domenica 10 febbraio 2019

Beata Cera: Chiara da Rimini



Dal Martirologio Romano alla data del 10 febbraio: “A Rimini, beata Chiara, vedova, che espiò con la penitenza, la mortificazione della carne e i digiuni la precedente vita dissoluta e, radunate delle compagne in un monastero, servì il Signore in spirito di umiltà.”

«Femina so’ e peccatrice». Da questa immagine negativa del femminile riconosciuta e confessata muove, all’interno dei recessi più profondi dell’anima e tra le mura di una città medievale tra Due e Trecento, il viaggio di Chiara da Rimini verso la santità.

Ma chi è Chiara? La leggenda agiografica che ne racconta la vita è tramandata da un manoscritto in volgare italiano, venato di forme dialettali romagnole, del tardo secolo XV, tuttora conservato a Rimini: leggenda scandagliata nelle pieghe più sottili da Jacques Dalarun in un libro dalla forza narrativa catturante, Santa e ribelle, che smonta e rimonta tempi, spazi, eventi dell’itinerario terreno della santa. Nel contempo, due convegni sui santi, a Spoleto e a Firenze, fanno da più largo contesto al libro di Dalarun, e mostrano l’interesse attuale per l’agiografia (vicende, miracoli, traslazioni di reliquie di santi), i cui meccanismi costituiscono un campo di indagine storiografica di prim’ordine.

Chiara nasce poco oltre la metà del Duecento, secolo che con le sue proiezioni nel Trecento vede nel triangolo tra Toscana, Romagna e Umbria la santità femminile anche di Margherita da Cortona, Angela da Foligno, Chiara da Montefalco, cui seguirà la più grande delle mistiche, Caterina da Siena. Sullo sfondo s’irradiano i bagliori di Francesco d’Assisi. Quello di Chiara da Rimini è il percorso della mondana pentita. La leggenda la colloca nella sfera alta della società riminese; circostanza sospetta, introdotta forse al fine di accrescerne i meriti quando si spoglierà dei suoi beni. Dotata di «excessiva bellezza del corpo» non meno che «di ogni lascivia piena», s’infiamma per il denaro come per il sesso, si immerge nella vanità del lusso, gode di ogni «ghioctitudine» della tavola, si abbandona ai «mali desideri». Data in sposa assai giovane dal padre ad un uomo non scelto, all’età di ventiquattro anni ha già perso – per morte naturale o per vicende violente – madre, matrigna, padre, fratello, marito; ma i sensi la gettano verso un secondo «carnal marito». Il solco è in qualche modo simile a quello di Margherita da Cortona che vive nove anni in concubinaggio con un ricco debosciato, o di Angela da Foligno che conduce una vita ebbra e dissoluta. Donne come queste, sposate e comunque non vergini, non sono votate alla santità. Non aveva forse detto Pier Damiani che il solo limite all’onnipotenza di Dio era che non poteva ridonare la verginità perduta? Ma queste donne, tra una femminilità vissuta nella carne e offerta all’uomo, e una femminilità negata in sé e offerta a Dio, scelgono una terza via, quella di una «conversione» dall’una all’altra.

Chiara è attirata, come da un amante, nella chiesa di San Francesco di Rimini. Entra. Vi ritorna. E quasi «novo pensiere et corpo avesse preso» riconosce «i soi passati errori». Si separa dal marito, che presto muore. Libera, si unisce al suo terzo sposo, Cristo. È «facta religiosa», e la sua vita si capovolge. I travagli sono molti. Alla fine Chiara si insedia in una stanza tutta per sé, alla quale da lungo tempo anelava, una celletta nelle mura della città antica: non a caso, giacché le mura stanno a significare una zona di confine, quasi riflesso della linea che separa il terreno dal celeste. Penitente, porta il cilicio fatto di pelle di maiale rivoltata dal lato delle setole, in modo che più crudeli ne risultino i colpi sulla carne peccatrice. Punisce la sua «ghioctitudine» rinunciando a gustosi pollastri e ad altri «delectevoli animali in lesso o arosto», e mangia il rospo, la bestia schifosa, nella quale il Medioevo simbolicamente combina l’orrore per il cibo e l’orrore per il sesso. Nelle strade e nelle piazze cittadine Chiara «urla como lupo e ciufola como serpente» le sue colpe facendosi battere da due aguzzini prezzolati, quasi reiterando la passione di Cristo tra i ladroni nella sofferenza del corpo martoriato. Novello apostolo, predica, svergogna i peccati, e converte. Chiede l’elemosina di uscio in uscio e ne distribuisce il ricavato ai poveri.

