domenica 10 novembre 2013

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)






Quali pensieri suscitano queste letture questa domenica?
Ci sono delle domande che nascono alla luce di queste letture.

·        Cultura cristiana e identità cristiana. A che livello siamo?
·        Comunione, uguaglianza e omologazione: cosa pensiamo? Qual è la loro misura?
·        La fede, siamo oramai alla fine dell’Anno della Fede, cosa produce in me?
·        Il bene e il male: qual è il criterio di discernimento?
·        Vita eterna e resurrezione della carne: credo?

Cultura cristiana e identità cristiana. A che livello siamo?
La pagina dei Maccabei ci sprona circa la misura della nostra identità.
La vicenda dei Maccabei è una pagina meravigliosa della Bibbia come quella di Giobbe e di Giona.

Qui però è posta in gioco l’identità religiosa e culturale di una famiglia.
Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri.

Possiamo noi affermare in realtà: siamo pronti a trasgredire piuttosto che morire?
In Italia non c’è un problema di identità cristiana che è messa a rischio la vita, perché spesso le nostre scelte a morte la fede.

Ricercare l’identità cristiana è un problema poco italiano. Perché noi ci reputiamo in una società cristiana. Ma in realtà non è vero, non è tutto oro quello che luccica!

C’è un appiattimento del livello di identità cristiana, con derive e con fraintendimento dell’insegnamento del Vangelo.

Cosa fare per rendere pensiero comune il pensiero evangelico sulla vita?
Bisogna conoscere con sapienza ed intelligenza il messaggio del Vangelo, per poi viverlo, senza compromessi, magari con un po’ fatica, ma viverlo!
I Maccabei ricordavano ai loro carnefici:
«Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo».

Comunione, uguaglianza e omologazione: cosa pensiamo? Qual è la loro misura?
La cultura odierna ci vuole omologati! Eppure il Vangelo ci insegna ad essere uomini e donne, se pur diversi, cioè non uguali, ma in comunione.

La Chiesa è un popolo non omologato – non si può incatenare lo Spirito Santo – ma per di più la comunità dei credenti è popolo in comunione, che vive la misura della sua diversità, come dono dello Spirito, nella potenza della Carità: l’amore per Dio e per il prossimo è ciò che ci unisce.

In questo momento storico, in nome dell’esasperazione della libertà individuale si vuole creare un popolo di non liberi, differenti, ma omologati!

Non facciamo omologare culturalmente, da scellerati correnti di pensiero che ci vengono propinante da omogeneizzati culturali proposti della Tv, radio ecc…

Ricordiamoci le parole dell’Apostolo Paolo: “Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”.

La fede, siamo oramai alla fine dell’Anno della Fede, cosa produce in me?

Tutti ricevano il dono della fede, la fede è in tutti, la dice l’Apostolo: La fede infatti non è di tutti.
Cioè non tutti rispondo al dono ricevuto?
Da quanto detto fin ora: come vuol dire per me credere?
Vuol dire praticarla? Andare a Messa, pregare, confessarsi, ecc. essere un praticante. Certo. Ma non solo.
Credere in Gesù Cristo chiede una meta finale: il compimento del Regno di Dio. Noi siamo moralmente impiegati a vivere il Regno di Dio per il Regno di Dio sia visibile in mezzo a noi.
È la dimensione culturale della fede! Afferma il Concilio Vaticano II:
“Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane”. (GS 11)

Il bene e il male: qual è il criterio di discernimento?

Ci scrive l’Apostolo Paolo:
“Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno”.

Il criterio di discernimento è il Vangelo di Gesù Cristo.
In esso troviamo ogni misura: perché Gesù, per noi credenti, è lo specchio con cui guardarci e la lente con cui osservare il Creato.

Afferma il Concilio Vaticano II:
“Infatti l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono.
Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l'armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione.
Così l'uomo si trova diviso in se stesso.
Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.
Anzi l'uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato.
Ma il Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell'intimo e scacciando fuori « il principe di questo mondo » (Gv12,31), che lo teneva schiavo del peccato”. (GS 13).

Vita eterna e resurrezione della carne: credo?
Sia nella prima lettura che nel Vangelo abbiamo questa domenica un richiamo a questo tema. Un contenuto della nostra fede molto importante. Facente parte del primo annuncio apostolico. È uno degli elementi del nostro Credo. È forse scontato dire se credo!
Forse non è scontato se mi chiedo come questo tema entra nella mia vita di ogni giorno.

Un tema – vita eterna e resurrezione della carne – che ci fa riflettere sulla vita dopo la morte, ma anche sulla vita in senso lato.

Una vita che custodisce già ora il senso dell’Eternità è una vita capace di produrre atti d’amore.
Quando leggiamo nei Maccabei: “per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita”, in riferimento al tiranno che li martirizza, possiamo scorgere che senza atti di amore, ma con atti di morte, non è destino dopo la morte di una “risurrezione per la vita”.
Così anche nel Vangelo in quel “non possono più morire” sembra dirci che la vita è atto d’amore che perpetua la vita … in eterno.
Per cui vivere, vita eterna e risurrezione della carne sono dati che si richiamano a vicenda e che sussistono per mezzo di un ‘unico elemento: l’Amore.

