martedì 10 giugno 2025

La Martire presso la moschea dell'oliva (Gami-zz-zaitum)

 


S. Oliva v. m.
venerata ad Alcamo (TP)


Molte sono le questioni che si fanno intorno a questa santa, sia perché non si sa con precisione storica quando sia nata, ne dove e quali vicende abbia avuta la sua vita. 

Secondo una Passione che dopo il dodicesimo secolo fu divulgata, S. Oliva era figlia di nobili palermitani e a tredici anni fu esiliata per la sua fede cristiana a Tunisi, dove fu relegata in luoghi deserti e nel deserto o nei boschi, secondo altri. Ivi visse parecchi anni, in preghiere e compiendo molti miracoli. 

Un giorno alcuni cacciatori tunisini la videro e volevano stuprarla ma ella riuscì a convertirli per cui essi dopo si diedero a grandi penitenze e cominciarono a predicare la religione cristiana. Saputa la cosa dal bej di Tunisi, Oliva fu chiamata davanti al giudice che la condannò, non solo per essere cristiana, ma anche per avere convertito molti musulmani.

Il giudice la condannò a morte; ma durante il martirio si raccontano molti miracoli; fu fatta flagellare, scarnificare, e poi messa sull'eculeo; infine messa in una caldaia bollente; ma la santa miracolosamente, rimase immune da tutti quei supplizi; e poi il giudice ordinò che fosse decapitata. Il suo cadavere fu rapito da alcuni cristiani che si trovavano a Tunisi e fu portato a Palermo, ma sepolto fuori le mura della città, in quel luogo dove qualche tempo dopo i Frati Minimi edificarono la loro chiesa e il loro monastero; proprio nel pozzo di questa chiesa furono cercate le ossa della Santa; ma non furono trovate mai. 

Si sparse la voce che forse i Padri Gesuiti le avevano rubate ed allora l'Arcivescovo di Palermo minacciò i Padri Gesuiti di ridargli le sacre ossa, pena la sospensione. 
La più antica chiesa costruita a Palermo in onore di S. Oliva fu del 1310; poi si sparse la voce che il corpo della santa fosse rimasto a Tunisi, vicino alla moschea che si chiama propria dell'olivo; Gami-zz-zaitum (moschea della oliva). 

Il suo culto si diffuse dopo il mille in tutta la Sicilia, da Trapani ad Alcamo, Termini Imerese, Pettineo (che secondo quegli abitanti diede i natali alla santa). 
Nella cattedrale di Palermo vi era un antico altare dedicato a S. Oliva; ed il Serpotta fece una bella statua di S. Oliva. Ad Alcamo vi è una bella chiesa dedicata a S. Oliva e vi è una bella pittura di Pietro Novelli. 
Fu molto venerata anche a Cefalù, Erice, Trabia, Termini ed altrove; Palermo la ebbe come patrona, insieme a S. Agata, S. Cristina; Ninfa e Santa Oliva poi furono soppiantate da S. Rosalia nel 1600. 
Molte questioni si fanno sulla santa: 
I) sul tempo in cui visse; se visse nel secolo V al tempo dei Vandali, che erano ariani e perseguitarono i cattolici; tempo in cui fu esiliato anche S. Mamiliano Vescovo di Palermo, in Sardegna; 
II) oppure al tempo quando i Saraceni avevano invaso e sottomesso la Sicilia, nei secoli IX e X. Gli storici che sostengono il tempo dei Vandali furono sia lo Spuches, sia l'Inveges, anzi questi sostiene che S. Oliva morì nell'anno 455 tenendo conto del tempo quando i Vandali vennero in Sicilia e la sottomisero. Secondo il Gaetani quindi S. Oliva sarebbe nata nel 442 a Palermo e morta il 10 giugno 463. 
Il Lancia di Brolo, già Arcivescovo di Monreale, sostiene che la santa Oliva sia vissuta nel secolo X quando i Musulmani o Saraceni sottomisero la Sicilia; comunque, dice, non si può dubitare del martirio della santa. Il suo culto è attestato, secondo il Gaetani: 
1) dall'antico Breviario della chiesa Palermitana; 
2) da un altro manoscritto trovato a Termini Imprese in volgare siciliano; 
3) dal Padre Marcello Grasso che ne scrisse per primo la vita, completa e storica; 
4) vi sono tre Passionari sulla vita di S. Oliva; ricordati dal Fazello, dal Baronio, dal Montoia e da Rocco Pirri, lo storico della chiesa siciliana. 

