mercoledì 19 giugno 2013

Santi Gervasio e Protasio, martiri





“Per fede gli Apostoli lasciarono ogni cosa per seguire il Maestro (cfr Mc 10,28). Credettero alle parole con le quali annunciava il Regno di Dio presente e realizzato nella sua persona (cfr Lc 11,20). Vissero in comunione di vita con Gesù che li istruiva con il suo insegnamento, lasciando loro una nuova regola di vita con la quale sarebbero stati riconosciuti come suoi discepoli dopo la sua morte (cfr Gv 13,34-35). Per fede andarono nel mondo intero, seguendo il mandato di portare il Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15) e, senza alcun timore, annunciarono a tutti la gioia della risurrezione di cui furono fedeli testimoni.

Per fede i discepoli formarono la prima comunità raccolta intorno all’insegnamento degli Apostoli, nella preghiera, nella celebrazione dell’Eucaristia, mettendo in comune quanto possedevano per sovvenire alle necessità dei fratelli (cfr At 2,42-47).

Per fede i martiri donarono la loro vita, per testimoniare la verità del Vangelo che li aveva trasformati e resi capaci di giungere fino al dono più grande dell’amore con il perdono dei propri persecutori.

Per fede uomini e donne hanno consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa per vivere in semplicità evangelica l’obbedienza, la povertà e la castità, segni concreti dell’attesa del Signore che non tarda a venire. Per fede tanti cristiani hanno promosso un’azione a favore della giustizia per rendere concreta la parola del Signore, venuto ad annunciare la liberazione dall’oppressione e un anno di grazia per tutti (cfr Lc 4,18-19).

Per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro della vita (cfr Ap 7,9; 13,8), hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani: nella famiglia, nella professione, nella vita pubblica, nell’esercizio dei carismi e ministeri ai quali furono chiamati”. (Porta Fidei, 13)

Così suonano le parole di Papa Benedetto nel documento di indizione all’Anno della Fede.

Oggi nella festa dei Santi Martiri Gervasio e Protasio – martire vuol dire testimone - celebriamo la fede che ha testimoniato la verità del Vangelo.

Una fede che li aveva trasformati e resi capaci di vivere il dono del martirio.

Le notizie più antiche sui santi Gervaso e Protaso risalgono al 386, anno del ritrovamento dei loro corpi a Milano ad opera di s. Ambrogio. Il 7 giugno 386, nella zona cimiteriale di Porta Vercellina (nell'area compresa tra la basilica di S. Ambrogio, l'Università Cattolica e la caserma Garibaldi), nel sottosuolo antistante la basilica cimiteriale dei SS. Nabore e Felice, s. Ambrogio fece operare uno scavo: vi si trovarono i corpi dei due martiri il cui ricordo era andato praticamente perduto nella Chiesa di Milano.

Questo ritrovamento risveglia la fede dei nostri avi, che in quel momento vivevano la fatica della testimonianza cristiana a causa della lotta intestina con gli ariani.

Come ci ricorda la prima lettura, il martirio appare come una sciagura, in quando muoiono dei giusti, ma “essi sono nella pace”.
Possano intercedere per la pace della Chiesa i santi e gloriosi Martiri Gervasio e Protasio.
 

Loro figli di santi coniugi cristiano, Valeria e Vitali, possa intercedere la pace nelle famiglie e dalle famiglie nella società: possa essere intercessori della pace di Cristo.
“Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace",non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unita e pace secondo la tua volontà”.
I Martiri sembrano senza speranza, senza desiderio di vita, ma il realtà il loro martire, morire come amici di Cristo ci insegna chela loro speranza resta piena d’immortalità”.
Intercedano per la nostra speranza i Santi Martiri.
Ci faccio scorgere che la nostra speranza è Cristo: oggi e sempre!

Afferma ancora la I lettura: “li ha trovati degni di sé”.
L’intercessioni dei Santi Martiri ci sproni ad una vita nella fede in cui il Signore ci riconosca degni di Lui.
Il Signore ci liberi da ogni ipocrisia della fede: ci renda per grazia testimoni loquaci, non a parole ma in opere. Non perché facciamo tante cose da cristiani, ma perché in quello che facciamo si deve vedere che siamo cristiani, cioè testimoni del Crocifisso risorto.

