il pieno compimento delle umane speranze:
per il bene dell’umanità,
per la missione della Chiesa,
per la gloria della Trinità Santissima. Amen.
(S. Paolo VI, papa)

lunedì 9 marzo 2020

Vitale di Castronuovo: santo della Chiesa indivisa




San Vitale di Castronuovo, monaco bizantino, santo della Chiesa indivisa, nato a Castronovo di Sicilia, agli inizi del X secolo e morto a Rapolla nel 994.
Il Martirologio Romano lo commemora il 9 marzo: Nel territorio di Rapolla in Basilicata, san Vitale da Castronuovo, monaco.

PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI
Padre santo, tu che chiami tutti gli uomini all'unità
di una sola famiglia, perdona i nostri atti di divisione e accordaci
di realizzare la nostra vocazione.
Signore Gesù, tu che sei morto per ricondurre all'unità i figli di Dio dispersi,
fa' che sentiamo lo scandalo delle nostre separazioni e aspiriamo
alla comunione fraterna.
Spirito Santo, tu che guidi la Chiesa a tutta la verità e susciti l'amore,
fa' che cerchiamo la verità che non abbiamo ancora saputo vedere
e amiamo con carità sincera i nostri fratelli.
O Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che hai radunato le nazioni nel tuo popolo
mediante il battesimo, fa' che progrediscano nell'unità,
perchè possano un giorno partecipare insieme allo stesso pane di vita.

giovedì 5 marzo 2020

S. Foca, trionfò felicemente sull’antico serpente!


San Foca Martire
Francavilla Angitola (VV)

Si racconta che Foca lavorava come giardiniere (da qui il titolo di L’Ortolano) a Sinope, Ponto Eusino, dove visse tra il I e il II secolo. Era molto stimato per il suo senso di ospitalità e per la sua generosità. Fu denunciato come cristiano e quindi ricercato per essere messo a morte. Egli stesso ospitò e nutrì coloro che, senza conoscerlo, lo stavano cercavano e provvide ad organizzare la sua sepoltura scavandosi la fossa, quindi di rivelò ai suoi ospiti che lo martirizzarono. È invocato contro il morso dei serpenti ed è patrono dei marinai.
Le sue reliquie insigni sono conosciute, già alla fine del VII secolo, sia a Roma che a Costantinopoli. Alcune di queste sono all’altare maggiore di S. Marcello al Corso. Il Piazza (1703) ricorda l’esposizione della testa a S. Marcello, così afferma Giovanni Sicari in «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma».
La sua memoria è presente sia nel Martirologio antico, che il quello del XXI secolo.
San Foca Martire
Castiglione Marittimo di Falerna (CS)
Martirologio Romano antico, 5 marzo: In Antiochia il natale di san Foca Martire. Dopo molte ingiurie sofferte nel nome del Redentore, trionfò felicemente sull’antico serpente. Ciò è confermato ancora oggi ai popoli con questo miracolo, che, se alcuno è morso da un serpente, appena tocca con fede la porta della Basilica del Martire, subito, resa vana la forza del veleno, viene risanato.
Martirologio Romano, 5 marzo: A Sinópe nel Ponto, nell’odiena Turchia, san Foca, martire, che fu giardiniere e patì molti tormenti per il nome del Redentore.
È venerato come patrono di Francavilla Angitola (Vibo Valentia) e di Castiglione Marittimo di Falerna (Cosenza).
Nell'iconografia è caratterizzata dalla presenza del serpente, per far memoria di ciò che dice il Martirologio antico.

PREGHIERA

Signore Gesù, nostro Redentore,
come S. Foca martire trionfò felicemente sull’antico serpente,
concedici, per sua intercessione, la fine di ogni epidemia,
la fortezza nella Fede, e alla fine dei nostri giorni la felicità del tuo Regno. Amen.

domenica 1 marzo 2020

NELL'EPIDEMIA, INVOCHIAMO IL SIGNORE, CON SAN ROCCO



Tutta la folla cercava di toccarlo, 
perché da lui usciva una forza 
che guariva tutti. (Lc 6,19)

Glorioso San Rocco, che per la vostra generosità nel consacrarvi al servizio degli appestati e per le vostre continue orazioni vedeste cessare la pestilenza e guarire tutti gli infetti di Acquapendente, in Cesena, in Roma, in Piacenza, in Montpellier, in tutte le città della Francia e dell’Italia da voi percorse, ottenete a noi tutti la grazia di essere per la vostra intercessione costantemente preservati da un flagello così spaventoso e così desolante; ma molto più otteneteci di essere preservati dalla peste spirituale dell’anima, che è appunto il peccato, per poter un giorno essere partecipi con voi della gloria lassù in Paradiso. 
Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

venerdì 28 febbraio 2020

San Fedele martire presso Como

Fedele, soldato romano alla corte imperiale di Milano venne scoperto cristiano ed imprigionato con altri soldati. Riuscendo a fuggire con i suoi commilitoni, fra i quali Carpoforo, Essanto, Cassio, Severo, Secondo e Licinio, prese la strada di Como.

