mercoledì 5 settembre 2012

"Io sono come una piccola matita ... "





5 settembre
BEATA TERESA di CALCUTTA, vergine*

Teresa di Calcutta (Agnes Gonxha Bojaxiu) nasce a Skopje, Macedonia, il 26 agosto 1910 muore santamente a Calcutta, India, il 5 settembre 1997.
A 18 anni decise di entrare nella Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. Partita nel 1928 per l’Irlanda, un anno dopo è in India. Nel 1931 la giovane Agnes emette i primi voti prendendo il nuovo nome di suor Maria Teresa del Bambin Gesù (scelto per la sua devozione alla santa di Lisieux), e per circa vent’anni insegna storia e geografia alle ragazze di buona famiglia nel collegio delle suore di Loreto a Entally, zona orientale di Calcutta. Il 10 settembre 1946, mentre era in treno diretta a Darjeeling per gli esercizi spirituali, avvertì la “seconda chiamata”: lei doveva lasciare il convento per i più poveri dei poveri. Lasciò le suore di Loreto il 16 agosto 1948. Nel 1950 la sua nuova congregazione delle Missionarie della Carità ottenne il riconoscimento dalla Chiesa. Attiva e contemplativa al tempo stesso, nella Madre c’erano idealismo e concretezza, pragmatismo e utopia. Fu insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1979. Lei amava definirsi "la piccola matita di Dio", un piccolo semplice strumento fra le Sue mani. Riconosceva con umiltà che quando la matita sarebbe diventata un mozzicone inutile, il Signore l’avrebbe buttata via, affidando ad altri la sua missione apostolica: "Anche chi crede in me compirà le opere che io compio, e ne farà di più grandi" (cfr. Gv 14, 12). Il 19 ottobre 2003 è stata proclamata beata da papa Giovanni Paolo II.

Martirologio Romano, 5 settembre: A Calcutta in India, beata Teresa (Agnese) Gonhxa Bojaxhiu, vergine, che, nata in Albania, estinse la sete di Cristo abbandonato sulla croce con la sua immensa carità verso i fratelli più poveri e istituì le Congregazioni delle Missionarie e dei Missionari della Carità al pieno servizio dei malati e dei diseredati.





«Io sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient'altro.
È Lui che pensa. È Lui che scrive.
La matita non ha nulla a che fare con tutto questo.
La matita deve solo poter essere usata».

(Beata Teresa di Calcutta)






* La Beata è venerata nel proprio diocesano in data 5 settembre. E' l'unica diocesi lombarda che ha inserito la memoria nel proprio calendario diocesano.

martedì 4 settembre 2012

La "Santuzza" di Palermo

Rosalia Sinibaldi (1128 - 1165)





Martirologio Romano, 4 settembre: A Palermo, santa Rosalia, vergine, che si tramanda abbia condotto vita solitaria sul monte Pellegrino.


Beata Rosa da Viterbo





Martirologio Romano, 6 marzo: A Viterbo, beata Rosa, vergine, del Terz’Ordine di San Francesco, che fu assidua nelle opere di carità e a soli diciotto anni concluse anzitempo la sua breve esistenza.

lunedì 3 settembre 2012

"Ti ho posto per sentinella ..."




Torino, 1927 - Gallarate (VA), 2012

«Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele» (Ez 3, 16). È da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque è posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza.

(S. Gregorio Magno)

In attesa dell'8 settembre ...





O graziosa Bambina, nella felice tua nascita hai rallegrato il Cielo, consolato il mondo, atterrito l’inferno; hai recato sollievo ai caduti, conforto ai mesti, salute ai malati, la gioia a tutti. Ti supplichiamo: rinasci spiritualmente in noi, rinnova il nostro spirito a servirti; riaccendi il nostro cuore ad amarti, fai fiorire in noi quelle virtù con le quali possiamo sempre più piacerti. “Così potremo ricevere lo Spirito Santo che scende su di noi e divenire in questo modo testimoni di Cristo fino agli estremi confini della terra, come coloro che uscirono dal Cenacolo di Gerusalemme nel giorno di Pentecoste”. O grande piccina Maria, sii per noi “Madre”, conforto negli affanni, speranza nei pericoli, difesa nelle tentazioni, salvezza nella morte. Amen.