A Palermo la santa ebbe un culto pubblico e ufficiale fin dal secolo XI e vi fu costruita una chiesa fuori le mura di Porta Carini, ove ora sorge la chiesa dei Padri Minimi o Paolotti. Anzi si disse che più volte la santa si mostrò sia ai frati, sia all'ortolano, sia ad altri fedeli che frequentavano la chiesa dei Padri Paolotti. 
Queste apparizioni e questi miracoli furono descritti nelle porte bronzee della chiesa ora parrocchiale; vi sono altre quattro belle pitture che coprono sia le volte sia le pareti della chiesa. 
Anche il Mongitore parla di miracoli avvenuti ai suoi tempi da S. Oliva; tanto che la festa che si celebrava il 10 giugno era molto frequentata e sentita e portata in processione la statua argentea della santa.

venerdì 6 giugno 2025

Una marchigiana santificata in Tuscia: Suor Maria Giuseppa (Antonia) Càmpita

 


Chiesa di S. Lucia

Monastero delle Benedettine

secolo XV

La chiesa di S. Lucia venne costruita precedentemente al monastero, nel sec. XV, mentre la costruzione del complesso monastico è del 1563-64. Questo si estende da Porta Maddalena lungo il perimetro delle mura cittadine, ed è costituito da edifici che si affacciano su un chiostro ed un cortile e comprendono l’educandato, il noviziato, la foresteria, la clausura delle monache e l’orto. Notevoli alcuni dipinti dei secc. XVII e XVIII conservati nel coro, accessibile dalla clausura, ma non aperto al pubblico: una Pietà con S. Giovanni e la Maddalena e un S. Benedetto che intercede presso la Vergine (scuola di V. Camuccini, fine del ‘700); un’immagine di S. Lucia (G. F. Romanelli, metà del sec. XVIII).


FONTE

giovedì 29 maggio 2025

Teodolinda Trasci, alias Laura di Costantinopoli

 


Santa Laura di Costantinopoli

(Teodolinda Trasci) e 52 compagne

Martiri trinitarie, 29 maggio


Teodolinda Trasci, conosciuta come Santa Laura o Laura di Costantinopoli, è una religiosa bizantina. Di lei si conosce poco, è ignota del tutto la data di nascita. La Chiesa Cattolica la venera come Santa insieme alle altre 52 consorelle martirizzate che furono uccise con lei nel monastero durante un’improvvisa irruzione da parte dei Musulmani.
Laura di Costantinopoli, badessa dell’omonimo convento, è morta il 29 maggio 1453. La data segna, storicamente, la caduta di Costantinopoli ad opera dei Musulmani che occuparono l’intera città.
Per quanto concerne le origini familiari di questa Santa, non si hanno notizie precise: il padre, Michele, era un soldato greco, mentre la mamma apparteneva ad una famiglia della piccola nobiltà albanese, i Pulati.

Vita di Santa Laura
Spinta dalla famiglia, come accadeva a quei tempi, la giovane Laura prese i voti e si dedicò completamente alla vita religiosa, praticando l’isolamento ascetico insieme alle sorelle Eudocia e Giovanna. Appena diventò suora, cambiò il suo nome da Teodolinda a Laura. Ben presto acquisì il ruolo di badessa del convento di Costantinopoli, e per il suo carattere particolarmente umile e generoso si distinse da tutte le altre consorelle che vivevano con lei.

