sabato 13 aprile 2019

Arienzo: due santi martiri romani






Nella Arcipretura di S. Andrea (1151) in Arienzo (CE), sono venerati il corpo completo di S. Clemente Martire, traslato dal cimitero di San Callisto in Roma in Arienzo il 12 dicembre 1797, e le Reliquie insigni di S. Costanza Martire, donate al cavaliere Gaetano Colletta in riconoscimento dei servizi resi a Gregorio XVI. La loro festa è l’ultima domenica di giugno.
 
 

venerdì 12 aprile 2019

Lo stilita nelle Ardenne: Valfredo




San Valfredo (Walfroy)monaco stilita nelle Ardenne.
Difatti la piccola colonna al fianco ricorda che fu per un certo tempo stilita, poi per obbedienza al vescovo locale entro in cenobio e la colonna fu abbattuta.

martedì 9 aprile 2019

Decreti: 5 italiani, 2 brasiliani e 1 francese!



Decreti 6 aprile 2019

5 italiani, 2 brasiliani e 1 francese

BEATI

– il miracolo, attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Donizetti Tavares de Lima, Sacerdote diocesano; nato il 3 gennaio 1882 a Cássia (Brasile) e morto il 16 giugno 1961 a Tambaú (Brasile);

VENERABILI

– le virtù eroiche del Servo di Dio Carlo Cavina, Sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Figlie di San Francesco di Sales; nato a Castel Bolognese (Italia) il 29 agosto 1820 e morto il 15 settembre 1880 a Lugo (Italia);

– le virtù eroiche del Servo di Dio Raffaele da Sant’Elia a Pianisi (al secolo: Domenico Petruccelli), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; nato a Sant’Elia a Pianisi (Italia) il 14 dicembre 1816 e ivi morto il 6 gennaio 1901;

– le virtù eroiche del Servo di Dio Damiano da Bozzano (al secolo: Pio Giannotti), Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; nato a Bozzano (Italia) il 5 novembre 1898 e morto a Recife (Brasile) il 31 maggio 1997;

– le virtù eroiche del Servo di Dio Vittorino Nymphas Arnaud Pagés (al secolo: Agostino), Fratello professo dell’Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane; nato a Onzillon (Francia) il 7 settembre 1885 e morto a San Juan de Puerto Rico (Porto Rico) il 16 aprile 1966;

– le virtù eroiche della Serva di Dio Consolata Betrone (al secolo: Pierina Lorenzina Giovanna), Monaca professa delle Clarisse Cappuccine; nata a Saluzzo (Italia) il 6 aprile 1903 e morta a Moriondo (Italia) il 18 luglio 1946;

– le virtù eroiche del Servo di Dio Nelson Santana, Laico; nato a Ibitinga (Brasile) il 31 luglio 1955 e morto ad Araraquara (Brasile) il 24 dicembre 1964;

– le virtù eroiche della Serva di Dio Gaetana Tolomeo, chiamata “Nuccia”, Laica; nata a Catanzaro (Italia) il 10 aprile 1936 e ivi morta il 24 gennaio 1997.

mercoledì 3 aprile 2019

Non ve ne accorgete?



Io faccio una cosa nuova (cfr. Is 43,16-21)

Questa frase suscita in me una memoria: un canto e un film.

Un canto. Appartenente alla tradizione dei Focolarini, è dei Gen Rosso.
 
 
Ora è tempo di gioia

non ve ne accorgete?

Ecco faccio una cosa nuova,

nel deserto una strada aprirò.

Come l'onda che sulla sabbia

copre le orme e poi passa e va,

così nel tempo si cancellano

le ombre scure del lungo inverno.

 

È uno squarcio di speranza nel nostro cammino di Quaresima e ci proietta verso il tempo della gioia: la Pasqua!

È la primavera dopo l’inverno.

Un tempo nuovo, una nuova memoria ci viene chiesta. Non più la memoria del peccato, ma la memoria del perdono, il Signore nel deserto della nostra vita apre una nuova strada. Gioisci!


«Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». (Cfr. Gv 8,1-11)

È nuova memoria, che Gesù chiede alla donna! Non una condanna, ma un giudizio di speranza: va’ e d’ora in poi non peccare più.

Gustare il perdono di Dio, la pazienza di Dio, il dolore della lontananza, per vivere nel dimensione della riconoscenza, genera una nuova rinnovata vita.

Rendimi la gioia di essere salvato, dice il Sal. 51.

 
Un film. È The Passion of the Christ, un film del 2004 scritto e diretto da Mel Gibson.

L’incontro sulla via del Calvario tra la Madre e il Figlio.