L’amore di Dio spinto al rigore estremo dello spirito e all’umiliazione lacerante della carne, sfacciatamente esibito, può diventare scandalo. Le sante italiane dei secoli XIII e XIV possedute dalla smania di espiazione e ululanti un passato scellerato sembrano talora rimandare ai santi folli del mondo greco-orientale. Angela da Foligno, in piena quaresima pasquale, sogna di girare nuda per le piazze, con un rosario di pesci e carni al collo, per gridare in faccia alla gente i suoi appetiti e le sue malizie. Rinsecchita dai digiuni, macerata nel corpo, la bocca scheletrita, pallida, scalza, ossessionata dalla passione della croce, Chiara da Rimini cammina sull’ambiguo rasoio che passa tra folle amore di Dio ed eresia. Supera la prova. Ispirata dalla percezione sensibile, oculare, delle immagini sacre si accende di visioni dell’anima. Compie miracoli, con i quali il Signore le manifesta il suo favore. Fonda una comunità femminile. Ha il riconoscimento delle gerarchie ecclesiastiche. E intorno agli anni Venti del Trecento trova al suo capezzale l’agiografo che narra la sua vita, il tempestoso viaggio verso la santità che le si dischiude.

Scrive Dalarun: «L’agiografia è un palazzo di specchi in cui errano e si sfiorano esseri allucinati, cercando di vedere, al di là del gioco di riflessi, il volto accecante dell’eterno». Ma lo storico vede anche oltre quel «palazzo di specchi». Smontare i meccanismi dell’agiografia significa svelare le strategie che hanno governato la santità. Non conta solo la verità storica dei fatti narrati, tante volte confusa, sgranata e aleatoria, o isolare singole notizie verificabili all’interno della leggenda. Esiste una veridicità agiografica, la quale si trova all’incrocio di dinamiche sociali, religiose, spirituali, e che riverbera mentalità, modelli di comportamento, pratiche culturali, sistemi di rappresentazione, forme di immaginario individuale o collettivo. Promozione e riconoscimento della santità, nascita di culti, varianti e definizioni della iconografia o della liturgia di un santo rinviano a dimensioni o fattori che possono essere di volta in volta politici, istituzionali, economici oltre che religiosi e spirituali. Chiara non occupa da sola l’intera scena riminese. Nella città, stabilmente o di passaggio, agiscono ceti dirigenti, fazioni politiche, movimenti spirituali, gruppi in odore di eresia, comunità conventuali, poteri ecclesiastici, erudizione locale. Tutto sullo sfondo di una gremita, animata e vociante vita quotidiana. Microcosmo corale del tardo Medioevo, Rimini diventa così palcoscenico sul quale, smontata nei suoi meccanismi, la leggenda di Chiara recita la storia.

 

FONTE:

Chiesa di Corpolò

Jacques Dalarun, Santa e ribelle. Vita di Chiara da Rimini, Laterza 2000.

Il Corriere della Sera, 24/10/2000

giovedì 7 febbraio 2019

"Per essere all’altezza dell’amore" (Nek)














