domenica 3 ottobre 2021

Beate Mariantonia Samà e Nuccia Tolomeo, pregate per noi!

 

La debolezza umana incontra la forza della grazia

 

Omelia nella beatificazione di Maria Antonia Samà e Gaetana (Nuccia) Tolomeo

 

  Considerando la figura delle due beate – Maria Antonia Samà e Nuccia Tolomeo – non ci è difficile riconoscere, nel cuore della loro imitatio Christi, un elemento comune, che ha un nome difficile, terribile: sofferenza. Vi sono entrate in modo diverso –in forme addirittura inquietanti, la beata Maria Antonia, e con un doloroso sviluppo naturale l’altra – ma ambedue in forma progressiva, in continua crescita sì da diventare, l’una e l’altra, somiglianti a Cristo, vir dolorum et sciens infirmitatem (cf. Is 53,3). Di lui – nel brano che abbiamo insieme ascoltato dalla lettera agli Ebrei – si dice che fu reso perfetto per mezzo delle sofferenze. Riflettiamo, allora, su questa espressione, giacché pure questa non ci è di facile e immediata intelligenza. Perché questo paradossale rapporto?

    Di Gesù l’Autore ci dice anzitutto che è un «capo che guida alla salvezza»; aggiunge, quindi, che egli è «colui che santifica» e conclude che lo stesso non si vergogna di chiamarci «fratelli»! C’è un crescendo in questi tre titoli sicché l’uno approfondisce e spiega l’altro. Gesù è per noi una guida, ma non di quelle che ci danno semplicemente delle indicazioni, bensì uno che ci prende per mano e ci accompagna nel cammino e questo lo fa perché ci vuole bene, ci ama.

    Lui, che è santo e santificatore, non si vergogna della nostra debolezza e nemmeno del nostro essere peccatori. Questa nostra condizione non lo spinge ad abbandonarci. Così, nel caso, ci comportiamo noi! Quando qualcuno ci dispiace, o ci delude, o ci offende allora prendiamo le distanze, interrompiamo i contatti, lo cancelliamo dalla nostra agenda … Gesù, al contrario, prende su di sé la sofferenza e giunge a dare la vita per noi. «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me», scriverà, colmo di stupore e gratitudine, san Paolo (cf. Gal 2,20).



S. Messa di beatificazione del 3 ottobre 2021


    L’Autore della Lettera agli Ebrei dice: non si vergogna. La «vergogna» nel racconto della creazione dell’uomo nasce col peccato, ma Gesù è l’Innocente, perciò non si vergogna; anzi salva e santifica. Sant’Agostino spiega: «Non si vergogna di chiamarli fratelli. Queste parole cos’altro significano se non che egli si è reso partecipe della loro stessa sorte? Difatti noi non saremmo mai diventati partecipi della sua divinità se egli non si fosse reso partecipe della nostra mortalità. E proprio perché si è reso partecipe della sorte dei propri fratelli, egli poté parlare di quel grano caduto per terra, che messo a morte portò frutto abbondante» (Esposizione sul salmo 118, Disc. 16, 6: PL 37, 1546-1547).

    Gesù fu reso perfetto per mezzo delle sofferenze. Lo fu certamente perché la via dolorosa è conseguente al mistero della sua incarnazione: si fece uomo nel grembo della Vergine, diciamo nel simbolo di fede. Qui però il testo sacro non si limita a dirci che il Figlio di Dio si è fatto uomo; si afferma, anzi, che si fatto fratello e questo sottolinea la presenza di un valore aggiunto, l’amore di Cristo per noi. «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me»: tra la sofferenza e la perfezione c’è l’amore. È l’amore che congiunge la sofferenza alla perfezione.


dal DVD documento su Mariantonia Samà

    Spiegando il nostro testo Benedetto XVI una volta disse: «il Figlio ha assunto la nostra umanità e per noi si è lasciato “educare” nel crogiuolo della sofferenza, si è lasciato trasformare da essa, come il chicco di grano che per portare frutto deve morire nella terra. Attraverso questo processo Gesù è stato “reso perfetto”, [termine che] indica il compimento di un cammino, cioè proprio il cammino di educazione e trasformazione del Figlio di Dio mediante la sofferenza, mediante la passione dolorosa» (Omelia nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, 3 giugno 2010). Nella medesima prospettiva di un cammino di educazione e trasformazione possiamo guardare pure alle nostre due Beate.