Il gruppo, inseguito da un drappello di soldati romani, fu raggiunto nell'attuale località di Camerlata, dove Carpoforo con i compagni venne catturato e subì il martirio per la fede.
Il primo vescovo di Como, Felice, su un tempio dedicato a Mercurio, fece costruire una prima "memoria" cristiana, sulle cui strutture sorse un edificio altomedioevale ultimato in forme romaniche nel sec. XII: è l’attuale basilica di S. Carpoforo.

Nella Basilica furono trasferiti i corpi di alcuni Santi “…tra i quali Carpoforo, che erano collocati in una località poco discosta chiamata S. Martino alla Selvetta" (Rovelli, Storia di Como, vol. l, pag.81).
Fedele, invece continuò la fuga fino a Samolaco, dove, raggiunto, subì il martirio presso il laghetto di Mezzola, in alto Lago di Como, durante la grande persecuzione di Diocleziano del 303-305 d.C.
A ricordo del protomartire cristiano comense sorse proprio a Samolaco nell’XI secolo il bell’oratorio romanico di San Fedele, detto San Fedelino.
Qui le spoglie del glorioso martire riposarono fino al 964, anno in cui il Vescovo di Como Gualdone (o Ubaldo) le rilevò e portò solennemente in città, nella chiesa paleocristiana di S. Eufemia, che da allora assunse il nome di S. Fedele. I cronisti descrivono l'avvenimento come una festa, anzi come un tripudio di tutti i comensi (Rovelli, Storia di Como, vol. l, pag.132). Interrate prima nel mezzo del presbiterio, il 4 giugno 1365, per opera di Stefano Gatti, 66° Vescovo di Como (1362-1369) le ossa di S. Fedele trovarono collocazione stabile in quella preziosa arca marmorea, arricchita da una fascia in belle tessere di vetro dorato recanti ritratti di papi e di santi, che vediamo oggi sotto l'altare maggiore. Questo episodio è documentato per esteso nella scritta latina in caratteri gotici scolpita sull'arca medesima. Numerose ricognizioni delle ossa di S. Fedele furono compiute in seguito, dai Vescovi di Como fino all'ultima del 1964, in occasione delle solenni celebrazioni del millenario della traslazione. In quell'anno le ossa del martire furono ricomposte nell'urna di bronzo dorata opera di pregevole fattura della ditta Silva di Como dell'anno 1906, collocata entro l'arca marmorea, nella quale si trovano inseriti, con il verbale di ricognizione del millenario i documenti delle precedenti ricognizioni.
S. Fedele martire a Como
patrono di Verscio
(Svizzera)
S. Fedele fu martire nei primi secoli e le notizie sul suo conto sono assai più scarse di quanto lascerebbe credere la sua chiara fama. Probabilmente fu un missionario cristiano, inviato dal Vescovo di Milano sulle rive del lago, dove la popolazione era ancora pagana. Infatti, una Passione un po' tarda fa il nome di Materno, Vescovo di Milano, il quale, nel III secolo, avrebbe mandato Fedele a convertire i pagani delle Prealpi retiche.
Predicando e insegnando, San Fedele sarebbe giunto fino all'estremità settentrionale del bacino lacustre, verso Chiavenna. Qui avrebbe sofferto la rapida morte, forse nella persecuzione di Diocleziano.
Un'altra tradizione lo dice invece soldato delle Legioni imperiali, Legione tebana, fuggitivo, con alcuni compagni, quando Diocleziano e Massimiano pubblicarono i primi editti di persecuzione contro i cristiani, miranti a epurare l'esercito e a porre sotto inchiesta i pubblici funzionari.
Giunti a Milano, furono scoperti e nuovamente in fuga furono raggiunti presso Camerlata: Carpoforo, Essanto, Cassio, Severo, Secondo e Licinio furono qui uccisi, mentre Fedele fuggi via lago fino a Samolaco, e qui poi ucciso presso S. Fedelino.
Testimonianza di S. Ennodio, vescovo di Pavia, che narrando la vita di Sant'Antonio di Lérins, ricorda che il suo primo rifugio fu presso la sepoltura di San Felice, dove, egli aggiunge, "il Lario depone la minaccia dei suoi bianchi arieti, quando la terra gli oppone il duro freno delle rive".
Tale descrizione può far pensare che la sepoltura del Martire sia stata effettivamente a Como, nell'estremità più stretta e più ripida del grande lago, spesso tempestoso. Ma altre fonti testimoniano in favore della sepoltura di San Fedele a Samolaco, cioè all'altra estremità del lago, nel luogo stesso della decapitazione.
Santi Martiri
Carpoforo e Fedele
Patroni di Arona
Infine. È poco attendibile, a causa delle tante ricognizioni delle reliquie avvenute nella basilica di S. Fedele in Como, la traslazione ad Arona e la successiva nel 1572, ad opera di San Carlo Borromeo a Milano, in una chiesa allora costruita nel centro della città. Il S. Fedele di Milano è un omonimo o un “battezzato” con questo nome. Per cui le reliquie di S. Fedele, protomartire comense, sono a Como.
Concludendo: S. Fedele è un personaggio veramente esistito, se pur non è chiaro fino in fondo se era un missionario inviato dalla Chiesa di Milano o un legionario fuggitivo che poi subì in zona lariana il martirio per la fede cristiana.
Il suo nome è iscritto nel Martirologio Romano, il 29 ottobre: Nei pressi di Como, san Fedele, martire.
La Chiesa di Como ricorda la memoria di san Fedele il 29 ottobre, in quanto il 28 ottobre è la festa dei Santi Apostoli Simone e Giuda Taddeo.