“Puoi decidere le strade che farai
puoi scalare le montagne oltre i limiti che hai
potrai essere qualcuno se ti va
ma se non ami
se non ami
non hai un vero motivo
motivo per vivere
se non ami
non ti ami e non ci sei
se non ami
non ha senso tutto quello che fai
puoi creare un grande impero intorno a te
costruire grattaceli e contare un po' di più
puoi comprare tutto quello che vuoi tu
ma se non ami
se non ami
non hai un vero motivo per vivere
se non ami
non ti ami e non ci sei
senza amore noi non siamo niente mai...”

(Filippo Neviani alias Nek, Se non ami)

sabato 9 novembre 2013

Pellegrinaggio a Olera (BG)







"Sabato 21 Settembre è stato beatificato nella Cattedrale di Bergamo l'umile cappuccino Tommaso da Olera.

La cerimonia è stata presieduta dal Card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco e concelebrata dal vescovo di Bergamo mons. Francesco Beschi, dal vescovo di Innsbruck mons. Manfred Scheuer e da altri numerosi vescovi e rappresentanti della famiglia dei Frati Cappuccini.

All'altare è stata portata la reliquia del Beato Tommaso, una vertebra, riesumata nel marzo del 2012 mentre il volto che è stato scoperto è opera del maestro bergamasco Francesco Parimbelli".

Link per approfondire la figura del BEATO TOMMASO ACERBIS DA OLERA:

1. SITO SUL BEATO
2. FACEBOOK
3. SITO DEL BORGO



 

Fra Tommaso da Olera
SANTI SENZA IL SAN
tratto 30Giorni n. 02 - 2003

Nonostante non sia ancora salito agli onori degli altari, questo frate del Cinquecento è ancora ricordato e invocato nelle vallate della Bergamasca. Tommaso era un illetterato, ma il popolo ne riconosceva la straordinaria umiltà e bontà, e i potenti la sapienza infusa dalla grazia. La raccolta delle sue opere era una delle letture preferite di Giovanni Roncalli



