martedì 26 maggio 2020

Maria Angelica Mastroti, prega per noi!





Visse in odore di santità. A sei anni si ammalò di tubercolosi che la costrinse all'immobilità per ben 13 anni. Quando tutti erano in attesa della sua imminente fine, fu miracolata: era il 1870. Non cessarono, però, i suoi patimenti: un calcolo alla vescica le procurò indicibili sofferenze fino al 1873 quando un secondo intervento soprannaturale la liberò dal male; ma il suo desiderio di espiazione la indusse a mortificare il suo corpo facendo uso di cilici, giacigli di spine e sottoponendosi a lunghi digiuni. La sua vita ascetica le procurò frequenti estasi durante le quali colloquiava con la Madonna e il Figlio che la Vergine aveva tra le braccia. Il coinvolgimento spirituale ebbe anche conseguenze fisiche. Infatti una ferita da cui sgorgava spesso sangue si aprì spontaneamente sul costato e non si rimarginò più. 

Nel 1890, per seguire il suo nipote Nicola, avviato al sacerdozio, si trasferì a Castelluccio Superiore (Pz) dove continuarono a verificarsi fatti prodigiosi, tanto che la fama si sparse in tutti i paesi limitrofi. A Castelluccio si spense il 26 Maggio del 1896. La sua tomba è ancora oggi meta di numerosi fedeli.

Non esiste un pronunciamento ufficiale di beatificazione della Serva di Dio, ma la città di Castelluccio venera Maria Angelica come Beata, dedicando a lei nel giorno del 26 maggio una fiera e una Messa in suffragio con visita al cimitero ove si trova la tomba della stessa: a quest’ultimo avvenimento partecipano anche i pellegrini di Papasidero, luogo di nascita della Beata.


In questi ultimi anni l'Associazione Storico Culturale "Amici di Maria Angelica Mastroti" è costituita il 5 dicembre 2009, sta perorando l'apertura della causa di beatificazione.

Decreti: 3 santi, 9 beati e 1 venerabile





VIAGGIO VIRTUALE tra i santuari d’Italia: Curtarolo



Lasciamo il Lazio e ritorniamo in Veneto, nella provincia di Padova.
A poca distanza dal centro di Curtarolo (PD), dove, quasi lambito dalle acque del fiume Brenta, sorge il rinomato Santuario della Beata Vergine Maria di Tessara.
Il primo documento che ci parla di Santa Maria di Non, in cui viene menzionata anche Tessara, indicata come “villa” distinta e indipendente da S. Maria di Non, risale al 1130.
Il fatto è importante perché permette di stabilire come anticamante le due ville – S. Maria di Non e Tessara – fossero distinte e indipendenti e forse divise tra loro dal fiume Brenta, che un tempo formava una grande ansa scorrendo più a est dell’attuale chiesa di Tessara. Il toponimo Tessara deriverebbe da “taxus” (anticamente si chiamava Taxare) e starebbe ad indicare una località boscosa dove si trovavano con abbondanza piante di tasso. Non è possibile conoscere, causa la scarsezza e l’aridità dei documenti dell’epoca, la data esatta d’inizio della costruzione della Chiesa di Tessara, avente per titolare Sant’Egidio, e pare, anticamente, sorta su un monastero benedettino, del sec. XIII, distrutto dal tiranno Ezzelino da Romano.
Nel 1506, su intervento del Cardinale veneziano Pietro Bembo, papa Giulio II diede la chiesa in patronato alle monache Benedettine di Santa Croce della Giudecca a Venezia, che così acquisirono il diritto di eleggere il Rettore. Nella seconda metà del 1500 la chiesa di Sant’Egidio fu abbandonata, forse per incuria o forse perché con poca rendita. La chiesetta, resa ormai addirittura inagibile, necessitava di urgenti e radicali restauri. Così nella sua visita pastorale del 15 marzo 1602 il vescovo di Padova, Marco Cornaro, ordinò perentoriamente per quel Santuario, ormai in sfacelo, diversi lavori, fra cui una nicchia nel lato nord, da coprirsi con un velo di seta, per collocarvi la statua della Madonna che era sull’altare e dispose che al suo posto fosse collocata l’immagine di Sant’Egidio, il vero originario protettore della chiesa. Malgrado queste severe disposizioni i lavori non furono eseguiti celermente, tanto che nella sua visita del 1614 il vescovo Cornaro, constatato che poco era stato fatto e anzi il tetto sopra l’altare era rotto e aperto, ordinò immediatamente l’interdizione della chiesa finché questa non fosse stata rimessa in ordine. I lavori furono allora ripresi e portati a termine con esclusione però dello spostamento della statua della Madonna: ciò per evitare la protesta dei fedeli. Evidentemente il culto della Madonna di Tessara fu inizialmente dovuto alla spontaneità popolare, ma tardò ad essere riconosciuto dalle autorità religiose. Ed è grazie a questo culto mariano che la chiesa di Tessara ritrovò nel secolo XVII un nuovo impulso di fede e di partecipazione da parte di numerosi devoti, tanto che si ritenne conveniente e doveroso procedere ad ulteriori lavori di manutenzione e di abbellimento di quel luogo sacro. Lo stesso Santo vescovo di Padova, Gregorio Barbarigo, il 12 ottobre 1669 raccomandava al Parroco di S. Maria di Non una maggiore cura della chiesa di Sant’Egidio e, nell’affidargli la piena custodia di questo Santuario, gli ordinava l’acquisto della pietra sacra e la messa in opera delle finestre con vetri.
Circa un secolo più avanti, dopo la costruzione del campanile, il rettore Pietro Alberti ordinava, precisamente nel 1784, tre campane. Delle campane originarie ne esiste ora una soltanto, che porta la seguente scritta “Virgo advocata nostra defende a malis omnibus” “O Vergine, avvocata nostra, difendici da ogni male”.