In esso ci viene detto quello che ora qui è solo in profezia, è solo memoria per noi che sappiamo ciò che accadrà. Maria vuole consolare il Figlio, ma sa che non è possibile, però il Figlio si sforza alla vista della Madre di riprendere il cammino verso il Golgota. Maria semplicemente dirà: Sono qui. Gesù risponderà donando a Lei e a noi il segreto per ottenere la forza necessaria ad una sofferenza redentrice: "Vedi Madre, io faccio nuove tutte le cose".

La via nuova, passa attraverso il sacrificio di Gesù, ogni nostro sacrificio, ogni nostra fatica, ogni nostra conquista per il Regno di Dio, traccia sentieri che conducono verso il desiderio di Dio, fare in Cristo nuova ogni cosa.

Come dice l’Apostolo Paolo, ciascuno di noi dice:

Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. (Cfr. Fil 3,8-14)

Amen.

martedì 2 aprile 2019

San Lorenzo Martire alias S. Curio di Formigine



"Corpo Santo" proveniente dalla Catacomba di Calepodio in Roma e donato alla Confraternita di San Pietro martire.

Il "santo martire" è ora venerato nella Chiesa della Madonna del Ponte a Formigine (MO).

È il compatrono di Formigine (Modena).

Come si può notare dall’immagine usata per “raffigurare” il martire Curio, è stato usato un santino AGB 155, che a sua volta raffigura il diacono e martire Lorenzo di Roma.

Certamente un scelta un po’ empirica. Mi domando: il Martire Curio era un diacono? Dubito!

giovedì 21 marzo 2019

Lina Frasca, un vaso di alabastro spezzato per Gesù



Lina Frasca nasce a Modica il 22 gennaio 1904.

Un giovinezza normale, serena e pura, con una vita di studio intenso, coronato da una laurea in lettere a soli 23 anni, conseguita alla Sapienza di Roma.

Subito consacrò la sua giovane vita, quasi un apostolato, all’insegnamento delle materie letterarie e filosofiche. Insegnante ammirevole e ammirata per le sue qualità umane e per le sue virtù cristiane, sia dagli alunni che dal corpo docenti, nei vari istituti superiori frequentati, sia a Modica che a Roma.

Iscritta all’Azione Cattolica fin da ragazza, rifulse per la profonda vita spirituale, la sua intima unione con Dio, alla ricerca della sua gloria. Fu dirigente e delegata nazionale per i fanciulli nell’A.C.

Fece anche parte dell’Apostolato Cristiano, portando conforto e speranza tra i poveri, i malati e i sofferenti.

Visse in una continua dimensione di offerta a Dio a causa dei sacrifici intrapresi, della cagionevole salute e delle incomprensioni.

Fulgido esempio di virtù morì il 25 agosto 1939. La causa di canonizzazione fu perorata dell’Azione Cattolica di Noto, ma ad oggi la causa risulta ferma.

Nell’ottantesimo anniversario del suo incontro con il Signore (1939 – 2019), e nel 115 anniversario della sua nascita, concludiamo con un suo pensiero, tratto dai suoi scritti:

Ti sento, o Signore, Ti vedo in me, intorno a me, ed accetto con trasporto la tua volontà. Rifiuterai Tu il dono di questo cuore che si spezza ai tuoi piedi come un vaso di alabastro, rifiuterai, o mio Signore, il dono di quest’anima che Ti dà tutta se stessa?

martedì 19 marzo 2019

Decreti: nuovi BEATI e VENERABILI





La nazionalità dei nuovi decreti del 19 marzo 2019:
7 rumeni, tutti vescovi!;
2 spagnole;
5 italiani.







BEATI

– il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Emilia Riquelme y Zayas, Fondatrice della Congregazione delle Suore Missionarie del Santissimo Sacramento e della Beata Maria Vergine Immacolata; nata a Granada (Spagna) il 5 agosto 1847 e ivi morta il 10 dicembre 1940;

– il martirio dei Servi di Dio Valerio Traiano Frenţiu, Vasile Aftenie, Giovanni Suciu, Tito Livio Chinezu, Giovanni Bălan, Alessandro Rusu e Giulio Hossu, Vescovi; uccisi in odio alla Fede in diversi luoghi della Romania tra il 1950 e il 1970;

– il martirio del Servo di Dio Alfredo Cremonesi, Sacerdote professo del Pontificio Istituto per le Missioni Estere; nato a Ripalta Guerina (Cremona) il 16 maggio 1902 e ucciso in odio alla Fede nel villaggio di Donoku (Myanmar ex Birmania) il 7 febbraio 1953;

VENERABILI

– le virtù eroiche del Servo di Dio Francesco Maria Di Francia, Sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Suore Cappuccine del Sacro Cuore; nato a Messina (Italia) il 19 febbraio 1853 e morto a Roccalumera (ME) il 22 dicembre 1913; fratello di S. Annibale Maria Di Francia, apostolo del Rogate.