(beato Giovanni Paolo II)

Beato Angelo da Acquapagana






Il B. Angelo nacque ad Acquapagana, volgarmente detta Cupana, nel 1261; qui vestì l'abito camaldolese nel 1285 vivendo vita eremitica come semplice laico, qui santamente morì, in mezzo alla " selva ", il 19 agosto 1313. Della Sua morte preziosa diedero segno le campane dell'abbazia, che suonarono mosse da mano invisibile. Trasportate dall'eremo alla Chiesa, le Sacre Reliquie furono subito circondate da una grande venerazione sempre cresciuta nei secoli. La figura di quest'umile santo, che visse in mortificazione in semplicità, in amore, a contatto continuo con la natura, in umiltà sino al punto di non osare di ricevere il Sacerdozio, è ancora viva e presente nell'anima di tutto il popolo, che nel B. Angelo vede un esempio e un aiuto potente. Il S. Corpo riposa nella bella Chiesa romanica della Parrocchia, nella Cappella dedicata al Beato. L'altare è ornato di un'epigrafe a caratteri goticolapidario in uso in Italia e in Europa nei secoli XIII e XIV. Fu dichiarata autentica nel 1845 dal Prefetto degli Archivi segreti della S. Sede Marino Marini, come risulta anche dagli atti esistenti in Curia a firma dell'Arcidiacono Maurizi e del Vice Cancelliere Michele Loreti.





La prima ricognizione delle reliquie fu fatta nel 1630 da Emilio Altieri Vescovo di Camerino, poi Papa Clemente X, che constatò come il corpo fosse solo mancante di una tibia che nel 1626 era stata trasportata a Matelica dall'agostiniano Giacomo Jaiani, che poi fece erigere una Cappella nella Chiesa di S. Agostino in onore del B. Angelo. La seconda fu fatta dall'Arcidiacono Calcalara nel 1713, per mandato del Vescovo di Camerino, Bellucci, in rappresentanza del Capitolo Cattedrale a cui la Chiesa del SS. Salvatore di Acquapagana apparteneva, cessata la commenda dei Monasteri di Val Di Castro e di Sassovivo alla presenza di un presunto discendente del Beato, Domenico Cafanelli. La terza è stata fatta dall'Arcidiacono Ferruccio Loreti, per ordine dell'Arcivescovo Mons. Giuseppe D'Avak, il 30 maggio 1961. Il 3 agosto successivo le monache di Villa Isolina di Cesi rivestirono il corpo delle bianche lane camaldolesi e il 25 agosto l'urna fu sigillata definitivamente dallo stesso Arcidiacono con il sigillo arcivescovile. La comunità della Rocchetta, che comprende gli attuali abitati di Cesi Costa, Cogneto e Acquapagana ha sempre riconosciuto il B. Angelo come Patrono in Cielo e sin dal 1595 ha fatto una pubblica offerta di cera in' suo onore, della quale c'è Un attestato pubblico del 6 giugno 1806, firmato da sacerdoti e laici di Acquapagana, come i Sacerdoti Lorenzo Maggi, Alessio Baccanari, Francesco Fedeli e i laici Michele Fedeli, Pietro Parrucci e Mariano Tafanelli. Il Capitolo di Camerino ogni anno off riva scudi tre per la celebrazione della festa del 19 agosto e mandava sempre due canonici per rendere maggiore la solennità, mentre anche i Vescovi di Camerino vi intervenivano qualche volta " prestandovi " nelle S. Funzioni, la pontificale assistenza.


domenica 2 settembre 2012

Santa Ida di Herzfeld



Santa Ida di Herzfeld


Santa Ida di Herzfeld
Westfalia, 766 ca. – Herzfeld, Germania, 4 settembre 825

Martirologio Romano, 4 settembre: A Heresfeld nella Sassonia, in Germania, santa Ida, vedova del duca Ecberto, insigne per la carità verso i poveri e l’assiduità nella preghiera.

Il cervo, con il quale ella viene spesso rappresentata, è l'immagine dei Sassoni incalzati dai Franchi ed ancor oggi il cervo si trova nell'emblema di Herzfeld.

sabato 1 settembre 2012

Sant'Eustachio Placido






Sant'Eustachio Placido
Martire, II secolo

Martirologio Romano, 20 settembre: A Roma, commemorazione di sant’Eustachio martire, il cui nome è venerato in un’antica diaconia dell’Urbe.

