domenica 15 febbraio 2015

Il Martire Felice di Roma in San Giovanni Gemini

 
 

 
  
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La vita cristiana è segnata dal dono della Spirito Santo il quale, parlando in noi, ci fa riconoscere Dio come Padre. Lo Spirito di Gesù è il dono che se accolto dalla nostra libertà, legandoci a Cristo, ci lega al suo destino: la santità. Infatti dice la preghiera Eucaristica III: "Padre santo fonte di ogni santità", è il Padre che in Cristo per opera dello Spirito, accolto dalla nostra libertà, ci santifica. Così ognuno di noi potrà dire come l’apostolo Paolo: «Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana».
Lo Spirito Santo, la grazia di Dio, è concesso a tutti, è dono gratuito di Dio, è dono uguale per tutti, perché è uno e indivisibile. Ciò che crea diversità è soltanto causato dalla risposta della libertà di ciascuno. È qui solo che c’è differenza tra noi tutti e i Santi.

La Chiesa, secondo la sua Tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro Reliquie e le loro immagini; nelle feste dei Santi proclama le meraviglie di Cristo nei suoi Servi e propone ai fedeli esempi da imitare.

I primi Santi venerati nella Chiesa sono i Martiri (= testimoni): quegli uomini e quelle donne che sparsero il loro sangue per restare fedeli a Cristo che per tutti aveva sacrificato la sua vita sulla croce. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».
Gesù aveva preannunciato le persecuzioni per i suoi discepoli: «Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi... Sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro ed ai pagani. E quando sarete consegnati nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire: non siete, infatti, voi a parlare, ma lo Spirito del Padre che parla per voi».

La storia della Chiesa, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, dall’età apostolica ai giorni nostri, è stata segnata dalla testimonianza di innumerevoli cristiani che sono stati arrestati, torturati ed uccisi in odio a Cristo. Il martirio è sempre stato ritenuto dai cristiani un dono, una grazia, un privilegio, la pienezza del Battesimo, perché si è «battezzati nelle morte di Cristo». Il Concilio Vaticano II così insegna: « Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d'amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa. » (LG 42).
 
 
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La venerazione del Martire Felice risale al momento in cui la Curia Romane ordina l'estrazione delle sacre ossa da una catacomba (di cui non abbiamo documento in nostro possesso non potendo ottenere documentazione da S. Giovanni Gemini).
 
È il periodo storico culla del culto delle reliquie estratte dalle catacombe romane: un po’ per riscoperta in quel percorso di rivalutazione della storia e un po’ in risposta al dilagare delle correnti protestanti che negavano il culto dei santi e delle loro autentiche reliquie.
Queste cosiddetti “corpi santi” o martiri delle catacombe, furono prelevate e inviate in dono e per devozione un po’ dappertutto in Europa e nel Nuovo Mondo.
Promotori di questi “sacri viaggi” erano ecclesiastici, dignitari pontifici, semplici sacerdoti o religiosi, oppure anche nobili signori che operavano il trasferimento del sacro deposito presso le loro zone d’origine o di possedimento, dando così inizio a devozioni locali molto forti verso il Martire delle reliquie.
In alcuni casi la storia personale del santo martire, perlopiù inesistente o non provata o leggendaria, veniva compilata da sacerdoti scrittori, a volte con molta fantasia, a volte facendo diventare il santo martire originario del luogo oppure vista l’omonimia con un altro Martire del “Martyrologium Romanum” componevano il mosaico: noi abbiamo le ossa e il Martirologio ha i dati storici.
Questo però creo confusione e spesso moltiplico i corpi di Martiri, oppure ne diede uno a quel Martire di cui non c’era il corpo.
 
Di San Felice di San Giovanni Gemini sappiamo solo che è un martire romano, le cui sacre reliquie sono venerate nella Chiesa Madre di San Giovanni Battista.
 
Il santino fa parte della serie MG.
 
Di Martiri simili a San Felice, ma con un culto molto intenso, in Sicilia abbiamo Santa Fortunata di Bacina e San Vincenzo di Acate.
 
Altro esempio è Santa Candida di Milazzo.
 
Concludiamo con una preghiera ai Santi Martiri:

O beati martiri,
o grappoli umani della vite di Dio,
il vostro vino inebria la Chiesa;
luci gloriose e divine,
che avete accettato con gioia tutti i tormenti
e vinto gli iniqui carnefici;
gloria alla potenza che vi ha assistito
quando combatteste!
Il Dio venuto per la nostra salvezza
abbia pietà di noi.