giovedì 27 febbraio 2020

San Gaucherio di Aureil eremita e sacerdote, prega per noi!




GAUCHER. Un nome di un santo francese, un sacerdote. Se con Google Traduttore si prova decifrare il nome in italiano, è soprendente: mancino, sinistra. Si perché il francese GAUCHE assomiglia molto al nome GAUCHER. Ma è ancora più sorprendente che nella ricerca su Google risulta la MALATTIA DI GAUCHER.
Il Martirologio Romano ha latinizzato il nome GAUCHER in GAUCHERIO.

Martirologio Romano, 9 aprile: Ad Aureil nel territorio di Limoges in Francia, san Gaucherio, che, canonico regolare, fu per il clero modello di vita comunitaria e di zelo per le anime.

GAUCHER è nato a Meulan-sur-Seine nella seconda metà del sec. XI. Fu istruito nelle arti liberali da un certo Reynier e poi di Umberto, canonico di Limoges, che seguì nel Limousin. Qui, all'età di diciotto anni, insieme a Germondo, suo amico d'infanzia che l'aveva accompagnato, si diede a condurre vita eremitica nella foresta di Chavagnac. La solitudine dei due fu presto violata da discepoli che, in numero sempre più grande, accorrevano per porsi sotto la loro guida. Pertanto, Gaucherio chiese e ottenne dai canonici di Limoges il permesso di costruire un monastero in un bosco di loro proprietà. Sorse così il monastero di Aureil.


Successivamente, Gaucherio costruì anche un monastero femminile e pose le due fondazioni sotto la regola dei Canonici di S. Agostino. Tra i numerosi discepoli del santo, particolarmente famoso fu S. Stefano Muret, il fondatore di Grandmont.
All'età di ottant'anni, il 9 apr. 1139 o 1140, Gaucherio morì per una caduta da cavallo. Il suo corpo sepolto ad Aureil, fu levato da terra dal vescovo Sebrando nel 1194, a seguito di un decreto di canonizzazione emesso da papa Celestino III. La sua festa si celebra il 9 aprile nel Limousin, a Versailles e a Rouen; il 31 maggio viene esposto il suo corpo nella chiesa di Aureil.

mercoledì 19 febbraio 2020

SANTITÀ TRA LE SACRAMENTINE




GIOVANNI ANTONIO BALDESCHI nacque a Ischia di Castro (Viterbo) intorno al 1780. Ordinato presbitero nel 1797, fu incaricato, appena l’anno dopo, di seguire spiritualmente madre MARIA MADDALENA DELL’INCARNAZIONE, monaca professa al monastero del Terz’Ordine Francescano dei Santi Filippo e Giacomo a Ischia di Castro, ispiratrice del nuovo Ordine delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento (“sacramentine”). BALDESCHI sostenne l’autenticità del carisma presso il vescovo del luogo, e l’ordine nacque il 31 maggio 1807, con l’ospitalità in un monastero agostiniano nel centro di Roma. Fu il cardinale DELLA SOMAGLIA, vicario di Roma, a concedere il permesso di esporre il Santissimo Sacramento tutte le domeniche e feste di precetto. Ma il nuovo impegno apostolico fu subito segnato dalla sofferenza, a causa dell’occupazione napoleonica di Roma. Senza nessuna colpa, BALDESCHI fu portato in carcere, sia pure per soli tre giorni, mentre a madre MADDALENA fu ordinato di trasferirsi presso la famiglia a Porto Santo Stefano, e stessa sorte toccò alle postulanti. Terminata la persecuzione napoleonica, il piccolo gruppo poté rientrare a Roma e il 22 luglio 1814 ricevette l’approvazione definitiva da parte di PIO VII.
Nel 1824, poi, morì la beata MARIA MADDALENA; le successe madre GIUSEPPA DEI SACRI CUORI, che riuscì con padre BALDESCHI a completare la stesura delle Costituzioni. Intanto, su desiderio di alcuni nobili napoletani, nel 1828 nacque un monastero nella città partenopea; alla fondazione fu inviato anche il servo di Dio, in quanto membro del clero romano. Quando poi la madre GIUSEPPA fu mandata a Squillace per fondare un altro monastero, il sacerdote rimase a Napoli per assestare la comunità, ormai accresciuta di oltre 120 religiose, e poter seguire la nuova fondazione calabrese. Costante rimase il suo impegno per consolidare il culto eucaristico e propagandarne l’efficacia.
All’inizio del 1840 padre BALDESCHI si ammalò di malattia polmonare e, dopo le prime cure presso il vicino Ospedale degli Incurabili, fu trasferito a Torre del Greco, dove morì il 10 agosto dello stesso anno. Fu sepolto nel monastero di Santa Maria delle Grazie; nel 2008 la salma fu tumulata nella chiesa del monastero di San Giuseppe.
Venerdì 21 febbraio alle ore 12 nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Apostolico Lateranense si concluderà la sessione di chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni del servo di Dio GIOVANNI ANTONIO BALDESCHI, sacerdote della diocesi di Roma e cofondatore delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento.