La leggenda racconta che un giorno (100-101) andando a caccia, inseguì un cervo di rara bellezza e grandezza e quando questi si fermò sopra una rupe e volgendosi all’inseguitore, aveva tra le corna una croce luminosa e sopra la figura di Cristo che gli dice: “Placido perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere”. Riavutosi dallo spavento, il generale di Traiano decise di farsi battezzare prendendo il nome di Eustachio o Eustazio e con lui anche la moglie e i due figli con i nomi di Teopista, Teopisto e Agapio.

venerdì 31 agosto 2012

San Egidio abate



Sant'Egidio abate



Plinio il Vecchio, raccogliendo notizie dai naturalisti greci, scriveva nella Storia naturale:
“I cervi lottano contro i serpenti: ne cercano le tane e con il soffio delle narici li fanno uscire
nonostante la loro resistenza. Perciò mezzo eccellente per scacciare i serpenti è l’odore di un corno di cervo bruciato mentre contro il loro morso il principale rimedio deriva dal presame di un cerbiatto ucciso nel ventre della madre”.

Il cervo entrò presto nell'iconografia cristiana quale simbolo di Cristo che combatte e vince il demonio, rappresentato dal serpente.

Raffigurato già nelle pitture rupestri risalenti al Paleolitico, dove sembra che formasse, insieme al Toro, un sistema dualistico mitico-cosmologico, il cervo nobile (cervus elaphus) è stato un simbolo estremamente importante per le culture antiche. Distribuito in tutta Europa e in alcune zone dell'Asia, rappresentava il perpetuo rinnovarsi della vita e delle stagioni, grazie al palco (a forma di albero) che il maschio perde ogni anno alla fine della stagione degli amori. Lo si ritrova nella mitologia celtica e in quella nordica, mentre nella mitologia classica era la preda di caccia preferita di Artemide, che disponeva di quattro cerve per il traino del suo carro. In antichità si credeva, inoltre, che il cervo fosse nemico del serpente: questa e altre caratteristiche dell'animale (come il fatto di attraversare i corsi d'acqua in gruppo, aiutandosi l'un l'altro, e la conoscenza di piante medicinali per curarsi), risalenti ad Aristotele e riprese da Plinio, proseguirono nella tradizione del Fisiologo e dei Bestiari medievali. Con il cristianesimo, la figura del cervo si arricchì di significati, divenendo simbolo di Cristo e metafora del credente, che anela a Dio come la cerva all'acqua di fonte.

«Come la cerva anela ai rivi d'acqua, così l’anima ma a Te anela, o mio Dio».

È l’inizio del salmo 42: e pone le basi per una chiara metafora. D'ora in poi, per i cristiani, la cerva che anela alle fonti dell'acqua pura sarà il simbolo dell'anima che anela al Signore. Ma nel Cantico dei Cantici, 8, 14, il diletto è invitato a fuggire imitando la gazzella «o il cerbiatto sui monti degli aromi», Il cervo-anima che si disseta, il cervo che fugge: sarà da avvicinarsi, tale secondo simbolo, ancora all'anima invitata quindi a fuggire al diavolo o al peccato, o sì dovrà vedervi, come in altre parti del Cantico, un simbolo cristologico (il Cristo che con la fuga si sottrae a chi non è puro di cuore)?

Basterebbero questi due passi biblici a fondare lo statuto simbologico del cervo per tutta l'iconologia cristiana. Ma in realtà le cose sono più complicate, anche perché il cervo è carico, come pochi altri animali nella tradizione indoeuropea - e segnatamente ellenica per un verso, celtica per un altro - di valori simbologici importanti.