Sancta Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis

Preghiamo per la Chiesa
Preghiamo per la Comunità Pastorale “Epifania del Signore”

lunedì 25 maggio 2020

"La nostra Fede è questa"




Dai giornali:

Padre Evangelos Yfantidis, reverendissimo vicario generale archimandrita del trono ecumenico di Venezia, uno dei vertici degli Ortodossi in Italia, sprezzanto del pericolo. «Per voi è rischioso, secondo noi no. La nostra Fede è questa e continueremo a usare il cucchiaino...»

Torna la Messa alla presenza dei fedeli alla parrocchia Sant'Arialdo di Baranzate …. e lo scambio dello sguardo di pace.

Fanno ridere (e non solo) le due prese di posizione.

Quella ortodossa che riduce la Fede ad una pratica: La nostra Fede è questa e continueremo a usare il cucchiaino.

Può la fede ridursi alluso di un cucchiaino, e affermarla come con questa veemenza?

Poi c’è la posizione cattolica, che ignora la possibilità liturgica: lo scambio della pace è sempre stato opzionale. Per cui perché ridurlo allo sguardo di pace? Che serve? Non è più importante educare la nostra gente alla vera liturgia e a vivere la pace nella concretezza del quotidiano che ridursi a queste pantomime? Poi ci chiediamo perché sorgono come funghi i tradizionalisti e i nostalgici della messa latina!
Mah!

VIAGGIO VIRTUALE tra i santuari d’Italia: Antrodoco



Oggi in viaggio tra i monti Sibillini, e pian piano passando per Cascia si arriva nel reatino, fino ad Antrodoco (RI).
Il Santuario della Madonna delle Grotte sorge lungo le Gole di Antrodoco. La chiesa fu costruita tra il 1603 e il 1604 nel luogo dove una pastorella di nome Berardina Boccacci, nel 1601, aveva scoperto nei pressi di una piccola grotta, un’immagine sacra che rappresentava la Vergine con Gesù Bambino in braccio. L'allora vescovo di Rieti, Cesare Segni, fece erigere un altare e vi celebrò la prima messa il 29 settembre del 1602. Visto il grande afflusso di fedeli, il popolo antrodocano raccolse la somma necessaria per avviare la fabbrica che fu iniziata il 24 aprile del 1603 e completata dopo appena un anno su progetto dell’architetto toscano Ruggeri Fausto da Montepulciano. La facciata è in pietra; il portale è in stile barocco, sormontato dallo stemma del Vescovo Gaspare Pasquali che portò a termine i lavori di costruzione (1604 – 1612). L’interno si presenta ad una sola navata con copertura a capriate lignee. Nella cripta sono sepolti i resti dei soldati francesi morti a seguito dei moti contadini del 1799 nel Regno Borbonico.
La statua della Madonna delle Grotte è un’opera dello scultore romano A. Fogli, su ordinazione della madre del cardinale Federico Tedeschini, nel 1901 per l'occasione del terzo centenario del ritrovamento dell'icona. La devozione popolare di Antrodoco alla Madonna delle Grotte si organizzò in processione, con molta probabilità nel 1712, per la presenza in loco del beato Antonio Baldinucci e divenne ricorrente anche nei momenti di pericolo per terremoto, epidemie, siccità e invasioni come ricorda lo scrittore antrodocano Amilcare Calice.