    Maria Antonia Samà, conosciuta come la monachella di san Bruno. Conformandosi in tutto alla divina volontà, ella amava ripetere: «Tutto per amore di Dio». E accadde che proprio la sua sofferenza offerta per amore produsse in quanti la conoscevano un potente impulso di carità sicché attorno a lei esplose l’amore. Lei accoglieva con gioia e umiltà chiunque volesse entrare nella sua casa e d’altra parte l’intero paese si mobilitava per soccorrerla e accudirla. Ci fu così un meraviglioso scambio di doni e questo perché l’amore fa nascere amore. Un antico assioma dice che la caratteristica propria del bene è di farsi conoscere e di essere comunicato ad altri, gratuitamente, come sua ragion d’essere, senza altro scopo che questo. Bonum est diffusivum et communicativum sui diceva anche san Tommaso d’Aquino e una volta aggiunse: «ed è per questo che il bene moltiplica la bontà» (Super Mt. [rep. Leodegarii Bissuntini], cap. 25 l. 2). È quanto si è verificato con la nostra Beata che ebbe da Dio la grazia di vivere tutto come dono, divenendo essa stessa dono per gli altri.

    Con lei c’è la beata Gaetana Tolomeo, da tutti conosciuta come Nuccia. Anche la sua fu una vita colma di sofferenza, ma fu pure una vita ricolmata e ricolma d’amore. Segnata come fu sin dai primi anni di vita da una paralisi progressiva e deformante, per amore di Cristo ella trasformò la sua disabilità in apostolato per la redenzione dell’uomo. Ripetendo: Ti ringrazio Gesù di avermi crocifissa per amore, divenne ella stessa un esempio di gratitudine per la vita ricevuta. «Sono Nuccia – diceva – una debole creatura in cui si degna operare ogni giorno la Potenza di Dio». In effetti la sua vita terrena fu ricca non di eventi e opere grandiose, ma di grazia e di adesione totale al volere di Dio nella semplicità quotidiana. Due mesi prima di morire lanciò ai giovani di Sassari questo messaggio: «Ho 60 anni, tutti trascorsi su un letto; il mio corpo è contorto, in tutto devo dipendere dagli altri, ma il mio spirito è rimasto giovane. Il segreto della mia giovinezza e della mia gioia di vivere è Gesù. Alleluia».



Vita e messaggio di Nuccia Tolomeo



Vita e messaggio di Mariantonia Samà

    «Conveniva che Dio rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza». Quello che Dio ha fatto nel capo lo ha fatto anche nelle membra di Lui. È questa la storia della santità: di queste due beate, ma non di loro soltanto.

    Quella della santità, infatti, è la storia della forza di Dio nella debolezza umana.

    Così è stato per la Vergine Maria: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49); così per tutti.

    La santità è, come insegna Papa Francesco, proprio l’incontro della debolezza umana con la forza della grazia (cf. Gaudete et exsultate, n. 34).

 

    Catanzaro, Basilica dell’Immacolata, 3 ottobre 2021

Marcello Card. Semeraro

sabato 25 settembre 2021

Triduo ai Santi Cosma e Damiano (3)


Gloriosi Medici Cosma e Damiano,

Insigni, Santi Fratelli, ottenete per tutti, celesti e consolanti benedizioni. Ma in modo speciale fate che esse discendano sulla Chiesa, sul Papa, sul nostro Vescovo, sulle nostre famiglie, sui devoti tutti e su quanti generosamente concorrono, in forme sempre nuove e consone ai tempi, alla carità verso i fratelli affinché possano così essere celebrati, nel tempo imperituri, la vostra memoria e il memoriale di Cristo, cui avete voluto generosamente conformarvi a maggior gloria di Dio.

Gloria...


venerdì 24 settembre 2021

Triduo ai Santi Cosma e Damiano (2)

 


Gloriosi Medici Cosma e Damiano,

Voi constatate in quanti, sofferenti nel corpo e nell'anima, vi si rivolgono con fiducia da ogni parte affinché possiate intercedere con sollecitudine presso il Signore per la guarigione dalla malattia e per la piena salute dello Spirito.