– le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Hueber, Fondatrice della Congregazione delle Suore Terziarie di San Francesco; nata a Bressanone (BZ) il 22 maggio 1653 e ivi morta il 31 luglio 1705;

– le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Teresa Camera, Fondatrice della Congregazione delle Figlie di Nostra Signora della Pietà; nata a Ovada (Alessandria) l’8 ottobre 1818 e ivi morta il 24 marzo 1894;

– le virtù eroiche della Serva di Dio Maria Teresa Gabrieli, Cofondatrice della Congregazione delle Suore delle Poverelle – Istituto Palazzolo; nata a Bergamo (Italia) il 13 settembre 1837 e ivi morta il 6 febbraio 1908;

– le virtù eroiche della Serva di Dio Giovanna Francesca dello Spirito Santo (al secolo: Luisa Ferrari), Fondatrice dell’Istituto delle Suore Missionarie Francescane del Verbo Incarnato; nata a Reggio Emilia (Italia) il 14 settembre 1888 e morta a Fiesole (Italia) il 21 dicembre 1984.

sabato 16 marzo 2019

St-Léonce-le-Jeune, San Leonzio II di Bordeaux


Altra novità del 2019. Una bellissima immagine di St-Léonce-le-Jeune, cioè San Leonzio II il Giovane, vescovo di Bordeaux.
E notizie del santo vescovo del VI secolo sono tratte dall’Enciclopedia dei Santi. Bibliotheca Sanctorum, ed. Città Nuova, nel VII volume. Altra fonte è Vite dei padri, dei martiri e degli altri principali santi tratte ..., Volume 16, presente sul web.
Leonzio, proveniente da una famiglia galloromana di antica nobiltà, nacque nella provincia di Aquitania, forse nella stessa Bordeaux, verso il 515-516. Ancora adolescente («cum se primo vestivit flore juventus») prese parte ad una spedizione militare in Spagna, probabilmente quella del re franco Childeberto nel 531. Sposò quindi Placidina, pronipote di san Sidonio Apollinare e divenne, in seguito, tredicesimo vescovo di Bordeaux, succedendo a Leonzio I. Da questo momento trattò Placidina come una sorella. La data dell’elezione è incerta. Si ritiene comunemente che il Leonzio vescovo di Bordeaux, menzionato tra i sottoscrittori del quinto concilio gallo-franco di Orléans (549) dal prete Vincenzo, sia Leonzio II, il quale figura anche in quello di Parigi del 552, dove fu uno dei metropoliti che confermarono la deposizione del vescovo Suffaracus; partecipò ancora al concilio di Parigi del 560.
Intorno al 561-563 incontrò delle difficoltà da parte dei re Clotario I e Cariberto nell’esercizio delle sue funzioni di metropolita in merito alla designazione del successore di Eusebio, vescovo di Saintes. I due re infatti elessero Emerio senza attendere il consenso di Leonzio, la cui reazione rimase senza effetto. A Bordeaux edificò la basilica di san Martino, fuori le mura della città, che Placidina contribuì ad ornare. All’interno della città costruì la cattedrale di Notre-Dame, rischiarata da un notevole gioco di luci («lumine piena micans aula»); portò inoltre a termine le costruzioni dei suoi predecessori.
Tra le opere compiute da Leonzio vanno ricordate, inoltre, la costruzione della basilica di san Vincenzo, presso Mas d’Agenais (Lot-et-Garonne), dominante la Garonna; la ricostruzione della piccola basilica circolare di san Nazario, presso Sainte-Foy (Gironde).
A Saintes portò a termine la costruzione di san Viviano, decorandola con un soffitto d’argento incastonato d’oro, dono di Placidina, e con sculture in legno raffiguranti animali fantastici; ricostruì, inoltre, sant'Eutropio.
Leonzio morì a cinquantaquattro anni, dopo il soggiorno a Bordeaux di Venanzio Fortunato (tra il 567 e il 570) ed il suo successore era già insediato nel 574.
Fortunato dedicò a Leonzio e alla sua sposa Placidina tredici poemi in cui la massa di iperboli non altera la grande figura del prelato la cui azione benefica e organizzativa fu considerevole.
Le diocesi di Bordeaux, di La Rochelle e di Saintes ne hanno iscritto la festa all’11 luglio.
 
 


 

venerdì 1 marzo 2019

Santità nelle Marche


Le Marche sono una regione meravigliosa.

Tutto è belle in questa regione. La storia cristiana della regione è ricca di una presenza di testimoni del Vangelo che è stupefacente.