Iconografia e culto
Sia Santa Laura che le consorelle del convento furono uccise a colpi di frecce. Per questo motivo la palma e le frecce si attribuiscono a Santa Laura da Costantinopoli, come simboli del suo martirio. Le donne non rinnegarono mai la loro fede, neppure dinanzi alla morte, e questo le ha rese Martiri per la Chiesa cattolica.
La devozione popolare considera Laura di Costantinopoli una Santa, ma non vi è un culto riconosciuto al riguardo, e non v’è traccia di lei all’interno del Martirologio Romano.
Il 29 maggio, il giorno della morte, la Chiesa cattolica festeggia e celebra Santa Laura da Costantinopoli.
Tra i simboli iconografici della santa c'è anche la foglia di palma.

Il contesto storico: la caduta di Costantinopoli
La data di morte di Santa Laura è importante dal punto di vista storico, in quanto avviene la caduta di Costantinopoli, l’ultima roccaforte dell’impero bizantino e quindi dell’Impero romano d’Oriente. La città cade sotto l’assalto degli Ottomani guidati dal Sultano Mehemet (o Maometto II), che vede in essa un centro strategico per le comunicazioni con l’altra parte dell’Impero. Prima di lui altri avevano tentato di espugnare Costantinopoli, ma senza successo.
Maometto II prepara l’esercito senza trascurare alcun dettaglio, aiutandosi con l’utilizzo di cannoni potenti fatti costruire appositamente per la battaglia da un ingegnere europeo, chiamato Urban.
In totale l’esercito ottomano guidato da Maometto 2° è formato da un centinaio di migliaia di uomini. Il bombardamento delle mura di Costantinopoli comincia il 6 aprile 1453, e nel giro di una settimana provoca diverse brecce da cui i soldati riescono a penetrare. L’ingresso trionfale del Sultano avviene il 29 maggio: da quel momento gli viene attribuito il nome di Fatih, il Conquistatore. Costantinopoli diventa quindi la capitale del nuovo impero. Gli Ottomani riescono a stabilire una continuità con l’impero di Bisanzio, malgrado la religione e la cultura siano prevalentemente musulmane.

FONTE



sabato 10 maggio 2025

Vieni, Santo Spirito!

 


Papa Wojtyla, ora santo, 
incontra Umberto di Savoia, 
il Re di Maggio, a Lisbona nel 1982


Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,
vieni; datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell'anima,
dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

O luce beatissima,
invadi nell'intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza,
nulla è nell'uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
raddrizza ciò ch'è sviato.

Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna. Amen.    

venerdì 14 marzo 2025

Portaci rimedio, Madre di Dio!




O Maria del Rimedio,

Madre nostra,

ascolta la supplica

che ti presentiamo

in questi tempi difficili.

Siamo smarriti e angosciati,

preoccupati per l’incerto futuro,

tristi per i tanti malati,

per i morti che abbiamo frettolosamente seppellito,

per la vita quotidiana

rallentata e sconvolta

anche nel dire la nostra fede.

Ripeti ancora una volta al tuo Figlio Gesù che

non abbiamo più vino”,

non abbiamo salute,

fatichiamo nella speranza,

ci sconcerta la nostra fragilità

di fronte al nemico invisibile.

Tu che sei Rimedio d’ogni male,

e dispensi generosa

la Misericordia del Tuo Figlio,

 aiuta e conforta,

incoraggia e scalda,

sostieni il cammino

soprattutto quando abbiamo i piedi stanchi

e la tentazione di vacillare e cadere.

Dacci la forza o Madre,

per vincere il male

del nostro egoismo, del disinteresse, dell’indifferenza.

Rendici fratelli di tutti e attenti ad ogni povertà

La tua mano, o Maria del Rimedio

 ci guarisca da ogni male,

e sostenga la fede.

Donaci di poterti ancora lodare e ringraziare

Con il cuore libero e voce piena.