Mi farò trovare pronto
A certi strani mutamenti
Con la guardia sempre alta
Anche con i sentimenti… anche con i sentimenti
Sono pronto sono pronto
A non esser pronto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
Come non ho fatto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Mi farò trovare pronto
All’impatto col tuo nome
La tua firma sulla pelle
È la mia rivoluzione
Mi farò trovare pronto
Ad ogni regola che inverti
Ogni legge, ogni principio non saranno più gli stessi
Con la guardia sempre alta
Anche con i sentimenti… anche con i sentimenti
Libri di milioni di parole
Ce ne fosse almeno una
Per essere all’altezza dell’amore
Frasi di chissà quale canzone
Ne venisse adesso una
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
A non esser pronto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
Come non ho fatto mai
Come non ho fatto mai… mai
Scene del più grande film d’autore
Non c’è trama né copione
Per essere all’altezza dell’amore
Libri di milioni di parole
Ce ne fosse almeno una
Per essere all’altezza dell’amore
Frasi di chissà quale canzone
Ne venisse adesso una
Per essere all’altezza dell’amore
Mi farò trovare pronto
Con l’amore in mezzo ai denti
Con la guardia sempre alta
Anche con i sentimenti… anche con i sentimenti
Sono pronto sono pronto
A non esser pronto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
Come non ho fatto mai
Come non ho fatto mai… mai
 

martedì 29 gennaio 2019

Beata Arcangela Girlani, prega per noi!




O mia colomba,
che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è incantevole».
(Ct 2,14)

Arcangela Girlani, al secolo Eleonora (Trino, 1460Mantova, 25 gennaio 1494).

La sua era una famiglia benestante. Durante la sua infanzia, aveva programmato di diventare una suora benedettina. Tuttavia, per la sua strada per l'abbazia, il suo cavallo si rifiutò di portarla lì. Interpretò questo come un segno, così divenne monaca carmelitana a Parma con le sorelle Maria e Francesca; le fu dato il nome religioso di Arcangela. Fece la professione di fede nel 1478.

Fu poi eletta priora del suo monastero, ed ha fondato un nuovo monastero carmelitano a Mantova. Lei è stato segnalato per i doni di estasi, e miracoli, tra cui la levitazione.

La Beata visse profondamente il mistero della sua vita interiore in unione con Dio e nella percezione della sua presenza in purezza di cuore conducendo una vita fraterna semplice e austera, praticando la mortificazione, il distacco, l’umiltà e il nascondimento. Per amore della Regola, la Beata chiese ed ottenne che fosse tradotta in lingua italiana perché lei e le consorelle non comprendevano il latino. Tutto il cammino della spiritualità dell’epoca è attraversato dal tema dell’amore e del dono di sé che Arcangela trasmise alle sue consorelle insegnando loro a custodire la cella interiore dove l’intimo rapporto con Dio conduce alla perfezione e nel ricercare la cella esteriore come luogo d’incontro con lo Sposo, luogo di silenzio, di raccoglimento, di nascondimento per pregare, amare, correggere i propri errori e risalire dalle tante cadute causate dalla fragilità umana.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1494, si è manifestata una devozione diffusa accompagnata da relazioni di guarigione.

Sepolta nella tomba comune, dopo tre anni ebbe sepoltura distinta. Nel 1782, l'imperatore Giuseppe II d'Austria soppresse il monastero e il corpo incorrotto della Beata Arcangelo fu conservato con una soluzione di imbalsamazione e fu trasferito nella natia Trino, presso le Carmelitane. Soppresse anche loro nel 1802 fu traslato nella chiesa dell’Ospedale di S. Lorenzo e qui è tuttora venerato

Il 1 ° ottobre 1864, il beato papa Pio IX approvò il culto immemorabile e concesse all'Ordine di celebrare la sua memoria il 29 gennaio, e nella città di Trino e nella diocesi di Vercelli, il 27 gennaio.

Nel 1932 il corpo fu nuovamente scoperto e si scoprì che la procedura chimica per conservare il corpo era stata mal fatta e in alcuni punti la carne si era polverizzata. Una maschera d'argento è stata posta sul viso e sulle mani.  Nel 1960, in un'analisi finale, il corpo era ancora flessibile e alcune parti erano ben conservate.

Martirologio Romano, 25 gennaio: A Mantova, beata Arcangela (Eleonora) Girlani, vergine dell’Ordine delle Carmelitane, priora del convento di Parma e fondatrice del cenobio di Mantova.

Nella diocesi di Mantova la sua memoria si celebra il 29 gennaio.

Anche le due sorelle della Beata, in religione Maria e Scolastica, ricevettero il culto come beate, ma non fu mai confermato e si perse nel tempo.