Sopra, la chiesa parrocchiale di Olera 
dov’è conservata la tela (nella foto a destra), attribuita a Giacomo Gritti (1819-1891) raffigurante fra Tommaso 
in ginocchio davanti all’Immacolata
Sopra, la chiesa parrocchiale di Olera dov’è conservata la tela (nella foto a destra), attribuita a Giacomo Gritti (1819-1891) raffigurante fra Tommaso in ginocchio davanti all’Immacolata
I santi, anche prima di essere canonizzati, godono sovente di una spontanea venerazione nel popolo cristiano. Non sempre la loro fama è universale, come quella di padre Pio o di papa Giovanni XXIII: ma la dinamica non cambia, sia pure su scala ridotta. Può accadere, così, che un umile frate nato nel Cinquecento venga ancora ricordato, pregato e invocato nelle vallate della Bergamasca, benché non sia ancora salito all’onore degli altari: è il caso di fra Tommaso Acerbis, di Olera, un piccolo borgo della Val Seriana.
«Olera: un grappolo di povere case a 523 metri di altezza, attorniato da monti e rallegrato dal canto di un torrentello. Una straducola, stretta come un corridoio, a scalini di pietra, mi condusse nel cuore del paese. A due donne ravvolte, infreddolite, negli scialli, chiesi se avessero mai sentito parlare di fra’ Tommaso. “Oh, il beato Tommaso!”, mi risposero con calore. Me ne parlavano come se fosse uno di casa; ed io, con commozione crescente, le ascoltavo».
Ad appuntare queste note è il padre cappuccino Fernando da Riese, che giunse a Olera nel 1962 per raccogliere notizie su fra Tommaso. Mancava un anno al quarto centenario della nascita e i cappuccini pensavano a introdurre la causa di beatificazione. Padre Fernando restò sorpreso dalla vivida memoria che di lui serbava la sua gente, a distanza di quattro secoli dal suo passaggio.
«Non avrei mai creduto che ad Olera ci si ricordasse ancora del cappuccino bergamasco fra’ Tommaso Acerbis, che a 17 anni (nel 1580) partì dal paese natìo, per continuare il resto della sua vita nei conventi dei Cappuccini, coniugando in modo mirabile la vita del chiostro con quella sulle strade del nord Italia e del Tirolo».
A Olera, un edificio antico, ancora abitato dai discendenti degli Acerbis, famiglia di antica nobiltà decaduta, conserva sulla facciata lo stemma gentilizio. In questa casa nacque, sul finire del 1563, il futuro fra Tommaso. Negli stessi giorni si chiudeva il Concilio di Trento, l’Europa era ancora attraversata dal vento della Riforma. Bergamo e la Val Seriana facevano allora parte del territorio della Repubblica di Venezia. Il diciassettenne Tommaso bussò nel 1580 al convento dei frati cappuccini di Verona – la sua provincia ecclesiastica – per vestire il saio di san Francesco. Privo d’istruzione, Tommaso aveva maturato la vocazione, pascolando le pecore e vivendo in povertà con la famiglia. Altra scuola non ebbe, se non i tre anni di noviziato trascorsi a Verona, durante i quali i superiori gli insegnarono a leggere e scrivere, facendo eccezione alla regola di san Francesco che vieta espressamente a «quelli che non sanno lettere, d’impararle».
Eppure, da illetterato qual era, compose trattati di mistica e ascetica che furono raccolti, parecchi anni dopo la sua morte, sotto il titolo Fuoco d’amore e pubblicati nel 1682. Un testo che non ha mai avuto una vera e propria edizione critica, oggi in via di preparazione. Un volume amato e letto assiduamente da un altro grande bergamasco: Angelo Roncalli.
«Ricordo ancora l’impressione che mi fece, la gioia provata da papa Giovanni quando il 24 novembre 1959 ricevette in dono da un signore d’Innsbruck (dott. Giuseppe Mitterstiller) il libro Fuoco d’amore di fra’ Tommaso da Olera».
Chi scrive è monsignor Loris Capovilla, allora segretario di papa Giovanni:
«Rammento bene che il Papa asserì di ritrovare in esso una sua vecchia conoscenza, cioè questo laico cappuccino, di cui dalla sua giovinezza conosceva la vita, le opere, ed inoltre la fama di santità che godeva in Alto Adige […]. Papa Giovanni rileggeva frequentemente le pagine di questo Fuoco d’amore, che tenne sempre in evidenza sul suo tavolo, assieme ai libri di preghiera e di meditazione; anzi più volte me ne lesse copiose pagine, commentandole e pronunciando giudizi di alta stima e venerazione per il pio scrittore. […] Diceva che fra’ Tommaso doveva essere stato condotto certamente dallo Spirito del Signore a stendere pagine così limpide ed in conformità con l’ortodossa dottrina».
Nonostante gli studi compiuti con fervore e diligenza durante gli anni del noviziato veronese, il suo italiano rimase elementare e sgrammaticato. Eppure i suoi scritti rivelano una profondità spirituale e un’esattezza dottrinale sorprendenti. E un suo confratello, fra Ilarione da Mantova, annotava, a questo proposito:
«L’ho veduto molte volte doppo la Comunione ritirarsi in cella a scrivere cose di meditazioni della vita et passione del Signore; et havendomi egli alquante volte lette quelle sue opere spirituali doppo scritte, confidentemente mi affermava […] ch’egli per se stesso non poteva capire come havesse poste quelle cose in carta».
Per tutta la vita svolse lavori umili, «cercando l’elemosina, lavando le scudelle, facendo cucina et horto», come scrisse una volta. Sembra di rivedere in lui quel fra Galdino di manzoniana memoria che, in quella stessa terra lombarda, tra Bergamo e Lecco, bussa alla porta di Lucia per la questua e racconta la graziosa “parabola” del “miracolo delle noci”. Ma fra Galdino è soltanto un personaggio secondario nel grande affresco dei Promessi sposi. Fra Tommaso invece diventerà, a dispetto del suo ruolo di semplice frate cercatore, una personalità straordinaria per la sua epoca.
Dopo il suo definitivo ingresso nell’ordine cappuccino, a partire dal 1583, rimane a Verona fino al 1605, poi si sposta in diverse città del Veneto: Vicenza, Padova, Rovereto, fino al 1619. Ovunque si diffonde la fama di santità di questo “apostolo senza stola”. Visita malati, porta pace nelle contese, bussa alle porte dei poveri e dei ricchi per diffondere il Vangelo: il popolo ne riconosce la straordinaria umiltà e bontà, i potenti la sapienza infusa dalla grazia, di un illetterato capace di consigliare e correggere, guidare e confortare. La fonte di questa sapienza non era altro se non lo sguardo continuamente rivolto al crocifisso, com’è nella più schietta tradizione francescana. «Né ho mai letto una sillaba de’ libri» ebbe a scrivere, «ma bene mi fatico a leggere il passionato Christo».