Amen

Mons. Roberto Carboni, Arcivescovo di Oristano

giovedì 27 febbraio 2025

santi Mauro e compagni a Lavello

 


Un caso abbastanza tipico rispetto agli altri considerati in questa rassegno, è quello dei patroni di Lavello, diocesi fino al 1818, suffraganea di Bari. Mauro, insieme ad altri sette compagni1052, è uno dei santi africani martirizzati a Roma nel III secolo, sotto Numeriano. Tra i vari racconti che compongono il dossier di Mauro, quello che ci interessa più da vicino è stato scritto da un non altrimenti noto agostiniano vissuto nel XV secolo circa, Giacomo da Venosa (BHL 5791f), che narra della vita e delle due traslazioni delle reliquie di questi personaggi da Roma a Gallipoli (dove, a differenza che negli altri testi, avviene il martirio, «in loco vocato Lapis siccus seu salebrosus»1053, pur senza esplicitare la data di morte) e poi a Lavello, è contenuto in un codice manoscritto della BNNa del XV secolo (VI.E.17), e fu edito per la prima volta da Poncelet nel 19111054; è organizzato in dodici lezioni mattutinali, cosa che suggerisce il suo uso prettamente liturgico. Non essendo riscontrabili dei solidi elementi di datazione del testo possiamo solamente accettare come terminus post quem, definendosi il compilatore, nel colophon, come frate agostiniano, il XIII secolo. Giovanni non riferisce né il giorno della morte né quello dell’elevazione delle reliquie, ma indica solamente il mese di maggio come mese festivo del santo e dei suoi compagni. La ricorrenza della traslazione fu fissata al 2 maggio dai vescovi lavellesi in età moderna, mentre la tradizione greca e gallipolina commemora la traslazione delle reliquie il 1 maggio. 

Tutte le Chiese, comunque, festeggiano il dies natalis il 22 novembre. Una parte della tradizione fissa l’anno della traslazione al 10421055. Non è possibile stabilire allo stato attuale degli studi se il Mauro di Lavello sia lo stesso di quello di Bisceglie1056, o dell’Istria, o di Fleury o di altre zone d’Italia o d’Europa. Di certo, l’inizio del culto è da collocarsi attorno al IX secolo, quando Rabano Mauro ne compone un racconto agiografico, che poi si andrà arricchendo e caratterizzando secondo le varianti locali.

Ecco la leggenda così come si è sedimentata nella tradizione lavellese divulgata da Giuseppe Solimene, derivata dal summenzionato Giacomo da Venosa e poi leggermente modificata e arricchita su influsso delle altre recensiones dalla fine del basso Medioevo in poi. Attorno al 1060, sotto il primo vescovo di Lavello, Vincenzo1057, avvenne la traslazione lavellese delle reliquie di san Mauro e compagni Leonzio, Domno, Panunzio, Passarione, Domenzio, Terenzio e Patamone, uccisi dall’imperatore Numeriano il 22 novembre del 283 (anche se l’anno corretto potrebbe essere solamente il 284, come ha notato la critica1058). Quei corpi santi furono inizialmente gettati nel foro di Roma, proibita ogni sepoltura dal prefetto Celerino, ma in seguito alcuni correligionari di Mauro trafugarono i resti e li portarono via nave prima in Libia, e poi, inseguiti dagli emissari imperiali, in Salento, nei pressi di Gallipoli. I cristiani che furono protagonisti della rocambolesca fuga furono uccisi, ma le reliquie, nonostante fossero state gettate nel fuoco, si salvarono, e proprio lì, nei pressi di Gallipoli, sorse una chiesa dedicata ai martiri. Quando l’iniziale devozione dei salentini si affievolì, i resti e la chiesetta finirono sotto la custodia di un eremita. Nell’XI secolo, poi, l’arcidiacono di Conza Gerardo, imbattutosi, in qualità di delegato apostolico, nelle reliquie, decise di portarle in patria. Durante il tragitto, giunto avanti la chiesa della Madonna della Speranza, nei pressi di Lavello, il cavallo su cui erano trasportate le reliquie misteriosamente si rifiuta di avanzare, in modo inamovibile. Allora, chiamato il vescovo Vincenzo, giunto con gran folla di popolo dalla cittadina, si decide di caricare i venerandi corpi sul giogo di una coppia di giovenche trovate nei campi vicini, e di far scegliere ai due animali il luogo in cui depositare il sacro peso. Giunti alle porte della città dove sarà eretto l’arco di S. Mauro, dopo una pausa, i buoi proseguono fino alle porte della cattedrale, dedicata alla Vergine, inginocchiandosi miracolosamente. Tutti, a quel punto, interpretano l’accaduto come il segno della volontà divina, e così le reliquie restano sull’altare maggiore della chiesa madre fino alla costruzione della nuova cattedrale, dove saranno onorevolmente collocate. L’evento prodigioso fu annunciato dall’apparizione di una stella, che riappare ogni anno in occasione della festa, che si tiene il 2 maggio, giorno anniversario dell’accadimento1059.