Sancta Maria, Refugium peccatorum, ora pro nobis

Preghiamo per i malati e i medici
Preghiamo per i carcerati, la polizia carceraria e i cappellani

domenica 24 maggio 2020

Un bellissimo santino




Oggi ho ricevuto un bellissimo santino di P. Picot de Clorivière, lo raffigura mentre prega davanti al Santissimo Sacramento, luogo in cui spirò il 9 gennaio 1820.
Chi è Padre Pietro Giuseppe Picot de Clorivière?
Troviamo su Wikipedia la biografia, che nella parte finale ho aggiornato.

Pierre-Joseph Picot de Clorivière nacque a Saint-Malo in Bretagna, da una famiglia di commercianti e armatori. Restò presto orfano; studiò dai Benedettini di Douai. Dalla scuola uscì a sedici anni, nel 1752, per imbarcarsi in Marina. Ma poco tempo dopo tornò a casa e si indirizzò agli studi commerciali. Nel 1754 studiava Diritto alla Sorbona. Nel 1755 seguì gli Esercizi Spirituali: comprese di essere chiamato al sacerdozio. Il 23 febbraio 1756, dopo che era stato a messa nella chiesa dei gesuiti, una Signora gli disse: «Il Signore vi chiama sotto la protezione di s. Ignazio e di s. Francesco Saverio. Ecco il noviziato dei Gesuiti. Entrate.» Superata la resistenza della famiglia, entrò al noviziato dei gesuiti di Parigi il 14 agosto 1756 e il 17 agosto dell'anno seguente pronunciava i primi voti. Nel 1762 i gesuiti vennero espulsi dalla Francia; egli studiò teologia a Liegi, dove fu ordinato sacerdotale il 2 ottobre 1763. Trascorse qualche anno in Inghilterra, sotto il nome di Pierre Picot.
Svolse il suo apostolato in Inghilterra e in Belgio. Divenuto prete secolare dopo la soppressione della Compagnia, iniziò a dedicarsi alla direzione spirituale dei religiosi (fu confessore degli Eremitani e di altri religiosi di Parigi) e poi, trasferitosi in Bretagna, si diede all'insegnamento e alla predicazione di missioni popolari.
Il 13 febbraio 1790 il governo rivoluzionario decretò la soppressione degli ordini di voti solenni in Francia: Picot de Clorivière progettò una nuova forma di vita consacrata che potesse rispondere meglio alle esigenze dei tempi, dei sodalizi i cui membri non indossassero abiti o altri segni distintivi e non conducessero vita comune. Fondò, quindi, a Parigi l'associazione dei Preti del Sacro Cuore di Gesù e la Società delle Figlie del Cuore di Maria, che anticiparono i moderni istituti secolari.