Colpito dalla fama di santità di fra Tommaso, l’arciduca Leopoldo V, nel 1619, lo chiamò nel Tirolo, perché arginasse con il suo esempio e la sua predicazione la diffusione del luteranesimo nelle sue terre. Fra Tommaso, trasferito a Innsbruck, per dodici anni, fino al 1631, l’anno della morte, fu il più ascoltato consigliere dell’arciduca e venne ricevuto più volte dallo stesso imperatore Ferdinando II. Fu inoltre consigliere spirituale degli arcivescovi di Trento e di Salisburgo, ai quali suggeriva il modo migliore per applicare le riforme del Concilio Tridentino nelle loro diocesi. Tutto questo, senza mai trascurare i propri doveri, la questua quotidiana, il lavoro manuale, il contatto con la povera gente del Tirolo. “Der Bruder von Tirol”, il frate del Tirolo, era il soprannome che gli avevano dato. In questi anni fra Tommaso non rivide più la sua terra natale. Ma in Val Seriana, più che altrove, non ha mancato di far sentire, anche in tempi recenti, la sua intercessione.
«Come rintocco di campane fra le vallate» scrive ancora padre Fernando da Riese «così ad ogni generazione e per oltre quattro secoli, gli abitanti di Olera si trasmisero la devozione al loro conterraneo: invocandolo ad ogni stagione sia dell’anno che della vita e pregandolo di intercedere per tutto il borgo a difesa da ogni male fisico e morale. Lo ritenevano il loro miglior amico, “come un angelo da Dio mandato”, commenta uno scrittore antico».
Padre Fernando da Riese, che è stato il primo vicepostulatore della sua causa di beatificazione, raccolse molte testimonianze sulla intercessione di fra Tommaso a favore dei suoi conterranei.
«La signora Renata Zanchi, ventiquattrenne, nel settembre 1962 si trovò in condizioni disperate per una flebite da parto. I medici non sapevano più cosa fare e l’inferma si era oramai rassegnata a morire. I familiari corsero da me, mi fecero celebrare una messa in onore di fra’ Tommaso e, giorni dopo, la signora guarì perfettamente».
È, in breve, una delle testimonianze raccolte dalla viva voce dell’allora parroco di Olera don Franco Cavalieri. Nella chiesa, accanto alla tela che rappresenta la “vera effigie del gran servo di Dio fra’ Tommaso, cappuccino laico di Olera” inginocchiato dinanzi all’Immacolata, sono appesi cuori e tavolette votive.
Nella sua quotidiana fatica per difendere il credo cattolico e contrastare il calvinismo e il luteranesimo, a corte come tra la gente, fra Tommaso giungeva a intuire le profondità del mistero di Maria, di cui sono pervasi i suoi scritti. In essi, fra l’altro, è anticipata in modo limpido la formulazione del dogma dell’Immacolata concezione. E non solo negli scritti.
La chiesa dedicata all’Immacolata concezione di Maria, a Volders, in Tirolo, voluta da fra Tommaso Acerbis
La chiesa dedicata all’Immacolata concezione di Maria, a Volders, in Tirolo, voluta da fra Tommaso Acerbis
A Volders, sulle rive del fiume Inn, nel Tirolo, sorge una chiesa dedicata all’Immacolata concezione di Maria, che fu voluta da fra Tommaso e portata a termine, ventitré anni dopo la sua morte, da Ippolito Guarinoni, medico di corte a Innsbruck, figlio spirituale e grande amico di fra Tommaso. Era il 1654, esattamente duecento anni prima della proclamazione del dogma da parte di Pio IX.
Forse anche per questo papa Giovanni amava tanto gli scritti di fra Tommaso, tanto da volerli ascoltare come lettura spirituale, anche sul letto di morte. Scrive ancora monsignor Capovilla:
«Negli ultimi giorni di sua vita, specie da quando cominciò a restare a letto – il 20 maggio 1963 – papa Giovanni volle che a turno – il sottoscritto, l’infermiere fra’ Federico Bellotti, e i giovani aiutanti Guido e Giampaolo Gusso – gli leggessimo oltre a pagine dell’Imitazione di Cristo, del breviario, e di altri libri di pietà, copiosi brani del Fuoco d’amore. Della delizia che riceveva da questa lettura egli ne parlava con tutti i visitatori, a cominciare dal suo confessore monsignor Cavagna, addirittura con i medici, sino alle suore e al personale di servizio».
Sono molti i motivi di interesse dei trattati raccolti nel Fuoco d’amore di fra Tommaso. Ad esempio, i sette capitoli dedicati al Cuore di Gesù, che anticipano di trent’anni le rivelazioni di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque, che tanta parte avranno nella spiritualità occidentale degli ultimi secoli.
Le lunghe meditazioni sul cuore trafitto di Gesù richiamano alla memoria L’incredulità di Tommaso, opera di un altro grande bergamasco, Caravaggio, che fu contemporaneo di fra Tommaso e con lui ebbe in comune, oltre che la nascita, la frequentazione costante degli ambienti più umili così come delle case dei potenti.
Sono questi, insieme a molti altri, i motivi che hanno spinto il vescovo di Bergamo, Roberto Amadei, a richiamare, nel 2000, con una lettera aperta al Papa, la speranza che fra Tommaso – di cui nel 1987 sono state proclamate le “virtù eroiche” – sia presto beatificato. Si attende ora una guarigione prodigiosa, supportata da riscontri scientifici. Ma la gente di Olera non ha dubbi che la sua intercessione sia, da più di quattro secoli, operante e potente.
«A colloquio con le persone del borgo» scrive ancora padre Fernando da Riese «alle quali chiedemmo di fra’ Tommaso, le riposte furono sempre piene di venerazione e di fede nel suo patrocinio. E, invariabilmente, al nome di fra’ Tommaso premettevano l’appellativo di beato. Rimasi piacevolmente sorpreso da questa memoria viva. La mattina seguente, mentre stavo per partire, il parroco mi presentò la signora Orsola Acerbis in Schiavi che, con piacere evidente, mi disse: “Da diciassette anni, ogni giorno, io recito nove Gloria Patri al beato Tommaso. Il beato Tommaso m’ha salvato un figlio. Si chiama Romano e ora conta vent’anni. Nel gennaio 1960 fu sorpreso da emiplegia: non poteva più muovere né braccio né gamba sinistri. Quando lo portarono all’ospedale di Bergamo, io corsi nella nostra chiesa e m’inginocchiai all’altare dove si conserva la tela del beato Tommaso in ginocchio davanti all’Immacolata. Alzando verso la sacra immagine una camicia di mio figlio, pregai il beato che mi facesse la grazia. Poi andai anch’io all’ospedale, portando con me la camicia benedetta. Romano la indossò e notò in lui una cosa “strana”. S’accorse che riusciva a muovere la mano sinistra, poi il braccio, poi la gamba. In pochi giorni me lo son visto tornare a casa completamente guarito. Da allora sta bene, lavora e non accusa il benché minimo disturbo. Per provare quanto mi stava raccontando, chiamò il figlio e me lo mostrò. Era un giovanottone alto e dal colorito pieno. Lui stesso mi disse che ogni giorno pregava il suo potente benefattore. Tornando verso il mio convento del Veneto, a Padova, mi riconfermai ancor di più che il venerabile fra’ Tommaso da Olera non solo merita d’essere fatto conoscere come un personaggio illustre di un tempo lontano […], ma anche – e soprattutto – farlo amare ed invocare: come si fa con un santo, sicuri di essere da lui ascoltati ed esauditi».