Una comparazione è possibile tra questo gruppo di martiri e il nostro sant’Eustachio: anche in questo caso, infatti, siamo in presenza di una scelta effettuata dall’autorità ecclesiastica (un vescovo da una parte e un cenobio benedettino quantomeno appoggiato dal metropolita dall’altra), scelta che comportò l’elezione a patrono di santi martiri, non chierici, provenienti da un contesto cultuale discretamente distante, e tutto ciò nello stesso periodo, cioè l’XI secolo, con poco range di scarto anche volendo dare credito alle ipotesi sull’esistenza del monastero materano di Eustachio già verso la fine del X secolo. Le stesse considerazioni potrebbero farsi riguardo a Laverio, se non fosse che quest’ultimo si configura come un santo totalmente locale e il cui culto ha subito una vera accelerazione solo molto più tardi rispetto a tutti gli altri casi incontrati. Ci torneremo in conclusione.


(...)

Abbiamo visto le ragioni che portarono in Basilicata il culto del martire atellano, ma ancora abbastanza oscure restano quelle che videro l’importazione della devozione eustachiana a Matera, in una situazione paragonabile a quella che riguarda Mauro e compagni martiri patroni di Lavello: in entrambi i casi si tratta di santi antichi la cui fortuna agiografica non è del tutto chiara, tanto da presentare dei problemi di identificazione/sovrapposizione nel caso dei santi gallipolini, confondibili con un altro gruppo di santi con a capo sempre un Mauro, ma vescovo (venerati a Bisceglie). A differenza del patrono secondario materano, però, possediamo il testo della translatio delle spoglie di questi otto “morti eccezionali” a Lavello, di epoca bassomedievale certo, ma comunque ben inserita nel contesto locale, ricca di dettagli toponomastici e generosa anche riguardo al nome del traslatore, pur senza fornire riferimenti più precisi.

Appare chiaro che il genere della translatio e la connessa elevazione di reliquie sante (anche in assenza di un testo che ne custodisca la memoria) potrebbe costituire una chiave di lettura privilegiata, il trait d’union che possa caratterizzare tutti i santi studiati. La santità basilicatese e acheruntina nel periodo che abbiamo trattato è una santità poco aggiornata alle più recenti battaglie ideologico-religiose che la curia romana porta avanti, nonostante i tentativi arnaldiani, pur non certo falliti, di installare due nuovi culti ad Acerenza e Matera. Era questa la via per fornire una propulsione identitaria a due centri demici in ascesa, in quanto uno era il nuovo e unico centro metropolitico basilicatese e l’altro un importante caposaldo nella costellazione dei dominati normanni, tanto notevole da attirare la visita papale.

(...)