(Rabbula di Edessa, Inni)
 

venerdì 13 febbraio 2015

Uno «spirito nuovo» per l'incontro tra le due Chiese ...





Un articolo di padre Pani su «La Civiltà Cattolica» rilancia le parole pronunciate da Francesco davanti al patriarca Bartolomeo a Istanbul: uno «spirito nuovo» per l'incontro tra le due Chiese

ANDREA TORNIELLI Città del Vaticano
 
 
 
Le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso novembre a Istanbul, in presenza del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo rilanciano l'approccio che si ebbe nel concilio di Firenze, «un modo nuovo e originale per giungere alla piena unità fra le Chiese».  Lo afferma l'ultimo numero de «La Civiltà Cattolica», l'autorevole rivista dei gesuiti le cui bozze sono vagliate dalla Segreteria di Stato vaticana, in un articolo a firma di padre Giancarlo Pani intitolato «Per giungere alla piena unità».
 
 
«La Civiltà Cattolica» ricorda che nella Divina Liturgia a Istanbul Francesco ha formulato una proposta di unione destinata ad avere un peso nei rapporti ecumenici con l’ortodossia. La Chiesa cattolica, «per giungere alla meta sospirata della piena unità... non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune». Inoltre, essa è pronta «a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e dell’esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze». Infine termina: «L’unica cosa che la Chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità”, è la comunione con le Chiese ortodosse».
 
 
Il Papa - fa notare l'autore dell'articolo - ha ripreso una mozione fatta diversi anni fa, nel 1982, dall’allora cardinale Joseph Ratzinger: «Roma non deve richiedere dall’Oriente, riguardo alla dottrina del primato, più di quanto è stato formulato e vissuto nel primo millennio. Quando il patriarca Athenagora..., in occasione della visita del Papa... lo ha designato come successore di san Pietro, come il più stimato tra noi, come colui che presiede nella carità, questo grande leader della chiesa stava esprimendo il contenuto ecclesiale della dottrina del primato così come era conosciuto nel primo millennio. Roma non ha bisogno di chiedere di più».
 
 
Le Chiese orientali, prima dello scisma del 1054, e dunque nel primo millennio, riconoscevano infatti il primato di Roma come la Chiesa che «presiede nella carità». Nel secondo millennio, poi, la Chiesa latina ha ampliato i poteri del Papa con una giurisdizione su tutte le Chiese cattoliche. Francesco ha anche precisato che la comunione «non significa né sottomissione l’uno dell’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo intero il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo dello Spirito Santo»
 
 
Sia il Papa sia Bartolomeo hanno poi firmato una dichiarazione congiunta, in cui si esprime «la profonda gratitudine a Dio per il dono di questo nuovo incontro, che ci consente, in presenza dei membri del Santo Sinodo, del clero e dei fedeli del Patriarcato Ecumenico, di celebrare insieme la festa di Sant’Andrea... Il nostro ricordo degli Apostoli, che proclamarono la buona novella del Vangelo al mondo, attraverso la loro predicazione e la testimonianza del martirio, rafforza in noi il desiderio di continuare a camminare insieme al fine di superare, con amore e fiducia, gli ostacoli che ci dividono... Esprimiamo la nostra sincera e ferma intenzione, in obbedienza alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, di intensificare i nostri sforzi per la promozione della piena unità tra tutti i cristiani e soprattutto tra cattolici e ortodossi». In tal modo, fa notare «La Civiltà Cattolica», Papa Francesco ha ripreso un’antica formula di unione che era stata sancita, nel 1439, al Concilio di Firenze.
 
A Firenze il confronto più acceso aveva riguardato il problema della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio: ex Patre per Filium, oppure ex Patre Filioque? Le due formule sono presenti sia presso i Padri orientali sia presso quelli occidentali. La polemica, piuttosto vivace, si era conclusa con un compromesso: va rispettata la libertà dei greci, che non sono tenuti a introdurre nel Credo il Filioque, ma essi devono riconoscere ai latini l’ortodossia dell’aggiunta.
 