Nel 1779 divenne parroco a Paramé, dove promosse le Confraternite e l'adorazione del Santissimo Sacramento; si occupò di opere caritative, aprì scuole per ragazzi, fondò un "Bureau de charité" diretto da Thèrése de Bassablons, futura Figlia del Cuore di Maria e martire. Nel 1786 dirigeva il seminario di Dinan; nel 1787 a Dinan incontrò Maria Adelaide Champion de Cicé. Il 25 marzo 1790 in un quaresimale difese l'eccellenza dello stato religioso, sostenendo che esso deve essere libero da ingerenze statali. Il giorno seguente fu arrestato, ma, riconosciuto innocente, fu presto liberato. Dopo la promulgazione della costituzione civile del clero, si dimise dal seminario di Dinan e riprese il suo progetto di partire per il Maryland. Ma il 19 luglio 1790 ebbe l'ispirazione “come in un batter d'occhio” del progetto di una vita religiosa che potesse esistere “all'insaputa dei popoli e anche loro malgrado”. Una Società «adatta alle circostanze in cui si trovava la Chiesa e tale da permettere di vivere nel mondo, in ogni situazione, una vita religiosa autentica, imitando la vita della Vergine Maria
e dei primi cristiani». Si trasferì a Parigi e invitò Adelaide a seguirlo: da Parigi veniva il male e lì bisognava combattere. Entrambi dovevano cambiare spesso casa per sfuggire alla polizia e, durante il Terrore, vivere in clandestinità. Il 2 febbraio 1791 Pierre-Joseph con altri otto sacerdoti e un laico si consacrano recitando a Montmartre un atto d'offerta da lui composto, che anche Adelaide pronunzia, con una decina di compagne disperse a Parigi e in Bretagna. In questa consacrazione hanno origine la Società del Cuore di Gesù e la Società del Cuore di Maria.
Dopo l'attentato contro Napoleone del 24 dicembre 1800 lasciò Parigi per predicare missioni nei villaggi e ritiri spirituali in giro per la Francia. Nel 1804 rientrò a Parigi, ma, accusato di aver avuto contatti con l'autore dell'attentato, il 5 maggio 1804 fu arrestato e restò in carcere per cinque anni; il suo legame con le due Società erano le lettere che M.me de Carcado, della Società delle Figlie del Cuore di Maria, visitatrice autorizzata dalla polizia, consegnava per lui. Fu liberato nell'aprile del 1809. Nel 1814 il Generale residente in Russia, p. Brzozowskji, gli affidò la ricostituzione in Francia della Compagnia, di cui fu il superiore provinciale. Si dimise nel gennaio del 1818.
Morì nella cappella della casa dei gesuiti, inginocchiato alla balaustra nell'adorazione al Sacramento. 

È stata aperta la causa di canonizzazione, anche se non risulta in archivio su HagiografhyCircle, nessuna data. Certo è il decreto sulla conformità degli scritti alla dottrina cattolica, la cui procedura si è conclusa il 21 dicembre 1938.

VIAGGIO VIRTUALE tra i santuari d’Italia: Camerino



Lasciamo l’Emila e ritorniamo nelle Marche.
Siamo a Camerino, situata su un colle tra le valli del Chienti e del Potenza, chiusa dai Monti Sibillini e dal Monte San Vicino, Camerino è una gemma da scoprire.
Questa città, a 50 km da Macerata, vanta la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano. Il sisma avvenuto nel 2016 ha piegato le sue ali, ma oggi questo luogo riparte dalle origini e dalla storia per rinascere più forte.
L’antico centro del ducato dei Da Varano è conosciuto per essere un avamposto d’arte e non solo, qui le tradizioni culinarie son ben preservate.
Di nobile famiglia e di questa città è figlia, Santa Camilla Battista del Monastero di Santa Chiara, purtroppo reso inagibile dal terremoto, accolto in una struttura di legno e antismica.
A pochi metri dal centro storico di Camerino, si può ammirare il convento di Renacavata. Nel complesso architettonico del Convento si distinguono quattro parti che vanno dal Cinquecento fino al Novecento completamente ristrutturati (1968-72). La Chiesa preesistente all’arrivo dei Cappuccini conserva sull’altare maggiore la terracotta policroma recentemente attribuita a Santi Buglioni (1494-1575), raffigurante la Vergine col Bambino con accanto S. Francesco che indossa l’abito dei Cappuccini.
Il convento di Renacavata di Camerino è strettamente legato agli inizi dell’ordine cappuccino, da qui si estese ben presto in tutta Italia e successivamente in tutto il mondo.
All’inizio erano in due, due frati desiderosi di condurre una vita eremitica secondo la regola di Francesco, e Papa Clemente VII glielo concesse. Altri si unirono e a Renacalcata improntarono il loro rifugio su una struttura immersa nel verde delle colline marchigiane, donata loro dalla duchessa di Camerino nel 1529.
Ottenendo la bolla “Religionis Zelus” (3 luglio 1528) di fatto davano vita ad un nuovo ordine francescano, accanto a quelli già esistenti dei “Frati Minori” e dei “Frati Minori Conventuali”.
Tra i primissimi nomi dell´ordine troviamo quello di “frati minori della vita eremitica”, dove per “eremitica” si intendeva un modo di vivere la Regola del poverello di Assisi alla luce del suo Testamento, in luoghi semplici e ritirati, ma non inaccessibili, vivendo in grande povertà, predicando la buona novella e assistendo i bisognosi.
Il nome “cappuccini” nascerà pochi anni dopo l´approvazione della bolla: i bambini di Camerino, luogo di nascita dell´ordine, così appellavano i primi frati per la foggia del loro cappuccio tipicamente a punta, come era stato quello di Francesco. Questo gioviale modo di chiamare i frati passò subito ad indicare l´intera congregazione, che divenne dei “Frati Minori Cappuccini”.
In questo convento di Renacavata a sede il noviziato dei Cappuccini, luogo per la formazione dei giovani che si vogliano consacrare al Signore, vivendo le virtù evangeliche, secondo l’empio di San Francesco, per essere segno in attesa del Regno di Dio.
L’immagine che ci accompagna in questa giornata è una Vergine dei Cappuccini, che devoti sono affidati a Lei, una Madre della Misericordia che sotto il suo manto protegge i suoi figli.