Purtroppo non conosciamo ancora molti dei volti che portarono avanti, tra alti e bassi, questi culti nuovi o recuperati, e a questo proposito sarebbe cruciale l’edizione delle pergamene ancora custodite negli archivi di Acerenza (ormai scansionate e attualmente consultabili online sul sito della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia), Potenza (oggi in parte visionabili sul sito monasterium.net) e Matera (nel cui caso si dovranno considerare anche le varie cronache ancora inedite), o nell’ASNa e nella SNSP, relative specialmente ai capitoli cattedrali, dove effettivamente si prendevano quelle decisioni ecclesiali i cui esiti sono in parte riconoscibili, anche a distanza di secoli, nella fortuna o meno di certe figure sante. Pur non avendo riscontrato, infine, delle significative concordanze a livello strettamente testuale ed ecdotico con le compilazioni agiografiche dei santi limitrofi, degli approfondimenti filologici specifici e dedicati ad ogni singolo testo potrebbero dare dei risultati interessanti e utili a stabilire dei rapporti di dipendenza genetica con le fonti letterarie dei santi patroni di Basilicata.

La storia ecclesiastica di Acerenza, assieme alle sue suffraganee medievali Matera e Potenza, non potrà che trarre giovamento e acquistare respiro da una futura indagine che parta dalle premesse che abbiamo tentato di porre qui.


Da: Per una “Basilicata sacra”. La santità patronale latina nel pieno Medioevo acheruntino: quattro casi di studio del Dott. Biagio Luca Guarnaccio


CHE RINGRAZIO PER LA CONDIVISIONE SUL WEB!!!

mercoledì 26 febbraio 2025

Santa Iris vergine (di Gerapoli o di Efeso) ... ERMIONE

 



Riprendendo il post del 15/02/12

La stessa Biblioteca Sanctorum, riporta un altro nome, Irais vergine figlia di S. Filippo, e dice che corrisponde alla figlia Ermione.

Detto questo il nome Iris, può derivare da Irais o da Iraide, ma è comunque una delle figlie del diacono san Filippo.

Le sante sorelle, figlie del diacono S. Filippo vengono ricordate il 4 settembre.

Preghiera

Padre di Misericordia, fonte di ogni dono, che nella potenza dello Spirito Santo doni ai semplici il dono della profezia e l’ardore per annunciare Cristo “Via, Verità e Vita”, concedici per i meriti e l’intercessione di Santa Iris, figlia del diacono ed evangelista San Filippo, le grazie necessarie per il nostro stato, affinché nella nostra vita “sia santificato il tuo nome”. Amen.

aggiungo qui una bella iconografia acquista nel 2025.

martedì 25 febbraio 2025

Un giorno a Roma ... ANNO GIUBILARE

 


Partenza ore 6:25 Milano Rogoredo


ore 10.15 cammino verso la PORTA SANTA


ore 13.00 pranzo


ore 14.30 passeggiata sul lungo Tevere verso S. Bartolomeo



sosta a S. Salvatore in Onda
(tomba della Beata Elisabetta Sanna)

ore 16.00 messa e visita al Memoriale dei Nuovi Martiri

ore 18.40 partenza per il rientro .. ore 22.02 Milano Rogoredo

lunedì 24 febbraio 2025

Salvo D’Acquisto finalmente è venerabile!

 