Il cervo può essere simbolo del Cristo o simbolo del cristiano: in entrambi i casi cacciato (dal demonio, dai peccati), ma anche cacciatore di essi. Troviamo il Cristo cacciato e al tempo stesso cacciatore nel cervo che reca tra le corna ramificate la croce nelle leggende agiografiche di sant'Eustachio e di sant'Uberto, che sembra ricalcare la prima; ancora, cervi sono attributi di santi nella leggenda e nell'iconografia di Sant'Abbondio da Como, San Corrado di Piacenza, San Donaziano, San Lamberto, San Meinhold, San Procopio da Brema, Sant Osvaldo e molti altri. E sintomatico che due santi bretoni di evidente ascendenza celtica, Edern e Thelau, cavalchino dei cervi.
A dare sostegno nell’interpretazione cristiana del cervo come simbolo di Cristo che lotta contro il male ci fu furono alcuni versetti della seconda lettera ai Tessaloncesi dell’Apostolo Paolo in cui vien riletta la trazione greco-romana della lotta tra il serpente e il cervo:
“Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, il figlio della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, io vi dicevo queste cose? E ora voi sapete che cosa lo trattiene perché non si manifesti se non nel suo tempo. Il mistero dell'iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene. Allora l'empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta. La venuta dell'empio avverrà nella potenza di Satana, con ogni specie di miracoli e segni e prodigi menzogneri e con tutte le seduzioni dell'iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l'amore della verità per essere salvati. Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna e siano condannati tutti quelli che, invece di credere alla verità, si sono compiaciuti nell'iniquità”. (2 Ts 2, 1-12)

Infine l'animale ha un ruolo importante in araldica, dove rappresenta la mitezza e la nobiltà d'animo.


* * *

Sant’Egidio
Abate, VI – VII secolo

Martirologio Romano, 1 settembre: Nel territorio di Nîmes nella Gallia narbonense, ora in Francia meridionale, sant’Egidio, da cui poi prese il nome la cittadina fiorita nella regione della Camargue, dove si tramanda che egli costruì un monastero e pose termine al corso della sua vita mortale.

Nella Legenda aurea si narra che visse per molti anni come eremita in una foresta presso Nimes, con la sola compagnia di una cerva (o di una daina) che lo nutriva con il proprio latte. Per questo motivo il santo è spesso rappresentato insieme a questo animale.


Il resto della ricerca leggilo su ***CLICCA**** (cartantica.it)
 

giovedì 30 agosto 2012

In pellegrinaggio ... (V)





chiesa di Santa Maria della Rocca è una chiesa trecentesca della cittadina di Offida (AP), nelle Marche.

La chiesa si trova al confine occidentale dell'abitato, circondata su tre lati da dirupi che si aprono su due vallate.

Si tratta di una costruzione in laterizio in stile gotico, eretta da Maestro Albertino nel 1330 su una preesistente piccola chiesa benedettina.

La facciata, rivolta verso l'esterno dell'abitato è articolata da lesene e sul lato opposto sono presenti tre alte absidi poligonali con paraste di pietra bianca, monofore e archetti gotici. Sull'abside centrale si apre un portale gotico che immette nella cripta (a 3 poi a 5 navate), larga quanto la chiesa superiore e ornata di affreschi attribuiti al Maestro di Offida.

La chiesa superiore, ad aula unica secondo la tradizione degli ordini mendicanti, conserva affreschi di influsso giottesco, ancora attribuiti al Maestro di Offida (quelli del transetto sono datati da un'iscrizione al 1367) e altri attribuiti a Giacomo da Campli (secolo XV). Parte delle decorazioni originali sono andate perse anche per il deperimento della copertura.

Negli altari laterali, eretti in epoche diverse, si segnala quello dedicato a sant'Andrea, del XV secolo, con pala affrescata su muro da Vincenzo Pagani.

Durante l'avanzata delle truppe alleate, tra il 16 ed il 18 giugno 1944 alcuni militari tedeschi avevano minato completamente la chiesa affinché le macerie fossero di intralcio agli alleati, ma nessuna delle trenta mine esplose e gli abitanti attribuirono l'episodio ad un miracolo della Vergine.

Sul lato sinistro della prima scala che conduce alla chiesa è rappresentata una pecorella che mangia un quadrifoglio; la credenza popolare vuole che se ci si posiziona sopra, percorrendo a ritroso la scalinata, ad occhi chiusi, il desiderio espresso sarà esaudito.

mercoledì 29 agosto 2012

Itinerario sulle tracce di San Rocco in Italia





San Rocco, un culto che da dopo il Concilio di Costanza, ha spopolato in tutta Europa e da qui nel mondo intero.

In Italia il culto del Santo pellegrino ha una connotazione storica e popolare.
Molti comuni e frazioni lo venerano con solenni riti che celebrano la memoria liturgica del 16 agosto, ma anche in altre date durante l’anno a ricordo di ex voto o di miracoli operati dal santo di Montpellier.

Ma dove incontrare segni storici della presenza del Santo in Italia?
Molti sono i percorsi.
Secondo gli agiografi egli morì a Voghera, o forse lì arrivo il corpo, perché venduto o trafugato da Montpellier.