Sancta Maria, Mater boni consilii, ora pro nobis

Preghiamo per essere sempre illuminati dalla Spirito Santo nelle nostre scelte
Preghiamo per le vocazioni alla vita religiosa
Preghiamo per tutti coloro che sono in discernimento vocazionale

sabato 23 maggio 2020

VIAGGIO VIRTUALE tra i santuari d’Italia: Bettola



Oggi, passiamo il grande fiume Po, e da Ossuccio (CO) a Bettola (PC) ci sono 188 km di tragitto.
Bettola, un piccolo comune di 2690 abitanti. Il torrente Nure divide il paese in due rioni, San Giovanni (sulla sponda sinistra del Nure) e San Bernardino (sulla sponda destra), un tempo comuni autonomi collegati tra loro con un ponte nel 1878, in seguito alla loro unificazione in un unico comune.
Nella centrale piazza Colombo, c’è il Santuario, costruito alla fine dell'ottocento e consacrato dal Beato Giovanni Battista Scalabrini nel 1885, vescovo di Piacenza, a celebrazione di un'apparizione mariana avvenuta nel 1496 ad una pastorella sul Colle dei Frati.
Nella considerazione di questo evento, che attirò attorno al luogo dell'Apparizione interesse e devozione, Bettola fu definita da alcuni storici la "figlia della Madonna".
«Una giovane pastorella se ne stava pascolando il gregge su di un'altura poco lontana dall'abitato e vicino al torrente; mentre le pecorelle se ne stavano brucando fra i cespugli, essa si stava riposando sotto una quercia, quando tutto ad un tratto, fra i rami dell'albero si partiva uno splendore di luce intensa. La giovane alzava lo sguardo e vedeva, in celeste visione, una maestosa Donna, vestita di sole e con in braccio un bambino. All'estasiata giovinetta la Madonna indirizzava un messaggio:
"Sono la Madonna, dì ai maggiorenti del paese che io voglio sia eretta qui una chiesa sotto il titolo di Maria della Quercia ad onore e gloria del mio Gesù».
L'edificio, progettato da Guglielmo Della Cella in puro stile romanico-lombardo con la facciata in sassi bianchi e neri, fu realizzato con la partecipazione plebiscitaria di tutto il popolo, sia per i lavori manuali, sia per la raccolta delle offerte necessarie all'acquisto dei materiali. Un atto notarile conferma che l'area su cui sorge la parrocchiale di San Giovanni fu donata dalla famiglia Bianchi nel 1870, la quale mantenne in perpetuo il diritto di una grata comunicante con il lato sinistro del santuario.
La chiesa venne tutta costruita con i sassi del Nure trasportati a mano dai parrocchiani. Come raccontano le cronache del tempo, il signor Perani Giovanni, guardiano delle carceri, suonava la sveglia alle quattro del mattino per risuonarla alle cinque, l'orario d'inizio dei lavori gratuiti. Uomini e donne facevano il “passamani” ammucchiando le pietre davanti all'erigenda chiesa. Alle 11 un nuovo suono di tromba del sig. Giovanni per segnalare alle donne l'ora di ritornarsene in casa per preparare il pranzo ai mariti affamati, che lasciavano il lavoro alle 12 precise.
All’interno il santuario custodisce notevoli affreschi e vetrate realizzate nel secolo scorso dal pittore Luciano Ricchetti e sculture di Paolo Perotti (1970) e Giorgio Groppi (1987).
Di valore artistico anche la bella cancellata del famedio in ferro battuto, lavorato con bravura nelle fucine Leonardi di Grazzano Visconti.
Accanto al Santuario svetta, snello ed elegante con la sua agilità zebrata di 54 metri, il campanile.
Sulla guglia piramidale un austero angelo custode alza col braccio destro il faro della fratellanza, dedicato ai caduti in guerra e del lavoro della Val Nure.