La Beata nell’iconografia è raffigurata come l’abito dell’ordine religioso e con una colomba.

Questa iconografia a tratti, se non fosse diverso abito, assomiglia a quello della beata domenicana Colomba da Rieti, la quale in più ha i giglio come simbolo di purezza, e la colomba invece è simbolo del suo ruolo civile: colomba di pace. Nella beata Arcangela invece è la colomba che significa la purezza di cuore, ma anche ci potrebbe ricordare due immagini: la sua intima unione con Dio, che dimora nelle fenditure delle rocce, nella ferita del Cuore d Cristo; e poi ci ricorda la sapienza della sua vita che seppe trasmettere alle sue consorelle con scelte profetiche.

Altra iconografia vede la Beata con il libro e il giglio. Quest’ultimo lo si comprende per quanto detto sopra. Il libro aperto ci fa certamente pensare a quella intuizione “pastorale” di tradurre la regola in italiano. Altrove è in contemplazione della Croce, quindi della Passione a cui la Beata era misticamente unita.

sabato 26 gennaio 2019

Purscél!





Abruzzo
maiale: pòrche,majèle, puorc

Basilicata
maiale: porce, puorco, purcelle

Calabria
maiale: perceju, porcèju, puarcù, purceddru, purceddu, tròja, vèrru

Campania
maiale: puorco/ purciello, puorco/purciello, puorcu

Emilia Romagna
maiale: busgat,, gogn, gozen, gozén, gognén, grëin, gusèn, guzén, lümäl, nimäl, ninàtt, nümàl, nümäl, pórch, pôrk (baghìn a Cesena-Rimini), tabarèin

Lazio
maiale: puórche

Liguria
maiale: porcu

Lombardia
maiale: animal, cion, gnut, gugét, gugnei, Gugnìn, maàl, maiàl, nimal, nimàl, nimàl, nimàl, porc, porc, porch (raro), purcèll, purscell, pursé, pursél, pursél, roi, sunì, Ver, verr (Milano)

Marche
maiale: baghìn, baghin (Urbino), cióncarìn, guerru, porcu, puorche, vilurdu

Piemonte
maiale: (lo) crin, crin, crin, porc, porchët, purscél, pursé

Puglia
maialetto: ciaccarìedde, porcu

Sardegna
maialetto: porcheddu

Sicilia
maiale: porcu, porceddu

Toscana
maiale: baghino, maiale, nino, zizò (Carrara)

Umbria
maiale: porcu, verro

Valle d'Aosta
maiale: gadin, cayon

Veneto
maiale: másc-cio, porselo, Porthel

venerdì 25 gennaio 2019

St-Lizier! San Licerio



San Licerio, nato in Spagna, fu discepolo di San Fausto vescovo di Riez che poi seguì in esilio. Dopo la morte di Fausto, Licerio si recò a Rodez presso San Quinziano che lo ordinò prete. Infine fu eletto vescovo del Couserans. Un episcopato sconvolto dalla lotta franco-visigota del principio del VI secolo. In questo contesto fu definito defensores civitatis.

La tradizione e il martirologio ricorda la morte del vescovo Licerio il 27 agosto del 540.

I suoi resti mortali, ritrovati alla fine del IX secolo, vennero custoditi in una nuova chiesa, consacrata nel 1117 da san Raimondo, vescovo di Barbastro. Il culto del vescovo Licerio è diffuso nel Sud della Francia e in Spagna.

San Licerio ha dato il suo nome al piccolo borgo dell’Ariège, St-Lizier, la cui chiesa conserva un busto reliquiario del XIII secolo.

Nella regione dell’Aquitania in Francia nella cittadina che poi da lui prese il nome, san Licerio, vescovo, che, di origine spagnola e discepolo del vescovo san Fausto di Riez, protesse con le sue preghiere la città dall’invasione dei Visigoti.

lunedì 21 gennaio 2019

Madre du Bourg




La serva di Dio Anna Rosa Giuseppina du Bourg, nata a Rochemontes, Haute-Garrone (Francia) il 25 giugno 1788, è la fondatrice della Congregazione della Suore del Salvatore e della Santa Vergine (in francese Sœurs du Sauveur et de la Sainte-Vierge).