 
Il punto più controverso rimaneva la dottrina sul primato del Papa. I greci sono disposti a riconoscere la Sede romana come la prima della pentarchia (cioè delle cinque più antiche sedi patriarcali), ma pretendevano una limitazione dei poteri del papato attraverso il riconoscimento dei diritti degli altri patriarchi: «Definiamo che la santa sede apostolica e il romano pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso romano pontefice è il successore del beato Pietro, principe degli apostoli, ed è autentico vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani; che nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso in lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come è attestato anche negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni»
 
 
«L’ultima aggiunta - scrive padre Pani - è interpretata dai latini come esplicativa, dai greci invece come restrittiva. Si stabilisce poi un ordine tra i cinque patriarchi, ma non si dice in quale relazione stiano tra loro e in che modo essi si limitino. In particolare, non si fa derivare il potere dei patriarchi dalla plenitudo potestatis di Roma, come è detto nella formula di unione del II Concilio di Lione. Per i latini, la dichiarazione sul Papa è una enunciazione dogmatica, mentre l’aggiunta finale è una venerabile tradizione. Per i greci, al contrario, il Papa viene riconosciuto come il capo della pentarchia, mentre la precisazione "come è attestato anche negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni" è una reale limitazione del primato. L’opposizione dei greci all’inserimento del Filioque nel Credo deriva appunto dal principio che il Papa non possa legiferare su questioni comuni a tutti i cristiani senza consultare gli altri patriarcati».
 
 
Il 6 luglio 1439 si giunge così al decreto di unione «Laetentur caeli», che è di notevole interesse non tanto per le conseguenze storiche quanto, osserva «La Civiltà Cattolica» per i princìpi teologici sottesi. Il decreto segna l’apice del Concilio: l’ultimo e più importante tentativo di unire le due Chiese separate di Occidente e di Oriente, coinvolgendo tutti gli orientali (greci, armeni, ruteni, caldei e nestoriani). L’unificazione viene firmata, anche se poi non si concretizza perché, essendo stata opera di teologi, ha avuto vita breve: non è stata compresa e riconosciuta dal clero, dai legati greci, e soprattutto dal popolo della capitale. Al ritorno a Costantinopoli, i legati non hanno avuto nemmeno il coraggio di annunciare che l’unione era stata siglata.
 
 
«Eppure il decreto conciliare - osserva padre Pani - conserva il valore delle definizioni teologiche e dei princìpi dottrinali per quanti desiderano davvero l’unione. Di fatto ha preparato il terreno per alcune unioni ecclesiastiche nei secoli successivi, in particolare per la riunificazione con Roma della Chiesa rutena nel 1596 e di quella rumena nel 1700. Il significato dell’unione siglata a Firenze è quindi rilevante. Si tratta infatti di una riunificazione fra la Chiesa latina e quella greca sulla base di una parità e di una uguaglianza, e non di un ritorno alla "Chiesa madre"». Il Concilio infatti abbatte le separazioni con un accordo sui punti controversi, dove si riconoscono la varietà dei riti e delle formule liturgiche, la parità delle strutture ecclesiali e giurisdizionali. «L’unione perciò rappresenta un modello emblematico per la storia del cristianesimo, perché sa riconoscere il valore paritario delle due istituzioni. Si tratta, in qualche modo, di un "ecumenismo ante litteram"». Al punto che nel 1984 la Commissione congiunta Cattolica Romana ed Evangelica Luterana, commentando l’unione del Concilio di Firenze, l'ha definita «un fatto nuovo nella storia».
 
In una nota dell'articolo, che riprende un brano tratto da un colloquio internazionale sui concili, si legge: «Nell’unione realizzata al concilio di Firenze fra la Chiesa latina e quella bizantina non avvenne una fusione, giacché ogni Chiesa conservava intatta, indipendentemente dall’unità nella fede, la propria tradizione liturgica, canonica e teologica. Tale fede comune poteva esprimersi in formulazioni differenti (per esempio, riguardo alla processione dello Spirito Santo) e tollerare anche differenze disciplinari (per esempio, il passaggio a nuove nozze dei coniugi separati, tollerato anche al concilio di Trento per i greci, non per i latini). Anche se il tentativo di Firenze è fallito, gli impulsi dati da esso non sono rimasti senza risultato. Hanno determinato il fatto che la Chiesa cattolica non può più essere identificata per la sua latinità. Secondo il Concilio Vaticano II ormai vale il modello delle Chiese sorelle, un modello ispirato ai rapporti esistenti nel primo millennio» («L’unità davanti a noi», in Enchiridion Oecumenicum. I. Dialoghi internazionali 1931-1984, Bologna, Edb, 1986, 768).
 