Si potrebbe da qui partire visitando la Chiesa parrocchiale di San Rocco dove anticamente era custodito il sacro corpo ed ove ora è venerato il suo santo braccio. Poi proseguire verso nord e fare tappa a  Sarmato (PC): qui la piccola chiesa sopra la grotta del santo e la fonte.
Sarmato è il luogo dove il Santo si ricoverò a causa del contagio della peste. Luogo della malattia e dell'incontro col cane.
A tal proposito, molte canzoni popolari ricordano che a Piacenza il Santo visse la prova della fede. Così infatti cantano a S. Sostene:

"In Piacenza Iddio per prova
nella coscia dal contagio ma
si attacco col tuo visaggio
perché il mondo sia protetto"

A Sarmato ha sede l'Associazione Nazionale San Rocco Italia. Dopo Sarmato, il cammino può giungere a Dovera (CR), dove c’è un piccolo e delizioso santuario.
Il santuario sorse, secondo la tradizione, nel 1524 a seguito di un evento miracoloso che ebbe come protagonista il mugnaio Ambrogio de Bretis (o Beretta) il quale, a seguito di visione in sogno di san Rocco, fu risanato dalla peste.

Il santo avrebbe richiesto l'edificazione di una chiesa promettendo grazie e protezione.

Di fronte allo scetticismo dei compaesani il santo diede un segno-prova infilando sotto la pelle della mano di Ambrogio una corniola.

Nello stesso anno 1524 il vescovo di Pavia, che a quei tempi aveva giurisdizione anche su queste terre, concedette alla scuola dei Disciplini l'approvazione di uno statuto e all'edificazione della chiesa. Vi fu anche un intervento di papa Clemente VII che conferì al santuario speciali privilegi.

L'edificio era già costruito nel 1545 quando venne affidata a Callisto Piazza la decorazione interna.

Risale all'anno 1752 la costruzione a cavallo della roggia Chignola Vecchia di una sagrestia.

Nel 1868 il governò italiano decretò l'esproprio di tutti i benefici legati al santuario.

Dopo la visita al Santuario di Dovera il devoto di San Rocco giunge a Venezia: qui il corpo del Santo di Montpellier è giunto nel 1485.
Il 13 marzo il Patriarca Maffeo Girardi comunicò al Consiglio dei Dieci l'avvenuta traslazione delle reliquie (da Voghera) e certificò la loro autenticità.

Ecco concluso un piccolo itinerario storico sulle tracce di San Rocco in Italia.

martedì 28 agosto 2012

In pellegrianggio ... (IV)






Beato Pietro Giacomo da Pesaro
Convento di San Nicola – Valmanete (PU)
Ai tempi di San Nicola, (raccontano il Padre Domenico Gentili ed il Padre Agostino Trapè nella Vita del Santo) la solitudine dei boschi regnava sovrana a Valmanente. Giù, in fondo alla valle, la città di Pesaro ed il mare. Il Santo vi fu inviato di comunità appena sacerdote nel 1274. Qui ebbe la “visione delle anime purganti”. La notte era avanzata e Nicola, dopo lunghe ore di preghiera, aveva preso sonno da poco quando, in una dimensione che misura le nostre esperienze collocate al di sopra della realtà, avvenne il fatto. Egli non seppe mai se fu nel sonno ovvero nella veglia. Ebbe coscienza di percepire una voce spiegata, in timbri alti e lamentosi: … “Padre Nicola, uomo di Dio, guardami, sono l'anima di frate Pellegrino da Osimo…Ti prego umilmente che tu celebri la Messa per i defunti affinché io possa avere refrigerio dalle fiamme”. Nicola, al sacrificio liturgico aggiunse preghiere, discipline, digiuni e astinenze. Dopo sette giorni gli apparve di nuovo l'anima di frate Pellegrino con gli occhi fulgenti di gioia che lo ringraziò a nome suo e a nome di tutte le anime beneficate dalla sua carità”. Quell'episodio non fu più dimenticato e non lo dimenticò il nostro Santo che pregò e sta pregando sempre e molto per i defunti; non lo dimenticarono i suoi devoti che lo invocarono e lo invocano tuttora come protettore speciale delle anime purganti.
Quella sacralità semplice nell'apparenza ma forte ed intensa nel contenuto interno e questa sacralità semplice è confermata a prima vista dalla facciata della chiesa, una semplice facciata coperta a capanna, interrotta a mezza altezza da un coronamento aggettante. Quattro parastine verticali contornano inferiormente il semplice portalino dalla cornice a volute con croce centrale sotto la quale sta la scritta “TERRIBILIS EST LOCVS ISTE. VERE NON EST. HIC ALIVD NISI DOMUS DEI & PORTA CELI 1761” (“Terribile è questo luogo. In verità, questo non è altro che la casa di Dio e la porta del Cielo”). Occorre però precisare che tale frase ha segno d'estrema riverenza per chi frequenta il luogo di Valmanente. La parola “terribilis” è qui da intendersi come “riverente, luogo da riverirsi” e non dunque come terribile nel senso proprio del termine).
Una sacralità nello stesso tempo forte perché nella chiesetta sono conservate le spoglie del Beato Pietro Giacomo da Pesaro morto in sentore di santità nel 1496. A fianco della facciata della chiesetta si erge l'antico conventino al quali vi si accede attraverso un portale anch'esso con volute a “tutto sesto”, con scolpito sulla chiave di volta l'astro stellare raggiante, simbolo di San Nicola da Tolentino. Questo è Valmanente, luogo mistico, sacro, luogo di preghiera, luogo di relax, pace e tranquillità tra il verde dei prati e del bosco, luogo da visitare e da frequentare in un tiepido pomeriggio primaverile.