Dedicazione della Basilica Lateranense



Sotto il titolo “Liberi per credere” sono racchiuse tutte le iniziative ideate della nostra Arcidiocesi che tra il 6 dicembre 2012 e il 6 dicembre 2013 celebra il XVII centenario dell’Editto di Milano.

Quando l’imperatore romano Costantino si convertì alla religione cristiana, verso il 312, donò al papa Milziade il palazzo del Laterano, dove verso il 320, vi si aggiunse una chiesa, la chiesa del Laterano, la prima, per data e per dignità, di tutte le chiese d’Occidente. Essa è ritenuta madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe.

Consacrata dal papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santo Salvatore, essa fu la prima chiesa in assoluto ad essere pubblicamente consacrata. Nel corso del XII secolo, per via del suo battistero, che è il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; donde la sua corrente denominazione di basilica di San Giovanni in Laterano. Luogo della sede per più di dieci secoli dei papi e nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi, dalle guerre e dall’abbandono, venne ricostruita sotto il pontificato di Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.

Cattedrale di Roma, chiesa madre di tutte le chiese del mondo, essa è il primo segno esteriore e sensibile della libertà di culto per i cristiani ed edificio di pietre, costruito per onorare il Salvatore del mondo, era il simbolo della vittoria, fino ad allora nascosta, della testimonianza dei numerosi martiri. Segno tangibile del tempio spirituale che è il cuore del cristiano, l a festa odierna ci esorta a rendere gloria a colui che si è fatto carne e che, morto e risorto, vive nell’eternità.
L’anniversario della sua dedicazione, celebrato originariamente solo a Roma, si commemora in tutta la Chiesa d’Occidente.




Questa festa deve far sì che si rinnovi in noi l’amore e l’attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa.

La Chiesa. Abbiamo ascoltato nel profeta Ezechiele: “vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua … dove giungono quelle acque, risanano”.
La Chiesa sposa di Cristo, è il suo corpo dal cui costato uscì  sangue ed acqua: segno di salvezza.
La Chiesa se pur fragile è resa edificio eterno per Grazia: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gesù parla del suo corpo umano, profezia della risurrezione, ma qui possiamo leggere la vicenda del suo corpo spirituale, al Chiesa, noi: essa si regge ad opere del suo Maestro, Signore, Redentore e Fondatore, Gesù.

Preghiamo per la Chiesa tutta ed edifichiamolo con una vita santa. Concludo ricordando cosa afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica:
“La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante. Tutte le attività della Chiesa convergono, come a loro fine, « verso la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio in Cristo ». È nella Chiesa che si trova « tutta la pienezza dei mezzi di salvezza ». 296 È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità»”. (CCC 824)
« La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta ». Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. « Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste »” (CCC 825)
“La carità è l'anima della santità alla quale tutti sono chiamati: essa « dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine »” (CCC 826)
«Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d'Amore. Capii che solo l'Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l'Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue... Capii che l'Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l'Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi!... Insomma che è Eterno!... » (S. Teresa di Lisieux) (CCC 826)

“Ricordati, Padre, della tua Chiesa
diffusa su tutta la terra:
rendila perfetta nell'amore” (PE II)
Amen.

mercoledì 6 novembre 2013

Mercoledì della XXXI settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)






“Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità”.

L’Apostolo Paolo con queste parole è entusiasmante!

Una vita piena, concreta, traboccante di vita, che non è debito con nessuno è una vita piena d’amore.

Infatti ogni opere di male è mancanza d’amore! L’amore risponde ad ogni esigenza.
«Amerai il tuo prossimo come te stesso».

Abbiamo pregato con il Salmo:
Felice l’uomo pietoso, che dona ai poveri.

A cosa è dovuta la felicità dell’uomo pietoso? Cos’è la pietà?
La Pietà è uno dei sette doni dello Spirito Santo, cioè una di quelle disposizioni abituali che qualificano il rapporto del credente con Dio, rendendolo capace di desiderare quello che Dio desidera, e raggiungere quella confidenza che gli permette di rivolgersi alla divinità chiamandolo Padre.
La felicità dell’uomo pietoso è vivere nel desiderio di Dio Padre: perché la Pietà descrive l'affetto, il rispetto e l'obbedienza che il credente ha per Dio Padre e da qui per ogni uomo.