Concludo con papa Benedetto:

“Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia”. (Porta Fidei, 13). AMEN!

domenica 16 giugno 2013

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)



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«La tua fede ti ha salvata;
va’ in pace!»
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“se questo fosse troppo poco” (2 Sam 12)

Natan, voce al servizio di Dio, fa notare ciò che il Signore ha dato a Davide. Il re d’Israele ha avuto tutto, ma sembra che la sua ingordigia non ha fine, egli per avere, trasgredisce la parola del Signore:
“Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi?”. (2 Sam 12)
Il peccato è allora desiderio di avere?
Ricerca errata di felicità. Quando sono infelice sono più propenso al peccato?
Il peccato è una via semplice di ricerca di un bene, di un falso bene…. Lo dicevamo domenica scorsa.

Il peccato di Davide lascai un segno: “la spada non si allontanerà mai dalla tua casa” (2 Sam 12), Davide alimenta il peccato di Caino.
Anche noi con i nostri peccati, alimentiamo il mistero del male nella “tua casa”.
Il termine casa qui va letto non tanto nel senso a noi comune, qualcosa di privato, la casa è la stirpe, la generazione, l’umanità generata da quella radice a cui appartiene anche Davide.
Difatti dirà il Signore per mezzo del profeta a Davide:
“Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. Se farà il male, lo colpirò con verga d'uomo e con percosse di figli d'uomo, ma non ritirerò da lui il mio amore …”. (2 Sam 7)

In questo brano del II libro di Samuele – capitolo 7, oggi siamo al capitolo 12 - si legge già la promessa di fedeltà di Dio. Egli guarda sempre con amore!
Aspetta solo un cenno di corrispondenza a questo amore per concedere il perdono.

“Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato…” (2 Sam 12)
A questa pagina fa eco il Vangelo con la scena dell’unzione nella casa di Simone.
“Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco»”. (Lc 7)
Una scena di grande umiltà.
Umiltà!
È la virtù dell’Incarnazione. Gesù che è Dio si fece umile assumendo la condizione di uomo. È la via dell’Amore.
L’umiltà è la virtù in cui Gesù si riconosce in noi, noi che siamo fatti a sua immagine e somiglianza, e di fronte alla nostra umiltà, il Signore, scioglie il suo cuore:
“Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati»”.  (Lc 7)

Attenzione però. L’umiltà cristiana non dovrebbe mai avere a che fare con una (falsa) bassa opinione di sé stessi; l'umiltà è la via dell’agape, ciò dell’amore puro, come dice papa Benedetto XVI “espressione per l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato”. (Deus Caritas Est, 7).

Detto questo si capisce il passaggio del dialogo tra la donna e Gesù:
“Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»”.

La fede ha generato l’umiltà, che fondata e plasmata dalla medesima fede, ha accolto la salvezza: cioè l’ha liberata dal peccato, donandole la vera felicità, indirizzando il cuore al vero amore, quello che nasce dalla fede. Dando al cuore la pace!

“La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17)”. (Benedetto XVI)

Infine, la II lettura.
“l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo”. (Gal 2)
La salvezza è quindi conseguenza dell’orientamento della mia ricerca di felicità per mezzo della fede: la fede in Gesù mi salva, cioè mi rende pienamente felice “già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”. (Mc 10,30)
Amen.

venerdì 14 giugno 2013

Venerdì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)


INRI
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"Abbiamo un tesoro in vasi di creta"
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JHS

1
“Fratelli, noi abbiamo un tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi”. (2Cor 4)

Parole meravigliose quelle di San Paolo. Egli è consapevole della propria fragilità, si conosce infatti bene, sa chi era e sa chi è.
Ma Egli è convinto che attraverso la nostra umanità il Signore manifesterà la sua potenza. Infatti è nella strada della fragilità della carne, l’Incarnazione, che Dio ha scelto la via in cui manifestare la sua straordinaria potenza.