Così come la vostra scienza medica ha guarito dal male fisico, così vi esortiamo con intensità di cuore affinché la vostra carità lenisca oggi le piaghe dell'anima e restituisca ad ognuno il dono della grazia divina.

Gloria …


giovedì 23 settembre 2021

Triduo ai Santi Cosma e Damiano (1)

 



Gloriosi Medici Cosma e Damiano, Martiri della fede, decoro e vanto della Chiesa indivisa, eleviamo a Dio l'umile ma ardente preghiera perché vengano esauditi i bisogni spirituali e temporali di tutti coloro che fanno incessante ricorso al vostro potente patrocinio.

Gloria …



martedì 7 settembre 2021

La "santa" di Crescenzago: Eugenia Picco

 


… come avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie. Fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo.

Così Paolo esorta i Colossesi.

La contemplazione di Gesù nell’Eucarestia, dietro a cui camminava, fa dire alla beata Eugenia:

"Come Gesù ha scelto il pane, cosa tanto comune, così deve essere la mia vita, comune... accessibile a tutti e, in pari tempo, umile e nascosta, come è il pane".

A questa consapevolezza Eugenia arriva dopo lungo e sofferto cammino.

Nasce a Crescenzago (Milano) l'8 novembre 1867 da Giuseppe Picco e Adelaide Del Corno. Il padre è un valido musicista de «La Scala» di Milano, cieco. La madre è una donna frivola, che non ama il marito, ma ama il denaro, il successo e i viaggi.

Nulla di nuovo sotto questo cielo!

Eugenia è spesso affidata ai nonni e incontra i genitori solo nelle brevi soste che si concedono tra una tournée e l'altra, fino a quando un giorno la madre torna sola, senza il marito, facendolo credere morto. Del padre, Eugenia non saprà più nulla.

Da questo momento la madre costringe la figlia ad andare ad abitare con lei e con il suo convivente, dal quale, in seguito, avrà altri due figli. Eugenia cresce in un ambiente senza punti saldi e libertino, dovendo fare i conti con i desideri mondani della madre che la vuole cantante di successo e con il convivente della madre che la molesta e infastidisce spesso. Ma lei è forte per grazia!

«Pericoli ed occasioni in casa e fuori» dirà Eugenia ricordando quei tribolati anni e quella «istintiva» forza di pregare, di sollevare lo sguardo in alto, nel silenzio dell'austera basilica di Sant'Ambrogio di Milano, dove ogni giorno si reca ad invocare Dio, quasi senza conoscerlo. E una sera del maggio 1886, Eugenia sente in sé la chiamata alla santità e da quell'istante mirerà, con alacrità e fedeltà, non mai smentite, alla perfezione.


A vent'anni, Eugenia decide di volere Gesù, la santità. Entra nella ancor giovane Famiglia Religiosa delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, fuggendo da casa il 31 agosto 1887, subito accolta, compresa, amata dal Fondatore, il venerabile Agostino Chieppi.

Nel 1888 inizia il noviziato e nel 1891 emette la prima professione religiosa nelle mani dello stesso Fondatore e primo giugno 1894 la professione perpetua.

Semplice e umile, fedele e generosa, senza riserve si dona alle alunne del Convitto delle quali è insegnante di musica, canto e francese; alle novizie di cui è madre e maestra; alle consorelle attraverso il servizio di archivista, di Segretaria generale e di Consigliera. Nel giugno 1911 viene eletta Superiora generale e rimane in carica fino alla morte.

Donna coraggiosa, fa voto di compiere con perfezione serena e tranquilla i doveri di Superiora e questo per il compimento della volontà di Dio.

È madre per tutti, specialmente per i poveri, per i piccoli, per gli emarginati che serve con carità generosa e instancabile. Il bisogno e i drammi dei fratelli durante la grande guerra del 1915-1918 le aprono ancor più il cuore per farsi accoglienza di ogni gemito, dolore, preoccupazione sociale o privata.

Il suo sostegno principale è l'Eucaristia, suo grande amore, centro della sua pietà, cibo, conforto e gaudio delle sue giornate dense di preghiera e di fatica.

Il Cristo infonde in lei il suo zelo per la salvezza delle anime e trova in Lui il senso della sua incessante attività caritativa.