La visita di Francesco in Turchia dello scorso novembre, secondo «La Civiltà Cattolica» ha riportato alla ribalta la formula e l’intenzione del Concilio di Firenze. Nonostante si sia concluso allora con un nulla di fatto, «il decreto Laetentur caeli ha un significato storico che è ancora attuale nell’ecumenismo: un modo nuovo e originale per giungere alla piena unità fra le Chiese».

FONTE: vaticaninsiderlastampa

martedì 10 febbraio 2015

Un 14enne martire per Cristo ...

 


beato Giuseppe Sanchez Del Rio
dal film "Cristiada"

 
Il quattordicenne messicano Giuseppe Sanchez Del Rio, visitando la tomba del beato martire Anacleto González Flores, resto edificato dalla sua testimonianza e chiese a Dio vivere e morire in difesa della fede cattolica. Morì il 10 febbraio 1928, gridando: “Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!”.
 
 
beato Giuseppe Sanchez Del Rio
 
 
Il martirio del giovane Giuseppe fu riconosciuto il 22 giugno 2004 da San Giovanni Paolo II, mentre è stato beatificato il 20 novembre 2005 da S.S. papa Benedetto XVI.
 
 
beato Giuseppe Sanchez Del Rio
 
 


Cristiada ... il film è nelle sale italiane. Merita di essere visto.
Una pagina della storia della Chiesa del XX secolo.

FILM & DATE  al seguente link le date in Italia.
            

giovedì 5 febbraio 2015

Quattro martiri e un venerabile ...





- il martirio del Servo di Dio Oscar Arnolfo Romero Galdámez, Arcivescovo di San Salvador; nato il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios (El Salvador) e ucciso, in odio alla Fede, il 24 marzo 1980, a San Salvador (El Salvador);

- il martirio dei Servi di Dio Michele Tomaszek e Sbigneo Strzałkowski, Sacerdoti professi dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali, nonché Alessandro Dordi, Sacerdote diocesano; uccisi, in odio alla Fede, il 9 e il 25 agosto 1991, a Pariacoto e in località Rinconada, nei pressi di Santa (Perú);

- le virtù eroiche del Servo di Dio Giovanni Bacile, Arciprete Decano di Bisacquino; nato a Bisacquino (Italia) il 12 agosto 1880 ed ivi morto il 20 agosto 1941.

martedì 3 febbraio 2015

Martedì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

* Messa per il Presidente della Repubblica
** memoria facoltativa di San Biagio V.M.






I quattro Evangelisti sono concordi nell’attestare che la liberazione da malattie e infermità di ogni genere costituì, insieme con la predicazione, la principale attività di Gesù nella sua vita pubblica. In effetti, le malattie sono un segno dell’azione del Male nel mondo e nell’uomo, mentre le guarigioni dimostrano che il Regno di Dio, Dio stesso è vicino. Gesù Cristo è venuto a sconfiggere il Male alla radice, e le guarigioni sono un anticipo della sua vittoria, ottenuta con la sua Morte e Risurrezione. (Benedetto XVI)

La lettera agli Ebrei ci ricorda:
anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.

La partecipazione alla vittoria di Cristo è segnata dalla liberazione dalla Male; qui l’autore usa il termine “deposto”, che presuppone una libertà nel voler togliere.
E poi un decidersi di essere di Cristo … così da intraprendere una corsa, con lo sguardo fisso su Gesù, in Lui il mio desiderio di bene trova il compimento ed è portato a compimento.

Non siamo soli, siamo circondati da una moltitudine di testimoni , e tra questi oggi anche il vescovo e martire Biagio.
Vescovo dell’Armenia. Il prossimo 23 aprile il patriarca di tutti gli armeni proclamerà il martirio per la fede in Cristo di ben 1,5 milioni di armeni: uomini, donne e bambini! Siamo circondati da una moltitudine di testimoni.

Con lo sguardo in Gesù, perseveriamo nella corsa della fede. Amen.

domenica 1 febbraio 2015

Lucina, la martire romana venerata a Rosate





Il 12 febbraio 1933 il card. Schuster arcivescovo di Milano donò alla parrocchia di rosate il corpo santo di Lucina. Ogni cinque anni il 30 giugno, memoria di santa Lucina, viene esposta l'urna che contiene le reliquie della santa e celebrata una messa solenne.