Monumento a Cologno Monzese


Il Venerabile Servo di Dio Salvo D’Acquisto nacque a Napoli il 15 ottobre 1920, primogenito di una famiglia modesta e numerosa nella quale gli vennero trasmessi solidi valori cristiani. A quindici anni, lasciati gli studi, iniziò a lavorare nella bottega dello zio e, a diciotto anni, entrò nell’Arma dei carabinieri frequentando la Scuola Allievi Carabinieri di Roma, al termine della quale fu promosso carabiniere presso il Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra. Nel novembre del 1940, a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia, fu inviato in Libia dove prestò servizio fino al settembre 1942. La sua rettitudine morale suscitò ammirazione da parte dei colleghi militari di fronte ai quali non si vergognava di fare il segno della croce e recitare il Rosario. Rientrato in Italia nel settembre 1942, dopo aver frequentato a Firenze il Corso Intensivo per Allievi Sottufficiali dei Carabinieri, venne assegnato in qualità di Vicebrigadiere alla Stazione dei Carabinieri di Torrimpietra. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si trovò ad operare nei difficili momenti che si crearono a causa della fuga del re da Roma e dell’occupazione da parte dell’esercito nazista del Centro e del Nord Italia con il conseguente sbandamento del Regio esercito italiano.
Il giorno successivo all’armistizio infatti si verificarono degli scontri tra tedeschi e italiani, non più alleati, anche nei pressi della Stazione dei Carabinieri di Torrimpietra (RM). Il 22 settembre alcuni soldati tedeschi entrarono nella Torre di Palidoro, sede della Guardia di Finanza. I finanzieri avevano abbandonato la Torre e rinchiuso in casse metalliche degli ordigni esplosivi precedentemente sequestrati. Alcuni militari tedeschi forzarono quelle casse provocando un’esplosione che ne uccise uno e ne ferì gravemente altri due. Sospettando un attentato, il comando nazista cercò i carabinieri e poiché il maresciallo non era in sede, arrestarono il vicebrigadiere Salvo D’Acquisto interrogandolo sull’accaduto.


Fu minacciata una rappresaglia se non si fosse trovato il colpevole dell’esplosione, in realtà dovuta a delle incaute manovre degli stessi tedeschi. Vennero così presi in ostaggio 22 uomini del paese e immediatamente condannati a morte. Per salvarli il Venerabile Servo di Dio dichiarò al comandante delle truppe tedesche di essere responsabile dell’accaduto, offrendosi in cambio della liberazione di tutti gli altri. Subito venne fucilato mentre gli ostaggi furono tutti liberati. Il 15 febbraio 1945 le Autorità militari italiane conferirono in sua memoria la medaglia d’oro al valor militare.
La vicenda della morte di Salvo D’Acquisto si colloca nell’ambito degli eventi bellici accaduti in Italia dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943. In questo contesto di violenza e terrore si compì il suo eroico gesto di offerta della vita. Egli, nella situazione di confusione regnante anche nella zona di Palidoro, ove svolgeva il ruolo di vicebrigadiere, aveva avuto più volte la possibilità di abbandonare il comando dei carabinieri, ma preferì restare al suo posto, a tutela della popolazione.


Dopo l’esplosione dell’ordigno conservato nella Torre di Palidoro, nei momenti drammatici che seguirono all’arresto degli ostaggi della rappresaglia predisposta dai militari nazisti, egli sostenne i prigionieri sia con la propria vicinanza che con parole che rivelarono, non solo una carità così eroica da permettergli anche il sacrificio della vita, ma nello stesso tempo, manifestavano la serenità profonda che solo la fede e la speranza cristiana possono donare. Conseguentemente il suo gesto di autoaccusa non fu motivato da un semplice atto di solidarietà civica e di filantropia laica, ma si iscrisse in uno stile di vita consapevolmente e coerentemente cristiano.
Fin da giovane, infatti, aveva manifestato una particolare sensibilità per i bisogni e le necessità del prossimo. Nei momenti di difficoltà legati al suo servizio in zone di guerra, comunicò sempre ai commilitoni e ai subalterni la speranza nell’aiuto di Dio. Con la sua decisione, libera e volontaria, presa in piena consapevolezza, egli compì un gesto profondamente evangelico. La sua eroica condotta conferma le motivazioni profonde di quella oblatio vitae effettuata coscientemente. Con la sua scelta, Salvo D’Acquisto compì dunque un atto oblativo di carità con la contezza di poter essere a breve ucciso. La sua morte avvenne, quindi, come conseguenza diretta dell’oblatio vitae. Si può considerare debitamente provata l’offerta della vita, libera, volontaria, propter caritatem.