Sancta Maria, Mater Christi, ora pro nobis

Preghiamo per i ragazzi e i giovani
Preghiamo per tutti coloro che lavorano nella pastorizia e nell’allevamento
Preghiamo perché impariamo a riconoscere i segni di Dio

venerdì 22 maggio 2020

VIAGGIO VIRTUALE tra i santuari d’Italia: Ossuccio



Dopo questo vagare dalla Marche a tutta la penisola per rintracciare la presenza del titolo mariano del Bell’Amore, ritorniamo in Lombardia.
Siamo al Sacro Monte della Beata Vergine del Soccorso è situato a Ossuccio, in comune di Tremezzina, fa parte del gruppo dei nove Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia inseriti nel 2003 dall'UNESCO nella lista dei Patrimoni dell'umanità.
Questo complesso è sulla riva occidentale del lago di Como, a 25 km dalla città omonima, nel territorio comunale di Ossuccio. Giace su un dirupo a 419 metri sul livello del mare, di fronte all'isola Comacina. È completamente isolato da ogni altra costruzione, circondato da campi, da piantagioni di ulivi e da boschi.
Fin dalla romanità è attestato questo luogo come centro cultuale dedicato a Cerere che attirava grande afflusso di popolo soprattutto alle idi di settembre, come riportato da Plinio il Giovane, console nell'anno 100 d. C. e amico dell'imperatore Traiano che sul Lario possedeva due ville. Recenti scavi sotto il santuario hanno evidenziato tracce di impianto polivolumetrico tipico dei santuari pagani romani.
Le quattordici cappelle, tutte costruite tra il 1635 e il 1710, a pianta centrale, sono in stile barocco impreziosite da 230 statue in stucco e terracotta, a grandezza naturale, realizzate da diversi artisti: Agostino Silva, Carlo Gaffuri e Innocenzo Torriani. I costumi delle statue riproducono fedelmente l'abbigliamento signorile e popolare degli abitanti della zona in quel tempo.
Le cappelle rappresentano i Misteri del Rosario e conducono al santuario che rappresenta la quindicesima tappa ed è dedicato all'Assunzione della Madre di Dio.
La chiesa è stata costruita su terreno impervio, su rocce di aspra e selvaggia bellezza, dove già sorgeva un precedente edificio di culto: il suo corpo principale fu completato nel 1537. L'abside e i due bracci della chiesa sono opere più tarde. L'alto campanile fu completato nel 1719, dopo 25 anni di lavoro: è opera dell'architetto ticinese Giovanni Battista Bianchi.
L'aula è a navata unica, formata da quattro campate; vi si accede attraverso un porticato posto sulla facciata. All'interno la navata è decorata da lesene con capitelli a stucco, da statue e da marmi di gusto barocco.
Sulla parete sinistra, a metà navata, è posto un marmoreo altare laterale, sopra il quale, tra due nere colonne tortili, è messa in evidenza una icona cara alla devozione popolare: si tratta di un affresco di autore ignoto, datato 1501, raffigurante la Madonna col Bambino e Sant'Eufemia.
Al fondo della navata, il braccio sulla destra porta alla Sacrestia (costruita nel 1710); quello sulla sinistra conduce alla Cappella della Madonna costruita nel 1878 e riccamente decorata: essa custodisce la veneratissima statua della Beata Vergine del Soccorso.
Si tratta di un'opera risalente verosimilmente all'inizio del XIV secolo proveniente forse da un preesistente edificio di culto.