Pensate alla storia della Chiesa: non è attraverso l’umanità di tanti uomini e donne, che noi chiamiamo Santi, che si è manifestata la gloria di Dio. Credete che i Santi fossero più bravi noi? Essi erano vasi di creta, come noi, ma hanno scelto di essere riempiti di Dio per manifestare così la straordinaria sua potenza.
Scrivo infatti l’Apostolo Paolo a Timoteo:
“In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d'oro e d'argento, ma anche di legno e di argilla; alcuni per usi nobili, altri per usi spregevoli. Chi si manterrà puro da queste cose, sarà come un vaso nobile, santificato, utile al padrone di casa, pronto per ogni opera buona”. (2 Tm 2,20ss)

Noi nella casa di Dio tra gli uomini, la Chiesa, siamo vasi di creta pronti e disponibili per ogni opera buona affinché si manifesti che apparteniamo a Dio.

2
“In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale”. ( 2Cor 4)

Ecco la Chiesa, noi: un popolo tribolato, sconvolto, perseguitato, colpito, che porta ovunque la morte di Cristo perché nella debolezza del corpo appaia la grandezza del Capo: perché nella nostra vita e con la nostra vita si manifesti la vita di Gesù.
“Gesù, ama col mio cuore, io amo col tuo; parla con la mia lingua, o Gesù; pensa con la mia mente, benedici con le mie mani, cammina coi miei piedi, soffri con le mie membra.”. (Padre Mario Borzaga).

Un popolo, la Chiesa, noi, che non può essere schiacciato, disperato, abbandonato, ucciso, perché esso si regge sulla Croce di Cristo affinché nella Croce risplenda la Resurrezione.

Infatti dice l’Apostolo Paolo ai Corinzi: “convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi”. ( 2Cor 4)

3
Un popolo, la Chiesa, noi, che mira alle alte vette, perché così gli viene chiesto dal suo Signore. Già lo diceva il Vangelo di ieri.
Gesù chiede un misura alta della vita: “se la vostra giustizia non supera…”, la formalità o il perbenismo. Non basta non uccidere, rispettando il comandamento, bisogna amare, rispettare il fratello.
Bisogna cercare sempre il giusto nelle relazioni fraterne, ma non secondo il proprio senso di giustizia, ma secondo la giustizia di Dio.
Oggi è il caso specifico del matrimonio.
“Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico….” (Mt 5)

Gesù non accetta nessuna possibilità di infedeltà. L’immagine della nozze è un’immagine sacra al Signore: è l’unione che lo unisce al suo popolo la Chiesa. Egli è lo sposo e la Chiesa è la sposa.

Qui ben ci stanno le parole dell’Evangelista Giovanni:
«Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire». (Gv 3)
Ecco la nostra gioia sarà piena se nel nostro vaso di creta togliamo “il mio” e mettiamo “il tuo”: “Gesù, ama col mio cuore, io amo col tuo”.

Gesù poi nel Vangelo odierno prosegue donandoci un suggerimento di perfezione:
“Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te …”. (Mt 5)
A tal proposito mi sovviene alla mente un episodio della vita di Sant’Antonio da Padova, la cui memoria era ieri.

È Il miracolo del piede.
Un grande stupendo miracolo fu causato da una confessione. Un uomo di Padova, di nome Leonardo, una volta riferì all'uomo di Dio, tra gli altri peccati di cui s'era accusato, di avere percosso con un calcio la propria madre, e con tale violenza da farla cadere malamente per terra. Il beato padre Antonio, che detestava fieramente ogni cattiveria, in fervore di spirito e in aria di deplorazione, commentò: "Il piede che colpisce la madre o il padre, meriterebbe di essere tagliato all'istante".

Quel sempliciotto, non avendo capito il senso di tale frase, nel rimorso per la colpa commessa e per le aspre parole del Santo, tornò in fretta a casa e subito si recise il piede. La notizia di una punizione tanto crudele si diffuse in un baleno per tutta la città, e fu riportata al servo di Dio. Il quale si recò difilato da colui e, premessa un'angosciata devota orazione, congiunse alla gamba il piede mozzato, facendovi il segno della croce.

Cosa mirabile! Non appena il Santo ebbe accostato il piede alla gamba tracciandovi il segno del Crocifisso, passandovi sopra dolcemente per un poco le sue sacre mani, il piede di quell'uomo restò inserito nella gamba così celermente, che tosto colui si alzò allegro e incolume, e si mise a camminare e saltare, lodando e magnificando Dio e rendendo grazie infinite al beato Antonio, che in maniera così mirabile lo aveva risanato (Benignitas 17,36-40).