Di salute debole, in un corpo minato dalla tisi ossea che, nel 1919, la porta all'amputazione dell'arto inferiore destro, Suor Eugenia si offre disponibile al compimento del disegno del Padre. Nella malattia e nella morte dà compimento alla sua totale consacrazione a Dio. Suor Eugenia muore santamente a Parma il 7 settembre 1921.

Iniziato il Processo di Beatificazione nel settembre 1945, viene beatificata da San Giovanni Paolo II il 7 ottobre 2001.

Questo esempio ci suscita fervore.

Anche noi come Eugenia e come i dodici siamo chiamati e scelti fin dal nostro battesimo: con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.

Anche noi come la folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Sia la nostra eucarestia quotidiana e la nostra preghiera personale, il nostro toccare Gesù, per avere la grazia di decide di volere Gesù, la santità. Amen.

lunedì 6 settembre 2021

Un grande santo del XX secolo: Olinto Giuseppe Marella.

 


… do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.

 

Spesso leggiamo questo passo nella dimensione spirituale della passione di Dio, cioè "aggiungere" ciò che manca al compimento della redenzione, ma alla redenzione operata da Cristo non manca nulla, al massimo la goccia del nostro patire per Cristo (testimonianza) e in Cristo (dolore, fatiche della vita) può essere vissuta in unità al mare del Preziosissimo Sangue del Redentore per la salvezza e la liberazione propria e di ogni uomo.

Ma l'Apostolo Paolo dice: "ciò che manca nella mia carne", sembra dire che la grazia salvifica va accolta in tutto il mio essere uomo, "carne", come dimensione totalizzante, perché questo mio "cristificarmi" giovi a me, e a tutta la Chiesa, corpo di Cristo, di cui io sono membra.

In questo tendere alla perfezione del Cristo in noi, dove il noi è inteso nella dimensione dell'io, Paolo afferma:

È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.



La buona notizia, il racconto evangelico, non è una interpretazione ma è lui che annunciamo.

Lo scopo dell'annuncio è cristificare: cioè accompagnare, ammonendo, istruendo ciascuno, quindi attento alla storia di ognuno, con sapienza, per incentivare alla somiglianza di Cristo. Se annunciare non è questo, non serve e non giova alla Chiesa di Dio.

È la questione della diatriba evangelica. Dio vuole il bene o vuole che sia osservato la legge del sabato a prescindere dal compiere il bene?

Cosa è il bene o il male?

L'osservanza della legge è sempre un modo in cui far trionfare la signoria di Cristo e il regno di Dio. In caso contrario non annunciamo " lui" come dice l'Apostolo, ma la nostra interpretazione del vangelo, annacquato o infangato dalle nostre sovrastrutture culturali - quella cultura ahimé, non ancora cristificata - o dalle nostre paralisi che ci hanno bloccato nel nostro camminare dietro a Cristo, e non davanti!

Il beato Olinto, "barbone di Dio", preghi per noi perché la nostra fede in Gesù sia liberante e liberatoria da ogni paresi che ha bloccato il nostro cammino dietro al Cristo. Amen.

il frate dei Fioretti nella Marca di Ancona

 


San Liberato da Loro Piceno (Loro Piceno, 1189-1190 – Sarnano, 1231-1234 circa), francescano vissuto nel XIII secolo e probabilmente entrato nell'Ordine in seguito alla predicazione di Francesco nelle Marche della quale parlano anche i Fioretti.

CAPITOLO XLVII da: Le Fonti Francescane. I FIORETTI DI SAN FRANCESCO. Riveduti su un nuovo Codice da P. B. BUGHETTI Quaracchi Collegio San Bonaventura, 1926; Note di FELICIANO OLGIATI.

Di quello santo frate a cui la Madre di Cristo apparve, quando era infermo, ed arrecogli tre bossoli di lattovaro. 1887 Nel soprannominato luogo di Soffiano fu anticamente un frate Minore di sì grande santità e grazia, che tutto parea divino e spesse volte era ratto in Dio. Istando alcuna volta questo frate tutto assorto in Dio ed elevato, però ch' avea notabilmente la grazia della contemplazione, veniano a lui uccelli di diverse maniere e dimesticamente si posavano sopra le sue spalle e sopra il capo e in sulle braccia e in sulle mani, e cantavano maravigliosamente. Era costui molto solitario e rade volte parlava, ma quando era domandato di cosa veruna, rispondea sì graziosamente e sì saviamente che parea piuttosto agnolo che uomo, ed era di grandissima orazione e contemplazione, e li frati l' aveano in grande reverenza .