Sancta Maria, Virgo potens, ora pro nobis

Preghiamo, Signore aumenta la mia fede
Preghiamo, Signore, credo, solo tu hai parole di vita eterna
Preghiamo per coloro che sono sfiduciati

giovedì 21 maggio 2020

VIAGGIO VIRTUALE tra i santuari d’Italia: Mercatello sul Metauro



Oggi lasciamo la Lombardia e ci rechiamo nelle Marche, in quel lembo di terra marchigiano che ci conduce verso l’Umbria, qui sorge la cittadina di Mercatello sul Metauro (PU).
Una città che vanta di aver dato i natali a due sante: Veronica Giuliani, clarissa cappuccina, “ricca di carismi spirituali, corrispose nel corpo e nell’anima alla passione di Cristo”; e Margherita da Metola, terziaria domenicana, “che, sebbene cieca e storpia fin dalla nascita e abbandonata dai suoi genitori, confidò sempre in cuore suo nel nome di Gesù".

Qui è anche morta la Serva di Dio Maria Francesca Ticchi, tra le clarisse cappuccine di S. Veronica.
La Chiesa di Santa Maria del Metauro è un edifico di piccole dimensioni, composto da un'unica navata rettangolare. Fu eretto nel sec. XV per custodire una piccola cappella decorata da un'immagine della Madonna col Bambino del Trecento, molto venerata perché' ritenuta miracolosa. L'edificio venne consacrato nel 1641 da Onorato degli Honorati, vescovo di Urbania. A tale periodo risale un generale riassetto della chiesa e degli altari. Ulteriori modifiche e abbellimenti vennero realizzati pochi anni dopo (1647), quando vi si inserì la Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri.
La chiesa, come testimoniato dalla piccola lapide posta sopra il portale d'ingresso in arenaria, è stata restaurata nel 1880 dietro l'intervento del canonico Pasquale Sebastiani. Sulla destra, addossato all'edificio, vi è ciò che resta dell'antico convento. Questa struttura è attualmente occupata dalla sacrestia e sormontata dal seicentesco campanile a vela a due celle. L'altar maggiore è occupato da un "ornato ligneo intagliato", probabile opera di Giampietro Zuccari del 1641, dipinto e dorato da Tommaso Vannucci da Fossombrone nel 1660. Questo racchiude l'affresco raffigurante la Madonna col Bambino.
L'altare di destra custodisce la statua riccamente vestita della Madonna del Bell’Amore, che reca sul capo una preziosa corona d'argento.
In Siracide 24,24 leggiamo: «Io sono la madre del bell'amore e del timore, della conoscenza e della santa speranza», dal secolo X questo versetto ha ispirato un meraviglioso titolo mariano, che richiama all’amore primo, quello per Gesù.
Il titolo mariano è presente in altre località italiane.
1) l'immagine miracolosa della Madonna del Bell'Amore, si venera nella Chiesa delle suore Minime Scalze di S. Francesco di Paola in Roma, tela che il Venerabile Padre Bernardo Maria Clausi, dei Minimi, regalò nel 1839 alla comunità, quando risiedeva a Roma.
2) il Santuario e l’immagine della Madonna del Piastraio o del Bell’amore a Stazzema, in Versiglia.
3) nella borgata di Santa Maria di Gesù a Palermo, nell’incrocio tra le vie Belmonte Chiavelli e Falsomiele, sorge la Chiesa di Maria del Bell’Amore;
4) il santuario e l’immagine di Nostra Signora del Bell'amore che si venera a S. Fruttuoso – Genova
5) l’immagine della Madonna del Bell’Amore di S. Leonardo di Porto Maurizio, che portava con sé nelle missioni al popolo, opera di Sebastiano Conca del XVI secolo, ora custodita nella Chiesa di S. Bonaventura al Palatino in Roma.