Gli ordini religiosi hanno disseminato i suoi borghi e le sue città di tanti “Santi”.

Un congregazione religiosa singolare è quella dei Monaci Silvestrini, ramo dell’Ordine Benedettino, fondato da S. Silvestro Guzzolini nel XIII secolo.

L’ordine silvestrino annovera un santo, il Fondatore, e alcuni beati, tra costoro Giovanni da Paterno detto “del Bastone”, sepoltonella cripta della chiesa abbaziale di S. Benedetto in Fabriano.

Giovanni, nacque a Paterno nei pressi di Fabriano, all'inizio del sec. XIII. Mandato a studiare a Bologna, fu colpito da una piaga alla gamba che lo rese zoppo per tutta la vita e lo costrinse a fare costantemente uso di un bastone donde trasse l'appellativo. Verso il 1230 entrò nella Congregazione monastica da poco fondata da S. Silvestro. Visse per 60 anni in una piccola cella dell'Eremo di Montefano, distinguendosi per l'amore al nascondimento, per la prudenza e per l'illuminato consiglio. Morì il 24 marzo 1290 e venne tumulato nella cripta della chiesa di S. Benedetto in Fabriano, dove tuttora riposa. Nel 1772 Clemente XIV ne approvò il culto, iscrivendolo nell'albo dei Beati. Al Beato Giovanni è dedicata una chiesa in Sri Lanka.

Martirologio Romano: A Fabriano nelle Marche, beato Giovanni dal Bastone, sacerdote e monaco, compagno dell'abate san Silvestro.
 
Dalla «Vita del beato Giovanni dal Bastone, confessore e mirabile eremita», scritta dal Ven. Andrea

Per il santo uomo l'ascesa alla perfezione non consisteva nel seguire le vie tortuose della stima del mondo, ma nel salire i gradini delle virtù. Aveva circondato il chiostro del cuore con il rigore del silenzio fino a tal punto che a stento apriva la bocca per parlare a meno che non lo richiedesse l'edificazione o il bisogno altrui o fosse interrogato da qualcuno. E ciò per non macchiare la propria vita con qualche parola fuori posto. Era anche prudente e saggio consigliere, conosciuto per il suo buon senso e pieno di grazia presso Dio e presso gli uomini. Non solo il padre Silvestro ricorreva con fiducia al parere dell'uomo di Dio nelle questioni riguardanti l'utilità del monastero e dell'Ordine, ma anche i suoi successori di santa memoria fra Giuseppe e fra Bartolo, uomini timorati di Dio, facevano lo stesso, nella speranza che quanto a lui mancava per natura gli venisse supplito dal cielo per grazia. Nel trattare con persone secolari che gli chiedevano qualche consiglio, era dignitosamente composto e raccolto; teneva un linguaggio così puro e prudente che assolutamente nulla di riprovevole si poteva cogliere nel suo atteggiamento. Anche i suoi confratelli che lo consultavano su qualche difficoltà o dubbio, se ne partivano da lui quasi sempre pacificati e soddisfatti. Se qualcuno di loro era colpito da qualche avversità o malattia, lo compativa di cuore e gli portava il conforto della sua visita, addolcendo i suoi dolori e le sue amarezze con gli esempi dei santi e con le esortazioni delle Sacre Scritture. Verso i fratelli e gli ospiti che venivano da fuori, se non poteva fare nulla per manifestare la propria carità, dimostrava loro, se non altro, ogni possibile attenzione e offriva loro la sua presenza gioiosa. Molti salivano di proposito al monastero per ricevere edificazione e per vederlo e ritornavano a casa il più delle volte soddisfatti e stimolati dai suoi salutari insegnamenti. Nel frattempo, dietro comando del superiore, cominciò ad annunziare la parola di Dio prima ai fratelli e poi alle persone che accorrevano al monastero. Ciò che predicava lo confermava efficacemente con le opere e con gli esempi, ad imitazione del nostro Salvatore che cominciò ad agire e ad insegnare. Le sue prediche portavano grande frutto nel cuore degli ascoltatori, e quanto più frequentemente parlava, con tanto maggiore desiderio era ascoltato da tutti, perché le sue azioni non differivano minimamente dalle sue parole. Spesso i fratelli nella fede, che lo conoscevano meglio, spinti da devozione verso di lui, facevano ressa sulla porticina della sua cella e cominciavano in qualche modo a pressarlo per farlo uscire perché predicasse o almeno spiegasse loro le vite dei santi. Ed egli, così sollecitato, li accontentava sorridendo dolcemente. Non frammischiava alle sue prediche cose vane o ridicole, ma trattava argomenti che, nella salvaguardia della verità, potessero edificare i cuori degli ascoltatori. (c. 6, ed. Bibliotheca Montisfani 10, Fabriano 1991, pp. 131-133).

lunedì 11 febbraio 2019

Madonna dell’Equilibrio, prega per noi!