San Liberato da Loro Piceno
reliquie
Eremo San Liberato


Compiendo questo frate il corso della sua virtuosa vita, secondo la divina disposizione infermò a morte, intanto che nessuna cosa potea prendere, e con questo non volea ricevere medicina nessuna carnale, ma tutta la sua confidenza era nel medico celestiale Gesù Cristo benedetto e nella sua benedetta Madre; dalla quale egli meritò per divina clemenza d' essere misericordiosamente visitato e medicato. Onde standos' egli una volta in sul letto disponendosi alla morte con tutto il cuore e con tutta la divozione, gli apparve la gloriosa vergine Maria madre di Cristo, con grandissima moltitudine d' agnoli e di sante vergini, con maraviglioso splendore, e appressossi al letto suo. Ond' egli ragguardandola prese grandissimo conforto e allegrezza, quanto all' anima e quanto al corpo, e cominciolla a pregare umilmente ched ella prieghi il suo diletto Figliuolo che per li suoi meriti il tragga della prigione della misera carne. E perseverando in questo priego con molte lagrime, la vergine Maria gli rispuose chiamandolo per nome: « Non dubitare, figliuolo, imperò ch' egli è esaudito il tuo priego, e io sono venuta per confortarti un poco, innanzi che tu ti parta di questa vita». Erano allato alla vergine Maria tre sante vergini, le quali portavano in mano tre bossoli di lattovaro di smisurato odore e suavità. Allora la Vergine gloriosa prese e aperse uno di quelli bossoli, e tutta la casa fu ripiena d' odore; e prendendo con uno cucchiaio di quello lattovaro, il diede allo infermo, il quale sì tosto come l'ebbe assaggiato, lo infermo sentì tanto conforto e tanta dolcezza, che l' anima sua non parea che potesse stare nel corpo; ond' egli incominciò a dire: « Non più, o santissima Madre vergine benedetta, o medica benedetta e salvatrice della umana generazione; non più, ch' io non posso sostenere tanta suavità ». Ma la piatosa e benigna Madre pure porgendo ispesso di quello lattovaro allo infermo e facendogliene prendere, votò tutto il bossolo. Poi, votato il primo bossolo, la Vergine beata prende il secondo e mettevi dentro il cucchiaio per dargliene, di che costui dolcemente si rammarica dicendo: « O beatissima Madre di Dio, o se l' anima mia è quasi tutta liquefatta per l' odore e suavità del primo lattovaro, come potrò io sostenere il secondo? Io ti priego, benedetta sopra tutti li santi e sopra tutti gli agnoli, che tu non me ne vogli più dare ». Risponde la gloriosa donna: « Assaggia, figliuolo, pure un poco di questo secondo bossolo ». E dandogliene un poco dissegli: « Oggimai, figliuolo, tu ne hai tanto che ti può bastare. Confortati, figliuolo che tosto verrò per te e menerotti al reame del mio Figliuolo, il quale tu hai sempre desiderato e cercato ». E detto questo, accomiatandosi da lui si partì, ed egli rimase sì consolato e confortato per la dolcezza di questo confetto, che per più dl sopravvivette sazio e forte sanza cibo nessuno corporale. E dopo alquanti dì, allegramente parlando co' frati, con grande letizia e giubilo passò di questa misera vita. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.


La grande tavola della Pinacoteca civica di Sarnano (MC) con il Santo che intercede presso la Madonna è attribuita da Federico Zeri a Francesco da Tolentino; altre attribuzioni registrate sono quelle a Niccolò di Liberatore detto l'Alunno e a Marchisiano di Giorgio da Tolentino.


domenica 5 settembre 2021

S. Maria di Loreto a Pacentro (AQ)

 