La Sacramentine annoverano già altri membri in fama di santità o già riconosciuta della Chiesa, come la fondatrice Caterina Soderini. Ecco l’elenco per data di morte:
†1824: Beata MARIA MADDALENA DELL’INCARNAZIONE (Caterina Sordini), fondatrice
†1840: servo di Dio Giovanni Antonio Baldeschi, sacerdote diocesano, confondatore
†1844: serva di Dio MARIA GIUSEPPA DEL SACRI CUORI (Marianna Fortunata Cherubini), fondatrice a Napoli
†1876: serva di Dio MARIA SERAFINA DELLA CROCE (Ancilla Ghezzi), fondatrice a Monza

CATERINA SORDINI
Caterina Sordini nacque a Porto Santo Stefano (Grosseto) il 17 aprile 1770; a 16 anni sembra che fosse stata promessa in sposa ad un marittimo di Sorrento, Alfonso Capece, ma lei declinò la scelta e dando seguito al suo desiderio, entrò fra le Terziarie Francescane di Ischia di Castro (Viterbo), ricevendo l’abito religioso il 26 ottobre 1799.
Ebbe come guida e padre spirituale don Giovanni Baldeschi e come spesso accade, da questo profondo legame spirituale, Caterina ricavò l’ideale di fondare un nuovo Istituto religioso dedito all’adorazione perpetua dell’Eucaristia, centro e culmine di ogni vita cristiana.
Nel frattempo nel Capitolo del 20 aprile 1802 delle Terziarie Francescane, fu eletta badessa a soli 32 anni; aveva cambiato il nome in Maria Maddalena dell’Incarnazione, si dedicò ad un deciso riordinamento economico della casa e ad una restaurazione della vita regolare delle Terziarie.
Il periodo del suo governo fu accompagnato da una serie di fenomeni straordinari e da un crescente fervore di vita spirituale, per cui in tutta la zona si diffuse la fama della giovane badessa, la quale comunque non aveva mai abbandonato l’ideale delle suore adoratici.
Con l’accordo del padre Baldeschi e del vescovo di Acquapendente, mons. Pierleone, iniziò la stesura delle regole del nuovo Istituto. L’8 luglio 1807, lasciò Isola di Castro e le Terziarie Francescane e con l’incoraggiamento di Pio VII, inaugurò a Roma la prima casa delle “Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento” in un ex convento carmelitano alle Quattro Fontane.
Durante l’occupazione francese di Roma, la Congregazione fu sciolta forzatamente in base alle leggi napoleoniche e Madre Maria Maddalena dell’Incarnazione, fu mandata in esilio, prima a Porto Santo Stefano e poi a Firenze.
Ma in Toscana ebbe l’opportunità di conoscere alcune giovani, che costituirono il gruppo iniziale delle nuove Adoratrici, quando queste poterono ritornare a Roma in S. Anna al Quirinale, il 19 marzo 1814.
Quattro anno dopo, il 13 febbraio 1818, il papa Pio VII approvò definitivamente l’Istituto, che ormai era dedito alla solenne e pubblica esposizione del SS. Sacramento, con la continua adorazione.
La Madre Fondatrice, morì a Roma il 29 novembre 1824, lasciando una fama di santità e di fenomeni straordinari che l’avevano accompagnata in vita. Fu sepolta in S. Anna al Quirinale, con il permesso del papa, che allora aveva la sua residenza nel palazzo del Quirinale, ma nel 1839 le sue spoglie furono traslate nella chiesa di S. Maria Maddalena a Monte Cavallo, nuova sede di Roma delle Adoratrici Perpetue e contemporaneamente furono avviati i processi canonici per la sua beatificazione, che ad oggi sono in fase avanzata.
La presenza delle suore è attualmente in Europa, America, Africa; solo in Italia dopo Napoli e Roma che furono le prime, sono presenti in dodici case (anno 2001).
Papa Giovanni Paolo II l'ha dichiarata "Venerabile" in data 24 aprile 2001. Benedetto XVI il 17 dicembre 2007 ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione.
Il 3 maggio 2008 è avvenuta la celebrazione della beatificazione a Roma presso la Basilica di San Giovanni in Laterano.