Il corpo venne estratto dalle catacombe di Sebastiano nel 1621 portato a Massa Lubrense, nei pressi di Sorrento, in un collegio gesuita.
Nel 1933 dopo la soppressione del collegio le reliquie vennero donate dal vescovo di Sorrento al cardinale A. I. Schuster che decise di donarle alla chiesa prepositurale di Rosate.
 
La Martire è detta erroneamente "matrona e martire", ma è molto improbabile che si tratti della matrona del "titulus lucine", in quanto reliquie della matrona - di cui per certi versi se ne mette in dubbia la storicità - erano in S. Cecilia in Trastevere. La matrona martire Lucina era presenta nell'antico martirologio (fu iscritta per la prima volta in quello di Adone), ma in quello del 2001 non è più presente la sua memoria al 30 giugno.
Per di più va aggiunto che la memoria della matrona romana era così vivo grazie al titulus, per cui non possibile che il corpo rimase non venerato fino al 1621, perché disperso in una catacomba, infatti il suo sepolcro era già venerato nel VI secolo presso il cimitero dei santi Processo e Martiniano, secondo ben due fonti antiche: indice degli Olii di Monza e la Notitia ecclesiarum.
 
Detto questo, anche il beato Schuster ogni tanto fantasticava ...

Preghiamo per ...





Per il Presidente della Repubblica,
perché illuminato dalla sapienza che viene dall'alto
e sorretto dalla concordia di tutto il corpo sociale,
possa adempiere il suo compito
di custode dei diritti e delle libertà comuni,
e di rappresentante dell'unità nazionale, preghiamo.

                                                                                                                                    (dal Benedizionale)

mercoledì 28 gennaio 2015

Tommaso D'Aquino e Rolando Rivi




Non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso.

La liturgia odierna che celebra il Santo di Roccasecca, detto dai suoi compagni di studio “bue muto” per il suo essere schivo e robustello, ci propone la Croce di Cristo come sapienza per la vita.

Scrive San Tommaso:
Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti è assente dalla croce.

Infatti la Croce è carità:
Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).

La Croce è pazienza.
Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano.
Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti «quando soffriva non minacciava» (1 Pt 2, 23) e come un agnello fu condotto alla morte e non apri la sua bocca (cfr. At 8, 32).

Ma la Croce è anche umiltà, obbedienza e disprezzo dello mentalità di questo mondo.

La Croce è una scuola di vita cristiana, sulla via della Croce si impara ad essere discepolo e quindi si impara ad essere sale e luce:
Voi siete il sale della terra; …. Voi siete la luce del mondo.

Il grande San Tommaso d’Aquino educò con i suoi scritti generazioni e generazioni di cristiani alla scuola della Croce, per renderli veri discepoli di Cristo.

Chissà quante volte il piccolo Rolando ha visto il suo parroco leggere le orazioni in preparazione alla Messa, di cui una è del Santo d’Aquino:
Onnipotente ed eterno Iddio, ecco che io mi accosto al Sacramento del Figlio tuo unigenito nostro Signore Gesù Cristo: mi accosto come infermo al medico della vita, come immondo al fonte della misericordia, come cieco al lume della chiarezza eterna, come povero e bisognoso al Signore del cielo e della terra. … Concedimi ti prego, che io riceva non solo il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma anche la grazia e la virtú di questo Sacramento.

La vita del giovane martire Rolando è certamente sacramento, cioè presenza di Cristo, perché ogni vero testimone di Cristo è Sua presenza: è sale e luce.
Il martirio di Rolando ci da il gusto di Dio, ci pensare come è bella una vita tutta in Dio: “Io sono di Gesù”, come diceva Rolando.
Così come il suo parroco pregava con l’orazione di San Tommaso nella Praeparatio ad Missam:
ch'io riceva cosi il Corpo dell'unigenito Figlio … così che io meriti d'essere incorporato al suo mistico corpo ed annoverato fra le sue mistiche membra.
Una vita - quella di Rolando - che è ora luce sul lucerniere alla Chiesa, annoverato tra i Dottori, i Vescovi, i Sacerdoti, le Vergini, i Genitori … lui un semplice ragazzo.

L’Aquinate nella sua Somma Teologica scrive: «il martirio meglio di tutti gli altri atti virtuosi dimostra la perfezione della carità»
Rolando è la carità di un bambino verso di noi? Rolando è la carità di Dio verso di noi? Rolando è segno profetico di una riconciliazione dell’umanità del XX con il suo Signore?
 