Anna Rosa Giuseppina, anima contemplativa, rimasta orfana, si stabilì a Limoges, dove era vescovo suo zio Mons. Filippo du Bourg, e trascorse molti anni come religiosa tra le Ospedaliere di Sant'Alessio e poi tra le monache del Verbo Incarnato: ma poi sempre più capì che il Signore la chiamava a fondare un nuovo istituto, dedito all'insegnamento, la catechesi parrocchiale e alla cura dei malati.

Nel 1835 diede inizio a Terrasson alla Congregazione delle Suore del Salvatore e della Santa Vergine, approvata il 25 febbraio 1834 da Mons. Alessandro de Lostanges, vescovo di Périgueux. Le suore si diffusero rapidamente nelle diocesi di Périgueux, Clermont e Limoges e nel 1835 la casa-madre venne stabilita a La Souterraine.

Madre Maria di Gesù du Bourg fondò anche il ramo delle Piccole suore istitutrici delle campagne, composto da suore di vita apostolica, inviate a due e due nei piccoli villaggi rurali come insegnanti, catechiste e infermiere, ramo che poi su richiesta della Santa Sede fu soppresso nel 1891.

La venerata madre Maria di Gesù muore in odore di santità a La Souterraine il 26 settembre 1862.
La Congregazione conobbe un rapido e notevole sviluppo, ma tra il 1902 e il 1903, a causa delle leggi anticattoliche e anticlericali, subì un arresto, tanto che le suore dovettero chiudere 68 delle 82 case in Francia e stabilirsi all'estero (Belgio, Italia)

L'istituto ricevette il riconoscimento pontificio il 13 gennaio 1873 e il 6 giugno 1904 giunse l'approvazione definitiva delle costituzioni.

La causa di canonizzazione di Madre Maria du Bourg fu aperta il 21 Novembre 1920 presso la diocesi di Limonges. Il decreto di non culto, secondo le normativa di papa Urbano, sono del 22 Marzo 1927.

venerdì 18 gennaio 2019

Beata Bionda Foschi, prega per noi!



Il primo post di questo 2019 è legato ad una nuova scoperta, per me, infatti la Bibliotheca Sanctorum riporta questo esempio di santità.
È la Beata Bionda Foschi.
È uno dei quattro Beati nativi nella città di Verucchio, cioè: Gregorio Celli, Galeotto Roberto Malatesta e Giovanni Gueruli.

Bionda era una nobildonna alla quale furono uccisi il marito ed il figlio dai tiranni Malatesta. Perdonando ed accettando con cristiana rassegnazione la sua sorte. La Beata è terziaria dei Servi di Maria ed è solo "ricordata" nella sua città di Verucchio. Morì nel 1411. Si crede fosse sepolta nella chiesa di S. Maria dei Servi nel borgo Vernino in Verucchio (FC).

Narra la tradizione, immortalata dall’iconografia, che la Beata rimasta vedova, i nemici della famiglia, i Malatesta, uccidono il suo unico figlio, a cui cavano il cuore. Poi con uno stratagemma venne dato alla povera madre da mangiare. La Beata scoperto la crudeltà reagì con il perdono per i suoi nemici.
 
Un video su youtube, anche se con qualche errore sull'iconografia e sull'Ordine dei Servi di Maria, ne delinea la figura.
Un'altra pagina sul web, menziona una figura di santità omonima, di cui però non c'è traccia sulla Bibliotheca Sanctorum.

mercoledì 26 dicembre 2018

San Stefano venerato a Salice (ME): tre santi un nome


Avevamo già parlato del culto di S. Stefano e dei tre Stefano a Salice. Questo nuovo articolo, tratto da un post di FB di G.B. Anania, è così intelligente che lo pubblico.