Domenica 5 settembre 2021 a Pacentro (AQ), in occasione dei festeggiamenti in onore della Madonna di Loreto, si rinnova la secolare tradizione “Corsa degli Zingari”, poichè scalzi. Una suggestiva manifestazione giunta alla 569esima edizione, anima ogni anno le strade del piccolo borgo. Gli zingari, termine dialettale pacentrano indicante delle persone rigorosamente a piedi nudi, si gettano a capofitto dalla “Pietra Spaccata” sui ripidi sentieri del Colle Ardinghi e, dopo aver attraversato il fiume Vella, affrontano la faticosa salita per giungere in pieno centro storico nella Chiesa della Madonna di Loreto, traguardo della Corsa, riportando non poche ferite ai piedi. La corsa si conclude con le medicazioni nei pressi dell’altare, e la proclamazione del vincitore, che riceve oltre una somma di denaro, il simbolico Palio, una stoffa che veniva utilizzata tempo fa per cucire il “vestito buono”. La Corsa degli Zingari prevede un numero massimo di 30 partecipanti uomini. Al momento delle iscrizioni, avranno la precedenza i residenti, i familiari di compaesani e, se non si dovesse raggiungere il numero prestabilito di partecipanti, saranno ammessi massimo 3 concorrenti provenienti da fuori. In ogni caso, i festeggiamenti per il vincitore devono rispettare la tradizionale usanza.


bellissima tradizione!

W AMELIA!!

sabato 4 settembre 2021

Teodoro, nuovo martire di Russia

 


Vladimir Alekseevich Smirnov nacque il 17 gennaio 1891 nel villaggio di Kozlovka, provincia di Saratov in una famiglia profondamente religiosa, poiché suo padre era un salmista. Nel 1911 si è laureato al Seminario Teologico di Saratov e nel 1916 all'Accademia Teologica di Kazan con il grado di candidato di Teologia.

Tra il 1916 e il 1918 ha impartito lezioni di storia e altre materie in vari istituti di istruzione secondaria della città di Volsk, poco dopo è servito in varie istituzioni di Saratov. Nel 1919 si è dovuto arruolare nell'Armata Rossa come istruttore del dipartimento scolastico e del dipartimento politico della divisione del Caucaso Nord, tornando nel 1921 a Saratov per occuparsi dell'istruzione prescolare della RUPDOV e ricevere l'assetto sacerdotale il 4 di ottobre.

Nel mezzo della persecuzione sovietica ha avuto numerosi problemi con le autorità, nel 1924 condannato a un anno di lavori forzati e nel 1929 a tre anni di deportazione nella città di Narym. Poco dopo la sua liberazione esercitò come parroco nel villaggio di Nikolskoye, regione di Penza. Per il 1934 decise di abbracciare la vita monastica ed è stato tonsurato con il nome di Teodoro, trasferendosi nell'aprile 1935 nella città di Penza.

Il 23 settembre 1935 fu consacrato come vescovo, servendo nel Tempio di San Mitrofan di Voronezh di Penza (che in quel momento poteva essere considerato come la sua cattedrale) insieme al sacerdote e al futuro martire San Gabriele di Arkhangelsk, su vecchio amico fin dal seminario teologico e pastore della parrocchia di Tijonov. In mancanza di un'organizzazione diocesana strutturata ha dovuto distribuire il suo clero per rafforzare la fede ortodossa nella regione; l'obiettivo era quello di ottenere un sostegno per la riapertura delle chiese locali.

Il 18 ottobre 1936 è stato arrestato dalla NKVD insieme ad altre cinque persone e accusato di aver organizzato elementi controrivoluzionari volti a rovesciare il regime sovietico e a creare una dittatura fascista nel paese. Il vescovo Teodoro ha assolutamente negato le accuse. Il 5 febbraio 1937 fu licenziato dall'amministrazione della diocesi e costretto a ritirarsi, venendo condannato a morte il 7 agosto in compagnia dei sacerdoti Gabriel de Arkhangelsk, Vasily Smirnov, Irinarkh Umov e Andrej Golubev .

Sarebbe stato fucilato il 4 settembre 1937, aveva 46 anni. Non è noto dove si trovano le sue reliquie come quelle degli altri martiri giustiziati con lui.

Nell'agosto del 2000 il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Russa presieduto da S.S. Alexis II ha incluso il Vescovo Teodoro e i sacerdoti Gabriel Ivanovich di Arkhangelsk e Vasily Sergeyevich Smirnov nella lista dei Nuovi Martiri di Russia.