MARIANNA FORTUNATA CHERUBINI
La Serva di Dio nacque ad Ischia di Castro (VT) il 31 luglio 1788. A circa tre anni i genitori la collocarono come educanda presso il Monastero delle locali Terziarie Francescane. La giovane Fortunata desiderava restare nella vita monastica, ma trovò l’opposizione prima della zia e poi del padre (la madre nel frattempo era morta), per cui rientrò in famiglia per qualche tempo.
Avendo manifestato perseveranza nel suo proposito di consacrarsi al Signore, verso i 15 anni di età fece ingresso in qualità di novizia tra le suddette Monache; il 19 agosto 1804 emise la professione prendendo in religione il nome di Clotilde.
Nel 1807 l’allora abbadessa del Monastero, la Beata Maria Maddalena dell’Incaranazione (nel sec. Caterina Sordini), portò a termine un progetto da tempo coltivato, fondando un Istituto dedito all’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento; la Serva di Dio fu tra quante, condividendone l’ideale di consacrazione al Signore, la aiutarono nell’attuazione di tale progetto.
Dopo lunghe trattative tra il Vescovo di Acquapendente e il Pontefice del tempo, il gruppo di religiose, accompagnato da P. Giovanni Antonio Baldeschi, direttore spirituale della Beata Maria Maddalena e zio di Suor Clotilde, partì alla volta di Roma il 31 maggio 1807.
La piccola comitiva trovò ospitalità presso il Monastero agostiniano di via Inselci, in Roma, e dopo un mese passò presso l’ex convento dei carmelitani scalzi spagnoli accanto al Palazzo del Quirinale.
Dovette poi affrontare le dure prove derivanti dalla persecuzione napoleonica. Dopo l’invasione dell’Italia e l’occupazione di Roma, il Papa fu deportato in esilio in Francia; i Monasteri e le case religiose vennero requisiti e la lotta contro il clero e la vita monastica esplose con grande forza.
Lo stesso P. Baldeschi fu imprigionato con accuse calunniose e poi rilasciato; la B. Maddalena e alcune compagne, tra cui la Serva di Dio, conobbero la via dell’esilio, prima a Porto S. Stefano e poi a Firenze. Nonostante la situazione di oggettiva difficoltà, nacquero nuove vocazioni che riempirono poi il Monastero di Roma e fecero estendere l’Istituto anche in altre città. Terminata la persecuzione l’approvazione definitiva da parte del Pontefice Pio VII.
Sotto la solida guida di Mons. Menocchio, Vescovo agostiniano e sacrista del S. Padre, affidato alle religiose dal Pontefice come guida spirituale, l’Adorazione Perpetua iniziò ad avere anche una sua fisionomia giuridica: Regola di S. Agostino e Costituzione legate al proprio carisma specifico. Le componenti della novella famiglia religiosa adottarono un abito proprio ed emisero la nuova professione monastica. La Serva di Dio mutò il suo nome in quello  di Maria Giuseppa dei Sacri Cuori e collaborò alla stesura delle prime Costituzioni.
Nel 1824 morì la Fondatrice e sorsero alcune divisioni all’interno della Cominità di Roma. La Serva di Dio fu eletta Superiora di quella casa e la governò con saggezza e prudenza, riuscendo anche a completare le Regole, ancora incomplete nella precedente stesura.
Nell’ottobre 1828 si recò a Napoli per erigere una nuova Casa dell’Istituto. La fondazione, lungamente voluta e preparata da alcuni nobili di napoletani, trovò il suo pioniere nel cavalier Buonocore, ottenne la benedizione del Card. Ruffo Scilla e fu accompagnata anche dalla benevolenza del Re Francesco I e della Regina Madre.
Non mancarono tuttavia le difficoltà, causate da alcune divisioni interne. La stessa Serva di Dio venne fatta oggetto di rilevanti opposizioni e dovette superare non poche difficoltà. Per affrontare tali prove trovò forza nella preghiera fervorosa; spronò le consorelle a raggiungere un sempre maggiore livello di perfezione ed ella stessa costituì per loro un esempio attraverso l’esercizio della virtù cristiane.
Con amorevole sollecitudine assistette spiritualmente e materialmente alcune famiglie povere e mostrò particolare sollecitudine per le anime in pericolo. Divenne così modello di condotta virtuosa per quanti l’accostavano: re, regine, cardinali, vescovi, fedeli di ogni rango e sesso.
Nel 1836, su richiesta del Vescovo di Squillace, Mons. Rispoli, si recò a fondare un nuovo Monastero nella regione calabra. Dopo circa sei anni fece ritorno nel Monastero di Napoli. Al rientro si accentuarono le fazioni interne alla Comunità e la Serva di Dio dovette affrontare un periodo difficile anche dal punto di vista spirituale.
Chiamata in Roma dalla Sede Apostolica per porre fine alla profonda divisione presente in quella Comunità portò a termine il proprio compito con grande umiltà e cercando sempre di facilitare la pace reciproca.
Eletta Priora della Comunità romana, morì in concetto di santità la notte tra il 5 ed il 6 ottobre 1844 per gravi problemi cardiologici. Volle morire attaccata al suo crocifisso.
Nel 1898 il Papa Leone XIII, mediante la Bolla Pium Institutum estese tutto ciò che era stato previsto nella riforma redatta dalla Serva di Dio come stile di vita dell’intero Istituto della Adorazione Perpetua.
Nel novembre 1844 viene aperta la causa di canonizzazione, ma per varie vicende viene riaperta il 16 settembre 2008. Il 22 ottobre 2013 vie è l’apertura della sessione dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni della serva di Dio; che si conclude il 30 settembre 2014.