La legge dell’amore si fonda sull’amore per Dio: solo chi conosce questa legge è capace di vivere il monito di San Paolo: “non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole”.

Detto questo si capisce il richiamo di Gesù a chi lo stavo seguendo:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. …».
L’amore è la misura della sequela cristiana. Tutto è fatto per amore! Per Dio e per ogni fratello. Se manca l’amore manca l’essenza del cristiano, manca la linfa vitale che rende vivi ora e per l’eternità.

Alla fine della vita rimarrà solo l’amore! “La carità non avrà mai fine” Amen.

martedì 5 novembre 2013

Novembre, mese della santità





Novembre, mese dei Santi. Vi suggerisco questo libro, uno sguardo sulla Chiesa in Messico tra il 1911 e il 1940. La storia dei sui Martiri che di ogni età, e soprattutto laici, morivano per le fede cattolica. Morivano gridando: "Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!" ... "¡Viva Cristo Rey! ¡Viva la Virgen de Guadalupe!"


Martiri Messicani (1911 – 1940)

Beatificazione: 25 settembre 1988
Beato Michele Agostino Pro, sacerdote gesuita, 23 novembre

Beatificazione: 12 ottobre 1997
Beato Elia del Soccorso, sacerdote agostiniano, 10 marzo

Canonizzazione: 21 maggio 2000
S. Agostino Caloca Cortes, sacerdote, 25 maggio
S. Attiliano Cruz Alvarado, sacerdote, 1 luglio
S. Cristoforo Magallanes Jara, sacerdote, 25 maggio
S. Davide Galvan Bermudez, sacerdote, 30 gennaio
S. Davide Roldan Lara, laico, 15 agosto
S. Davide Uribe Velasco, sacerdote, 12 aprile
S. Emmanuele (Manuele) Morales, laico, 15 agosto
S. Gennaro Sanchez Delgadillo, sacerdote, 17 gennaio
S. Giulio Alvarez Mendoza, sacerdote, 30 marzo
S. Giuseppe Isabel Flores Varela, sacerdote, 21 giugno
S. Giuseppe Maria Robles Hurtado, sacerdote, 26 giugno
S. Giustino Orona Madrigal, sacerdote, 1 luglio
S. Jesus Mendez Montoya, sacerdote, 5 febbraio
S. Ludovico (Luigi) Batis Sainz, sacerdote, 15 agosto
S. Margherito Flores Garcia, sacerdote, 12 novembre
S. Matteo Correa Magallanes, sacerdote, 6 febbraio
S. Michele De La Mora De La Mora, sacerdote, 7 agosto
S. Pietro de Jesus Maldonado Lucero, sacerdote, 11 febbraio
S. Pietro Esqueda Ramirez, sacerdote, 22 novembre
S. Raimondo Adame Rosales, sacerdote, 21 aprile
S. Rodrigo Aguilar Aleman, sacerdote, 28 ottobre
S. Saba Reyes Salazar, sacerdote, 13 aprile
S. Salvatore Lara Puente, laico, 15 agosto
S. Tranquillino Ubiarco Robles, sacerdote, 5 ottobre
S. Turibio Romo Gonzalez, sacerdote, 25 febbraio

Beatificazione: 20 novembre 2005
Beato Anacleto Gonzalez Flores, laico, 1 aprile
Beato Andrea Sola Molist, sacerdote clarettiano, 25 aprile
Beato Dario Acosta Zurita, sacerdote, 25 luglio
Beato Giorgio Raimondo Vargas González, laico, 1 aprile
Beato Giuseppe Dionigi Ludovico Padilla Gómez, laico, 1 aprile
Beato Giuseppe Luciano Ezequiel Huerta Gutiérrez, laico, 3 aprile
Beato Giuseppe Salvatore Huerta Gutiérrez, laico, 3 aprile
Beato Giuseppe Sanchez Del Rio, laico, 10 febbraio
Beato Giuseppe Trinità Rangel Montano, laico, 25 aprile
Beato Leonardo Pérez Larios, laico, 25 aprile
Beato Ludovico Magaña Servin, laico, 9 febbraio
Beato Michele Gómez Loza, laico, 21 marzo
Beato Raimondo Vincenzo Vargas González, laico, 1 aprile

In causa di Canonizzazione:
Servo di Dio Adriano Martinez Gil, sacerdote dei Frati Minori Francescani (causa 1998)
Servo di Dio Agostino Rìos, laico sposato della diocesi di León (in attesa nihil obstat)
Servo di Dio Andrea Galindo, chierico dell’arcidiocesi di Guadalajara (causa 1998)
Servo di Dio Aurelio de la Vega Velazquez, sacerdote dei Frati Minori Francescani (causa 1998)
Servo di Dio Davide Perez Rojas, sacerdote dei Frati Minori Francescani (causa 1998)
Servo di Dio Ezechiele Gòmez, laico della diocesi di León (in attesa nihil obstat)
Servo di Dio Giuseppe Gasca, laico della diocesi di León (in attesa nihil obstat)
Servo di Dio Giuseppe Valencia Gallardo, laico della diocesi di León (in attesa nihil obstat)
Servo di Dio Giuseppe Vincenzo Acevedo Vega, seminarista della diocesi di Veracruz (causa 2003)
Servo di Dio Isidoro Tyrado Tyrado, laico, sposato della diocesi di Celaya (causa 1998)
Servo di Dio Michele Flores de la Cruz, diacono dell’arcidiocesi di Guadalajara (causa 1998)
Servo di Dio Nicola Navarro, laico sposato della diocesi di León (in attesa nihil obstat)
Servo di Dio Raffaele Incarnazione Acevedo Saavedra, laico sposato dell’arcidiocesi di Antequera (causa 2003)
Servo di Dio Salvatore Vargas, laico della diocesi di León (in attesa nihil obstat)

lunedì 4 novembre 2013

Santi Martiri della II Guerra Mondiale, pregate per noi!