Alla fine cosa impariamo dal suggerimento evangelicaoe dal racconto:
“u devi giudicare te stesso e, trovandoti distorto, non lusingarti ma correggerti, diventando dritto, in modo che ti piaccia Dio, il quale è retto. In effetti, Dio, che è retto, non piace a chi è tortuoso. Vuoi che ti piaccia colui che è retto? Sii retto!”
(S. Agostino, Discorso 49)

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infine. Il Vangelo di oggi torno sul tema del matrimonio, senza nessuno sconto.
C’è solo una questione che Gesù pone come elemento di novità, valida anche per la prassi della Chiesa sulla nullità del matrimonio, afferma il Vangelo: “eccetto il caso di unione illegittima”. (Mt 5)

Che significa?
Che un matrimonio è nullo, non valido, perché celebrato in modo illegittimo.
Entriamo qui nel Diritto Canonico. Per farla semplice ci sono diversi elementi di nullità: sulla persona e sulle sue opere (che il Diritto chiama “comportamento delittuoso”). Tra i primi: l’età, l’impotenza assoluta e perpetua; un vincolo matrimoniale ancora sussistente di un precedente matrimonio valido; l’Ordine sacro o voto pubblico perpetuo di castità emesso in un istituto religioso; la disparità di culto.
Tra i secondi: il rapimento a scopo di matrimoni e il crimine, cioè l’uccisione di un coniuge per sposarne un altro.
Questi elementi – e molti altri che qui non elenco – delineano un matrimonio non legittimo e quindi nullo, per cui la Chiesa, in obbedienza al Vangelo, può definire la nullità del matrimonio fin dall’origine, cioè dalla sua celebrazione.
“La grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l’inno di ringraziamento, per la gloria di Dio”. (2Cor 4). AMEN.

giovedì 13 giugno 2013

Giovedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Sant’Antonio da Padova

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Deh, ascoltate, o amato Santo,
per amor del Dio bambino la mia prece
ed il mio pianto, che io verso a Voi vicino.
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“se il nostro Vangelo rimane velato” (2 Cor 3-4)


Con questa frase l’Apostolo Paolo annuncia l’inefficacia dell’annuncio del Vangelo per coloro che non lo voglio accogliere.

A tal proposito l’Apostolo usa due immagini: il velo e lo specchio.
La nostra vita deve essere un volto scoperto, non velato, non nascosto, un cuore non sotto velo, ma libero per mostrare come uno specchio il Signore Gesù.
Noi siamo lo specchio in cui Gesù si specchia. E cosa accade a chi si specchia? Che rivede la sua immagine. Noi siamo a sua immagine, fatti a sua immagine e somiglianza, per cui Egli, Gesù deve rispecchiarsi in noi e noi in lui: “rifulse nei nostri cuori” (2 Cor 3-4). Gesù deve risplendere nel nostro cuore, Gesù deve risplendere nel nostro volto, nella nostra vita.
Ogni Santa Comunione deve essere sostegno a questa trasformazione, a questa immedesimazione, a questa pienezza!
Pienezza della vita cristiana è ritrovare tutto Gesù in noi: Gesù, ama col mio cuore, io amo col tuo; parla con la mia lingua, o Gesù; pensa con la mia mente, benedici con le mie mani, cammina coi miei piedi, soffri con le mie membra.”. (Padre Mario Borzaga).

“se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. (Mt 5)