ALCILLA GHEZZI
1808: 24 ottobre: Ancilla Ghezzi nasce da Carlo e Teresa Galbiati e viene battezzata lo stesso giorno nella basilica di S. Giovanni Battista. Il padre è operaio, la madre presta servizi a ore come domestica.
1816 ca.: a causa della povertà della famiglia (i figli sono cinque), va a lavorare alla Bottega dei Francesi, dove deve confezionare colletti, bretelle e altre piccole cose del genere.
1817:  Riceve la prima Comunione.
1819: Riceve la Cresima dall’arcivescovo di Milano, Card. Gaetano Gaysruck.
1820:  Le muore il padre, stremato dalla miseria.
1822:  Va a Milano a servizio presso una famiglia, ma se ne allontana subito, perché la sua virtù è insidiata. Presta poi servizi saltuari presso varie famiglie.
1823:  Fa promessa di castità, povertà e obbedienza.
1826: è’ assunta come operaia in un negozio di manifatture presso la Casa d’Industria.
1830 ca.: è assunta come operaia alla Filanda Corti. Non molto tempo dopo, per la sua diligenza e capacità, è nominata assistente
1831: Dal suo confessore viene fatta conoscere a Don Marco Passi, di Brescia, e questi, giudicandola molto positivamente, le propone di farsi monaca nel monastero che egli ha in animo di fondare; allo scopo  si dichiara disposto a pagare una maestra che le insegni a leggere e a scrivere, dato che non era riuscita a farlo da bambina, benché non mancasse affatto di intelligenza. Ella, dopo un primo assenso, rifiuta l’offerta, perché sente di essere chiamata ad altra via. Rifiuta pure delle proposte di matrimonio, anche vantaggiose.
1836-1843: Lavora come inserviente al Collegio Bianconi. E’ molto stimata. Ha frequenti estasi che vengono giudicate sintomo di malattia, ma il medico non sa curarle.
1843: Torna a casa sua, dove vive con la madre. Per vivere confeziona fiori di carta e stoffa. Continuano le estasi.  Il confessore, Don Albonico, consulta l’Arciprete, msg. Zanzi; poiché intanto si è sparsa la notizia  di questi fatti straordinari e se ne interessa anche la polizia; monsignore informa l’Arcivescovo e si fa garante della serietà di Ancilla; ne diventa direttore spirituale.
1844: settembre: Ancilla e la madre vanno ad abitare in due stanze al Carrobiolo, sperando di poter godere un po’ di pace.
1845: Continuano i fenomeni mistici .- Nella Quaresima è visitata da una commissione di medici venuti da Milano, i quali danno un giudizio vago, ma globalmente negativo.
Il 22 maggio, solennità del Corpus Domini, si sente ispirata da Dio a fondare in Monza un monastero di Adoratrici Perpetue del SS. Sacramento, conforme a quello già esistente in Roma - è fatta oggetto di pesanti accuse presso l’Arcivescovo di Milano, che decide di farla esaminare da medici in ospedale.
1846: dal 3 febbraio al 24 aprile deve rimanere all’Ospedale di Porta Nuova in Milano, per essere sottoposta a esami e osservazioni dei medici: il giudizio finale è sfavorevole. Al ritorno a Monza deve sottostare a nuove calunnie e all’interdizione ai sacerdoti di ascoltarla. Ma il Barnabita Padre Giampietro Curti accetta di diventare suo confessore e la sostiene nelle difficoltà e nelle dure lotte contro il demonio.
1849: 3 novembre sera: con tre compagne (Giuseppina Lampugnani, Pasqualina Viganò, Mansueta Pirola) si ritira in un piccolo appartamento preso in affitto al Carrobiolo: qui vivono secondo un regolamento dato loro da P. Curti. Fanno turni di adorazione alla Croce, finché, ottenuto il permesso di conservare l’Eucaristia, danno inizio all’adorazione dell’Eucaristia. Il governo della piccola Comunità viene affidato ad Ancilla. Sono poste così le basi del futuro