La seconda guerra mondiale ha fatto le sue vittime. In alcuni casi i suoi eroi e i suoi martiri. In Polonia i cristiani hanno avuto i loro martiri per la fede ad opere delle soldataglie.

Due casi sono i Martiri di Pratulin e i Martiri di Lublin e di Podlasie: due gruppi che hanno un riconoscimento di culto ad opera rispettivamente della Chiesa Cattolica e della Chiesa Ortodossa Polacca.

I loro meriti, il loro sangue e la loro fede, sia una preghiera che compia al più presto un nuovo passo per l’Unità dei Cristiani: UT UNUM SINT!



domenica 3 novembre 2013

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)






"Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra”.

Tutto di fronte a Dio è poco o nulla: così afferma il libro della Sapienza.
Eppure il Signore considera tutto nel giusto modo.
Da a ciascuno, ad ogni cosa il suo giusto valore perché Egli ha compassione di tutti e ama tutte le cose che esistono e non prova disgusto per nessuna delle cose che ha creato!
Infatti se avesse odiato qualcosa, non l’avrebbe neppure formata!

Che lezione!
Per noi che spesso non abbiamo di noi stesso la giusta compassione o del nostro prossimo o per ogni altra creatura.
Eppure noi sappiamo odiare ciò a cui abbiamo dato vita, che abbiamo costruito, che abbiamo visto nascere e crescere.
Quanto siamo lontani da Dio!
Quanto siamo piccoli uomini!
Come Zaccheo, che sapeva di essere un piccolo uomo, ed che vuoleva vedere Gesù e sale su un albero: un sicomòro.

Albero particolare dell’Oriente, per la sua struttura, per i suoi frutti e per il suo legno: è così duro che gli antichi Egizi lo usavano per costruire i sarcofagi.

Zaccheo, uomo piccolo, dalla vita piena di morte, sale in cima al suo sarcofago e cerca la luce. “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio” (Col 3,1)
Gesù è la sua luce che renderà luminosa il buio della sua vita al punto tale da fargli prendere una nuova direzione.

Anche noi dobbiamo dare la luce di Gesù alla nostra vita ed uscire dalle nostre tiepidezze, dalle nostre pigrizie, dalle nostre doppiezze, dalle nostre convivenze:

Ci ricorda il Papa:
“Davvero noi siamo deboli e tante volte, tante volte, facciamo peccati, imperfezioni… E questo è sulla strada della santificazione? Sì e no! Se tu ti abitui: “Ho una vita un po’ così, ma io credo in Gesù Cristo, ma vivo come voglio”. Eh, no, quello non ti santifica; quello non va! È un controsenso! Ma se tu dici: “Io, sì, sono peccatore; io sono debole” e vai sempre dal Signore e gli dici: “Ma, Signore, tu hai la forza, dammi la fede! Tu puoi guarirmi!” (Papa Francesco, 24 X 2013)

Ecco è quello che fa Zaccheo sul suo sicomoro: guardami Gesù, io sono piccolo, sono un piccolo uomo, sono un piccolo cristiano, sono un peccatore, ma tu puoi guarirmi!

Non perdiamo questo orizzonte non facciamo “confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente”.

Ci ricorda il Papa:
“Mi dico cristiano, ma vivo come pagano!”. Alcune volte diciamo “cristiani a metà cammino”, che non prendono sul serio questo. Siamo santi, giustificati, santificati per il sangue di Cristo: prendere questa santificazione e portarla avanti! E non si prende sul serio! Cristiani tiepidi: “Ma, sì, sì; ma, no, no”. Un po’ come dicevano le nostre mamme: “cristiano all’acqua di rosa, no!”. Un po’ così… Un po’ di vernice di cristiano, un po’ di vernice di catechesi… Ma dentro non c’è una vera conversione, non c’è questa convinzione di Paolo: Tutto ho lasciato perdere e considero spazzatura, per guadagnare Cristo e essere trovato in Lui”. (Papa Francesco, 24 X 2013)

Anche noi come Zaccheo “alziamoci” dal nostre tiepidezze, dalle nostre pigrizie, dalle nostre doppiezze, dalle nostre convivenze, e come il piccolo Zaccheo accogliamo l’oggi della salvezza.

«Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Amen.

venerdì 1 novembre 2013

TUTTI I SANTI (2013)





Le commemorazioni dei martiri, comuni a diverse Chiese, cominciarono ad esser celebrate nel IV secolo. In seguito Papa Gregorio III (731-741) scelse il 1 novembre come data dell'anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie "dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo". Il 1 novembre venne decretato festa di precetto da parte del re franco Luigi il Pio nell'835. Il decreto fu emesso "su richiesta di papa Gregorio IV e con il consenso di tutti i vescovi". Alcune domande.

Cosa dice la Parola di Dio sulla santità?
Cosa dice il Concilio Vaticano II sulla santità?
Perché far memoria dei Santi?
Quanti sono i Santi?

Cosa dice la Parola di Dio sulla santità?
*“il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio”
Il signaculum o consignatio, ossia sigillo, è per indicare la proprietà di Dio su una persona - allo stesso modo in cui i soldati si imprimevano sulla fronte il segno del loro capo, e agli schiavi veniva impresso il sigillo del loro padrone: la santità è quella caratteristica divina che ci rende proprietà di Dio. Quando l’uomo e la donna vive la santità vuol dire che tutto in lui è di Dio, è il segno della nuova vita che è fiorita attraverso un sì al Vangelo.

*“centoquarantaquattromila segnati, … una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”: la santità è per tutti, per ogni uomo di ogni luogo, perché la santità non è altro che la salvezza di Dio che incontra il sì di ogni uomo e di ogni donna.

*“Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore”: la santità è una nuova umanità che cerca di ogni giorno e ogni dove il volto di Dio, perché Egli sia presente in tutto.

*“noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”: la santità è essere veri figli di Dio; è ritornare all’immagine e somiglianza in cui siamo stati creati; è contemplare Dio nella sua essenza, nella sua divinità.

*“insegnava loro dicendo: «Beati …”: la santità è la vera felicità che l’uomo cerca perché in essa si vive l’armonia tra il desiderio di bene del Creatore e il desiderio di bene della creatura.

Come direbbe San Massimiliano Maria Kolbe: V=v, cioè la volontà di Dio corrisponde alla mia volontà, come fu per Gesù, come fu per Maria….

Cosa dice il Concilio Vaticano II sulla santità?

Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: «Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste»

I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l'aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto.

È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. (LG 40)

Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni giorno più santificati nelle condizioni, nei doveri o circostanze che sono quelle della loro vita, e per mezzo di tutte queste cose, se le ricevono con fede dalla mano del Padre celeste e cooperano con la volontà divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo. (LG 41)
« Dio è amore e chi rimane nell'amore, rimane in Dio e Dio in lui » (1 Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l'aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, all'attivo servizio dei fratelli e all'esercizio di tutte le virtù. La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm 13,10), regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo. (LG 42)

La santità secondo il documento conciliare è: 1) risposta alla chiamata di Gesù; 2) manifestazione della nostra essenza divina, “compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi”; 3) costruire un mondo con un tenore di vita più umano; 4) vivere la carità con la quale Dio ha amato il mondo, infatti il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo.

Concludo, questo secondo punto, con un pensiero del Beato Antonio Rosmini, un interessantissimo pensiero, in cui il Rosmini già puntualizzava l’idea conciliare quasi 100 anni prima:

“Tutti i cristiani, cioè i discepoli di Gesù Cristo, in qualunque stato e condizione di trovino, sono chiamati alla perfezione, perché sono chiamati al Vangelo, che è legge di perfezione.
Tutti ugualmente il Divino Maestro disse: "Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5, 48). La perfezione del Vangelo consiste nel pieno adempimento dei due comandamenti della carità: di Dio e del prossimo. Qui nasce il desiderio e lo sforzo che il cristiano compie per essere portato in Dio totalmente: con tutti i suoi affetti e con tutte le opere della sua vita, per quanto è possibile in questo mondo. La carità perfetta, autentica perfezione di ogni cristiano, poiché porta tutto l'uomo nel suo creatore, può definirsi una consacrazione totale o sacrificio che l'uomo fa di se stesso a Dio, imitando quanto fece il suo Figlio unigenito, il nostro Redentore Gesù Cristo. Per questa consacrazione egli propone di avere come scopo ultimo di tutte le sue azioni solo il culto di Dio, e di non professare né cercare altro bene o gusto sulla terra se non in ordine al bene di piacere a Dio e di servirlo”. (beato Antonio Rosmini, Massime di Pefezione cristiana, Lezione I)

Perché far memoria dei Santi?

Rispondo con una bellissima meditazione di San Bernardo di Chiaravalle che già prima di noi, quest’anno sono 860 della sua morte, proclamò:
“A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.
Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all'assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipiamo con i voti dell'anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l'aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt'altro che pericolosa.
Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere”. (San Bernardo di Chiaravalle).

Quanti sono i Santi?

Una domanda che già si pone in modo errato. Dovrebbe dire quanti sono i testimoni della fede di cui la Chiesa riconosce la santità? Secondo l’odierno Martirologio Romano – cioè il libro ufficiale che elenca i Martiri e per antonomasia tutti i testimoni del Vangelo – sono circa 10.000. Ma in realtà sono molti più - ad esempio San Gerardo di Monza, se pur santo, non è nell’elenco suddetto - ed allora possiamo proprio ben dire con l’Apocalisse: “ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare”.

Benedetto Dio nei suoi Angeli e nei suoi Santi. Amen.