 
Rolando con la sua morte è un segno che una vita è veramente cristiana se diventa veramente di Gesù! Amen.

martedì 27 gennaio 2015

Cristo o Hitler?




Cristo dice:
«Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà”».

Siamo ancora dentro il testo, un po’ ostico, della lettera agli Ebrei.
L’autore pone una nuova misura per dare lode a Dio, non la Legge (con tutti i suoi precetti!) e nemmeno il sacrificio animale, ma la lode a Dio è compiere la volontà del Signore.
Questa è la vera lode!
Anzi, alla luce del Vangelo, si comprende che questa è la vera famigliarità con Dio: come il Figlio è tale perché compie la volontà del Padre, così anche noi, siamo in Dio madri e fratelli: Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.

Questa nuova legge è una legge del cuore.
Allora ogni pratica cristiana, ogni devozione, ogni precetto della Chiesa, serve a tenere desto il cuore per vivere la volontà di Dio, che è l’esperienza del Figlio unigenito, nel quale Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!

Oggi è la Giornata dell’Olocausto, ben ci stanno in questo discorso le parole del beato Franz Jägerstätter, cattolico austriaco, che dal carcere scrive:

Scrivo con le mani legate, ma è meglio così che se fosse incatenata la volontà. Talvolta Dio ci mostra apertamente la sua forza, che Egli dona agli uomini che lo amano e non preferiscono la terra al cielo.

Meglio le mani legate che la volontà!
Un cristiano, un cattolico, il beato Franz che ci fa riflettere su cosa vuole dire obbedire alla volontà di Dio.
Ancora scrive:
Siate ubbidienti e sottomettetevi alle autorità (egli un soldato sotto il nazismo) Io credo che si possa anche prestare cieca obbedienza, ma solo se così facendo non si danneggia nessuno. Se al giorno d’oggi gli uomini fossero un po’ più sinceri ci dovrebbe essere, credo, anche qualche cattolico che dice: “Sì, mi rendo conto che quello che stiamo compiendo non è bene, tuttavia non mi sento ancora pronto a morire”.

Possiamo dire credo, in questo ragionamento, che l’Olocausto è anche colpa della non coscienza cristiana.
Ma questo vale ancora oggi quando facciamo tacere la coscienza, e poniamo l’obbedienza alla volontà di Dio non come la lode da dare a Dio, ma il disturbo da non vivere, il silenzio da fare, la coscienza da far tacere. E quindi assecondiamo ogni fratricidio, morale, fisico o verbale di ogni uomo che la cultura del momento definisce come un non uomo. Non fecero così al tempo del beato Franz con gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali. Oggi chi è la vittima di una coscienza messa a tacere?
Negli anni 50 avevamo i terüni; concetto che abbiamo ancora nelle nostre comunità cristiane! Non vi dico poi vecchi sacerdoti! Che vergogna, che onta sul nostro cristianesimo!
Ma siamo ancora lì!
Nulla è stato dimenticato! Ora abbiamo gli extracomunitari, e di recente abbiamo aggiunto gli islamici: con una differenza, ora siamo istigati da tutta una mediazione televisiva che deforma la nostra coscienza, un tempo era tutta farina del nostro sacco! Vergogna!

Scrive ancora il Beato Franz:
Io mi azzardo a dire molto apertamente che chi è pronto a soffrire e a morire, piuttosto che offendere Dio con il più piccolo peccato veniale, è anche disposto a morire per la propria fede. Questi avrà maggior merito di chi viene condannato pur di non abiurare pubblicamente la Chiesa, perché in questo caso si ha semplicemente il dovere, se non si vuol commettere peccato grave, di morire piuttosto che obbedire.

Il cristiano deve avere il coraggio di una disobbedienza civile e sociale se questa va contro l’obbedienza alla volontà di Dio!
Dio vuole l’odio tra gli uomini? Ed allora perché sei razzista!
Dio vuole la morte del figlio in grembo? Ed allora perché fai l’aborto!
Dio vuole le lotte fratricide? Ed allora perché alimenti le guerre tra gli uomini!
Scrive ancora il Beato: noi uomini siamo cambiati in molte cose, ma Dio non ha tolto uno iota dai suoi comandamenti.
Forse nell’essere nella volontà di Dio ti sentirai solo, ma il beato Franz oramai in carcere e a pochi giorni prima di morire afferma:
Né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile.