Il beato Pietro Giacomo nasce a Pesaro molto probabilmente nell’anno 1445. Poco si sa della sua famiglia, che qualche storico chiama Gaspari. Giovanissimo chiede ed ottiene di entrare nella sua città nel Convento degli agostiniani, i quali infondono in lui l’elemento carismatico che li caratterizza: lo studio come via alla sapienza, alla virtù e al ministero apostolico.
Terminato il noviziato, il giovane emette la professione e viene avviato al compimento degli studi necessari per il ministero sacerdotale e alla carriera accademica secondo il rigido e impegnativo programma prescritto all’Ordine agostiniano.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, è inserito nella vita conventuale con l’impegno di proseguire gli studi e di guidare i giovani studenti dell’Ordine.
Nel 1472 è Maestro degli studenti a Perugia.
Nel 1473 è inviato ad insegnare nello Studio agostiniano di Firenze.
Nel 1482 lo troviamo, già con il titolo di maestro in Sacra Teologia a Rimini con il compito di Reggente dello studio.
Partecipa a due Capitoli Generali: nel 1482 a Perugia e nel 1486 a Siena.
Muore poco più che cinquantenne.
La sua vita dunque termina non per il logorio degli anni ma, probabilmente, per la fatica e la penitenza. Al termine della sua esistenza, sempre nella stima dei superiori e confratelli, rinuncia ad ogni incarico, anche prestigioso, e preferisce dedicarsi alla vita ascetica e alla contemplazione nell'eremo di Valmanente, reso famoso dalla santità di Nicola da Tolentino,il quale proprio in quel luogo ebbe la sua celebre visione del Purgatorio.
Altre notizie, che a volte nelle piccole biografie gli storici hanno riportato - come una sua nomina a commissario generalizio per una vertenza tra i Conventi di Pergola e Corinaldo, la sua elezione a Priore Provinciale della Provincia Picena e l'incarico di Priore nel celebre Convento e Studio di S. Giacomo Maggiore a Bologna -andrebbero meglio verificate, anche perché alcune potrebbero riferirsi ad un omonimo Pietro Giacomo da Pesaro, a lui contemporaneo.
Da notizie certe sappiamo tuttavia che il Beato emerge per alcune caratteristiche inconfondibili: la santità di vita, l'amore per lo studio, l'impegno nell'evangelizzazione e nella formazione spirituale e culturale dei giovani agostiniani, la ricerca di solitudine, ascesi, preghiera e penitenza, tutti elementi che le Costituzioni del tempo -erano le stesse preparate dai Beati Clemente da Osimo e Agostino Novello per il Capitolo di Ratisbona nel 1290 -presentavano come punti forza dell' Ordine agostiniano appena strutturato.
Muore nel 1496 a Valmanente, dove le sue reliquie oggi si venerano nella chiesa agostiniana. Pio IX ne approvò il culto nel 1848 e la sua memoria liturgica ricorre il 23 giugno