Monastero.
1852: Un decreto dell’Imperial Regia Luogotenenza riconosce e autorizza la “Pia Società di vergini dette Sacramentine esistente nella città di Monza”, di cui è dichiarato reponsabile msg. Zanzi.
Per le continue, false accuse mosse ad Ancilla e alle compagne, i superiori dei Barnabiti, trasferiscono P. Curti a Milano.
1854: Dal principio di quest’anno la piccola Comunità (22 membri) osserva la Regola dell’Ordine delle Adoratrici Perpetue, mandata dalla Superiora di Roma su richiesta di  P. Curti.
1854: Grazie alle doti di due sorelle si acquista l’antico monastero di S. Maddalena, che però ha bisogno di molti restauri.
1855:  15 settembre: muore P. Curti.
Il 24 settembre la comunità si trasferisce dal Ritiro del Carrobiolo nel monastero.
1856: Si acquista la chiesa, anch’essa da restaurare perché era stata adibita a uso profano. Poco dopo si completa l’acquisto dell’intero caseggiato di via S. Maddalena.
4 novembre: Ancilla e una Sorella partono per Roma, per compiere nel monastero delle Adoratrici Perpetue la loro formazione alla Regola dell’Ordine. Fanno la Vestizione il 5 dicembre.
1857: Il Papa Pio IX concede alle due Monzesi di abbreviare il periodo di formazione: perciò il 29 settembre possono fare la Professione. Ancilla prende il nome di Serafina della Croce. Il 5 ottobre, con altre due Sorelle monzesi, che già avevano professato l’anno precedente nel monastero di Roma, partono per Monza. Sr. Maria Serafina ha l’incarico di Vicaria e di Maestra delle novizie. Arrivano a Monza l’11 ottobre. Il 15 dicembre l’arcivescovo Romilli nella chiesa del monastero presiede alla Vestizione delle prime dodici probande.
1859: 4 marzo: ultimato il restauro, la chiesa viene benedetta da msg. Zanzi e il 19 giugno è aperta al pubblico con la solenne Esposizione, continuata per 13 giorni consecutivi.
1861: 15 novembre: Pio IX firma il Decreto per l’erezione canonica del monastero, la clausura papale e la Professione delle Novizie.
1862: 23 gennaio: il Vicario Capitolare di Milano, msg. Caccia Dominioni notifica ufficialmente alla comunità il Decreto del S. Padre. Diciotto novizie fanno la Professione solenne. - Il 13 novembre msg. Caccia consacra la chiesa.
1863: 3 marzo: si tiene il primo Capitolo e Sr. Serafina della Croce viene eletta superiora: le sarà rinnovata tale carica fino alla morte.
1866: Si temono le conseguenze della legge eversiva della proprietà ecclesiastica emanta il 7 luglio; Madre Serafina dà esempio di totale fiducia in Dio; il monastero non viene soppresso.
1870: Si fonda un nuovo monastero a Innsbruck per la donazione di una nobile del luogo, Sofia degli Angelini, divenuta Adoratrice col nome di Sr. M. Pia del Divino Amore.
1871: Madre Serafina si reca a Innsbruck per sanare dissapori sorti fra le tre monzesi mandate per la fondazione e le Suore native del luogo. Dopo un breve soggiorno, ristabilita la pace, torna a Monza con le tre sorelle italiane.
1876: 8 febbraio: Madre Serafina muore.
1907: 26 marzo: Traslazione, nella chiesa delle Sacramentine, dei resti mortali della Madre e di quelli di msg. Zanzi, giustamente considerato confondatore del monastero.
1943: 13 marzo, apertura della sessione dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità e di segni della serva di Dio.