«Santa Maria dell’Equilibrio... Ah proprio quella che ci vuole!» disse San Paolo VI, ricevendo le copie dell’immagine mariana, nel settembre del 1968. La nuova iconografia della Madre di Dio era stata scoperta per caso un anno prima: è un giorno di piena estate; siamo all’abbazia di Nostra Signora del SS. Sacramento a Frattocchie. Nell’ombra fresca della sua cella, un monaco trappista fa più fatica del solito a lottare contro la distrazione durante la preghiera. Per tutta la mattina non riesce a togliersi dalla mente la parola «equilibrio». 

Lo stesso giorno, mentre riordina vecchi oggetti finiti in soffitta, gli capita tra le mani una lastra di bronzo col rilievo di una Vergine orante, con le mani aperte verso l’alto in corrispondenza del volto. Vi è incisa la scritta Alma Æquilibrii Mater, santa Maria dell’Equilibrio. Riprodotta a colori su tela da fratel Armando Panniello, il quadro viene oggi conservato nell’Abbazia, centro della sua diffusione. Non stupisce che questo particolare culto mariano sia fiorito tra i cistercensi di stretta osservanza, meglio noti come trappisti, ordine religioso che vive il carisma della profondità, dell’approfondimento delle parole e dell’esperienza della fede cristiana. Un lavoro di scavo interiore che fa emergere tesori preziosi per la vita spirituale dell’uomo contemporaneo, così frammentata e indebolita da mille sollecitazioni diverse, da mille false priorità che presto svelano la loro inconsistenza. «Davvero è urgente riscoprire l’equilibrio nella nostra vita — scrive don Tiziano Soldavini, autore di una novena in cui si prega la Madonna venerata dai monaci (Milano, Gribaudi, 2018, pagine 63, euro 6) — e sappiamo quanto sia facile perderlo. Chi pensa di poterne fare a meno vive giornate segnate dall’instabilità e dall’eccesso e una vita approssimativa e disorientata. Diamoci da fare e in fretta, a imparare l’arte dell’equilibrio». Le obiezioni non mancheranno, scrive l’autore a conclusione del volumetto. Per rispondere a chi si chiederà «perché ripetere sempre le stesse parole», recitando il rosario o pregando con le formule sempre uguali di una novena, don Soldavini cita De Foucauld, «l’amore si esprime con poche parole, sempre le stesse e che ripete sempre». E racconta una scena, semplice ma commovente, vista in viaggio: «Una signora in treno aveva messo a dormire il suo bambino nella rete portabagagli. Quando il piccolo si svegliò, vide dall’alto della rete la sua mamma seduta di fronte a vegliarlo. “Mamma!” Fece. E l’altra: “Tesoro!”. Per un pezzo il dialogo tra i due non cambiò: “mamma” di lassù, “tesoro” di laggiù. Non c’era bisogno di altre parole». In fondo, anche le parole della Regola di san Benedetto — le stesse da secoli — continuano a plasmare la vita dei monaci. Una regola, a sua volta, basata interamente sul desiderio di rispondere a un’unica domanda: «Chi vuole la vita e desidera giorni felici?».

L’EQUILIBRIO, UN SENSO CRISTIANO?

Che cos’è, in un sensocristiano e ad una riflessione più profonda, questo equilibrio? Non si tratta certamente dell’immobilismo di cui danno prova quelle “statue viventi” che vediamo nelle piazze delle nostre città, e che potrebbe tradursi per noi in un immobilismo interiore per cui, per paura del cambiamento o della caduta, restiamo arenati in situazioni che non concorrono al nostro bene. Relazioni sbagliate, ad esempio, che non costruiscono un progetto di vita cristiano ma sono diventate ormai un nido rassicurante e comodo. O, al contrario, la paura di impegnarsi fino in fondo, che porta a rimandare il passo definitivo stagnando in un eterno fidanzamento. Si sa, ogni scelta comporta un rischio, ma a voler evitare il rischio di vivere si arriva direttamente alla morte. Se non altro, alla morte dei progetti, dei desideri, e, su questa strada, alla morte della relazione con Dio, che si nutre proprio della nostra disponibilità a metterci in gioco. Il rischio allora di seguire i propri ideali più profondi, di interrogarsi sulla propria vocazione, di mettere al mondo un altro figlio… Un autore contemporaneo ci provoca chiedendosi, senza mezzi termini: «Esiste un uomo tanto codardo da non preferire cadere almeno una volta piuttosto che vacillare in eterno?» (C. McCarthy). Meglio rischiare, cioè, di perdere l’equilibrio, nell’avventura di tutta una vita per cercarlo.