La fede e la devozione dei salicesi è sempre ruotata intorno a tre figure di santi, tutti con lo stesso nome: Stefano. La devozione dei fedeli si è sempre rivolta al Santo Stefano Protomartire della Chiesa occidentale, ad un S. Stefano di Costantinopoli, monaco orientale del sec. VIII, conosciuto come il Giovane o il Greco, e ad un monaco di nome Stefano, vissuto proprio a Salice e ivi morto in odore di santità. Quest'ultima figura viene talvolta confusa con le altre due e in particolare con la seconda. Dalla commistione di questi due Stefano (il Giovane e il Salicioto) viene fuori la figura di Santo Stefano Juniore. C'è da dire che il culto e la devozione al protomartire si sono diffusi quasi certamente in un'epoca abbastanza posteriore a quella di Santo Stefano il Giovane. Padre Antonino Settineri nel 1948 scriveva: "Qualcuno spiega questa seconda devozione (del protomartire) per il fatto che essendo stato un tempo desiderio di qualche cappellano locale rintracciare qualche reliquia del Santo venerato nel villaggio (il Giovane) ed avendone chiesta a Roma per errore gli fu spedita una reliquia del Santo protomartire. Nacque così la devozione al santo della reliquia che col tempo soppiantò nella celebrazione esteriore quella del Santo Juniore". In ogni caso non si può affermare con certezza a quale evento è collegata la diffusione della devozione di questo Santo, non curanza od errore, fatto sta che il culto del protomartire fu ben accetto da tutti e si diffuse tra i fedeli. S. Stefano il Giovane, nato a Costantinopoli tra l'agosto e il dicembre del 715 e morto nello stesso luogo il 28 novembre 768, è conosciuto anche come il martire dell'iconoclastia. A Salice il suo culto si diffuse in seguito alla costruzione di un monastero basiliano di cui si sono perse le tracce, ma di cui è provata l'esistenza in un manoscritto del 1342. Con il tempo il nome di S. Stefano il Giovane si è confuso con quello di un monaco che, secondo la tradizione, visse in questo monastero e fu lapidato e sepolto a Salice. Questa figura è avvolta dal mistero in quanto non esistono fonti o documenti che comprovano la sua esistenza. I due Santi, quindi, vengono ad assimilarsi, nonostante per gli abitanti sia chiaro il fatto che S. Stefano il Giovane non venne mai a Salice e che si parla di due figure distinte che poi, di fatto, durante le celebrazioni diventano un tutt'uno. Il giorno in cui la Chiesa celebra ufficialmente S. Stefano il Giovane è il 28 novembre, il giorno della sua morte. A Salice la ricorrenza cade, invece il 29 ottobre, giorno in cui si fa risalire la morte di S. Stefano di Salice.

martedì 25 dicembre 2018

Un giorno santo è spuntato per noi!



C'era una volta un signore molto ricco che aveva un figlio.


Questo figlio si chiamava Hatem ed era molto buono con i poveri: li aiutava in ogni modo, dava loro cibo e vestiti e avrebbe dato perfino la vita se fosse stato necessario.

Il re di quella terra sentì parlare di quest'uomo così buono e divenne geloso della sua popolarità. Ordinò alle sue guardie di bruciare la casa di Hatem e di appendere un cartello nella strada con scritto:

«Chi mi porterà Hatem vivo o morto riceverà una ricompensa di 25.000 ducati d'oro»

Gli amici di Hatem lo avvertirono e gli dissero di abbandonare subito la città.

Così travestito da mendicante si rifugiò nella foresta.

Camminò per chilometri e chilometri finché trovò una caverna dove poté riposarsi.

Si era appena seduto su un tronco e stava riflettendo sulla sua sventura, quando sentì un povero tagliaboschi che, appoggiato ad un albero lì vicino, diceva:

«Se trovassi Hatem tutti i miei problemi sarebbero risolti»

Hatem ebbe pietà del vecchio e gli disse:

«Eccomi, sono Hatem. Portami dal re e riceverai la ricompensa promessa»

Il vecchio rimase stupito, ma non seguì il consiglio di Hatem, perché non voleva che egli morisse.

All'improvviso si sentì un fruscio tra i cespugli e, prima che Hatem potesse capire di cosa si trattasse, quattro guardie del re lo avevano bloccato.

Ogni guardia desiderava per sé l'intera ricompensa e cominciarono a discutere.

Ognuna di loro sosteneva di avere trovato Hatem per prima. Alla fine lo portarono al palazzo reale dove il re in persona lo interrogò.