Gesù chiede un misura alta della vita: “se la vostra giustizia non supera…”, la formalità o il perbenismo. Non basta non uccidere, rispettando il comandamento, bisogna amare, rispettare il fratello.
Bisogna cercare sempre il giusto nelle relazioni fraterne, ma non secondo il mio senso di giustizia, ma secondo la giustizia di Dio.
Ma cos’è la giustizia di Dio? Risponde S. Agostino.
“La giustizia è l'opera di Dio.
Ma ecco - dirai - dal Signore abbiamo udito: Questa è l'opera di Dio: credere in lui; da te invece abbiamo udito che opera di Dio è la giustizia. Dimostraci che credere in Cristo sia, proprio questo, la giustizia.
Operate la giustizia, credete! Il giusto vive di fede. È difficile che viva male colui che crede rettamente. Credete con tutto il cuore, credete non zoppicando, non esitando, non argomentando contro la fede sulla base di congetture umane. È stata da lui chiamata fede perché ciò che si dice si fa. Quando si pronuncia la parola "fede" si ode il suono di due sillabe: la prima deriva da fare, la seconda da dire. Ti domando dunque: Credi tu? Mi rispondi: Credo. Fa' ciò che dici, e questo è già fede.
Riguardo al giudizio, … che tu devi giudicare te stesso e, trovandoti distorto, non lusingarti ma correggerti, diventando dritto, in modo che ti piaccia Dio, il quale è retto. In effetti, Dio, che è retto, non piace a chi è tortuoso. Vuoi che ti piaccia colui che è retto? Sii retto!
Voglio dirvi delle cose che sono frequentissime in mezzo agli uomini. Succede a volte che, avendo tu un amico carissimo, un terzo, che era amico comune di tutt'e due, diventi nemico dell'altro.
E per questo motivo vorresti che io divenga nemico del tuo nemico? Debbo piuttosto essere nemico del tuo vizio. Colui del quale tu vorresti rendermi nemico è un uomo. Un altro è il tuo nemico, del quale anch'io, se son tuo amico, debbo essere nemico. Ti ribatterà: Ma chi è quest'altro mio nemico? Il tuo vizio. Ed egli ancora: Qual è il mio vizio? L'odio che ti fa odiare il tuo amico. Sii dunque simile a un medico. Il medico non amerebbe l'ammalato se non odiasse la malattia. Per liberare il malato, si accanisce contro la febbre. Non amate i vizi dei vostri amici, se amate gli amici stessi.
Ma io che predico eseguo forse le cose che predico? Miei fratelli, le eseguo se prima le attuo in me stesso; e le attuo in me stesso se dal Signore ricevo [il dono di attuarle]. Ecco, le eseguo: odio i miei vizi, offro il mio cuore al mio medico perché lo risani; gli stessi vizi per quanto mi è possibile perseguito, ne gemo, riconosco che sono in me ed, ecco, me ne accuso. Tu che vorresti rimproverarmi, correggi te stesso. La giustizia è infatti questa: che non ci si possa dire: Vedi la pagliuzza nell'occhio di tuo fratello e non vedi la trave che è nell'occhio tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai di togliere la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello.
Amate dunque la giustizia e non nutrite odio se non contro i vizi. Quanto alle persone, amate tutti. Se vi comporterete così e praticherete questa giustizia, preferirete cioè che gli uomini, anche se viziosi, siano piuttosto risanati che non condannati, compirete opere buone nella vigna [del Signore]. Occorre però che a questo vi esercitiate, o miei fratelli.
Ecco, terminato il discorso … Si giungerà al momento della preghiera. Voi sapete dove si giungerà. Che diremo a Dio in antecedenza? Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Ma la tua anima non vuol perdonare, e si rattrista perché le dici di non portar odio. Rispondile: Perché sei triste, anima mia, e perché mi turbi? Perché mi turbi?, o: Perché sei triste? Non odiare per non portarmi alla perdizione. Perché mi turbi? Spera in Dio. Sei nel languore, aneli, ti opprime l'infermità. Non sei in grado di liberarti dall'odio. Spera in Dio, che è medico. Egli per te fu sospeso a un patibolo e ancora non si vendica. Come vuoi tu vendicarti? Difatti in tanto odi in quanto ti vorresti vendicare. Guarda al tuo Signore pendente [dalla croce]; guardalo così sospeso e quasi in atto d'impartire ordini dall'alto di quel legno-tribunale. Guardalo mentre, sospeso, prepara a te malato la medicina ricavata dal suo sangue. Guardalo sospeso! Vuoi vendicarti? Lo vuoi davvero? Guarda a colui che pende [dalla croce] e ascolta ciò che dice: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. (S. Agostino, Discorso 49).

Concludo con una preghiera a Sant’Antonio:
Sant'Antonio mio beato, pura gemma di splendore, del Bambino che Vi è a lato ottenetemi il favore.

E qual'è il favore? Una vita che mostra col cuore e nel volto il Signore Gesù. Una vita che cerca le alte vette del vivere, una vita giusta che cerca la giustizia di Dio. Amen.