Perché il cristiano non si accomoda mai. Il suo equilibrio non è quello di chi sta comodamente nel mezzo, senza esporsi troppo, così da non dispiacere a nessuno. A volte, per un “quieto vivere”, lasciamo che le ingiustizie, i giudizi temerari, il pettegolezzo passino davanti a noi senza prendere posizione. Il cristiano non è neutrale, e chi cerca in questo modo la pace non sta cercando Cristo che è venuto piuttosto «a portare la guerra» (cfr. Lc 12,49). Simone Weil scrisse che «il dovere dell’uomo spirituale è quello di ristabilire l’equilibrio, portandosi al fianco dei vinti e degli oppressi», e che occorre dunque essere pronti a spostarsi come si sposta continuamente, nel nostro mondo, la giustizia.

La virtù dell’equilibrio non si identifica dunque con la saggezza del mondo, che segue spesso un criterio di convenienza personale. Per il cristiano «essere saggi è più pericoloso che essere pazzi. E’ l’equilibrio di un uomo dietro cavalli che corrono a precipizio» (G. K. Chesterton), e questo perché la saggezza cristiana è vivere e pensare a partire da Cristo e dalla Sua presenza viva nella storia. Egli è il Dio che viene, che abita in mezzo a noi, che nutre pensieri di pace, che interviene, che apre strade nei nostri deserti, che semina novità nelle nostre giornate sempre uguali. Se viviamo e pensiamo a partire da Lui e in riferimento a Lui, abbiamo un nuovo centro, un nuovo bari-centro per la nostra esistenza. In Maria, fin dall’Annunciazione, è accaduto in maniera unica ed esemplare tutto questo. Maria è la donna dell’equilibrio perché si è lasciata portare da Dio sull’orlo del più grande precipizio. “Sarai la Madre di Dio”: baratro di mistero, paradosso abissale, dove la mente dell’uomo si ferma colma di spavento. Era un annuncio da vertigine, fu una vita intera da vertigine, quella di Maria, così sospesa tra l’umano e il divino, la grandezza ineffabile e la concretezza del corpo di un bambino. Eppure Maria non cadde, perché accettò il rischio di essere condotta da Dio, portata dal suo stesso Figlio. Una donna incinta reimpara l’equilibrio perché, anche se impercettibilmente, il baricentro del suo corpo cambia, a seconda del peso del bimbo che porta in grembo. I santi, coloro cioè che portano Cristo nella loro persona, nel loro cuore, nella loro mente, e nel loro corpo – e si scoprono così portati da Lui – sono uomini che hanno rinunciato al loro equilibrio, a conservare gelosamente cioè tutto ciò che per noialtri è così difficile da donare a Cristo. Preoccupazioni, calcoli, paure, interessi: Cristo ci scardina, ci decentra, ci “squilibra” per donarci un nuovo equilibrio. Quello, appunto, di un uomo “dietro cavalli che corrono a precipizio”, un uomo aperto al nuovo, disponibile al fiat, fatto per la generosità. «L’amore del Cristo ci spinge» (2Cor 5,14): ecco il nuovo, rischioso equilibrio che hanno vissuto Maria, S. Paolo e la grande schiera dei santi.

E che anche noi possiamo umilmente imparare, mettendoci alla loro scuola e accettando di allenarci, come l’equilibrista sul filo. Denunciando, ad esempio, tutto ciò che in noi è immobile, stretto dalle paure, condizionato dalla mentalità dominante; tutto ciò che non fa spazio al coraggio, alla generosità. E’ la generosità ad equilibrare la nostra vita, in tutte le sue dimensioni, perché essere generosi è essere spinti dall’amore di Cristo che si è fatto il nostro punto di appoggio. La generosità di quel giovane marito di Milano che chiedeva alla moglie, già madre di due bimbi, di accoglierne un altro in adozione. E che di fronte al timore della moglie, che gli prospettava tutte le possibili difficoltà del progetto, arrivando a chiedergli: “E se io morissi dopo poco tempo?”, rispose: “Anna, ma io non vivo per te”. Il coraggio di un uomo che nulla temeva, perché viveva in equilibrio sulla grande, potente fune della fedeltà di Dio.