martedì 18 febbraio 2020

San Donaziano, Alghero: 1913



Quando si pensa al Alghero, subito viene in mente la canzone di Giuni Russo.

Il ritornello recita Voglio andare ad Alghero - In compagnia di uno straniero.
Eppure la città dalle spiagge assolate, ha il suo straniero custodito dentro un’urna nella cattedrale di S. Maria.
Seppur nel cristianesimo più nessuno è straniero, e come dice l’Apostolo Paolo: Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti (Col 3,11), e anche: Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).




Ma giocando sulle parole della cantante, lo straniero di Alghero, si chiama Donaziano.
Straniero di dove?
Nel libro degli Atti degli Apostoli (CEI 1974), leggiamo nell’elenco delle presenze a Gerusalemme in occasione della Pentecoste: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, … stranieri di Roma … ».
Il martire venerato ad Alghero in S. Maria è Donaziano di Roma.

Scrive Raffaele Sari Bozzolo:
Chi entra nella cattedrale di Santa Maria ad Alghero, ammira una chiesa monumentale, ricca di storia e di arte in ogni suo più recondito particolare. Oltrepassato il presbiterio ed il pulpito, andando verso il lato destro ci si imbatte in un’ampia cappella dedicata allo Spirito Santo; qui, sotto la mensa di questo altare, vi è un particolare loculo, dove – protette da un cristallo – vi si possono ammirare, in una luce tenue e suggestiva, le fattezze delicate di un giovane vestito d’una elegante tunica bianca e rossa, impreziosita da fini ricami in filo d’oro. Il pallido volto del giovane quasi impietosisce chi si sofferma ad osservarne l’espressione innocente e malinconica, chi ne scruta la tristezza degli occhi. Se poi ci si china sul vetro ad osservarne tutto il corpo disteso, si scorge che indossa sandali romani e che vicino a sé ha un’ampolla colma di sangue. I tratti di quel viso tradiscono una mai del tutto trascorsa fanciullezza e l’ampia ferita che gli apre un vistoso squarcio sul collo racconta com’è che quella mai poté trascorrere. Ci si rialza scossi.

Il misterioso martire è uno dai tanti martiri delle catacombe traslati dall’Urbe all’Orbe, ed anche la Sardegna ebbe la sua porzione.
Da quale catacomba proviene S. Donaziano?

Un’antica stampa devozionale incisa su rame e custodita dalla Biblioteca della Confraternita della Misericordia, sappiamo che quei resti provengono dalla catacomba Ciriaca in Roma.

Come S. Donaziano arrivò ad Alghero, non tanto come uno straniero, ma come figlio di quella Chiesa madre, Roma, che già in Sardegna aveva visto generare la fede cristiana ad opera dei cristiani esiliati ad metalla e che fu imporporata dal sangue di suoi numerosi martiri?

Ci racconta Raffaele Sari Bozzolo:
Fu il cardinale Vicario di Sua Santità Costantino Patrizi, nel 1845, a Donare la reliquia di S. Donaziano a Carlino Garibaldi, un agiato e colto negoziante di ceppo ligure, figlio di Giambattista, clavario della città, marito di Gerolama Piccinelli; questa era la figlia di Stefano Piccinelli (1778-1843), facoltoso mercante, nativo di Sestri Levante, e di Agnese Vitelli (1784-1871), figlia di Carmine Vitelli, agiato commerciante originario di Torre del Greco. Morendo il Piccinelli aveva lasciato alla vedova, alla figlia e al genero un lussuoso palazzo in Piazza Civica che ospitava un oratorio privato dove - grazie ad un’autorizzazione concessa proprio in quello stesso 1845 dal vescovo di Alghero Pier Raffaele Arduino - veniva celebrata la messa nelle principali festività.
I coniugi Garibaldi-Piccinelli non ebbero figli, così che il S. Donaziano passò a un loro nipote, l’avvocato Stefano Bolasco Piccinelli; costui, a sua volta, defunto celibe, volle legarlo alla madre Camilla. Alla morte di Donaziano Bolasco Piccinelli, figlio di quest’ultima, fu la nobildonna Giovannina Bolasco, maritata Guillot, a ereditarne i suoi beni, e tra questi la reliquia che continuò a custodire nella cappella del palazzo attiguo all’archivolto di Porto Salve, fino al 1913, quando decise di cederla al vescovo di Alghero Ernesto Maria Piovella. Con una breve processione, l’urna venne trasportata in cattedrale e sistemata nella cappella della Cattedrale dedicata allo Spirito Santo (già dell’altare privilegiato), dove tuttora si trova.
Così S. Donaziano, giunse ad Alghero.

Il simulacro assomiglia ad altri come: S. Adiutore venerato a Wexford (Irlanda), dono di Pio IX a Thomas Devereux (1); S. Augustale, venerato a Viterbo (2); S. Candido venerato a Roma (3); S. Ischilacio venerato in Francia (4); S. Liberale venerata a Crea (5); S. Lupercilla venerata a Crodo (6), e certamente altri.

Concludo con la Colletta dal comune di Martiri del Messale Romano:
Dio onnipotente e misericordioso,
che hai dato a san Donaziano un’invitta costanza
fra i tormenti del martirio,
rendici sereni nelle prove della vita
e salvaci dalle insidie del maligno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen. Così sia!