Deh, ascoltate, o amato Santo, per amor del Dio bambino la mia prece ed il mio pianto, che io verso a Voi vicino.
Amen 

mercoledì 12 giugno 2013

Mercoledì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)


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CHARITAS


“Per mezzo di Cristo, davanti a Dio. … il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita”. (2 Cor 3)

Sant’Atanasio afferma: “Lo Spirito è chiamato ed è unzione e sigillo ... L’unzione è il soffio del Figlio, di modo che colui che possiede lo Spirito possa dire: Noi siamo il profumo di Cristo”.

Qual è il profumo di Cristo?
Credo che la risposta la troviamo nel Vangelo quando rispondiamo alla risposta: “qual è il pieno compimento della legge?”.
Ci aiuta a rispondere sempre l’Apostolo Paolo quando nella lettera ai Romani afferma:
"Pieno compimento della legge è l'amore". (Rm 13,10).

Allora l’Amore, la Carità è pieno compimento della legge, è il ministero della nuova alleanza, è il profumo di Cristo.

In ogni eucarestia, nella preghiera eucaristica II, noi invochiamo il Signore e gli chiediamo di renderci, di rendere la Chiesa, “perfetta nell’amore”.

“Egli è santo!”, abbiamo pregato con il Salmo 98, noi suo popolo, popolo della nuova alleanza che profumiamo di Cristo, perché unti dal sigillo dello Spirito dobbiamo cercare di vivere nel quotidiano la perfezione della carità per essere santo come “Egli è santo”.

Il Signore accolga il nostro desiderio, la nostra aspirazione per intercessione di tanti uomini e donne che si sono santificati nell’esercizio della carità verso Dio e verso il prossimo.

Signore, nostro Dio, tu li esaudivi, eri per loro un Dio che perdona, … perché santo è il Signore, nostro Dio! (Sal 98)
Amen.

domenica 9 giugno 2013

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)



Strumento
Dell’opera di Dio
Ì


«Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità». (1 Re 17)
“il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano …” (Gal 1)
«Dio ha visitato il suo popolo» (Lc 7)

Sono le tre frasi che hanno colpito la mia attenzione in questa X domenica del Tempo Ordinario.
Subito mi ritorna alla memoria il discorso di Gamaliale del libro di Atti:
«Uomini d'Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini. Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero. Ora perciò io vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest'opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!». (At 5, 35-39)

Tra il discorso al Sinedrio e le frasi della Parola di Dio odierna c’è un legame: tutto ciò che noi siamo e vediamo non è invenzione umana, ma vien da Dio.

C’è un principio di inizio che è divino. Poi ciascuno, nella sua fragilità umanità, ha sostenuto l’opera di Dio. La Chiesa è l’opera di Dio, se pur fragile, per annunciare il suo progetto di sapienza, di misericordia, di vicinanza di Dio con l’umanità.
Afferma papa Benedetto nella sua ultima Udienza del mercoledì:
“Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo”.

Gesù è il volto di sapienza, di misericordia e di vicinanza divina che la Chiesa annuncia.

Gesù chiede a ciascuno di noi di essere strumento per far conoscere la sua sapienza, la sua misericordia e la sua presenza amica.

Ciascuno di noi, come l’Apostolo Paolo, è scelto fin dal seno materno e per grazia chiamato ad essere apostolo: strumento nelle mani di Dio, per l’avvento del suo Regno, a gloria della sua Chiesa e per vera felicità dell’uomo.

Come Isaia, come Paolo, edifico la Chiesa? Sono strumento del Regno nelle mani di Gesù?
“Solo tu, o Gesù, sai quanti passi faremo ancora nel mondo; se tu non sarai con noi, saranno mossi invano. A me interessa identificarmi con te; o Gesù, ama col mio cuore, io amo col tuo; parla con la mia lingua, o Gesù; pensa con la mia mente, benedici con le mie mani, cammina coi miei piedi, soffri con le mie membra.”.
(Padre Mario Borzaga)
Amen.

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)


La compassione
cristina
 

«Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?».

Il grido di Elia è il grido dell’uomo: perchè Dio lascia al male di operare a suo piacimento!
Ma cos’è il male?