Hatem disse che l'unica persona che meritava veramente la ricompensa era il povero tagliaboschi, il primo che lo aveva trovato. Il re fu colpito dall'onestà di Hatem e scese dal trono per abbracciarlo.

 

Un giorno santo è spuntato per noi:

venite tutti ad adorare il Signore;

oggi una splendida luce è discesa sulla terra.
 

Alcuni dicono che se non è Natale ogni giorno, non è mai Natale.

Il Natale di Gesù è la festa di un Dio buono che rende buono il cuore dell’uomo, di ogni uomo, e la bontà che non è buonismo o “a Natale si può”, ma è l’unica strada che cambierà il mondo, anche se alcune volte pare la via degli stupidi!

A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio!

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Quanto è difficile in questo mondo essere buoni … come Dio!

Tu cerca di esserlo, provaci, riprovaci, poi farà Dio…. Nulla è impossibile a Dio.

Buon Natale del Signore Gesù.

sabato 22 dicembre 2018

Natale del Signore


Babbo Natale non esiste!
Forse raccontare le bugie ai nostri figli non fa bene, lo dicono alcuni esperti di psicologia, il Natale è di Gesù, se poi fosse o meno nato il 25 dicembre, non ci porta, alcuni dicono no, altri dicono si, altri dicono che è il giorno di una festa pagana del Sole invicto e che poi fu cristianizzata. Se è così ci può stare, senza lo scandalo di nessuno, è la storia!
 
 
"Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia".

Questo è il segno per i pastori (...) per noi ancora, qui, lo stesso segno perché Gesù, nella sua umanità, ci dice qui qualcosa di definitivo. Gli anni sono passati. La vita pubblica è iniziata, e alla fine quell'essere avvolto nel lenzuolo, e quell'altro giacere nel freddo del sepolcro, a vedere bene, il Segno resta lo stesso.

La meraviglia di Dio per noi, la meraviglia dell'uomo per Dio è questo piccolo bambino avvolto in fasce, giacente, legato, affidato, abbandonato!

Egli griderà: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato! (Sal. 22)

Questa parola dell'uomo scritta in un salmo che fu veramente, per Lui, parola di Dio. Il vangelo non ha timore di metterla nella sua bocca. Si trova là un mistero che bisogna cercare altrove. Maria, sua madre, non l'ha abbandonato. E neanche Dio poteva abbandonare il suo Santo, il suo Giusto... Luca mette allora sulla bocca di Gesù in croce un altro versetto di un salmo che offre la chiave di lettura del "Gesù abbandonato": "nelle tue mani consegno il mio spirito"!

Abbandonato ha anche un significato attivo, di colui che si lascia fare, condurre, portare, guidare; colui che abbandona la volontà propria per quella di un altro. Questo tipo di abbandono è "la morte della propria volontà", diceva Francesco di Sales.

Per me "Gesù abbandonato" è là ed è il segno che ci è donato nella nostra notte, in tutte le nostre notti - non c'è abbandono senza notte, senza quest'atto di fiducia che implica l'ignoto. È questo che distingue l'abbandono dall'obbedienza, dalla sottomissione a una volontà espressa, manifestata, conosciuta.

L'abbandono non è nemmeno rassegnazione, accettazione, indifferenza dal momento che in tutte queste cose vi è qualcosa di passivo, di subìto, una nota negativa.

Ed ecco precisamente che su questa culla di neonato, tutto abbandonato, è proclamata la Buona Novella della Pace per gli uomini che Dio ama, gli uomini ai quali va la sua benevolenza, ai quali vuole bene! Pace agli uomini che si abbandonano all'amore di Dio allo stesso modo di Questi, "il Figlio in cui si è compiaciuto".

Questo significa: che l'umanità può dare ormai un volto a Dio, quello di questo piccolo bambino, così dipendente in tutto, e liberamente offerto affinché si possa dimorare in lui; significa che Dio ha anche assunto un altro volto per l'uomo: non più l'Onnipotente che si impone dall'alto, da lontano, ma questo Dio che si abbandona, fragile, dipendente, consegnato al ben volere di una madre, di una famiglia, e anche ai capricci di un popolo. In Dio, il Figlio non è che quest’uomo nelle mani del Padre. Ed è in tale modo che viene ad abitare in mezzo a noi … Affinché noi possiamo entrare in sintonia di cuore con Dio attraverso la piccola via di Natale, quella dell'abbandono amoroso al quotidiano dell'Eterno, una piccola via per noi, qui, ora.