 
PREGHIERA ALLA VERGINE
Vergine Maria, dona sempre equilibrio ad ogni azione della vita mia.
Equilibrio nel lavorare, nel pregare, nell’amare, nell’avere, nel donare, nel tacere e nel parlare.
Dona equilibrio ai pastori e ai politici nel governare.
Ai genitori e agli insegnanti nell’educare.
Ai giovani nel programmare.
Dona a tutti noi fede, forza, coraggio, solo così arrivati a sera, equilibreremo le sorti nostre con l’amore Tuo e del Tuo Figlio.
Così sia!

domenica 10 febbraio 2019

Beata Cera: Chiara da Rimini



Dal Martirologio Romano alla data del 10 febbraio: “A Rimini, beata Chiara, vedova, che espiò con la penitenza, la mortificazione della carne e i digiuni la precedente vita dissoluta e, radunate delle compagne in un monastero, servì il Signore in spirito di umiltà.”

«Femina so’ e peccatrice». Da questa immagine negativa del femminile riconosciuta e confessata muove, all’interno dei recessi più profondi dell’anima e tra le mura di una città medievale tra Due e Trecento, il viaggio di Chiara da Rimini verso la santità.

Ma chi è Chiara? La leggenda agiografica che ne racconta la vita è tramandata da un manoscritto in volgare italiano, venato di forme dialettali romagnole, del tardo secolo XV, tuttora conservato a Rimini: leggenda scandagliata nelle pieghe più sottili da Jacques Dalarun in un libro dalla forza narrativa catturante, Santa e ribelle, che smonta e rimonta tempi, spazi, eventi dell’itinerario terreno della santa. Nel contempo, due convegni sui santi, a Spoleto e a Firenze, fanno da più largo contesto al libro di Dalarun, e mostrano l’interesse attuale per l’agiografia (vicende, miracoli, traslazioni di reliquie di santi), i cui meccanismi costituiscono un campo di indagine storiografica di prim’ordine.

Chiara nasce poco oltre la metà del Duecento, secolo che con le sue proiezioni nel Trecento vede nel triangolo tra Toscana, Romagna e Umbria la santità femminile anche di Margherita da Cortona, Angela da Foligno, Chiara da Montefalco, cui seguirà la più grande delle mistiche, Caterina da Siena. Sullo sfondo s’irradiano i bagliori di Francesco d’Assisi. Quello di Chiara da Rimini è il percorso della mondana pentita. La leggenda la colloca nella sfera alta della società riminese; circostanza sospetta, introdotta forse al fine di accrescerne i meriti quando si spoglierà dei suoi beni. Dotata di «excessiva bellezza del corpo» non meno che «di ogni lascivia piena», s’infiamma per il denaro come per il sesso, si immerge nella vanità del lusso, gode di ogni «ghioctitudine» della tavola, si abbandona ai «mali desideri». Data in sposa assai giovane dal padre ad un uomo non scelto, all’età di ventiquattro anni ha già perso – per morte naturale o per vicende violente – madre, matrigna, padre, fratello, marito; ma i sensi la gettano verso un secondo «carnal marito». Il solco è in qualche modo simile a quello di Margherita da Cortona che vive nove anni in concubinaggio con un ricco debosciato, o di Angela da Foligno che conduce una vita ebbra e dissoluta. Donne come queste, sposate e comunque non vergini, non sono votate alla santità. Non aveva forse detto Pier Damiani che il solo limite all’onnipotenza di Dio era che non poteva ridonare la verginità perduta? Ma queste donne, tra una femminilità vissuta nella carne e offerta all’uomo, e una femminilità negata in sé e offerta a Dio, scelgono una terza via, quella di una «conversione» dall’una all’altra.

Chiara è attirata, come da un amante, nella chiesa di San Francesco di Rimini. Entra. Vi ritorna. E quasi «novo pensiere et corpo avesse preso» riconosce «i soi passati errori». Si separa dal marito, che presto muore. Libera, si unisce al suo terzo sposo, Cristo. È «facta religiosa», e la sua vita si capovolge. I travagli sono molti. Alla fine Chiara si insedia in una stanza tutta per sé, alla quale da lungo tempo anelava, una celletta nelle mura della città antica: non a caso, giacché le mura stanno a significare una zona di confine, quasi riflesso della linea che separa il terreno dal celeste. Penitente, porta il cilicio fatto di pelle di maiale rivoltata dal lato delle setole, in modo che più crudeli ne risultino i colpi sulla carne peccatrice. Punisce la sua «ghioctitudine» rinunciando a gustosi pollastri e ad altri «delectevoli animali in lesso o arosto», e mangia il rospo, la bestia schifosa, nella quale il Medioevo simbolicamente combina l’orrore per il cibo e l’orrore per il sesso. Nelle strade e nelle piazze cittadine Chiara «urla como lupo e ciufola como serpente» le sue colpe facendosi battere da due aguzzini prezzolati, quasi reiterando la passione di Cristo tra i ladroni nella sofferenza del corpo martoriato. Novello apostolo, predica, svergogna i peccati, e converte. Chiede l’elemosina di uscio in uscio e ne distribuisce il ricavato ai poveri.