La stessa cosa l’aveva detta l’Apostolo Paolo:
Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.


 

Concludo.
Scrive il beato Franz in una lettera al cugino Hans:
Se non ci fosse la paura degli uomini, allora ci sarebbero tanti santi a questo mondo … Non rinunciare alla preghiera perché tu non venga travolto da questa debolezza della paura degli uomini.

uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare … Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, … Amen.

sabato 24 gennaio 2015

"Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita" (Lc 21,19)





Decreti 22 gennaio 2015

- il miracolo, attribuito all'intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Teresa Casini, Fondatrice della Congregazione delle Suore Oblate del Sacro Cuore di Gesù; nata a Frascati (Italia) il 27 ottobre 1864 e morta a Grottaferrata (Italia) il 3 aprile 1937;

- il martirio delle Serve di Dio Fidelia (al secolo: Dolores Oller Angelats) e 2 Compagne, Religiose professe dell'Istituto delle Suore di San Giuseppe di Gerona; uccise in odio alla Fede, tra il 26 e il 29 agosto 1936, durante la guerra civile spagnola;

- il martirio dei Servi di Dio Pio Heredia e 17 Compagni e Compagne, degli Ordini Cistercensi della Stretta Osservanza (Trappisti) e di San Bernardo; uccisi in odio alla Fede, nel 1936, durante la guerra civile spagnola;

- il martirio del Servo di Dio Tshimangadzo Samuele Benedetto Daswa (Bakali), Laico, ucciso in odio alla Fede, il 2 febbraio 1990, a Mbahe (Sud Africa);

- le virtù eroiche del Servo di Dio Ladislao Bukowiński, Sacerdote diocesano; nato a Berdyczów (Ucraina) il 22 dicembre 1904 e morto a Karaganda (Kazakhstan) il 3 dicembre 1974;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Luigi Schwartz, Sacerdote diocesano, Fondatore delle Congregazioni delle Suore di Maria e dei Fratelli di Cristo; nato a Washington, D.C. (Stati Uniti d'America) il 18 settembre 1930 e morto a Manila (Filippine) il 16 marzo 1992;

- le virtù eroiche della Serva di Dio Cointa Jáuregui Osés, Monaca professa della Società di Maria Nostra Signora; nata a Falces (Spagna) l'8 febbraio 1875 e morta a San Sebastián (Spagna) il 17 gennaio 1954;

- le virtù eroiche della Serva di Dio Teresa Gardi, Laica, del Terzo Ordine di San Francesco; nata ad Imola (Italia) il 22 ottobre 1769 ed ivi morta il 1° gennaio 1837;

- le virtù eroiche del Servo di Dio Luigi Trelles y Noguerol, Laico, Fondatore dell'Adorazione Notturna in Spagna; nato a Viveiro (Spagna) il 20 agosto 1819 e morto a Zamora (Spagna) il 1° luglio 1891;

- le virtù eroiche della Serva di Dio Elisabetta Maria Satoko Kitahara, Laica; nata a Tokyo (Giappone) il 22 agosto 1929 ed ivi morta il 23 gennaio 1958;

- le virtù eroiche della Serva di Dio Virginia Blanco Tardío, Laica; nata a Cochabamba (Bolivia) il 18 aprile 1916 ed ivi morta il 23 luglio 1990.
 
 
In questa nuova sfornata di “pane fresco della santità cattolica” di sono ben 5 laici; poi 2 sacerdoti diocesani, il resto sono religiosi e religiose.

Tra questi, 23 sono prossimi beati, di cui 22 sono martiri del XX secolo. Interessante è la presenza di una venerabile giapponese, credo la prima, non martire tra i testimoni del Vangelo nella terra evangelizzata dal Saverio.


 
Merito di nota è anche il venerabile Ladislao Bukowiński, ucraino di nascita, ma è il primo venerabile in Kazakhstan. Altro testimone del Vangelo in questa terra - Karaganda (Kazakhstan) - è il prete fidei donum veronese Don Bernardo Antonini († 2002) dell’Istituto Gesù Sacerdote.
Tra i martiri ucraini beatificati nel 2001 ci sono però due kazachi: Nykyta Budka e Oleska Zarts’kyi, martiri in  Karaganda (Qaraghandy) tra 1949 e 1963.