(P. Christian de Chergé, trappista martire)

A tutti, Buon Natale del Signore Gesù.

venerdì 21 dicembre 2018

Decreti: un beato, undici venerabili



Sei italiani, un tedesco, un polacco, un indiano, un bielorusso, uno spagnolo e un messicano.

BEATI

– il martirio del Servo di Dio Riccardo Henkes, Sacerdote della Società dell’Apostolato Cattolico; nato a Ruppach (Germania) il 26 maggio 1900 e ucciso in odio alla Fede nel campo di concentramento di Dachau (Germania) il 22 febbraio 1945


VENERABILI

– le virtù eroiche del Servo di Dio Giovanni Pietraszko, Vescovo titolare di Torreblanda, Vescovo Ausiliare di Cracovia; nato a Buczkowice (Polonia) il 7 agosto 1911 e morto a Cracovia (Polonia) il 2 marzo 1988

– le virtù eroiche del Servo di Dio Giuseppe Codicè, Sacerdote diocesano, Fondatore della Pia Unione delle Suore della Visitazione della Vergine Immacolata; nato a Budrio (Italia) il 3 marzo 1838 e morto a Vedrana (Italia) il 21 gennaio 1915

– le virtù eroiche del Servo di Dio Agostino Giovanni Ukken, Sacerdote Siro-Malabarese, Fondatore della Congregazione delle Suore della Carità; nato a Parappur (India) il 19 dicembre 1880 e morto a Chowannur (India) il 13 ottobre 1956

– le virtù eroiche del Servo di Dio Doroteo Hernández Vera, Sacerdote diocesano, Fondatore dell’Istituto Secolare Cruzada Evangelica; nato a Matute de Almázan (Spagna) il 28 marzo 1901 e morto a Madrid (Spagna) il 6 novembre 1991

– le virtù eroiche del Servo di Dio Melchiorre Fordon (al secolo: Giuseppe), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali; nato a Grodno (oggi Bielorussia) il 5 agosto 1862 e ivi morto il 27 febbraio 1927

– le virtù eroiche del Servo di Dio Girolamo Maria Biasi (al secolo: Arcangelo), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali; nato a Sfruz (oggi Italia) il 7 dicembre 1897 e morto a Camposampiero (Italia) il 20 giugno 1929

– le virtù eroiche del Servo di Dio Michele Zavala López, Sacerdote professo dell’Ordine di Sant’Agostino; nato a Rancho Nuevo de Santa Clara (Messico) il 12 novembre 1867 e morto a Yuriria (Messico) il 4 aprile 1947

– le virtù eroiche della Serva di Dio Antonietta Giugliano, Fondatrice della Congregazione delle Povere Ancelle di Cristo Re; nata a New York (Stati Uniti d’America) l’11 luglio 1909 e morta a Portici (Italia) l’8 giugno 1960

– le virtù eroiche della Serva di Dio Leonarda di Gesù Crocifisso (al secolo: Angela Maria Boidi), Monaca professa della Congregazione delle Suore della Passione di Gesù Cristo; nata a Quargnento (Italia) il 10 luglio 1908 e morta ad Alessandria (Italia) il 22 ottobre 1953

– le virtù eroiche della Serva di Dio Ambrogina di San Carlo (al secolo: Filomena D’Urso), Suora professa della Congregazione del Patrocinio di San Giuseppe; nata a Maranola (Italia) il 1° gennaio 1909 e morta a Firenze (Italia) il 26 marzo 1954

– le virtù eroiche del Servo di Dio Carlo Tancredi Falletti Di Barolo, Laico, Cofondatore della Congregazione delle Suore di Sant’Anna; nato a Torino (Italia) il 22 ottobre 1782 e morto a Chiari (Italia) il 4 settembre 1838