L’amore di Dio spinto al rigore estremo dello spirito e all’umiliazione lacerante della carne, sfacciatamente esibito, può diventare scandalo. Le sante italiane dei secoli XIII e XIV possedute dalla smania di espiazione e ululanti un passato scellerato sembrano talora rimandare ai santi folli del mondo greco-orientale. Angela da Foligno, in piena quaresima pasquale, sogna di girare nuda per le piazze, con un rosario di pesci e carni al collo, per gridare in faccia alla gente i suoi appetiti e le sue malizie. Rinsecchita dai digiuni, macerata nel corpo, la bocca scheletrita, pallida, scalza, ossessionata dalla passione della croce, Chiara da Rimini cammina sull’ambiguo rasoio che passa tra folle amore di Dio ed eresia. Supera la prova. Ispirata dalla percezione sensibile, oculare, delle immagini sacre si accende di visioni dell’anima. Compie miracoli, con i quali il Signore le manifesta il suo favore. Fonda una comunità femminile. Ha il riconoscimento delle gerarchie ecclesiastiche. E intorno agli anni Venti del Trecento trova al suo capezzale l’agiografo che narra la sua vita, il tempestoso viaggio verso la santità che le si dischiude.

Scrive Dalarun: «L’agiografia è un palazzo di specchi in cui errano e si sfiorano esseri allucinati, cercando di vedere, al di là del gioco di riflessi, il volto accecante dell’eterno». Ma lo storico vede anche oltre quel «palazzo di specchi». Smontare i meccanismi dell’agiografia significa svelare le strategie che hanno governato la santità. Non conta solo la verità storica dei fatti narrati, tante volte confusa, sgranata e aleatoria, o isolare singole notizie verificabili all’interno della leggenda. Esiste una veridicità agiografica, la quale si trova all’incrocio di dinamiche sociali, religiose, spirituali, e che riverbera mentalità, modelli di comportamento, pratiche culturali, sistemi di rappresentazione, forme di immaginario individuale o collettivo. Promozione e riconoscimento della santità, nascita di culti, varianti e definizioni della iconografia o della liturgia di un santo rinviano a dimensioni o fattori che possono essere di volta in volta politici, istituzionali, economici oltre che religiosi e spirituali. Chiara non occupa da sola l’intera scena riminese. Nella città, stabilmente o di passaggio, agiscono ceti dirigenti, fazioni politiche, movimenti spirituali, gruppi in odore di eresia, comunità conventuali, poteri ecclesiastici, erudizione locale. Tutto sullo sfondo di una gremita, animata e vociante vita quotidiana. Microcosmo corale del tardo Medioevo, Rimini diventa così palcoscenico sul quale, smontata nei suoi meccanismi, la leggenda di Chiara recita la storia.

 

FONTE:

Chiesa di Corpolò

Jacques Dalarun, Santa e ribelle. Vita di Chiara da Rimini, Laterza 2000.

Il Corriere della Sera, 24/10/2000

giovedì 7 febbraio 2019

"Per essere all’altezza dell’amore" (Nek)














Mi farò trovare pronto
A certi strani mutamenti
Con la guardia sempre alta
Anche con i sentimenti… anche con i sentimenti
Sono pronto sono pronto
A non esser pronto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
Come non ho fatto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Mi farò trovare pronto
All’impatto col tuo nome
La tua firma sulla pelle
È la mia rivoluzione
Mi farò trovare pronto
Ad ogni regola che inverti
Ogni legge, ogni principio non saranno più gli stessi
Con la guardia sempre alta
Anche con i sentimenti… anche con i sentimenti
Libri di milioni di parole
Ce ne fosse almeno una
Per essere all’altezza dell’amore
Frasi di chissà quale canzone
Ne venisse adesso una
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
A non esser pronto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
Come non ho fatto mai
Come non ho fatto mai… mai
Scene del più grande film d’autore
Non c’è trama né copione
Per essere all’altezza dell’amore
Libri di milioni di parole
Ce ne fosse almeno una
Per essere all’altezza dell’amore
Frasi di chissà quale canzone
Ne venisse adesso una
Per essere all’altezza dell’amore
Mi farò trovare pronto
Con l’amore in mezzo ai denti
Con la guardia sempre alta
Anche con i sentimenti… anche con i sentimenti
Sono pronto sono pronto
A non esser pronto mai
Per essere all’altezza dell’amore
Sono pronto sono pronto
Come non ho fatto mai
Come non ho fatto mai… mai