Sancta Maria, Mater purissima, ora pro nobis

PREGHIERA ALLA MADRE DEL BELL'AMORE
DI SAN GIOVANNI PAOLO II

Salve o Madre, Regina del mondo, Tu sei la Madre del bell'Amore, Tu sei la Madre di Gesù, fonte di grazia, il profumo di ogni virtù, lo specchio di ogni purezza.
Tu sei gioia nel pianto, vittoria nella battaglia, speranza nella morte. Quale dolce sapore il tuo nome nella nostra bocca, quale soave armonia nelle nostre orecchie, quale ebbrezza nel nostro cuore!
Tu sei felicità dei sofferenti, la corona dei martiri, la bellezza delle vergini. Ti supplichiamo guidaci dopo questo esilio al possesso del tuo Figlio Gesù. Amen

mercoledì 20 maggio 2020

VIAGGIO VIRTUALE tra i santuari d’Italia: Lissone



Lasciamo Saronno, e sulla SP527, raggiungiamo Monza e da qui Lissone (MB).
Dal cimitero cittadino si percorre – a piedi – la strada che conduce alla Prepositurale, la Gèsa Grànda, e si arriva alla piccola chiesa del Borgo.
Santuario della Madonna del Borgo sorge in uno dei rioni centrali più antichi di Lissone, chiamato il Borgo, ed è una piccola chiesa dedicata alla Vergine Assunta, nata da un'immagine della Madonna dipinta da secoli su un muro, conforto per i pellegrini e i contadini di passaggio. La sua costruzione risale al XVI secolo e quando l'edificio venne visitato da San Carlo Borromeo nel corso di una visita pastorale nel 1576, fu per sua indicazione restaurato ed abbellito, sopra l'altare venne posta la statua della Vergine, probabile dono dello scultore Bernardino Arosio: singolare in quanto appartiene allo stile delle Madonne vestite.
Nei primi del Seicento il cardinal Federico Borromeo la visitò nuovamente e trovandola tanto ben messa e accompagnata da una fede e devozione viva, scrisse

"... affinché il popolo si infiammi ancora maggiormente nella venerazione della Beata Vergine e aumenti il concorso dei fedeli a questo Oratorio, raccomandiamo che tutti i fedeli di questo luogo ogni giorno dedicato alla Beata Vergine e inoltre ogni sabato, si raccolgano verso sera in questo Oratorio per farvi la solita devozione, e ivi cantino le litanie e l'antifona della Beata Vergine per poterla sempre avere loro avvocata e patrona ...".

Il Santuario è una delle tappe del Cammino di Sant'Agostino.

Sancta Maria, Regina in caelum assumpta, ora pro nobis

Preghiamo perché cresca in noi il desiderio del Cielo
Preghiamo per l’Italia
Preghiamo per il nostro Arcivescovo Mario

Beata Colomba da Rieti, prega per noi



Rieti, 2 febbraio 1467, Perugia, 20 maggio 1501, Angiolella Guadagnoli fu da subito chiamata Colomba, perché al fonte battesimale le si avvicinò proprio una colomba e ciò fu interpretato come segno di predilezione divina. Fin dall'infanzia, viste le severe penitenze che si infliggeva e la vita di preghiera che conduceva, fu considerata una piccola santa. Promessa in sposa a un nobile quando aveva appena 12 anni, rifiutò risolutamente il matrimonio d'alto lignaggio e sette anni dopo, nonostante l'opposizione della famiglia, vestì l'abito di terziaria domenicana. Si mise, poi, in cammino verso Siena, la patria del suo modello di vita, santa Caterina. Una serie di avversità la bloccò, però, a Perugia, dove rimase e fondò un monastero dedito all'educazione delle fanciulle nobili, chiamato delle "Colombe". Dal 1488 al 1501, data della morte, si adoperò per sanare le discordie della città (fu ascoltata consigliera dei potenti Baglioni, i signori di Perugia). E la salvò dalla peste nel 1494. Il culto è stato riconosciuto da Urbano VIII nel 1627. 


Il quadro, forse dal Monastero di S. Agnese in Rieti (seconda metà XVII secolo, olio su tela 139x89 cm, Musei Civici Rieti), raffigura la Beata inginocchiata in preghiera che chiede intercessione divina perché la peste non mieta più vittime. Il momento rappresentato è quello dell’accoglimento della supplica simbolicamente espresso dal cherubino che ripone la spada nel fodero, segno che la strage cesserà.



Beata Colomba da Rieti, prega per noi
20 maggio 2020