Affermava in un suo discorso Papa Benedetto XVI: «Il demonio non spinge direttamente verso il male, ma verso un falso bene».
Ugualmente affermava il 15 marzo 2013, Papa Francesco: “Non cediamo mai al pessimismo, a quell’amarezza che il diavolo ci offre ogni giorno; non cediamo al pessimismo e allo scoraggiamento: abbiamo la ferma certezza che lo Spirito Santo dona alla Chiesa, con il suo soffio possente, il coraggio di perseverare …”

Così infatti fa il profeta: certo si lamenta con Dio, in preda alla scoraggiamento, nel cercare lui il vero bene, e poi prega riaffidando, perseverando, con tutta la sua fede la vita del bambino a Dio:
“Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo»”.
Isaia usa il suo corpo per porre rimedio alla morte, pone il suo corpo come strumento di mediazione tra la morte e la Vita, sente sul suo corpo il dramma di quell’evento tanto che si distese sul bambino, quasi a sentire il gelo della morte che era in lui.
È la grande compassione di Elia, la stessa che vive Gesù con la vedova di Nain.
Anche Gesù era figlio unico, forse oramai di madre vedova, e comprende il dramma di quella donna, di quella madre.

Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!».

In questa pagina voglio rileggere tutto il mistero della misericordia e di vicinanza che traspare nelle pagine del Vangelo di San Luca.
Egli ci parla di un Dio vicino, di un Dio così vicino che si fa uomo, bambino.
Un Dio che per compassione del dolore umano si fa dolore, Incarnandosi, così da risollevare l’uomo da una dimensione di miseria – non piangere , dirà alla vedova – ad una situazione di gioia.

Egli che era Cielo si è fatto terra, per rialzare noi che siamo terra verso il Cielo!

Ecco la compassione divina: farsi simile per poi aprire, spalancare le porte verso una nuova dignità … che era già sua! Non dice infatti l’Apostolo Paolo:
“Cristo Gesù …, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”.

La lezione di questa domenica è quella della compassione cristiana, che non è un semplice dire poverino, ma è farsi carico dell’uomo e della sua felicità come Gesù ci insegna.

Ma cos’è il male?
Ritorno alla domanda.
Il grande male di questo tempo è cercare il falso bene, dice San Paolo nella II lettura:
il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano.

È ritornare da battezzati (ricordati dei tre rinuncio e dei tre credo!?) al “modello umano”, che non è tanto il pensiero comune, ma è il pensiero con non trae la sua sapienza, la sua intelligenza, la sua forza dal Vangelo di Gesù.
Scrive in un suo Discorso, San Efrem il siro, di cui al Chiesa oggi celebra il ricordo della sua nascita al cielo (9 giugno 373):
Donaci di vedere in noi stessi la vita della risurrezione e fà che nulla distolga il nostro spirito dalle tue gioie. Imprimi in noi, o Signore, il segno di questo giorno che non trae inizio dal sole, infondendoci una costante ricerca di te.
Ogni giorno noi ti accogliamo nei tuoi sacramenti e ti riceviamo nel nostro cuore. Facci degni di sperimentare nella nostra persona la risurrezione che speriamo. Con la grazia del battesimo abbiamo nascosto nel nostro essere il tuo tesoro, quel tesoro che si accresce alla mensa dei tuoi sacramenti. Concedici di gioire della tua grazia. Noi possediamo in noi stessi il tuo memoriale che attingiamo alla tua mensa spirituale. Fà che lo realizziamo pienamente nella rinascita eterna.

Ma cos’è il male?
Ritorno alla domanda.
Il grande male di questo tempo, dice San Paolo è vivere la propria libertà senza obbedienza alla Verità:
Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta, ricorda Paolo ai Gàlati.
La nostra condotta è operatrice di bene, benedizione, e di male, maledizione. Edifica o rallenta il Regno di Dio.
San Paolo ricorda che c’è un tempo della chiamata alla conversione:
Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia
Un tempo in cui perseverare nella grazia per vincere il pessimismo e lo scoraggiamento, e stare saldi, con coraggio nella via del bene.

C’è la ricordato anche San Efrem;
Noi possediamo in noi stessi il tuo memoriale che attingiamo alla tua mensa spirituale. Fà che lo realizziamo pienamente nella rinascita eterna.

Con la parole di Papa Francesco concludo dicendo:
Alla potente intercessione di Maria, nostra Madre, Madre della Chiesa …Sotto il suo sguardo materno, ciascuno di noi possa camminare lieto e docile alla voce del suo Figlio divino, rafforzando l’unità, perseverando concordemente nella preghiera e testimoniando la genuina fede nella presenza continua del Signore. Amen.